La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 6

Chapter 63,634 wordsPublic domain

[103] Bando a stampa del Presidente del Regno, del Marzo 1797. Vedi _D'Angelo_, _Giornale_, pp. 137-38; _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1797, pp. 115-16.

D'altro lato, bisogna esser logici. Il merciaiuolo di Goethe doveva sapere qualche cosa, se con un forestiero a lui sconosciuto si apriva intorno ad una pubblica accusa contro coloro ai quali incombeva la sorveglianza della pulizia della città; altrimenti conviene ammettere la solita malevolenza palermitana verso i Palermitani. Chi saranno stati i malversatori aventi l'interesse di non far vedere le reali condizioni del pavimento stradale? «I partitarî (appaltatori) delle strade o i deputati alla nettezza», potrebbe dirsi; ma chi può affermarlo con piena coscienza? Una sola rivelazione ci giunge per mezzo dei diaristi del tempo, ed è: che i «maestri di mondezza» (sorvegliatori di pulizia stradale) non erano immuni da colpe a danno del paese. Forse per loro oscitanza, forse per delittuosità, questi maestri venivano dalla voce pubblica accusati di corruzione; se no, come spiegarsi la sordidezza delle strade ed il lezzo delle carogne di cani e di gatti?

È vero che questo inconveniente non era nuovo; ma gli spazzini addetti a sì bassi servigi, portavano legati alla cintura degli uncini di ferro coi quali rimovevano i ributtanti ospiti.

Stanco di tante porcherie un giorno il Senato mandò a spasso questi inutili o disonesti «maestri»: e senz'altro ne abolì l'ufficio; contemporaneamente provvide alla pulitezza ed al decoro della città con una Deputazione di nobili, la quale con ufficiali adatti rispondesse alla bisogna[104]. E così fu fatto.

[104] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 22-23.

_Capitolo IV._

_SENATO E SENATORI._

Magistrato supremo della città, il Senato mareggiava tra le giurisdizioni ed i privilegi che re e vicerè per volger di secoli avean profuso su di esso.

Grande di Spagna di prima classe, il Pretore procedeva a sinistra del Re e gli stava di fronte, a capo coperto, nelle cappelle reali. Generale di cavalleria, esso avea il comando supremo di tutte le truppe cittadine. Alle opere filiali del Senato era preposto e sovraintendeva con vigile cura. La Tavola o Banco, fondazione del Comune, avea in lui il mallevadore de' capitali privati; in lui il tutore supremo il Monte di Pietà; lui avea capo la Deputazione di salute, ond'egli traeva facoltà di accordare o negare libera pratica a chi giungesse per mare a Palermo, basso o alto che fosse e di qualsivoglia autorità investito. Mentre vi era un Protomedico del Regno, il Pretore era Protomedico della Capitale con poteri amplissimi sulla pubblica salute e sugli uomini ai quali era essa affidata, sulla igiene e sulla pulizia urbana.

Talvolta egli avea potestà anche criminale, rappresentando l'antico baiulo.

Nelle quattro grandi processioni e fiere dell'anno, il medesimo Pretore, accompagnato da un giudice della sua Corte, girava togato per le strade reggendo in mano il bastone, emblema di giurisdizione per la quiete del popolo. Gli eruditi scoprirono «l'uguale meccanica scritta nella romana Istoria e praticata dai consoli e pretori romani»; come un quissimile degli antichi littori precedenti i consoli vedevano nei contestabili che nelle pubbliche funzioni recavano il bastone sormontato dall'aquila. Tutti ne sapevano qualche cosa; ma sopra tutti D. Pietro Teixejra, storiografo del Senato[105].

[105] _Teixejra_, _op. cit._, §§ 305 e 349. Correggendo le stampe di questo capitolo, ci cade in acconcio far menzione di un bell'articolo di _F. Maggiore-Perni_: _Il Senato e l'Amministrazione municipale di Palermo dai tempi più antichi al 1860_ (Pal. Lo Casto 1902).

Per queste ed altre eccelse facoltà, in bocca del Pretore posava la sacra formola: _Do, dico, abdico._ Col _do_ esso concedeva ai giudici della Corte pretoriana il modo di procedere nelle cause, come l'eccezione ai rei e la possessione dei beni; nel _dico_ concentrava la proibizione dei giorni di giudizio e la restituzione _in integrum_ per le persone; nell'_abdico_ comprendeva il suo diritto in tutte le cessioni sulla legge scritta: nella confisca dei beni, nella vendita di essi all'incanto e via di seguito[106].

[106] _Teixejra_, _op. cit._, § 310.

Dal quale diritto traeva lume e forza quello civile e criminale che egli esercitava sulle carceri del Palazzo pei trasgressori delle ordinanze e dei bandi senatorii e le ingiunzioni al capo di Castellamare nel ricevere questo o quel reo di ceto nobile o civile.

Se questo pare troppo, si pensi che v'era anche dell'altro. Bagheria e Parco eran terre soggette al Senato, che vi esercitava amplissima giurisdizione per mezzo di persone di sua fiducia e da esso delegate. Prima che Ferdinando venisse in Palermo, e pensasse a proclamare _città_ Partinico, ragione di lepido risentimento del Villabianca, che pur vi avea tenute, anch'essa, questa terra, era pel mero e misto impero soggetta al Pretore.

Ce n'era abbastanza, crediamo, per fare inorgoglire non che qualunque patrizio il più modesto cittadino palermitano, che pur sapea di non poter mai e poi mai aspirare, non diciamo alle sublimi sfere del Pretorato, od a quelle alte del Senato, ma alle altre di ufficiale nobile al seguito del Senato medesimo, pel quale un pezzo di blasone era indispensabile.

Il rosso associato al giallo era ed è tuttavia il colore senatorio della città; stemma pubblico: l'aquila d'oro in campo rosso; damasco cremisino le sopravvesti dei contestabili; rosso il drappo delle vesti dei mazzieri, sulle quali si disegnavano vaghissimi fiori d'oro[107]; rosso scarlatto e giallo la uniforme della fanteria e della cavalleria[108], e rosso fiammante le livree dei sei paggi e dei sei cocchieri degli equipaggi.

[107] Costavano fino a 120 onze! Vedi _Provviste del Senato_, a. 1779-80, p. 362, a. 1795-96, pp. 255 e 374.

[108] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, XXVI, pp. 210-211.

Questo per coloro che circondavano il Senato; ma i singoli Senatori nelle loro giornaliere funzioni indossavano ordinariamente «il vestito alla francese in giamberga», come ci fa sapere il loro Cerimoniere[109]; nella mezza festa, toga semplice e cateniglia; nella grande festa, toga, manica ricca e gioie.

[109] _De Franchis_, _op. cit._, p. 433.

Il Pretore dava la intonazione al Senato: e quando avea paggi suoi (e raro è che non ne avesse), il colore della città veniva sostituito dalle livree della sua famiglia. Questa, per la forma e pel colore, si anteponeva talvolta a qualunque altra livrea, perchè indicava l'altezza del casato. Ricordasi in proposito, per analogia di richiamo, che quando il Principe di Paternò Moncada Capitan Giustiziere dovette recarsi nei suoi stati in Sicilia, e trattenervisi alcuni mesi (1780), il Pretore Regalmici ne ebbe la delegazione. Ora l'energico Marchese, zelando più che l'amico assente, si affrettò a fare aggiungere alla Carboniera ordinaria (la quale, come è risaputo, era il carcere di giurisdizione del Pretore, dentro il Palazzo municipale) altra Carboniera per le donne, ma non volle mai uscire a pubbliche comparse con gli ufficiali vestiti in livree Paternoniane[110].

[110] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, 180; v. XXVII, 11-12.

La fanteria composta di trenta dragoni era a custodia delle dieci torri di guardia del littorale (_torrari_); la cavalleria, di quaranta soldati, sorvegliava le spiagge e segnava l'avvicinarsi di barche sospette. Codesti eran detti «soldati di marina», e più tardi compagnia o «milizia urbana», nome sfigurato oggi, con uno de' _qui-pro-quo_ della fortuna di cui il popolo possiede il segreto, in _truppa babbana_. Questa milizia rappresentava la forza propria del Senato sotto un comandante nobile (Sergente maggiore), un Capitano delle torri, un Alfiere, un Tenente e varî caporali, tutte persone civili; ed ogni anno, il 1º Maggio, veniva passata in brillante rivista. Carlo II nel 1695, confermando il privilegio di questa milizia al Senato, dava ad esso facoltà di assoldarne -- in assenza del Vicerè -- quanta per la sicurezza del Palazzo senatorio e della lanterna del Molo gliene abbisognasse, investendola dei medesimi onori e trattamenti delle truppe regolari regie, con divisa, tamburi, armi, bandiera e stemma della città.

E qui cade acconcio un richiamo storico strettamente connesso col privilegio di Carlo II.

Ciò che faceva il Senato facevano altri personaggi e comunità. La Compagnia dei barrigelli di Butera era modellata su quella di Palermo, benchè con iscopo un po' diverso. Ventiquattro soldati dragoni con insegne proprie, timpani e trombe correvano frequentemente una parte del Regno con la medesima libertà e giurisdizione delle compagnie reali. La Compagnia di San Cimino, dello stato di Monreale, mancava di stendardo, ma non della facoltà de' barrigelli di Butera: ed il Governo si serviva di essa come di altre compagnie baronali per la tutela degl'interessi e della sicurezza delle terre dei signori, quando le esigenze imponevano estirpazione di banditi, soffocazione di tumulti, od altre gravi pubbliche incombenze. Carlo VI riteneva potere con questo mezzo mettere sul piede di guerra meglio che diecimila uomini[111].

[111] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, 420-425.

L'uscita del Senato era uno spettacolo sempre pittoresco, che chiamava sulle vie popolani e civili.

La compagnia dei carabinieri di cavalleria della truppa senatoria precedeva con le spade sguainate alle mani: regia preminenza più volte ritolta e ridata dai Vicerè. I contestabili, dalle larghe code, che coprivano muli o cavalli, e dal cappello ad embrici, eran sempre i servi, non sempre fedeli, dei loro Senatori.

Seguivano le tre carrozze del Senato. Di queste diremo particolarmente più innanzi.

Il rullo cadenzato dei tamburi, lo squillo monotono delle trombe ne annunziava il movimento. Quando l'alto Magistrato stava per entrare officialmente in una chiesa, festevole era lo scampanio; quand'era alla vista di un baluardo, spari assordanti d'artiglieria lo salutavano, anche perchè il Pretore era Capitan d'armi o di guerra del Val di Mazzara. Sforniti di cannoni i baluardi e scompigliate le Maestranze armate, queste pubbliche dimostrazioni, gravose al Comune, dannose alle fabbriche dei privati, cessarono. I cannoni che avrebbero dovuto servire alla difesa della patria, servirono per aiuto del Borbone in Napoli.

Le pretese di distinzione si acuivano tra gli ufficiali del Senato. Gli ufficiali nobili alzavano la cresta in faccia ai Senatori, non intendendo subire gradazioni lesive della loro dignità. Gli ufficiali civili li aizzavano facendo con essi quelle che si direbbero congiure di palazzo.

Una volta per la festa del Corpus Domini il Pretore Duca di Castellana, ammalato, delegò, consenziente il corpo del Senato, un senatore; i giudici pretoriani si negarono a prestargli omaggio, e ne seguì un litigio che si portò fino al Protonotaro del Regno[112]. Il perno della questione era questo: gli ufficiali nobili nelle processioni e in altre pubbliche comparse del Senato devono andare a lato o dietro ai Senatori?

[112] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 284-85.

Il Cerimoniale dava ai Senatori facoltà di regolarsi come credevano; ma gli ufficiali nobili non volevano riconoscere questa facoltà, ritenendola arbitraria. I Senatori affettavano indifferenza e tiravan di lungo; ma gli ufficiali sputavan veleno senza neppure ricordarsi della benevola concessione fatta loro dal Senato d'un tappeto sotto le loro sedie[113]; e tra il pretendere degli uni ed il rifiutarsi degli altri; tra l'imporre di quelli e il disubbidire di questi, si giungeva per lungo, eterno dissidio alla fine del secolo. Celebrandosi nel 1800, presenti i Reali di Napoli, le funzioni della Settimana Santa, il ceto civile faceva una tacita ma severa dimostrazione contro la senatoria dignità: brillava per la sua assenza, come direbbe una frase moderna!

[113] Il Teixejra ce ne dice anche la misura: tre palmi! stabilita dai _Capitoli del Senato_, t. III, p. 47.

Vecchio ed infermiccio, il Marchese Villabianca ne avea notizia fino a casa, e nel suo _Diario_ consacrava questa nota, che nel decadimento grammaticale accusa lo ingenuo sognatore del passato, il patrizio a cui mancava la esatta visione del presente: «I paglietti hanno disdegno il servire e corteggiare i magnati. Non v'è forma che questi benedetti paglietti per la potenza che hanno nelle mani, di arrivare e conoscer sè stessi, cioè la loro condizione, stato e differenza. La superbia e l'orgoglio li mangia vivi»[114]. Eppure egli stesso negli anni passati avea biasimato i suoi consorti e lodato le opere pubbliche dei _poglietti_, tipo dei quali per amor patrio disinteressato il Presidente Asmundo Paternò!

[114] _Diario_ ined., a. 1800, p. 220.

Ma non ci occupiamo di queste miserie, quando ben altro abbiamo da vedere.

Due delle tre carrozze del Senato erano veramente belle. Nella prima andava il Pretore coi Senatori; nella seconda, altri Senatori; nell'ultima, il Cerimoniere, il Segretario e qualche ufficiale nobile. A volte nella prima entrava tutto il Senato; nella seconda, la sua Corte; la terza procedeva vuota per rispetto.

Eccole queste magnificenze!

Montate su traini e sospese con solidi tiranti di cuoio sopra molle, esse sono, all'esterno, ricche di dorature e di dipinti allegorici: all'interno, fulgide per la tappezzeria di raso rosso. La maggiore di queste carrozze somiglia a quella di Carlo X serbata ora al Trianon, ma le ruote son cariche di sculture; e nello insieme ha una linea più armonica di quella della vettura di Caterina di Russia (1773)[115].

[115] _Il Festino di S. Rosalia nel 1896 in Pal._, p. 3. Palermo, Virzì, 1896.

Donde vengono queste carrozze?

Negli Atti ufficiali troviamo più volte cenno di carrozze pretorie.

Il più curioso è quello del 1789. S. M. accordò al Senato la carrozza dell'abolito S. Uffizio contro il pagamento di onze 46[116]: il che significa che il Senato prese od ebbe la carrozza, probabilmente di gala, del grande Inquisitore, testimonio degli ultimi atti generali di fede. La trasformazione degli stemmi fu presto fatta: alla croce fiancheggiata dalla spada e dall'ulivo, col terribile motto: _Exurge, Domine, et judica causam tuam_, venne sostituita l'ardita aquila palermitana col classico S. P. Q. P.

[116] _Provviste del Senato_, a. 1788-89, p. 112.

Tre nuove carrozze uscivano l'8 Maggio 1796, festa di S. Cristina. La più bella tra esse attestava non la opulenza del Comune, ma la generosità dei privati. La fecero a contribuzioni proprie il Pretore, i Senatori, il Presidente del Regno ed i nobili, che con singolar munificenza vollero sopperire a questo bisogno del Senato. «Quel Senato, già così ricco e magnifico..., non ha come potere uscire a gala, e deve comparire accattone e cercare la elemosina per farsi una carrozza!», mormorava con profonda tristezza dentro la Biblioteca del Comune P. Giovanni D'Angelo; ed esclamava: «Tempi meschinissimi!... Io di questa mendicità non voglio nè posso ricercar la cagione. La indaghino i nostri posteri»[117].

[117] _Giornale_ ined., a. 1792, pp. 100-102.

Ma la ragione, se vogliamo indagare la reticenza, può per un momento sospettarsi negli amministratori della città, i quali, perchè in alto, venivano presi di mira da chi stava in basso. Bisogna chiudere gli occhi alla luce per non vedere che, più che alla disonestà degli uomini, convenisse guardare all'indirizzo economico dei tempi ed alle teorie amministrative che conducevano a fatale rovina gli erarî civici.

La nuova carrozza pretoriana era quanto di più splendido avesse prodotto la Sicilia dal dì che veicoli del genere erano stati tra noi costruiti. I più esperti operai ed artisti vi avean lavorato a gara di delicatezza e di maestria, e Giuseppe Velasquez ne coronò l'opera con disegni che destavano l'ammirazione di tutti al vederla passare[118].

[118] Costò onze 1171, 16.

Il fastigio del Senato non poteva non far gola agli amministratori delle opere filiali di esso, non nuovi alla dignità pretoriana o senatoriale. In seguito a recenti elezioni, i nuovi eletti eran punti dalla bramosia di andare a prender possesso solenne delle loro cariche nelle carrozze del Comune. Una pompa come quella non era da disprezzare! Ed il Principe Conte S. Marco, benchè avesse i suoi superbi equipaggi, la desiderò e la chiese. «In considerazione del merito e della nobiltà di esso principe», il Senato chinava il capo.

L'esempio è contagioso: e quando, compiuto il biennio del S. Marco, il nuovo eletto D. Francesco Statella, Principe del Cassaro, dovette far la funzione del suo possesso, si ricordò con letizia della carrozza officiale e la riconobbe adatta alla sua dignità. Il Senato, _obtorto collo_, consentiva anche stavolta; ma scorso, per non offender tanto signore, un mese, facea «un appuntamento col quale proibiva di potersi in avvenire accomodare (_prestare_) le carrozze proprie di esso Senato alle opere filiali per qualunque siasi funzione»[119].

[119] _Atti del Senato_, a. 1794-95, p. 110; a. 1796-97, p. 78; a. 1797-98, p. 187.

Difatti, era troppo che signori di quel grado, i quali quando coi loro equipaggi uscivano sulla via Alloro facevano maraviglia a chicchessia, dovessero cercar la pompa del supremo Magistrato della città!

Prima di lasciare l'ambito veicolo ed il cerimoniale che lo accompagnava anche nelle relazioni col rappresentante del Re, è opportuno un ricordo. Il sedere in carrozza con S. E. tenendo la sinistra, era un'altra delle prerogative del Pretore. Il Marchese Fogliani, che po' poi non guardava tanto pel sottile la distanza tra lui ed il magnifico Senato, confermò praticamente la prerogativa. S. E. il Principe Marcantonio Colonna di Stigliano ne diede benigna conferma al Pretore Principe di Scordia (Dic. 1774 e Marzo 1775), facendoselo sedere allato in una visita annonaria che volle fare con lui per Palermo.

È fama che codesta distinzione avesse voluto una volta arrogarsela il March. di Geraci Ventimiglia recandosi col Vicerè Duca de Uzeda a passeggiare alla Marina, e che questi, per tanta impertinenza, lo avesse mandato in carcere. L'atto del Ventimiglia fu invero audace; ma il nobil uomo non poteva dimenticare di essere il _Marchese_ per eccellenza, in tutta Sicilia[120], un piccolo re dei suoi stati con facoltà, dicevasi, di coniar moneta.

[120] È noto che quando in Sicilia si diceva senz'altro _il Marchese_, non s'intendeva se non lui, il Marchese di Geraci. Vedi _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 5 e 200.

Savia consuetudine quella del periodo limitato delle cariche e degli alti uffici; savia perchè impediva il formarsi ed il prepotere di clientele protette da un lato, spalleggianti dall'altro chi siffatti ufficî a lungo s'infeudava.

Non più di due anni, spirati i quali non erano più rieleggibili, stavano in ufficio Pretore e Senatori, i Governatori del Monte di Pietà e quelli degli Spedali, il Deputato per la suprema generale Deputazione di salute e di quella del Molo, delle torri e delle strade; il Deputato della Terra di Partinico e l'altro della Terra di Bagheria ed altri di altre opere filiali. Più rigorosi, perchè più brevi (un anno appena), gli ufficî dei «giudici-senatori della gabella delli 12 tarì sopra ogni cantàro d'olio, della gabella delle teste piccole» ecc.

Di altri dignitarî e di modesti ufficiali urbani pochi quelli che, eletti, aveano da prestar giuramento; e tra essi l'Archivario della Tavola, i Giudici idioti, i Deputati di piazza, i credenzieri della carne, il Pretore, i Senatori, i Capitani delle torri, i Giudici pretoriani, il Capitan giustiziere: persone sulla fede delle quali era riposta la fede pubblica e sulle quali poggiavano le pietre angolari degli interessi cittadini.

«L'ufficio di Senatore per regio dispaccio del 12 Maggio 1775, deve conferirsi ai primogeniti e secondogeniti di famiglie magnatizie, titoli e feudatari con vassalli e tutt'altri nobili, ed atti a tale ufficio, ma con condizione che non usino il titolo di _Eccellenza_ abusivamente fin qui preso, che compete al solo Pretore. La carica di Senatore sarà un passo per conseguire quella di Pretore».

Così scrivea il 26 Agosto 1775 il Villabianca, che pure anni prima aveva detto: «In Sicilia il solo Vicerè esige per forza l'_Eccellenza_ come rappresentante la persona del sovrano»: e _Sua Eccellenza_ era per antonomasia il Vicerè. Quando nell'Agosto del 1774 il Re sostituì la Giunta pretoria (una vera Giunta amministrativa dei tempi nostri), magistrato governativo di revisione degli atti del Senato, al Tribunale del R. Patrimonio: Giunta «composta di cinque ottimati ex-Pretori ed ex-Capitani giustizieri e patrizi della prima segnatura di nobiltà, cioè _nati_ di famiglie pretorie e magnatizie», si pensò anche a questa grave faccenda del titolo. Fu concertato (ed il concerto durò fino al secolo XIX) che il ministro della Giunta pretoria scrivendo al Senato darebbe dell'_Eccellenza_, firmandosi in pie' della lettera, e che il Senato rispondendo col medesimo titolo non soscriverebbe nè come Senato nè come Pretore, ma col solo nome di Segretario[121]. E nel sovrano comando del 1775 veniva anche prescritto che i Senatori non dovessero essere obbligati a trattare con l'_Eccellenza_ il Pretore[122].

[121] _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 235-37, 371-72. v. XIX, p. 128.

[122] _Atti del Senato_, a. 1775, p. 377.

Vecchia costumanza, non mai intermessa, era quella che i nuovi nati dei Senatori in atto fossero tenuti al fonte battesimale dal Senato in corpo. Il battesimo assumeva un carattere di solennità particolare, compiuta con tutta pompa dal Magistrato civico. Quale compare, esso faceva un regalo alla comare, la senatoressa puerpera, alla levatrice, agli ufficiali della parrocchia. La senatoressa riceveva cinquant'onze: e se la puerpera era pretoressa in atto, cento. I Senatori non eran dei vecchi, e le mogli loro, molto meno. Immagini perciò il lettore come procedesse pel pubblico erario questa faccenda di sgravi, di battesimi e di regali!

Non v'era anno che il prolifero Senato non festeggiasse una di queste nobili comari, e che per conseguenza la cassa pretoria non si aprisse per siffatte graziosità[123]. Nel 1770, in meno di due mesi, la festa si ripeteva due volte: il 17 Gennaio pel primogenito del Sen. Salvatore Valguarnera, Principe di Niscemi e Duca dell'Arenella, funzionante l'Arciv. Sanseverino, e compare il Pretore Regalmici (al neonato veniva imposto il nome di Giovanni, in omaggio al card. Giov. de Buccadoks, Generale dei Domenicani, amico e parente del Niscemi); ed il 10 Marzo per la figlia del Sen. Bernardo Filingeri, Principe di Mirto.

[123] 21 Ag. 1770. Il «Senatore Romagnuolo pel Senato battezza la figlia del Sen. Carcamo, e dà in regalia al padre (_stavolta al Senatore!_) onze 50 ed altre (10) ne dà alla levatrice ed agli uffiziali della parrocchia».

13 Apr. 1771. Il Pretore Duca di Castellana a nome del Senato battezza alla Kalsa la figlia del Sen. Corradino Romagnuolo, con le solite regole di onze 40 (?) al detto Romagnuolo, e di onze 10 alla levatrice (_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 229 e 277).

5 Luglio 1773. Il Senato battezzò il figlio del Senat. Gius. Carcamo, il quale «dalla cassa del Senato tirò la solita regalia di onze 50». _Diario_, XX, 167. Questo Sen. Carcamo in meno di tre anni prendeva 90 onze!

Nel 1782 però abbiamo due begli esempî di dignitoso rifiuto per parte del Principe di Valguarnera e Montaperto e del Duca di Belmurgo, ai quali il Senato avea tenuto a battesimo i figliuoli[124]. Ma sono _rari nantes in gurgite vasto_.

[124] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 294-95 e 308, e XXVII, 429.