La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 11

Chapter 113,644 wordsPublic domain

Quali tesori per quella spedizione profondesse il soverchiamente liberale Duca, e con lui per la medesima causa altri nobili palermitani, non sarebbe credibile se non ci fossero documenti, che fanno pensare ad un vero sperpero di gente inconscia[196].

[196] _L. M. Majorca-Mortillaro_, _La Cappella Sperlinga_, pp. 46-47. Pal., Reber, 1902.

L'odio dei poeti illetterati andava di pari passo con quello dei poeti dotti. Dalle strade e dalle piazze passava nelle chiese. In tutti gli abecedarî del tempo è riportata una canzonetta alla Madonna, canzonetta che risuona ancora nelle argentine voci dei fanciulli portanti nella prima quindicina d'Agosto i piccoli simulacri in cera di Maria Assunta. Quivi i Francesi vanno di conserva coi Turchi nello attentare alla religione cristiana:

Li Turchi e li Francisi Nni vonnu arruinari: A Maria âmu à chiamari; Idda nn'ajutirà.

E nasceva e giungeva fino a noi in frammenti una filastrocca, con questo principio:

Ò milli setticentu Ottantanovi orrennu, Annata mmaliditta Di (_da_) chiddu Diu tremennu! Tu la porta grapisti Di danni e di ruina, Pri tia muntau 'n triunfu La Setta Giacubina. Sunnu li Giacubini Chi portanu sta pesta: Triunfa lu Diavulu E si cci fa la festa.

E si trasformava in siciliano e cantavasi a coro un'aria italiana, giunta del Continente:

A sti 'nfami Giacubini Cchiù la terra 'un li ricivi; Cala forti la lavina E a mari li purtirà! A sti 'nfami Giacubini Pezzi pezzi li farannu, E li donni e picciriddi La simenza si pirdirà. A sti 'nfami Giacubini Li viju afflitti e scunsulati 'Ntra lu 'nfernu straziati Di lu Cifaru di ddà[197].

[197] _Archivio storico siciliano_, nuova serie, a. XVII, pp. 151 e segg. Palermo, 1892.

E spuntavan fuori e s'imparavano da tutti e in tutti i siti lunghe storie leggendarie della rivoluzione di Francia, nelle quali la tetraggine delle scene parigine acuiva nel popolo l'orrore alla nazione avversa, ed il nome di Giacobino perpetuavasi come ingiuria ai nemici dell'ordine sociale[198].

[198] _Pitrè_, _Canti popolari sic._, 2ª ediz., n. 509. Pal. 1891.

Nuovo aspetto assumeva la poesia politica all'arrivo di Ferdinando III e Carolina a Palermo. Non più i Giacobini, ma i Napolitani repubblicaneggianti eran l'obbiettivo de' verseggiatori. La Francia però era sempre presa di mira, la prima, la più evidente, essa che con i suoi eserciti, coi suoi libri, coi suoi giornali, con la sua moda si era riversata sull'Italia e sul Regno di Napoli, beato, secondo i pacifici gaudenti, sotto l'egida dei Borboni. La libertà in nome della quale a squarciagola si grida, è vana lusinga, inganno, tradimento. Chi cerca in essa la sicurezza dello Stato, chi in essa vuol trovare la felicità, è un illuso; il quale non tarderà a vedere che cosa costi l'aver abbandonato il migliore dei re pel peggiore dei popoli.

Queste le manifestazioni comuni ed unanimi delle poesie stampate e delle poesie scritte d'allora: e molte devono essere state, se ancora tante oggidì ne avanzano. Appena poi la prima notizia della reazione trionfante in Napoli giungeva a noi, all'odio pei ribelli si associava il desiderio che nessun atto di clemenza venisse a temperare il rigore delle leggi contro di essi.

Nell'atrio del R. Palazzo, verso le tre pomeridiane d'una afosa giornata del Luglio 1799, una comitiva di cantanti recavasi a felicitare i sovrani della recente loro vittoria oltre Faro. I versi della cantata non son perfetti; ma il difetto non è dell'ab. Catinella, il quale dovette scriverli come sapeva scriverli lui, in perfetta prosodia, benchè potesse comporli meno servili:

Pr'un piattu di linticchi, Di libertà figura, Si curri a la malura E si tradisci un Re. O brutta sciliragini Di sti ribelli indigni! Tutti viraci signi C'amuri nun ci nn'è. Grida l'età cadenti E grida la 'nnuccenza: Nun cchiù, nun cchiù clemenza, No, nun si nn'usa nò. A forza d'armi e sangu Si superau ssu mostru: Castel Sant'Elmu è nostru, Li spassi senti mò. Sacra Real Famiglia, La cosa è già finuta: La libertà è battuta, Favuri 'un cci nn'è cchiù. Tocca a scialari a nui Vassalli fedelissimi E sempri nimicissimi Di tutti sti _monsù_[199].

[199] Nelle più recenti edizioni del Meli (vedi _Puisii siciliani_, pp. 383-84; Palermo, L. Pedone Lauriel, 1884; _Opere poetiche_, pp. 283-84; Pal. MDCCCXCIII) questi versi vengono attribuiti al grazioso poeta; ma un cronista del tempo li dà proprio al Catinella. Vedi _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 621, Luglio 1799.

Ma mentre nelle aule della Reggia, tra una pietanza e l'altra della giubilante Carolina, l'esultante coro inneggia ai Reali e freme a parole verseggiate contro i rivoluzionarî di Napoli, fuori, nella città, in Sicilia, una voce severa levasi dal popolo, per ben altro sofferente. La vista cotidiana di un Re che nella Capitale dell'Isola consuma in divertimenti e sollazzi un tempo che dovrebbe impiegare nelle cose dello Stato, lo spettacolo indegno di mille cortigiani che mangiano e bevono senza neanche guardare alla povera gente che muore di fame, scuote le fibre di chi ne resta scandalizzato. Molti odono quella voce, nessuno l'ascolta, nessuno la raccoglie; ma, dopo un secolo, la tradizione ce ne ripercuote l'eco viva, come se quella voce parlasse ora la prima volta. È un'alata sestina siciliana, della quale ogni verso è una pagina storica:

Quattru scazzuna, cu' mancia e cu' vivi: Li puvireddi morinu di fami; Lu Re l'avemu ccà, nun cc'è' chi diri! Autru nun pensa chi a caccïari; 'Nsutta po' joca cu li Giacubini, E nui ristamu misi a li succari[200].

[200] _Archivio_ cit., p. 171.

Che amara ironia di versi, e quale contrasto con la storia, descrivente la gioia dei Siciliani per la presenza dei Reali a Palermo!

_Capitolo IX._

_COME SI VIAGGIAVA PER MARE, I CORSARI E LA CATTURA DEL PRINCIPE DI PATERNÒ._

Una tradizione popolare siciliana attribuiva virtù salutari maravigliose a chi fosse riuscito a traversare incolume lo Stretto di Messina: ed il berretto da lui usato in quella traversata era buono ad agevolare le donne soprapparto.

La tradizione è speciosa; ma ha un grande significato, in quanto conferma la vieta credenza nei pericoli del Faro, e nella fortuna di chi li superasse. Non dimentichiamo la paura degli antichi pel vortice di Cariddi e per lo scoglio di Scilla, onde il motto _Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdym_. I Greci localizzarono in quel sito la leggenda delle Sirene, le quali addormentavano col canto i naviganti e li perdevano.

A passare dunque lo Stretto ci si pensava due volte.

Sotto il Governo spagnuolo i viaggi ordinarî erano per Barcellona o per altri porti della penisola iberica; sotto il borbonico, per Napoli; rari quelli per approdi più lontani, salvo che non si fosse marinai di mestiere.

Un pacchetto (_packet-boat_), spesso regio, teneva il traffico tra l'Isola ed il Continente. Il legno partiva ogni dieci, quindici giorni: e la partenza, non meno che l'arrivo, era cosa _albo signanda lapillo_. Bisognerebbe leggere qualche poesia del tempo per comprendere ciò che rappresentasse agli occhi di certuni un viaggio nel Mediterraneo[201].

[201] Notevole un'anonima (del Principe di Francofonte) _Anacreontica sulla Partenza da Palermo a Napoli_ di S. Eccellenza la Principessa di Jaci (s. a.; ma in Palermo, 1767, in fol., 2 cc.).

Poco dopo il 1770 la feluca di padron Parata faceva da corriera tra le due capitali, o portava lettere di privati e carte del Governo. Più tardi, il regio pacchetto _Tartaro_, comandato dal cap. D. Filippo Cianchi, e dipoi dal pilota D. Giovanni Fileti (anima di Mons. Gioeni, e vita del Seminario nautico da quello fondato), eseguiva il medesimo servizio, condiviso poi dal _Leone_, dall'_Aurora_ e dal brik inglese _The Progress_. Il passeggiere aveva un camerino, una cuccetta e vitto, e pagava ventisette ducati in Napoli, o nove onze in Palermo (pari a L. 113,50 d'oggi). Poteva pagare metà, ed anche meno, fino a tre ducati, o un'onza; ma doveva rassegnarsi a diventare una merce, non diciamo da stiva, ma da prua, con la razione e la branda dei marinai.

Al primo salpare, specialmente per un lungo viaggio, il bastimento dava il segno della partenza col solito _tiro di leva_[202], colpo di cannoncino: e tutti sapevano che un legno lasciava il porto. Una canzonetta del tempo, che ogni giovane bacato d'amore cantava alla sua bella nelle serenate estive, così frequenti allora, avea questi versi da colascione:

[202] _Pippo Romeo_, _Raccolta di Cicalate_, p. 43. Messina, D'Angelo, MDCCCLXXXV.

Ahimè! salpâr' già l'ancora I legni alla Marina! Già l'ora si avvicina, Nice, del mio partir. Senti il cannone, ascoltalo, Che di partir m'invita; Addio, mia cara vita, Addio, mio caro ben![203].

[203] _G. Cammineci_, _Brevi cenni storici ecc. delle maschere siciliane in Palermo_, pp. 19-20. Pal. 1884.

E noi daremo al legno che parte il buon viaggio: augurio del quale esso ha gran bisogno.

I corsari infestavano i mari, specialmente mediterranei, ove le loro galeotte, equipaggiate da uomini rotti ad ogni pericolo e delitto e armati di coltellacci, jatagani, pugnali, pistole, tromboni, saette, fiocine, viveano di catture gavazzando nel sangue dei morti e dei feriti e nelle lacrime dei catturati.

Il legno, nel caso nostro, siciliano, palermitano, era alla sua volta munito di cannoni e di moschettoni carichi sempre a palla, pronti a far fuoco al primo appressarsi di galeotte sospette. Il timore era incessante in tutta la navigazione; marinai stavan sempre alle vedette, quale sul castello di prua, quale sulla carrozza della camera, e quale sulla coffa dell'albero maestro: e non sì tosto scoprivano un punto nero, una vela, un segno equivoco, ne davano avviso. In un batter d'occhio la ciurma era tutta in piedi: chi dietro i cannoncini, chi col suo enorme schioppettone a pietra focaia in braccia, chi con le accette in mano ad impedire l'abbordo, pronti tutti a vender cara la vita.

I non lieti incontri non erano rari, e quando i barbareschi, misurando le proprie forze con quelle probabili del legno che incontravano, non viravan di bordo fino a dileguarsi, gli abbordaggi erano improvvisi, fulminei; feroci gli assalti: e se una parte soccombeva, l'altra restava mal viva.

Le coste della Sicilia erano anche per questo fortificate, e a brevi distanze custodite da torri di guardie, le quali di notte corrispondevano con _fani_, fuochi e segni di vigilanza alimentati da _torrari_. La torre più vicina a Palermo era quella dell'Acqua de' Corsari, contrada triste per infami approdi. La villa S. Marco di Bernardo Filingeri, seconda per antichità tra quelle di Bagheria, avea nel mezzo una torre con ponti levatoi a guisa di fortezza per resistere alle incursioni[204].

[204] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 161.

Un canto popolare, nato probabilmente tra noi, e certo diffuso in tutta Italia, accusa l'imminente arrivo di predoni, che vogliono precipitarsi sul tugurio d'una terra e, tra il ferro ed il fuoco, manometter tutto, portarne via fanciulle e giovanotti da vendere ai mercati d'Algeri. Quel canto è un grido di guerra:

All'armi, all'armi, la campana sona, Li Turchi sunnu junti a la Marina!

E la campana della torre di S. Antonio coi suoi improvvisi, precipitati colpi chiama all'armi: e le donne de' minacciati villaggi fuggono atterrite: e gli uomini corrono a difendere contro i cani infedeli le loro case, i lor figli, i loro santi.

Palermo avea bene i suoi «soldati di marina», che ne custodivano le spiagge dal Pellegrino allo Scoglio di Mustazzola ed anche a Bagheria; ma che potevano essi fare, questi soldati, impotenti come erano a resistere ai pirati che giungevano fino a Mondello, anzi fino al tiro della Lanterna del Molo?

I ricordi dell'ardimentoso Spalacchiata, corsaro trapanese della galeotta del Principe di Furnari contro i Turchi, eran sempre vivi; ma vivi eran del pari quelli delle dieci prede del rinnegato Vito Scardino, trapanese pur esso, che con ferocia inaudita e crescente a danno dei Siciliani corseggiava pei nostri mari. Se il Re ai voti del Parlamento del 1778 concesse a ciascuno dei suoi vassalli dell'Isola di armare legni contro i pirati[205], non ebbe modo d'impedire che due figli del Marchese Lungarini, recandosi in Madrid alla Corte del Re Cattolico come guardie del corpo, cadessero nei lacci degli astuti Algerini, a poche miglia da Majorca.

[205] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 233; v. XXVII, p. 164 e 170-71; anni 1778 e 1781.

Le notizie della vita miseranda alla quale i captivi andavano assoggettati erano commoventi. «Spogliati e lasciati in camicia e con un bastone sugli occhi», essi venivano trascinati schiavi al bagno; poco e muffito pane, il nutrimento: scarsa e malsana l'acqua, pesanti i ceppi ai piedi. Più fortunati, i Lungarini scioglievan vele dalle galere, se le caricavano sulle spalle, le rappezzavano, attendendo a non men bassi servizi. E frattanto, quanti loro compagni di sorte non gemevano in tormenti!...

Il forte di Castellammare, che avrebbe dovuto essere la principale difesa della città, non era nè la principale nè l'ultima. Quando la sera del 17 Maggio 1779 giungeva la fregata francese _Attalanta_ e faceva il consueto saluto, e i nostri artiglieri dovevano restituirlo, due lunghe ore ci vollero perchè si caricassero i cannoni sugli affusti[206].

[206] _Sonnini_, _Voyage_ cit., t. I, c. IV.

Con questa prospettiva non era coraggio che bastasse. Alla più lieve occasione, alla visita di pirati i marinai, i passeggieri, dissennati dalla paura, prendevano il largo o raggiungevano la spiaggia. Il 19 Aprile del 1797 (si noti la data!), V. Emanuele Sergio, Segretario del Presidente del Regno, emanava una circolare a stampa per dire che «le perdite considerevoli dei bastimenti mercantili che cadono in preda dei corsari barbareschi» derivano da questo: «che facendo la maggior parte de' bastimenti nazionali la lor navigazione nel Mediterraneo radendo terra, all'apparire un corsaro barbaresco i rispettivi equipaggi, senza fare la minima resistenza, abbandonano subito il proprio bastimento e corrono a salvarsi in terra. Tali frequenti volontari abbandoni, nell'atto che privano i proprietarj de' loro bastimenti e delle merci di cui sono carichi, aumentano le forze del nemico, che, con il considerevole guadagno che ricava dalla vendita di essi, si alletta vie più alla pirateria; per cui si vede di giorno in giorno crescere il numero dei corsari». E finiva raccomandando che non potendosi resistere, pur salvandosi l'equipaggio, si colasse a fondo o si bruciasse il legno che non si potesse altrimenti salvare.

Il consiglio, dato da un uomo pratico come il Sergio, ad istigazione di un lupo di mare come il Maresciallo e Comandante della R. Marina Forteguerri, mostra la supina incoscienza dello stato vero delle cose. La pirateria era diventata una istituzione internazionale ed un pericolo cotidiano per tutti. Alle prime avvisaglie di movimenti in Napoli, i pirati algerini facevano causa comune coi corsari francesi (1794). Qualche legno inglese andava in corso anch'esso. Nè solo bastimenti in viaggio eran minacciati di cattura! Il porto di Palermo restò alla mercè dell'ultimo ladrone straniero. Un giorno (13 Luglio 1797) una nave inglese voleva dar la caccia ad una nave spagnuola; non potendo riuscirvi, volge la prua verso un veliero palermitano carico di mercanzie e, incredibile! lo cattura innanzi la Lanterna. Senza contrasto, imbaldanzisce; oltrepassa imperterrito il capo del Molo e ruba a man salva quanti più legni può, nel porto, proprio dentro il porto, «divenuto (dice indignato un ottimo prete d'allora) asilo di ladri, ossia, per servirci delle stesse parole [dei cittadini], _portella di mare_»[207].

[207] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., n. 501. -- _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1794, p. 431; a. 1798, pp. 127-28. _Purtedda di mari_, ladronaia.

Così le indisturbate scorrerie di Algerini, Tunisini, Tripoletani nelle nostre spiagge son presto spiegate, e si comprende perchè i _torrari_ non rispondano più come una volta al loro ufficio, ed il Senato si rassegni in silenzio alle sollecitazioni del Vicerè per la provvista della polvere nelle torri[208], ed i cannoni vengano inchiodati, e la gente senza colpo ferire vigliaccamente fugga. Così ancora si spiega la famosa cattura del Principe di Paternò; la quale per la maniera onde fu perpetrata ed ebbe fine, appresta dolorose pagine alla storia della pirateria nell'Isola. Noi non la lasceremo senza una breve notizia, questa cattura; ed il lettore non vorrà rifiutarsi a scorrere con noi questo episodio della nostra vita passata.

[208] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 525.

D. Gian Luigi Moncada, Principe di Paternò, Duca di S. Giovanni, Conte di Caltanissetta, di Adernò, di Cammarata ecc. ecc., partiva da Palermo per Napoli sopra un veliero greco, la notte del 30 Luglio 1797. Nelle vicinanze di Ustica per tradimento del capitano veniva assalito da una galeotta turca e condotto con altri cinquanta passeggieri e sedici sue persone di seguito a cinque miglia da Tunisi.

Il fatto era grave; ma ancora di più per le complicazioni che doveano avvenire dopo.

Giunto a Tunisi, egli credeva di poter comandare come in Sicilia; dovette però persuadersi di essere divenuto un semplice schiavo, e che la sua altezzosità era vana con coloro ai quali era affidato in custodia. Raccoltosi allora in se stesso, cominciò a fare assegnamento sulla interposizione del Re, di cui era Cavaliere di S. Gennaro e Gentiluomo di Camera con chiavi d'oro, e del cognato Principe del Bosco di Belvedere: nè mal si appose. Ferdinando fu sollecito di raccomandarlo al Sultano; questi mandò un suo agente come ambasciatore al Reggente di Tunisi; ed il cognato si mise in moto per la desiderata liberazione. Tutto questo faceva sperare una buona riuscita; ma non bastava senza l'argomento potentissimo del denaro. La preda era grossa, ed il Reggente, o chi per esso, non se la sarebbe giammai lasciata improvvidamente sfuggire di mano. La cattura di un Principe non era fortuna di ogni giorno: e di principi di Paternò, ricchi sfondolati e strapotenti, non vi era che un solo in Sicilia.

Cominciano le trattative pel riscatto. Il Paternò chiede di affrancare sè ed i suoi sedici servitori. Lunghe, difficilissime le pratiche. Il predatore impone, condizione _sine qua non_, e dopo quattro mesi e mezzo di captività il Principe sottoscrive (14 Dic. 1797): il pagamento di 300,000 _pezzi duri_ sonanti, pari ad un milione e cinquecentotrenta mila lire d'oggi. Il pagamento si sarebbe fatto in tre rate eguali a brevi distanze, impegnando il Principe i suoi beni presenti e futuri.

Rimesso in libertà e tornato a Palermo, il Principe a tutto pensò fuori che all'obbligazione contratta: ed è naturale. Egli s'era trovato a viaggiare pei fatti suoi; andava a prestar servizio al Re; una masnada di ladroni avealo proditoriamente assalito e tradotto in catene; condannato contro ogni diritto di natura e delle genti a perpetua schiavitù, avea soscritta, per liberarsi, un'obbligazione quasi superiore alle sue forze presenti: ed ora lo presumevano tanto sciocco da buttar via quella somma ingentissima!

Sdegnato della mancata promessa, il Bey fa sollecitare il moroso, e minaccia rappresaglie. Il Governo tentenna un poco; poi messo al bivio tra i danni conseguenti dall'ira del Bey e quelli del suo fedelissimo suddito e benefattore (bisognerebbe leggere la lettera scritta dal Re al Principe captivo per comprendere il significato di questa parola), anteponendo alla giustizia la ragion di Stato ed il quieto vivere con la Reggenza, ne prende le parti e fa citare in tribunale il Principe amico....

Era seria questa citazione? Al collegio degli avvocati del Principe, eterno litigante, non parve. Un'obbligazione strappata col coltello alla gola non potea, dicevano essi, avere effetto legale; nessun tribunale dover costringere a un patto imposto da una causa ingiusta, per illegittimità di preda; mostruoso il solo pensare a legalità in un atto di così sfrontata pirateria.

Ma Principe ed avvocati facevano i conti senza l'oste: e l'oste, cioè il Reggente, faceva intendere al Governo di Napoli che se esso non gli rendeva giustizia, la giustizia se la sarebbe fatta da sè. Laonde il Governo, tutto sossopra per la paura, con una di quelle risoluzioni che non paiono assolutamente credibili ai dì nostri, commetteva all'Avvocato fiscale del R. Patrimonio di perorare le ragioni del Reggente contro il Principe. Speciose codeste ragioni in bocca al Sovrano: «Attesochè si tratta di articolo che interessa non che il privato, ma il pubblico diritto, l'armonia fra le potenze, la fede delle convenzioni e che per le dichiarazioni fatte dal Bey potrebbero seguirne le più dannose conseguenze per gli Stati e i soldati del Re se non si vedesse amministrata la più rigorosa e la più sollecita giustizia, ha comandato e vuole che l'Avvocato fiscale del Patrimonio assista alla difesa di questa causa e per la pubblica sicurezza che vi è interessata proponga avanti il Magistrato del Commercio tutte quelle ulteriori istanze che fossero opportune per la soddisfazione della comunicata polizza debitoria».

E l'Avvocato fiscale, ossequente e sollecito, assume per tesi della sua requisitoria un bel passo di Cicerone, che suona così: _Si quid singuli temporibus adducti, hosti promiserint, est in ipso fides servanda_[209].

[209] _Cicer._, _De Officiis_, lib. I, c. 13.

La difesa del Reggente trionfa: il Principe è condannato «a soddisfare il debito contenuto nella polizza di cui trattasi»; e la sentenza vien fatta di pubblica ragione[210].

[210] Ecco il titolo di questo documento, che dobbiamo alla gentilezza del cav. Vito Beltrani: _Memoria presentata al Magistrato del Commercio dall'Avv. fisc. del R. Patrimonio March. Di Blasi in sostegno delle istanze del Bey di Tunisi contro il Principe di Paternò_. In Palermo, 1800, nella R. Stamperia. In 4º, pp. 20.

A tanta enormità di giudizio il Principe di Paternò comincia a pensare sul serio ai fatti suoi; ma il Re non gliene dà il tempo, e direttamente gl'intima che depositi nella Tavola (Banco pubblico) di Palermo la somma che è stato condannato a pagare al Bey; e si affretta a darne comunicazione al Senato della città[211]: ed il Principe, per pagare il riscatto e le spese del processo, è costretto a fare dei prestiti dando in ipoteca tutti i suoi feudi[212].

[211] _Provviste del Senato_, a. 1800-1, p. 307.

[212] Il fatto scandaloso fu estesamente narrato dal Villabianca (_Diario_ inedito, a. 1797, pp. 261 e segg.), a cui attinse Em. Pelaez pel suo opuscolo intitolato: _Un episodio di storia siciliana_ (_Archivio stor. sic._, nuova serie, a. XII, pp. 133-50. Pal. 1887). Ne fece, tra gli altri, cenno A. Sansone, _Storia del R. Istituto nautico_ (p. 5. Pal. 1891). Nella Biblioteca privata del Principe di Trabia esiste la copia delle lettere di Ferdinando III al Paternò in cattura, al Sultano, e forse della Regina Carolina alla sua Dama di Corte Principessa di Paternò, allora in Napoli, e, se mal non ricordiamo, incinta.

L'argomento, per la sua importanza nella storia del diritto internazionale, si presta ancora a nuove considerazioni, se non alla scoperta di nuove particolarità.

Cose turche!...

Chiusa la digressione, torniamo ai disgraziati che capitavano nelle zanne dei corsari.