La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 7

Chapter 73,633 wordsPublic domain

Infatti nel medesimo anno la Giunta pretoria permetteva al Senato di cavare dall'erario comunale la solita somma per la puerpera Principessa di S. Lorenzo; nel 1785 per la Principessa di Fiumesalato e per la Baronessa Morfino[125], tre pretoresse l'una più fresca e promettente dell'altra.

[125] _Provviste_, a. 1781-82, p. 517; a. 1784-85, pp. 89, 188.

Nei «Nuovi regolamenti stabiliti per il buono ordine dell'amministrazione dell'annona del Senato di questa città di Palermo e patrimonio di essa approvati dalla Maestà sua con real dispaccio de' 16 Agosto 1788», l'articolo XIII ordinava l'abolizione delle regalie «pelli parti delle mogli del Pretore e Senatori: non essendo giusto che ritrovandosi il corpo amministrato in somma decadenza e sbilancio, gli amministratori, in danno del pubblico, fruiscano delli vantaggi»[126]. Ma siamo sempre ai bandi di Palermo! Infatti verso la fine dell'anno un nuovo battesimo senatoriale è lì lì per riaprire la cassa del Comune e metterne fuori le vietate e volute cinquant'onze. La senatoressa Marianna Branciforti si sgrava di una vezzosa bambina, la quale deve ricevere il nome di Beatrice. Il Senato si apparecchia al consueto battesimo; ma il Principe di Trabia, Pietro Lanza e Stella, nol consente, non già per l'onore, al quale non rinunzierebbe, ma per la gravezza che ne verrà al Comune. Potrebbe limitarsi ai nobili rifiuti precedenti del Valguarnera e del Belmurgo, ma va più in là. La sera del 30 Dicembre, martedì, chiama uno dei suoi familiari con la moglie, «persone minute», e da esse fa tenere al fonte la neonata. La geniale risoluzione suscita rumore, dove con plauso e dove con senso di maraviglia; ma primi a lodarla sono i Senatori. Il Villabianca, non sempre facile dispensatore di lodi, e che rivede volentieri uno di casa Lanza, il Duchino di Camastra, frequentare la sua casa e studiare il suo _Diario_, se ne mostra soddisfatto, e vuole che «serva questa buona introduzione in beneficio e rilievo in qualche maniera della cosa pubblica»; e «Dio volesse» esclama «che il di lui esempio venisse dai successori padri seguitato!».

[126] _Riforma_, p. 90.

E lo sarà stato certamente. Ma il simpatico Principe non trovò riscontro se non in se stesso. Dieci anni dopo, al giungere dei Reali a Palermo, nominato Ministro Segretario di Stato (1799), rifiutava cinquemila scudi annuali di emolumento[127].

[127] _Diario_ ined., a. 1787-88, pp. 611-12; a. 1799, p. 155.

Più dannoso al non florido patrimonio urbano erano certi battesimi che il Senato faceva a personaggi estranei alla famiglia e più elevati. Ne ricordiamo un solo. La neonata Melelupi Soragno, nipote del Vicerè Fogliani, veniva tenuta al fonte dal Pretore del tempo: e la madre riceveva un orologio d'oro smaltato, a ripetizione, un astuccetto d'oro per bocca, una reliquia di S. Rosalia incastonata pur essa in oro, con preziosa statuetta della Santa e non so che altro: non picciolo dispendio, come si vede, ma che pur veniva compensato dal signorile ricevimento fatto dal Vicerè al Senato; ed il Vicerè era una eccellente persona, con la quale i Senatori erano in ottime relazioni.

Onore poi del Magistrato civico era la parte attiva, generosa ch'esso prendeva ad ogni piccola e grande sventura del paese. Incendî, tremuoti, alluvioni, carestie lo trovavano sempre al suo posto di tutore, benefattore, padre dei cittadini. In una notte freddissima d'inverno del 1775 (5 Dic.) prendeva fuoco la bottega d'un confettiere a Ballarò; ed il Pretore Principe di Resuttana coi Senatori, lì sul luogo, con l'aiuto dei maestri carrozzieri e di due compagnie di fanteria, era lieto di veder domare l'incendio. Il medesimo avveniva in una notte d'autunno (22 Ott.) dell'anno seguente, nel Conservatorio del Buonpastore[128]; e negli incendî del forno civico di Porta di Vicari (16 Giugno), del Monastero Valverde, della casa di Giuseppe Merlo Marchese di S. Elisabetta al Garraffello, della bottega del fruttaiuolo Neglia del Conte Federico in via Biscottari (30 Giugno, 12 Agosto, 19 Settembre 1787): tre incendî in soli quattro mesi, che ai dì nostri, con le solite lustre e frasi d'uso, provocherebbero tre solenni _inchieste_ ufficiali, probabilmente senza venire a capo di nulla.

[128] _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 158; XXI, 392; XXVI, 39.

In uno scoppio di polvere nel bastione di Porta S. Giorgio (21 Febbr. 1788), il Pretore facea prodigi di abnegazione; non meno che nei gravi infortunî del forno di Maiorca ai Formari (21 Febbr., 3 Sett. 1788), e più oltre in quelli del forno di via Materassai (30 Maggio 1793), nei quali, dovere è il confessarlo, la parte migliore della nobiltà coadiuvava il Pretore Duca di Cannizzaro ed il Senato per mantener l'ordine e dare salvezza a tutta la contrada, esposta a sicuro disastro.

Opere generose come queste eran sovente compiute dai conciatori e sempre dai pescatori della Kalsa[129].

[129] _Villabianca_, _Diario_ ined. a. 1785, p. 172; 1787, pp. 140, 175, 359; a. 1788, pp. 472, 513. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1793, p. 63.

Mirabile la vigilanza sull'annona e sulla salute pubblica, in ragione, s'intende, dei tempi, che è quanto dire dei sistemi e delle difficoltà d'allora. Questa vigilanza era dove immediatamente, dove per mezzo di deputazioni esercitata.

Ai lamenti dei cittadini per la cattiva qualità del pane e dell'olio il Senato provvedeva con gravi multe a padroni di forni ed a commercianti d'olio[130]: provvedimenti non rari se frequenti erano le infrazioni dei bandi da parte degli interessati.

[130] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 126; a. 1795-96, p. 158.

I forni pubblici, i lombardi inclusi, pel numero al quale eran giunti (23 fino al 1768), imponevano sorveglianza assidua, oculata; e preoccupazione fissa d'un Senatore scrupoloso de' suoi doveri era la _meccanica_ del pane.

_Meccanica_, parola comunissima a quei giorni, si diceva lo scandaglio che tre volte l'anno il Senato eseguiva per vedere se una data quantità di grano dèsse la presunta quantità di pane; _meccanica_ pure il mercato che il Pretore faceva dei suoi grani con cittadini e fornai pubblici e senatorî dandoli loro in vendita con notabile rincaro sui prezzi correnti del caricatoio[131].

[131] _Teixejra_, op. cit., 238. -- _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 340.

La città avea un privilegio, che sarebbe stato di eccezionale importanza se il Governo non si fosse studiato sempre di dimenticarlo.

Per concessione di Re Ferdinando (3 Sett. 1507), qualsiasi prammatica regia o viceregia doveva prima esser sottoposta al Pretore ed ai Senatori (una volta, jurati), perchè essi vedessero se in nulla ledesse i privilegi e le consuetudini della Capitale. Vistala ed esaminatala, con la solita formola: _Publicetur, salvis privilegiis urbis_, firmata dal Sindaco, veniva pubblicata.

Nell'ultimo periodo del settecento era banditore del Comune D. Girolamo De Franchis, l'ultimo di una generazione di banditori, il più popolare ma anche il più antipatico tra tutti gli ufficiali pretorî. In lui si vedeva il nunzio di tutte le disposizioni del Senato e della Deputazione di nuove gabelle, disposizioni che non potevano non riuscire ostiche al pubblico. Il Governo, sempre odioso pel popolo, veniva confuso col Comune, e l'odio per entrambi s'impersonava nel banditore, come quello che portava divieti, imponeva gravezze, limitava libertà personali, prescriveva, minacciava, rivelava. L'antipatia per lui estendevasi ai trombetti che lo accompagnavano: i quali alla lor volta mormoravano malcontenti della scarsa mercede che loro toccava ad ogni «liberazione» che dal Senato facevasi, a tutti i bandi proibitivi che si pubblicavano _ad instar_ delle parti, e nella occasione di bandi di privilegi delle strade Toledo e Macqueda[132].

[132] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 195.

Torniamo al privilegio.

Contraria ad esso, una disposizione del Vicerè Principe di Caramanico (1788) voleva che nessun ordine senatorio venisse bandito senza la revisione e quindi il _placet_ dell'avvocato fiscale della Gran Corte[133].

[133] _Provviste_ cit., p. 81.

Ecco la libertà concessa al Senato.

Questo Senato, che affogava tra le preminenze, stava sottoposto ad una Giunta pretoria, e ben poco poteva fare senza la intelligenza, il permesso del Vicerè, suo ingrato tutore. Lo stesso denaro che esso dovea spendere per una festa da tenersi all'arrivo o alla partenza d'una Autorità, mettiamo del Vicerè medesimo, dovea essere autorizzato da lui. Se altri oggi ritiene il contrario, si disilluderà svolgendo gli _Atti_ e le _Provviste_ nell'Archivio comunale. E fa senso che mentre egli, il Vicerè, era tutto miele col Pretore, coi Senatori, coi nobili che gli facevan la corte, e ossequiato, carezzava individualmente quando gli uni e quando gli altri e tutti insieme, nei suoi atti pubblici appariva ben diverso. -- Imparzialità! dirà il lettore. -- Ingratitudine! diciam noi, se si rispondeva col pungolo a chi, non demeritando, nell'esercizio delle proprie funzioni faceva il meglio che potesse pel bene del paese!

Persistente poi lo studio di soffocare negli animi ogni sentimento di patria carità.

Un ordine del Re (1787) faceva rimuovere dal vestibolo del palazzo di città i medaglioni del Mongitore, del Presidente Marchese Drago, di Carlo Napoli e di Giordano Cascini[134]. Il perchè della remozione è nel decreto: perchè furon collocati senza autorità superiore. Ci voleva anche il permesso per onorare le glorie siciliane! Il medaglione del Cascini, biografo ed elogista di S. Rosalia, veniva confinato nella sagrestia della chiesa consacrata alla Patrona della città; quello del Mongitore, relegato nella Carboniera delle femmine, nella parte bassa dell'atrio del palazzo. Degli altri due si smarrirono le tracce.

[134] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 110.

Ora in quest'atto, che pare semplicemente inconsulto, forse c'inganniamo, è una meschina vendetta. Vediamo se è vero.

L'anno 1783 il Senato, forse per ingraziarsi il Sovrano, faceva istanza perchè gli fosse consentito che la Fontana pretoria togliendosi dal posto d'allora -- ed anche d'oggi -- venisse collocata in una piazza più ampia, e che in luogo di quella si alzasse un monumento con una statua al Sovrano medesimo. Domanda così servile non dissimula la bassezza di coloro che la umiliarono al trono, a perpetua vergogna dei quali dovrebbero consacrarsene i nomi in una lapide. Per la esecuzione dell'opera fu ordinato che si monetassero i cannoni di bronzo fuori uso tra' 120 dei baluardi della città[135].

[135] _Provviste del Senato_, a. 1782-83, p. 160.

O che la domanda fosse consigliata da circostanze del momento (c'era allora un Vicerè mangia-nobili: ed il Senato, composto di nobili, era forse stanco della lunga, disuguale lotta con lui), o che la somma presunta fosse inferiore alla spesa da farsi, o che i Senatori fossero, com'erano già, scaduti di ufficio, proposta e sovrano assenso (il Re avea decretato a se stesso il monumento togliendone un altro d'arte, e secolare, come i Vicerè approvavano le spese straordinarie del Comune per regalie, pranzi, cuccagne da farsi in loro onore e beneficio![136]), non ebbero esecuzione: la fontana non fu toccata e la statua non venne eretta. Ebbene: per noi un occulto legame tra il decreto del 1783, che approvava il monumento, e il decreto del 1787, che ordinava la sconsigliata remozione dei monumentini ai quattro insigni patriotti rappresentanti il diritto, la scienza, la storia siciliana, c'è; rivincita tanto puerile quanto invincibile era l'avversione a qualunque principio di sicilianità degl'Isolani.

[136] _Provviste del Senato_, a. 1785-86, p. 372.

Ed è notevole anche questo: che come nel sovrano dispaccio pel monumento era Segretario di Stato e di Casa Reale un siciliano, il Marchese della Sambuca, sceso indi a non molto (1787) dall'alto seggio in cui avea dominato potente[137], così nell'altra contro gl'innocui medaglioni era Ministro (di Giustizia e di Affari ecclesiastici) altro siciliano, Marchese anche lui, ma non del valore del primo, il De Marco, vanità boriosa, che nei marmi dei quattro venerandi uomini deve aver fatto vedere all'augusto padrone una glorificazione audace dei diritti baronali e siciliani contro la sovranità[138].

[137] Parecchie pagine che sott'altro aspetto lo riguardano lasciò il Villabianca nel suo _Diario_, in _Biblioteca_, v. XXVII, pp. 383-86.

[138] Sul Marchese De Marco veggasi il severo giudizio del _Gorani_, _Mémoires_, I, 138-39.

Un'altra notizia sui diritti degli amministrati, e chiuderemo con una solenne adunanza del Senato e delle Maestranze della città.

Grandi i privilegi del cittadino palermitano. In bocca sua poteva stare l'orgoglioso motto: _Civis romanus sum_; ed egli, messo in una posizione superiore, quasi di razza, al regnicolo, ne profittava per ottenere uffizî pubblici non consentiti ad altri siciliani, godere preminenze solo dovute ai nativi della Capitale. Al che vuolsi anche aggiungere che a condizione eguale di altri, egli era trattato eccezionalmente con una procedura di particolari sottintesi e distinzioni. Un _prosecuto_ palermitano era sicuro che il fisco non gli metterebbe le mani addosso senza aver prima ottemperato al tale o tal altro articolo di legge. D. Gaetano Pensabene, imputato di omicidio e già latitante, nel 1784 si rivolgeva al Sindaco della città, perchè sostenesse non potere il fisco agire contro di lui, cittadino palermitano, anche perchè non v'era parte querelante[139].

[139] _Provviste del Senato_, a. 1783-84, p. 71.

Qui è la chiave di tutto un sistema di piani per ottenere l'ambita cittadinanza. Un regnicolo, solo per avere sposata una palermitana, in virtù della vecchia formola: _per ductionem uxoris_, vi avea diritto, esteso anche ai nipoti.

Ma ahimè in quante maniere non si eludeva la legge!

Ed ecco il rendiconto storico d'una seduta di operai dentro il Palazzo Comunale.

Da tre giorni la campana di S. Antonio suona per preavvisare ai quattro quartieri della Città il pubblico Consiglio, indetto dal Senato per la meta da imporsi su alcuni comestibili. Le Maestranze degli argentieri e degli orefici, dei sarti, degli scarpari, dei calderai e dei chiavettieri (_magnani_) sono state invitate dal Contestabile maggiore.

È la mattina del 21 Novembre 1789. Alla spicciolata giungono gl'invitati alla Casa pretoria: e quando scoccano le ore 17,31 (11 a. m.) tutti sono militarmente nel salone delle grandi adunanze. Tra Maestri, Deputati di piazza, loro _Esposti_, Contestabili, «Maestri di mondezza», non giungono ancora a dugento, numero legale «per conchiudersi il Consiglio»; ma v'è la banda del Senato: e con essa il numero è raggiunto.

Ed ecco farsi innanzi, come in simili congiunture, servitori con vassoi gremiti di sorbetti, e passarli a tutti i presenti. I sorbetti, che sogliono coronare una funzione, stavolta ne formano la base: e dopo il primo di mieta (_cannella_), ne viene un secondo di melarosa: due rinfreschi, l'uno più squisito e persuasivo dell'altro. Il Senato coi suoi ufficiali nobili e civili sta a chiacchierare nella «Camera di negozio» dell'Eccellentissimo signor Pretore: e solo a trattamento finito si muove.

L'avanzarsi grave del Magistrato è accolto con una profonda riverenza dai rappresentanti del popolo. Chi l'uno, chi l'altro, tutti i maestri conoscono i signori Senatori. Il primo venuto fuori è S. E. D. Bernardo Filingeri Conte di San Marco, testè nominato Pretore; il secondo per ordine di gerarchia e di anzianità è il Duca di Villareale, _priolu_; terzo e quarto, i Principi della Trabia e del Cassaro; quinto, il Marchese Ugo; sesto, il Duca di Villafiorita; ultimo il Duca di Paternò dei Principi di Manganelli, Senatori. Mentre tutti sono in piedi aspettando che il Capo gl'inviti a sedere, questi prende posto sotto il _soglio_, e con lui i Senatori ed il Sindaco; davanti, i mazzieri ed i maestri di cerimonie; dappiè, i Contestabili; da un lato, sei ufficiali nobili del Senato; dall'altro.... nessuno! Le sedie vuote attendono i Deputati di piazza nobili, i quali non si degnano d'intervenire, sempre per la eterna pretesa delle preminenze, alle quali non sanno rinunziare. Più giù ancora, in fondo, son due banchi per la musica: e torno torno alle pareti, quattro altri pei maestri magnani, quattro per gli orafi, sei pei calzolai, sette pei calderai, undici pei sarti.

Ad un cenno del Pretore suonano le trombe e gli oboe; ad un altro, si fa silenzio; ed il Pretore pronunzia queste sacramentali parole:

«Nobili ed onorati cittadini, dovendo imporsi la meta alli formenti forti, rosselli ed orgi (_orzi_), racina (_uva_) e vino, e dovendo farsi alcune concessioni di terreno ed altri, ho fatto convocare voialtri nobili ed onorati cittadini, per dare ognuno il vostro parere».

Detto questo, D. Gaspare Cordaro, attuario del Maestro Razionale, legge la proposta. La faccenda, nel pubblico interesse, è vitale, e meriterebbe una larga discussione. Quali ragioni determinano il Magistrato a presentarla? In che misura vorrà essa applicarsi, la meta? Quali risultati se ne vogliono ottenere? Questi punti interrogativi non si affacciano alla mente di nessuno, non ostante che tutti siano chiamati a quello che oggi si chiamerebbe _referendum_. Nessuno fiata; tutti però si volgono al Sindaco Marchese della Motta d'Affermo, il quale, come procuratore generale dei cittadini, si fa innanzi verso il centro del salone, e in nome delle mute Maestranze si uniforma alla proposta della meta sui frumenti. Però siccome quella sul vino e la concessione del terreno gli sembra di non comune importanza, invoca il parere di «dodici cavalieri: sei interessati, sei disinteressati»; e con ciò anche il consenso di altri.

O che un accordo tra lui ed il Senato abbia preceduto, o che questa sia la consuetudine, o che non ci sia altro da fare, le sue osservazioni, consacrate in una scrittura, vengono dall'attuario senatoriale pubblicamente lette. Allora gli attuarî del Maestro Razionale vanno in giro ricevendo l'assentimento dei singoli convenuti; il sostituto del Maestro Razionale D. Benedetto Giusino lo raccoglie, e ad alta voce grida la vecchia formola: _Conclusum est_.

Il Senato scende dal _soglio_; i Consoli delle maestranze gli tengon dietro; alla porta della sala il Pretore gli ringrazia cortesemente: e la funzione è finita.

A quest'altro Novembre, per la festa di San Martino, Consoli e Maestri riceveranno, graziosità del Pretore, i biscotti che prendono nome dal Santo. E della graziosità godranno quanti nel Palazzo sono impiegati alti e bassi, dai Maestri razionali agli amanuensi, dai Contestabili agli attuarî, dal banditore al guardaroba, dai trombettieri ai paggi, e perfino ai volanti ed alle cameriste della casa del Pretore: una cuccagna che porta via da un migliaio e mezzo a duemila biscotti[140].

[140] _De Franchis_, _op. cit._, pp. 486-87.

_Capitolo V._

_CONDIZIONI ECONOMICHE DEL SENATO._

Non alieno mai dal fasto, al quale lo spingevano le secolari tradizioni del paese, le naturali tendenze de' nobili e l'acquiescenza del Governo, inteso sempre a concedere per guadagnare, il Senato si avviluppava nello scompiglio della sua sconquassata finanza. Un malinteso sistema economico imponeva provviste di grani, olii, latticinî, carboni, che rispondessero alle esigenze della città pei bisogni eventuali. Così il Senato si faceva compratore e rivenditore di comestibili, ne' quali spendeva denaro che non aveva, e dai quali non ricavava il danaro che avea speso. Vendeva quasi sempre a prezzi inferiori a quelli di compra, sì che ci rimetteva somme ingenti[141], che poi andava cercando alle casse pubbliche, agli istituti di credito, alle comunità religiose, ai privati[142], pagando frutti onerosi. Quando, divorato dai debiti, vendeva i capitali della illuminazione notturna, il _grano_ sopra le estrazioni ed altri cespiti, e non avea più nulla su cui metter le mani[143], lo si vedeva a contrattare con questa o con quella persona per alcune migliaia di onze ai relativi interessi, che poi, alla scadenza, stentava a soddisfare[144]; di che la necessità di nuovi espedienti che lo togliessero alla triste condizione del momento. Si direbbe che vivesse alla giornata avvalendosi di tutto ciò che fosse buono a tirarla alla meglio. E gli espedienti si trovavano: e se ne otteneva la sovrana approvazione nei non pochi dazî, dai quali tutta dipendeva la vita materiale della città.

[141] Nel 1793 comperava l'olio ad onze 9 il quintale e lo vendeva ad onze 7! Negli anni 1785-86 nella annona perdette la bellezza di onze 53,455,17,10 (_Provviste del Senato_, pag. 64).

Peggio ancora nel 1660 o in quel torno. Panizzando e vendendo 140,000 salme di frumento, comprato parte ad onze 7, parte ad onze 8 la salma, il Senato ebbe una passività di 800,000 scudi! (_Teixejra_, _op. cit._, cap. XV, § 237, p. 271). Vi furono annate di giornaliere perdite di 3000 scudi, per le quali il Comune dovette contrarre debiti di mezzo milione di scudi (_Ivi_, p. 262).

[142] Il Senato restituiva all'Amministrazione onze 1631,11,4 a conto di onze 3430 avute in prestito da essa. Ben 5000 onze avea avute in prestito dal S. Uffizio; 9200 dalla Eredità Carlina; 12,000 dalla Congregazione Olivetana. Si consulti in proposito: _Riforma, fatta dalla R. Giunta delegata da S. R. M. per conto d'introiti ed esiti, tanto dell'Amministrazione d'annona che del civico patrimonio dell'Ecc.mo Senato di questa Capitale_, pp. 79, 80, 82. In Palermo, MDCCXCI.

Ogni anno poi c'incontriamo in documenti di siffatti prestiti negli _Atti del Senato_. Eccone alcuni. Si autorizza il Banco a prestare al Comune per la pubblica macellazione onze 5000 oltre le precedenti 12,000. -- _14 Luglio 1788._ «Solito prèstamo delle 12,000 onze del Banco». -- _7 Agosto._ «Prèstamo di onze 5000 per compra di neri (maiali) ed altre urgenze». -- _28 Ottobre._ «Prèstamo di onze 5000 a conto delle solite onze 12,000 per compra di grani». -- _10 Aprile 1789._ «Prèstamo del Banco, di onze 13,000 per bestiame». -- _12 Agosto 1790._ «Prèstamo di altre onze 12,000 come sopra». -- _3 Gennaio 1791._ «Prèstamo di onze 3000 per compra di neri colle solite cautele» (guarentigie). -- _6 Giugno 1795._ «Solito prèstamo di onze 24,000 dal Banco».

[143] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 404.

[144] 10 Ottobre 1789 -- Dal Governo si concede al Senato una dilazione e dissequestro «per gli attrassi dei donativi». _Atti del Senato_, 1788-89, p. 64.

Abolito il diritto proibitivo del tabacco, si inasprivano i dazî sul vino, sull'orzo e, peggio, sulla farina. Dalla odiosa sostituzione speravasi trarre l'«abbisogna» per la passività; ma se ne fu ben lontani, e si dovette ricorrere ad altre gravezze. E mentre angustie nuove si aggiungevano ad angustie vecchie, privilegi, buone grazie e favori mantenevansi intatti a detrimento dell'erario civico: e si ritardavano riscossioni che sarebbero state provvidenze finanziarie.

Un principe, il cui titolo resta onorato in un suo successore nel sec. XIX, avea contratto non sappiamo quali impegni; non volendo o non potendo mantenerli al termine fatale, chiedeva di poterlo fare con annuali soluzioni, che poi prolungava all'infinito e non compiva mai.

Monasteri, conventi e confraternite non pur domandavano esenzioni dal dazio sulla neve, ma anche facevano istanze, non inefficaci per lo più, di concessioni, invocando antichi privilegi, che si era troppo indugiato ad abolire, e dimenticando prosperità che aveano potuto permetterle; ed il Senato cedeva e concedeva, autorizzato a conservare nel suo bilancio un gruppo di franchigie dei generi spettanti a monasteri ed a conventi e perfino un impiegato per esse[145]. La voce _scasciatu_ è un ricordo di codeste anomalie dei tempi[146].

[145] _Riforma_ cit., p. 113.