La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 10

Chapter 103,560 wordsPublic domain

Audaci, violente le minacce al Governo, che con inganni ed ipocrisie tentava carpire la buona fede, non già del popolo, che non aveva nulla, ma del medio e dell'alto ceto, che possedeva ori ed argenti, e dovea andarli a depositare alla Zecca in cambio di moneta sonante. Strumento servile del Governo in cosiffatta barbarica espoliazione l'arcivescovo Lopez y Royo, Presidente e Capitan Generale del Regno per la improvvisa morte del Caramanico, e tanto più servile ai danni del paese in quanto sperava la nomina di Vicerè facendo il piacere de' Ministri di Napoli. Avverso a lui si udirono canzoni e cartelli frementi di sdegno.

Siamo alle prime ore del mattino del 16 Aprile 1798, e attaccata alla solita colonna del Palazzo del Comune ed alle abitazioni dei Ministri del Consiglio e del Governo, si legge:

O v'aggiustati, tiranni, la testa, O di li Morti faremu la festa. E chi vuliti impuviriri a tutti? Chi oru?! Chi argentu?! un....

e qui una mala parola[180].

[180] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 189. -- _Villabianca_, con varianti, in _Diario_ ined., a. 1798, p. 202.

Il Governo di Napoli era sotto l'incubo dei Francesi scorrazzanti il Mediterraneo con gli occhi fissi su Malta. La Corte, in preda ai timori che poi dovevano spingerla alla rada di Palermo, avea chiesto cannoni, soldati, danaro, e ne aveva ottenuti quanti non ne meritava. I Siciliani parteggiavano per essa, ma non erano così ciechi da non vedere la gravità della situazione: e poichè questa peggiorava di giorno in giorno, il 21 Giugno un cartello trovavasi affisso alla colonna. Stavolta era un dialogo tra due persone, composto di parole furbesche, accuse dei componenti del Governo locale. Cominciava altra mala parola, poi

...! Vennu li gaddi, addiu gaddini! Addiu nassa, canigghia e puddicini!

E seguiva la risposta:

Addiu nassa, canigghia e puddicini! Minchiuni! ch'è grossa! 'Na vota si mori!

dove, chi cerchi i doppi sensi, vedrà che i galli sono i Francesi, le galline i Napoletani, la _massa_ la cricca governativa, la _canigghia_, crusca, la mangiatoia dello Stato, alla quale (per conservare l'allegoria) si direbbe che le galline bècchino, cioè i favoriti e gli aderenti divorino: egli ultimi due versi esprimono la indifferenza de' _cartellanti_ siciliani di fronte alle conseguenze delle minacce francesi.

Gli eventi incalzano. Re Ferdinando ottiene una vittoria in uno scontro coi Francesi, ma i Napoletani pei Palermitani son tutti giacobini, compreso lo stesso loro S. Gennaro: la vittoria non è dovuta a questo Santo, ma a S. Rosalia, patrona di Palermo, alla quale il Re dev'essersi caldamente raccomandato. Quattro cattivi versi corsero in proposito:

T'haju fattu la varva, o San Ginnaru, Giacchì t'ha' fattu giacubinu amaru, Tradituri, putruni e da quagghiaru; Viva, dunca, Rusulia e non Jinnaru![181].

[181] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, p. 284; a. 1799. p. 103.

La misura lasciamola all'ignoto poeta da colascione.

Quest'uso di dir male degli uomini e delle cose pubbliche era, come abbiamo affermato innanzi, antico, molto antico, e per quanto si fosse fatto a sopprimerlo, sempre vivo. Gli interessati vi ricorrevano sempre che il bisogno lo imponesse per non lasciarsi sopraffare. Il Governo sapevalo bene; e quando vi scorgeva una minaccia all'ordine pubblico ed un'offesa alla sua dignità, si sfogava in bandi e comandamenti severi, ripetizioni di altri precedenti e secolari. Dopo la giustizia del Settembre 1773 sopra cennata, per la rivolta contro il Fogliani, l'Arcivescovo Filangeri, Presidente del Regno, ordinava che «nessuna persona di qualunque ceto e condizione nelle private conversazioni in casa, nelle piazze, nei teatri, nelle cafetterie, nelle sagrestie, nelle chiese, nei conventi, nelle congregazioni» osasse ricordare i fatti avvenuti; nessuno «formare canzoni, sonetti, satire, leggende».

Disposizioni più severe emanava dieci anni dopo il Caracciolo, preso di mira specialmente dalle classi nobile e civile. Egli non sapeva darsi pace pensando che miserabili senza nome osassero gettare il ridicolo su lui; sicchè, fingendo di prendersela pel decoro delle famiglie, vietava «a qualunque persona, di qualsiasi grado, ceto e condizione si fosse il poter comporre, pubblicare, spargere o affissare o scrivere tali libelli e cartelli infamatori e contumeliosi, nè in versi, nè in prose, nè in figure esprimenti il carattere, nè in satire, nè in pasquinj, nè in qualunque altra guisa», e prometteva premî da trecento onze a chi siffatti delitti segretamente denunziasse[182].

[182] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 244-46.

Egli avea ragione: nessuno più di lui era stato bersaglio di frizzi e barzellette, tanto che avea dovuto mandare in carcere i nobili Vincenzo di Pietro, Ugo delle Favare e Gaspare Palermo, sospetti di avergliene fatti. Ma il pubblico, che dovea saperlo, rinunziava alle trecent'onze e non faceva la spia a nessuno. In tempi più civili questo silenzio sarebbe stato chiamato _omertà_ e _mafia_!

Le satire, le pasquinate continuarono senza posa fino al giorno della partenza del bollente Vicerè (Gennaio 1786), in cui gliene vennero messe sotto il muso non solo in italiano e in siciliano, ma anche in latino.

Gente incorreggibile questi Siciliani!

_Capitolo VIII._

_I GIACOBINI E LA POESIA POLITICA._

I versi popolareschi che abbiamo riferiti a proposito del pericolo francese nel Mediterraneo, e dei Napoletani ribelli alla monarchia potrebbero fornir materia d'un capitolo sulla poesia politica del tempo. Questa materia non sarebbe scarsa, perchè in nessun secolo di storia civile dell'isola s'incontra una fioritura di componimenti politici pari a quella determinata dal precipitar degli eventi nell'ultimo decennio in Palermo del sec. XVIII.

Se non che, l'argomento ci condurrebbe troppo in lungo, e noi lo sciuperemmo a scapito degli studiosi, che ai dì nostri, con cure indefesse, attendono a questa manifestazione dello spirito pubblico nei tempi passati. Non intendiamo però lasciarlo senza una parola che giovi a chiamar su di esso l'attenzione di coloro che volessero quando che sia percorrere a tutto loro agio questo campo inesplorato.

Mano mano che l'eco della rivoluzione di Francia si ripercoteva tra noi, e le mosse dei Francesi turbavano la olimpica tranquillità d'Europa, la così detta pubblica opinione si commoveva ed accaniva contro di questi in Palermo. I Francesi erano i nemici del trono e dell'altare. La _Raccolta di Notizie_ di Palermo, come il _Compendio delle notizie_ e le _Nuove di diverse Corti_ di Messina, nelle loro periodiche comparse non lasciavano mai di dipingerne a foschi colori le imprese istillando nell'animo dei leggitori avversione invincibile per la Francia, covo di settarî e di malviventi. Guai a seguire le idee di essa! Chi ne avesse avuta la tentazione, si sarebbe buscato il carcere e la galera; perchè non era ammissibile che un suddito di S. M. Siciliana partecipasse a principî sovversivi e, peggio, ad atti di ribellione.

Le carte segrete della Polizia e le cronache private offrono in questo un triste spettacolo della politica del Governo e delle inclinazioni reazionarie delle classi alta e bassa dei cittadini. L'alta, aggiogata al Governo, non poteva non parteggiare per esso: e vi parteggiava anche per la propria conservazione. Lo Stato era salute ed ordine; ogni avversario del Monarca, avversario della casta che con la monarchia faceva causa comune. La classe bassa, abbrutita dalla ignoranza, non era in grado di comprendere, e, compresolo, di discernere quel che fosse di vero nelle vaghe, contraddittorie notizie che giungevano fino ad essa; la quale nel più frivolo fatto del giorno, in una festicciuola, p. e., in uno spettacolo interno, tutta si assorbiva, ignara od incurante dei grandi avvenimenti di fuori. Ogni francese era un giacobino: ed il giacobino un anarchico, pronto a sconvolgere l'ordine sociale, a radere al suolo la chiesa, a manomettere la proprietà privata. Contro i partigiani della Francia e i dottrinarî del tempo un libriccino scritto pei vescovi da un vescovo ammoniva: «Oggi ogni pastore deve sapere come condursi colla porzione di gregge composta di fiere orribili, sanguinolenti e voraci: pantere, lupi, orsi e molto maggiormente di volpi astute e maliziose; voglio dire questa razza che scorre per tutto di filosofastri, massoni, saccentoni, politici ecc.»[183].

[183] _Avvisi politici a' Vescovi eletti, adattati a' tempi presenti_, p. 57. MDCCXCII.

Il Domenicano P. Crocenti consacrava una opera alle tendenze giacobinesche[184]: e queste ed altre pubblicazioni simili evocando antiche memorie riaccendevano e rinfocolavano vecchi rancori, non ispenti ma sopiti, verso i Francesi del Vespro. Così tenevasi la popolaglia disposta a menar le mani là dove capitasse un francese, od anche un sospetto sorgesse, che il tale e tal altro forestiero fosse dell'aborrita Francia.

[184] _Meditazioni filosofiche politiche sopra l'anarchico sistema giacobino della Libertà ed Eguaglianza, Opera del_ _P. M. F. Dom. Crocenti_, _de' Predicatori_, T. I. Messina, Fratelli del Nobolo, 1795.

E la classe media?

La classe media, non iscarsa di cultura, offriva qualche caso di simpatia, più che verso la nazione nemica, verso il giacobinismo, ma non per l'attrattiva che una setta od anche una segreta società suole esercitare su spiriti facilmente eccitabili, bensì per un senso di reazione alla tirannia dei governanti, alla prepotenza dei maggiorenti, alla corruzione marcia degli uni e degli altri, ma specialmente per quel fascino che in molti esercitano certe novità.

Se di tendenze repubblicane francofile e di Giacobinismo deve pertanto parlarsi in Sicilia (e non può non parlarsene poichè vi fecero qualche apparizione), bisogna metter gli occhi sul ceto civile in generale e, come per analogia, sul clero secolare e regolare.

È curioso che per tutto un secolo non si preparasse movimento rivoluzionario in Sicilia senza che qualche prete o frate se ne credesse parte attiva, vera o presunta che essa fosse. La fine del settecento, il 1820, il 1848, il 1860 sono per questo memorabili date. Nello scorcio del sec. XVIII, dopo l'editto reale contro i Giacobini (14 Marzo 1795), i sacerdoti la passavano tra sospetti continui: ed ora veniva arrestato l'arciprete di Troina (Luglio 1797); ora, acremente ripresi l'abate Cancilla, professore di algebra e di geometria all'Accademia degli Studî, ed uno dei due sacerdoti bibliotecarî della Libreria del Senato; ora trascinati al Castello il sac. Mario La Rosa e varî frati Conventuali e frati Minori.

Le indicazioni di persone sospette venivano da Napoli; da Napoli gli ordini di cattura. Sovente i sospetti eran così deboli che il darvi retta riducevasi ad una puerilità crudele.

Da Marsiglia un tale per burla o per vendetta od anche per insipienza mandava una carta, una semplice carta, con l'indirizzo: _Al cittadino_ N. N., a _Troina_: e tosto alcuni Troinesi venivano improvvisamente investiti, catturati e condotti come Giacobini a Palermo. Cinquantadue tra nobili, civili, frati, monaci, additati come pericolosi dal Governo centrale, erano chiamati e sgridati acremente solo perchè sparlavano del Governo locale: come se questo dimostrasse addirittura una intesa coi rivoluzionarî. Non era persona pacifica che potesse sottrarsi ai sospetti, non persona sospetta che non fosse vittima di vessazioni persistenti.

La introduzione di libri ritenuti pericolosi si combatteva con tutti gli espedienti dei quali il Governo era maestro. Non si doveva attendere che i libri uscissero dalla Dogana. Il teatino P. Sterzinger revisore aveva l'obbligo di andarli ad esaminare uno per uno appena giunti e depositati in dogana; e poichè alla merce egli solo non bastava più, attivi cooperatori gli si associavano in una Commissione di revisione, che era insieme di vigilanza, di censura preventiva e soppressiva[185].

[185] Erano essi Ros. Gregorio, P. Antonino Barcellona ed i canonici Fleres, Leone, Basile, Melia.

Il provvedimento non era nuovo; ma pur sempre stupefacente. Siamo sempre all'antica paura governativa di tutto ciò che potesse scuotere l'ordinamento dello Stato; e quando non s'informava al principio politico, si camuffava sotto quello morale e religioso. Il solo dubbio che il libro fosse brutto, bastava al provvedimento che dovea impedirne la entrata in commercio. Non si parlava più della _Philosophie de l'histoire_, de _La chandelle d'Aras_, dell'_Examen important_ par Mylord Bolingbroke, del _Catéchisme de l'honnête homme_ e del _Dialogue de qui doute_ ecc.; non si parlava dei _Derniers mots d'Epictète à son fils_ e del _Mémoire sur les libertés de l'église gallicane_, pubblicazioni tutte bandite già fin dal 1769[186]; non si parlava neppure dei libri di Rousseau, di Voltaire, di Diderot, di Volney, di Elvezio, stati inappellabilmente proscritti; ma delle _Novelle_ del Casti, dall'_Adone_ di G. B. Marino, del _Pastor fido_ del Guarini, del _Decamerone_ del Boccaccio e dell'_Elegantia latini sermonis_[187].

[186] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 183-84.

[187] _G. La Mantia_, _Libri da bruciarsi per mano del boia_, appunti presi nell'Archivio di Stato di Palermo, filza 1316.

E se questi libri si trovassero già per caso in città?...

Ecco un dubbio tormentoso per la Censura; la quale, non sapendo trovar modo di liberarsene, ordinava a tutti i librai fissi e girovaghi la presentazione del catalogo delle pubblicazioni in vendita nei loro magazzini. L'ordine non poteva rivelare maggiore ingenuità in chi lo emanava o provocava; mirando esso per tal modo a scovare libri proibiti, come se i librai fossero tanto disaccordi da dichiararsene all'autorità possessori con la certezza di esser buttati in fondo a un carcere. Pure venne scrupolosamente eseguita; nè c'era da discutere trattandosi d'un ordine del Presidente (il Presidente era per antonomasia il cav. G. B. Asmundo Paternò), il quale, per farla breve, minacciava la chiusura degli spacci ai ritardatarî.

E come se la lista dei libri proibiti fosse scarsa, il Presidente vi aggiungeva la _Scienza della Legislazione_ del Filangeri e l'_Orlando furioso_ dell'Ariosto[188]; mentre Ferdinando in persona si riserbava l'autorizzazione delle scuole private, ed anche concedendola, vi vietava l'insegnamento delle scienze[189].

[188] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1799, p. 461.

[189] _Raccolta di Notizie_, n. 14; 12 Marzo 1799. Vedi il cap. _Accademia degli Studi_.

Dalle semplici catture si passava alle espulsioni ed ai confini. Alcuni catturati in Palermo venivano imbarcati per Napoli; altri catturati in Napoli imbarcati subito per Palermo. Giuseppe Gallego, Principe di Militello, era di quelli; un figlio del Marchese Palmieri, dei secondi. L'uno, bollato come degenere dalla sua casta, veniva mandato a disposizione del Governo centrale; l'altro, in un monastero di nobili, alieni da relazioni con Giacobini, a S. Martino[190], dove più tardi i Reali doveano essere accolti con pranzi lautissimi, doni preziosi e poesie riboccanti di fedeltà per essi, di orrore pei loro nemici di Terraferma.

[190] _D'Angelo_, _Giornale_, anni 1797-1799, pp. 146-47, 151, 161-62, 197-98, 203, 209, 272, 328-31, 537, 733-34.

Tenevan dietro le esecuzioni: ed aprivano l'odissea funeraria il giovane giureconsulto F. P. Di Blasi coi suoi compagni, e la continuavano D. Pietro Lesa, tenente della truppa, il segretario di Jauch ed altri non pochi.

Lo spettro del Giacobinismo si aggirava pauroso nella Reggia di Napoli dapprima, in quella di Palermo dappoi, e rincorreva e perseguitava Ferdinando e, innanzi che abbandonasse la città nostra, Mons. Lopez, sognante, come il Sovrano, cospirazioni e rivolte.

Quali fossero da questo punto di vista le condizioni della Capitale ce lo dice il Villabianca in una pagina del suo _Diario_; e noi, anche con la certezza di tornare su quello che abbiam detto, la trascriviamo come informe ma fedele pittura dello stato dell'Isola mentre vi mettevan piede i sovrani.

«Li Giacobini nel nostro paese, cioè in Palermo e nella Sicilia tutta, non sono nè i nobili, nè i popolani, ma sono le persone che non ànno da perdere, birbi ed assassini. Da costoro nasce il fermento tumultuante che tanto tanto travaglia il Governo e a tutti strappa la quiete. L'impegno di questi ribaldi è di saccheggiare le case dei ricchi e mettere tutto a soqquadro, perchè coi spogli degli assassinati si provvedessero nei lor bisogni.

«Che fanno dunque li più maligni di questa terza specie di gente? Dànno a sentire a' plebei popolani e persone minute come li Giacobini e traditori del Re sono li nobili, ricchi e li ministri di Stato: e come tali esser di bene che il popolo piccandosi della fedeltà al Re prendesse l'armi contro detti Giacobini, li massacrasse e ne facesse l'esterminio con portarne le teste al Re. Così quindi praticando il popolo, da una mano fa un servigio alla maestà del Sovrano, e dall'altra mano, saccheggiandone le case, si arricchisce delle lor rapine.

«Le persone minute e i plebei, come che ignoranti ed innocenti quasi tutti, si persuadono di tai consigli, e ne ànno cominciato l'opera; per disgrazia incendia città e paesi, tutt'ora con accompagnarla di omicidij e furti sebbene di poca leva.

«Li nobili, ministri e ricchi non se l'àn sognato di essere Giacobini, e nè pure le maestranze e popolani, anche di buon senno; ma soltanto quelli vili uomini scellerati e vagabondi.

«E questo quindi è il fermento che sta bollendo a' tempi nostri nelle popolazioni e luoghi della Sicilia. La cosa intanto è seria e pericolosa. Il Governo ora pensa al riparo di un luogo, ora pensa all'altro. Si trova in una continua agitazione»[191].

[191] _Diario_ ined., a. 1799, pp. 172-73.

Se questo era l'ambiente governativo, nobilesco, popolare contro i novatori e contro i Francesi, dei quali facevasi tutt'uno coi detestati Giacobini, facile è presumere quale dovesse esser la poesia politica che lo ritraeva.

Uno dei primi componimenti nel genere era un sonetto di Giuseppe da Ponte. Questo sonetto, appena comparso, andò a ruba e, divenuto raro, per onorevole eccezione veniva ristampato dalla _Raccolta di Notizie_, come vedremo, specie di giornale ufficiale d'allora in Palermo. La imitazione dell'Alfieri ci si sente in ogni verso.

Vantar tra ceppi libertà di Stato In discorde Anarchia per l'uguaglianza, Buon Governo cercar dall'ignoranza, D'ogn'Erostrato far un Numa, un Cato; Orrida povertà mirarsi allato, E gli agi immaginar dell'abbondanza, Cangiarsi a ogn'aura, e poi vantar costanza, Chiamar felice un popol disperato; Stragi, sangue, ruine, ire, spaventi Piantar per base del Dominio eterno, E grandezza chiamar vil tradimento; Mostrare assassinando cuor fraterno, Un trono rovesciar, e alzarne cento; È questa, affè, Repubblica d'inferno[192]!

[192] _Raccolta di Notizie_, n. 61. Pal., 6 Sett. 1799.

Tipico altro sonetto _Contra li Giacubini_, del Meli, il quale celiando schizzava veleno sopra la Francia e sopra quanti parteggiassero pei nuovi apostoli che da essa partivano e in tutta Europa si diffondevano:

L'antichi ànnu vantatu a Santu Sanu 'Ntra li strani prodigj astutu e finu: Sanava un ugnu e poi cadia la manu; Cunzava un vrazzu, e ci ammuddia lu schinu. Ora c'è n'autru apostulu baggianu, Chi si 'un c'è frati, almenu c'è cucinu, È natu in Francia, e poi di manu in manu Scurrennu, s'è chiamatu _giacubinu_. Duna a tutti pri re 'na staccia tisa; Li fa uguali, però 'ntra li guai sulu, Liberi, pirchì in bestij li stravisa. Porta appressu frustati supra un mulu, 'Na Roma nuda, un Napuli 'n cammisa E un'Italia scurciata e senza.... Nè resta ddocu sulu; Chi li Fiandri o l'Olanna.... e 'nsumma pati Desolata l'intera umanitati. Cristi sù li vantati Prodigj, ahimè, terribili e funesti Di lu giacobinismu, orrenna pesti! Oh scuncirtati testi! Camina cu li cudi stu sunettu Pirchì veni a li bestii direttu.

Nessuna allusione, come si vede, a Giacobinismo in Sicilia. Lo spirito conservatore del poeta, monarchico più del monarca, non voleva neanche supporre, che esso potesse trovare eco e far proseliti fra noi; ma, caso mai, il corrosivo che è nell'apparente anodino sarebbe valso a distogliere dai pericolosi principî coloro che ne avessero avuta la tentazione.

In poche settimane, in fogli volanti, venivan fuori due inni di guerra minaccianti strage ed esterminio ai Francesi. Il primo tuona in termini abbastanza fieri perchè possa sospettarsi delle convinzioni dell'autore, che sarà stato un mediocre uomo di lettere, ma che fu certo un cattivo verseggiatore. Comincia così:

Chi s'aspetta? All'armi, all'armi! Si mora tra un serra-serra, Vinni l'ura di la guerra Disiata da quant'à! Ceda a nui la Francia infida E 'na vota almenu impari Cosa sù li frutti amari D'una insana libertà.

Continua:

Nui lu pettu comu un brunzu Alli baddi espuniremu, Scrittu in pettu purtiremu: «O la morti, o Diu e lu Rè!» Impia Francia mmaliditta, Abbastanza ài gaddiatu; Pirchì troppu l'hai stiratu: Rumpiremu l'arcu sò. L'armi nostri s'hannu vistu Di Francisi sangu lordi; Forsi ancora 'un ti ricordi La Sicilia quali fu.

E finisce:

Chi s'aspetta? All'armi, all'armi! Via, curremu, o fidi amici; Si lu Vespiru si fici La Cumpeta si farà.

È la nota dominante in tutti gli scatti contro la Francia ed i Francesi, la eterna minaccia della sonata delle campane e riscossa. Sarebbe da vedere che cosa avessero fatto di eroico gli scamiciati e raccogliticci volontarî, pei quali, e in bocca ai quali risonarono spavalderie di questa fatta. Chi vide quella milizia ricordava con rincrescimento come nella leva contro i Francesi fossero stati, secondo un'ordinanza, accettati ed iscritti «inquisiti per delitti non gravi e non infamanti anche se carcerati», e notava con soddisfazione che a buoni conti con siffatto mezzo erasi «sbarazzata la folla de' ladri, de' malviventi o della gente oziosa, che infestavano la pubblica tranquillità»[193].

[193] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 576, 589, 590.

L'altro inno è del notissimo D. Raffaele Drago, monaco cassinese, a proposito della Seconda Divisione del Corpo franco de' volontarî siciliani ordinato per cura e spesa di D. Saverio Oneto, Duca di Sperlinga, della famiglia di quel Michele che freddava il suo provocatore Beccadelli nell'anno 1799.

Vinni l'ura di cummattiri; Già la trumma all'armi invita: Damu, amici, e sangu e vita Pri la patria e pri lu Re. Opponèmucci a stu turbini, Chi scurrennu va la terra; Comu chista, nautra guerra Santa e giusta nò, nun cc'è. Già s'avanza l'avversariu, Chi ha seduttu tanti genti Cu prumissi fraudolenti D'uguaglianza e libertà.

E segue con altri trentasei versi che battono sul medesimo tono[194].

[194] _Canzonetta siciliana per uso del corpo franco de' volontarj del sig. Duca di Sperlinga da cantarsi al suono di una marcia militare_. In Palermo, Solli, MDCCXCVI.

Alla testa del suo Corpo franco partiva lo Sperlinga a raggiungere l'esercito reale; ed un caldo augurio di D. Pellegrino Terzo salutavalo in un sonetto italiano. Il principio era questo:

Saverio, all'armi, all'armi, ecco rimbomba L'italo ciel degli oricalchi al suono; E l'empio Gallo al buon Fernando il trono Stolto minaccia, a tal che mugghia e romba[195].

[195] In Palermo, Adorno, MDCCXCVI. È nella raccolta del Principe di Trabia: _Miscellanee diverse di Sicilia_, v. 9 e 10; e nel _Diario_ ined. del Villabianca, a. 1796.