La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 3
[39] _C. S. Sonnini_, _Voyage dans la Haute et Basse Égypte_, t. I, p. 45. A Paris, Chez F. Buisson. An 7 de la République.
Poco discosto, presso la chiesa di S. Giuseppe, s'aggruppavan preti e sagrestani privi d'elemosina di messe e senza occupazione; ed al lato opposto nella Calata dei Musici, la virtuosa canaglia, presso la quale gironzolava questuando qualcuno dei «figliuoli dispersi» del Conservatorio del Buon Pastore, in attesa di rientrare la sera nel pio Istituto[40].
[40] _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli dispersi di questa Capitale_, pp. 9-10. In Palermo, MDCCXLVIII.
Gente di bassa estrazione, facchini, lettighieri, si sarebbero cercati invano qui. Gli uni stavano alla _posta di li vastasi_, nella via dei Chiavettieri, presso la Vicaria, dove a quando a quando gridavano: _Cu' mi chiama, cà sedu!_ i seggettieri, -- portantini di sedie volanti -- nelle loro vie dell'Albergaria (Lomonaco-Ciaccio) e del Monte di Pietà, e i _cancelli_, vetturali da soma[41], nei dintorni della chiesa di S. Maruzza, che da essi prende il nome, nella piazzetta di S. Cosimo[42].
[41] _Canceddi_ erano appunto i guidatori di bestie da soma, così detti dallo arnese a guisa di forbici che stava levato sul basto, e che chiamavasi appunto _canceddu_.
[42] _Atti del Senato_, a. 1790-91, p. 132.
Mastro Bernardo Rusciglione, dalla sua classica panca vendeva nelle Quattro Cantoniere acqua diaccia di estate, acquavite, centerbe, _mmiscu_ d'inverno. E d'inverno, appunto, col piano della pavimentazione delle vie, le piogge correvan giù impetuose al mare, e le Quattro Cantoniere diventavano un lago, a traversare il quale, non bastando i passaggi tenuti dal Senato[43], chi non era un disgraziato, si lasciava caricare a spalla da uno dei tanti marangoni che per un grano a persona facevan da S. Cristoforo.
[43] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 270 e 274.
Qualche viaggiatore, venuto a svernare tra noi, pensò di far sapere a chi non se l'era mai sognato, che Palermo era una città divisa da un fiume ed unita da ponti. Il fiume sarebbe stato l'Oreto; i ponti, a vedere, i pezzi di legno di passaggio, dei quali era incaricato il famoso mastro Agostino Tumminello!
Se volessimo per un momento andare oltre, dovremmo sguisciare tra la folla che assiepa la strada. Tanta gente parve ad un inglese maggiore di alcune vie popolate di Londra[44].
[44] _J. Galt_, _Voyages and Travels_ ecc. _containing Observations on Gibraltar, Sardinia, Sicily, Malta_ ecc. Second Edition, p. 20. London, T. Cadell a. W. Davies, 1813.
Più sotto incontreremmo «uno stuolo di mercatanti seguiti da una turba più folta di piccioli rivenduglioli, o rigattieri, e traffichieri minori di basse merci di comodo e di vantaggio alla povera gente». Troveremmo sarti e calzolai lavorare all'aria aperta, proprio nel Cassaro, e in tanto numero, da sorpassare ogni immaginazione; e, sparsi per terra, libri usati e, in varie fogge distesa, roba vecchia[45]; e resteremmo confusi alla ressa di altri venditori, i quali con panchette, attaccapanni, tavole, sporte, paniere, canestre prendon posto sulle sponde (marciapiedi); e qui, presso la Piazza, nelle quattro vie che in essa convergono, più che mai all'apparato di stoffe e di abiti che impedisce la vista, ed alle seggette (portantine) che barricano dappertutto, alla moltitudine di uomini, ai quali solo da pochi anni, per la riforma delle maestranze, è stata fatta libertà di gridar la roba che spacciano, libertà non prima concessa[46].
[45] _C. Santacolomba_, _L'Educazione della Gioventù civile proposta ai Figliuoli del R. Conservatojo del Buon Pastore_, p. 374. In Palermo, MDCCLXXV.
[46] Che cosa sia questa, ce lo dice il Santacolomba (p. 372): «Gente civile che assiste al foro, agli scagni, alle officine di computo, ai pubblici e privati archivj, alle dogane, ai rogiti di notaj, ed a simili occupazioni».
Sprigionatici appena, potremmo a destra e a sinistra guardare i grandi palazzi, ai cui pianterreni son pannerie, botteghe, caffè, con entrate inegualmente divise da basse colonne sostenenti l'architrave e sópravi certi quartierini che sembrano gabbie da uccelli e sono abitazioni dei pigionanti delle botteghe medesime. Non uno spaccio di grasce, non uno di annona, non un'osteria od altro che non offra carattere di pulitezza. Antiche, inviolate ordinazioni del Senato non ne consentono uno nei due corsi[47].
[47] Nelle _Provviste del Senato_ del 1778-80, p. 521, è un ricorso del Console e dei consiglieri d'una maestranza della città contro le persone che vanno _bandiando_ (gridando per le strade) roba.
Sopra le botteghe grandeggiano abitazioni di persone di foro e di toga, di gente arrendata e di gente di penna[48]; nei «quarti (quartieri) nobili», alti impiegati e magistrati del vecchio stampo, pei quali abituale è lo spandere più del pingue stipendio, gaudenti dell'oggi, non preoccupati del domani delle loro festaiole famiglie. Agli ultimi piani, sotto i tetti, son le logge coperte dei monasteri, dove in ogni spettacolo profano, in ogni grande solennità religiosa fiammeggiano occhi irrequieti, sui quali più oltre senza secondi fini alzeremo freddamente i nostri.
[48] _Provviste del Senato_, a. 1782-83.
In altre vie, di secondo, di terz'ordine, stanno di casa e di bottega artigiani; dalla specialità dei loro mestieri prendono nome le vie: Materassai, Sediari, Formari, Pianellari, Spadari, Cintorinai, Tornieri, Gallinai. A brevi distanze singolare è il contrasto di vita e di movimento. Silenziosi i vicoli dei Calzonai, dei Frangiai e dei Mezzani, che pur danno sul Cassaro; stridenti quelli degli Schioppettieri, dei Chiavettieri (magnani), e dei Cassari, che intronano le orecchie.
L'ab. Meli raccomanda, rimedio infallibile alla sonnolenza, lo star di casa ai Calderai, che è, secondo Galt, «il sito forse più tumultuoso di tutta Europa», dove si ammassano «considerevoli blocchi di stagno per la manifattura di lampade, forchette e di altri utensili da tavola e da cucina»[49]. Nel medesimo rione (e deve esser la Kalsa) egli vede pure una strada tutta di ricamatrici: ed il ricamo è su mussolino di Caltanissetta, città produttrice di buona tela, come Palermo lo è di nastri di ogni dimensione e colore per le centinaia di piccoli telai che vi stanno in continuo moto.
[49] _Galt_, _op. cit._, p. 20.
Sconfortante peraltro è il pensare che molto, moltissimo venga manifatturato all'estero su materie prime qui prodotte e da qui partite. Un uomo d'ingegno fa osservare (1793) che l'olio siciliano è di gran lunga inferiore al medesimo olio che, mandato fuori, ritorna depurato, meno verde e più squisito; ed aggiunge: essere di pelle siciliana i cappelli provenienti dall'estero, di potassa nostra i cristalli, di canape nostra le funi, di lana nostra i panni, di seta nostra molte stoffe[50]. Carte di archivî privati in Palermo confermano la osservazione; se mai di conferma fosse bisogno.
[50] _J. H. Bartels_, _op. cit._, III, pp. 827-28.
E sì che questo è il paese nel quale il cav. de Mayer di Vienna trovò della gente che sa fare un'ascia con una sega!...
Andiamo avanti: piazza di Bologni!
La statua di Carlo V pare la figura d'un cieco che s'appoggi al suo bastoncello ed allunghi la mano andando tentoni. Ai suoi piedi cresce dell'erba, ed alla base fan brevi apparizioni pasquinate che tutti vedono e nessuno sa chi le attacchi: nè i servitori del Principe di Belmonte che vi stanno di faccia (Palazzo Riso), nè i frati del Carminello (Tribunale militare), nè i corrieri del Principe di Villafranca, che vi stanno allato.
Nell'andar su verso porta Nuova copriamoci gli occhi per non veder la Cattedrale. Dal 1780 l'ingegnere Fuga vi perpetra restauri, che sono complete trasformazioni. C'era presso i campanili, dal lato orientale, una torre, ed egli l'ha convertita in cupolone quasi quanto quello di S. Giuliano; c'erano, qui sulla piazza meridionale, tre ordini di merli e di finestre, e li ha caricati di tredici cupole e cupolette per altrettante cappelle edificate distruggendo i muri laterali lungo le due navate laterali, e pel necessario sfondo alle cappelle guadagnando terreno a mezzogiorno ed a settentrione. Le statue gaginesche del coro le ha piantate innanzi queste cupole, e, sopravvanzandogliene, le ha messe a fianco delle incoronazioni di Vittorio Amedeo e di Carlo III, sotto il portico! C'era.... c'era tutto un tesoro d'arte siculo-normanna e non ha avuto ritegno di sfigurarlo, disperdendone le parti più belle!
E per tanto scempio, prima non permesso, poi voluto dalla Corte di Napoli, si sono spesi centomila scudi, ed altrettanti se ne ritengono ancora necessarî alla interna decorazione, nella quale neppure un arco venerando sarà rispettato! E già si parla dell'opera con immenso vantaggio, e si gongola al pensiero che per la festa del _Corpus Domini_ del nuovo secolo (4 Giugno 1801) il ringiovanito, rifatto tempio verrà riaperto al culto dei fedeli![51].
[51] Su questo doloroso argomento potrà leggersi la recente _Monografia sulla Cattedrale di Palermo_ di Mons. _S. Di Bartolo_. Palermo, 1903.
Stringiamoci al monastero dei Sett'Angeli, e, senza guardare al vandalismo dell'abside e del lato settentrionale del sacro luogo, rasentiamo la chiesa della Incoronata, che vide giurare rispetto a diritti siciliani sovente conculcati. Pietro d'Aragona, al domani del Vespro, vi prese la corona. Alla porta del Palazzo arcivescovile sta sempre attaccata un'elsa che ricorda quella con la quale Matteo Bonello avrebbe squarciato il petto di Maione, triste ministro di più triste sovrano (Guglielmo I).
E siamo già nella maggiore piazza della città, in faccia al più grande edificio: il palazzo vicereale.
Anche dopo la scomparsa delle sue primitive torri, esso fu fortezza custodita sempre da alabardieri, quando spagnuoli, quando tedeschi, quando svizzeri, e munita di cannoni dominanti da solidi terrapieni la città. Ogni parte di esso è un monumento, ogni monumento una pagina di dolore, di fremiti, di dolcezze.
Considerazioni diverse, liete e tristi, suscita la sala ove lo svevo Federico II accoglieva il fiore dei dicitori in rima, e, contrasto lacrimevole, le laterali carceri della torre _ioaria_ o _rossa_, ove per ordine di lui venivan fatte morire d'inedia donne d'alto legnaggio, ree d'esser mogli di baroni, veri e presunti ribelli[52]. Il Vicerè march. de Vigliena per tutto suo piacere ruppe l'antica armonia dell'edificio. Al domani della rivolta del D'Alesi, il card. Trivulzio, malevolo verso il popolo, irriverente verso la chiesa, la fortificò di due baluardi (1649) distruggendo il tempio della Pinta fondato da Belisario, capitano di Giustiniano Imperatore: tempio rimasto celebre per l'_atto_ che da esso prese nome. Quella che è ora scuderia (risibile fortuna delle umane cose!) fu aula dei Parlamenti della nazione: ed un affresco, che riproduce l'apertura solenne di uno di essi, sta di fronte ad un altro: che è tutta la messa in iscena di un auto-da-fè. Sulla volta della nuova sala dei Parlamenti, nei piani superiori, il principe di Caramanico fece dipingere la Maestà regia, protettrice delle scienze e delle arti (1787). S. M. però la volle più tardi cancellata per farvi dipingere dal Velasquez le forze di Ercole, delle quali, non più giovane, Ferdinando III si sarà compiaciuto più che dell'arcadia allegoria.
[52] _T. Fazello_, _De rebus siculis, Decades duae_. Dec. II, lib. VIII, ed altri autori citati da _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racconti pop. sic._, v. IV, n. CCXCV. Palermo, 1875.
Vicerè e Presidenti del Regno vi ricevettero baciamani di patrizî ed inchini di dame, piati di litiganti e suppliche di rei, voci di plauso ed urli di sdegno; e tra sorrisi e lacrime, tra carezze e minacce, tra condanne e grazie passarono non pure il decretato triennio, ma anche la conferma di altri triennî, invocata al monarca dai tre Bracci parlamentari che sovente li detestarono.
Vediamone qualcuno di questi potenti, che fecero tremare mezza Sicilia, ma che pur tremarono la parte loro al ruggito di una sommossa. Li troveremo dipinti nell'anticamera dei vicereali appartamenti, ritti, imponenti come per dirti: -- Guarda chi siamo! --
Ecco la mingherlina figura di D. Giovanni Fogliani de Aragona, Marchese di Pellegrino (che però non è il nostro diletto monte!). Chi gli avrebbe mai detto che in un momento d'inconcepibile tumultuazione delle maestranze sarebbe stato mandato via? egli così affezionato al paese, egli che ne cercò, come meglio seppe, il pubblico bene, che ne sostenne con larghe limosine i poveri, ne protesse in ogni maniera la sicurezza! Oh andate ad aspettarvi la gratitudine dei popoli! Che bel parruccone questo suo! Dal 1770 in poi non se ne vide uno più prolisso; come non si vide viceregno più lungo del suo; la bellezza di quasi diciott'anni! Il suo naso potrebbe far credere ad un avido succhiatore di sangue; ma le sue opere furono di uomo bonario quasi altrettanto che il Principe di Caramanico, col quale ebbe parecchi punti di somiglianza. Perchè, entrambi ebbero un gran debole per le feste e la nobiltà; entrambi amarono il sapere e ne protessero generosamente i cultori; e come il Fogliani non se ne sarebbe andato senza la frenesia popolare, così questo vi sarebbe forse rimasto con la fiducia del Sovrano, se la morte non lo avesse colto all'improvviso.
Ecco Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, magro, diritto, dal corto parrucchino e dal bastone.... coi fiocchi. Come splende l'anello che porta al mignolo! Si direbbe che egli se ne tenga quanto della discendenza dal Vicerè suo omonimo, quanto delle carezze che riceve dai titolati e che ai titolati largamente profonde, quanto delle ordinanze che emanò a favore dell'annona e contro la forza operaia nei baluardi. Dicono avesse velleità poetiche; ma il ritratto non lo accusa: e nessuno sognò mai che partendo malaticcio da Palermo potesse perpetrare versi di amore, come quelli per _La partenza da Clori_, trovati autografi nel suo scrittoio:
Sorge l'infausta aurora, Deggio partir, ben mio. Ti lascio in questo addio Un pegno di mia fè.... Ma già il nocchier s'affretta Le vele a sciorre al vento. Ecco il fatal momento. Mi sento ohimè mancar!
Il Principe che si sdilinquiva per la poetica Clori, era marito, padre e nonno!...
Ecco D. Domenico Caracciolo, Marchese di Villamajna. Disimpacciato dal vicereale paludamento, tende in avanti la mano in atto imperioso: espressione della sua indole autoritaria in lineamenti comunali, che mal rivelano la irrequietezza del suo pensiero. Quell'atto compendia la storia di un governo: cinque anni di scatti e di calme, di vittorie e di sconfitte, di esaltamenti e di depressioni: lotte continue tra un carattere non pieghevole a transazioni e la necessità di ripieghi, che furono scomposta rassegnazione e dovettero parere indifferenza.
Che vita di agitazione quella sua! Che rumore di discussioni attorno alla sua condotta! Ogni ordine di cittadini ebbe parole violente all'indirizzo di quest'uomo, che affettò il più profondo disprezzo della pubblica opinione. Gli artigiani fremettero d'aver avuto tolto lo spadino dal fianco e di essere stati diminuiti nelle antiche loro rappresentanze; i civili, impermaliti delle restrizioni al libero esercizio delle loro professioni, lo misero alla gogna; i nobili, in odio ai quali egli, cadetto, ma portatore di titoli nobiliari, ridusse loro gli sconfinati privilegi, lo detestarono del pari che gli ecclesiastici, altri bollandolo come paglietta napoletano, altri additandolo novello Argante,
D'ogni Dio sprezzator, e che ripone Ne _lo scettro_ sua legge e sua ragione.
E in questa sala, ov'egli protende il dito altezzoso, si ripercuote ancora la sua voce altisonante: e la storia non tace il po' di bene che egli fece in mezzo al molto che non gli fu consentito di fare: ma non dimentica che agli occhi di chi lo conobbe appena tornato in Napoli l'antico ateo diventava ligio alla Corte Romana ed a quel pontefice che egli avea chiamato il gran muftì, e che l'uomo gaio appariva un buffone[53].
[53] _Gorani_, _op. cit._, t. I, pp. 165-67. Altri giudizi da leggere sul Caracciolo sono in _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v. XXVII, pp. 317-22; v. XXVIII, pp. 46-48. -- _V. Mortillaro_, _Leggende storiche siciliane dal XIII al XIX secolo_, seconda ediz., pp. 174-76, 182-83. Palermo, Pensante, 1866. -- _La Lumia_, _Un Riformatore_, in _Studi_, v. IV, p. 614. Pal. 1883. -- _G. Bianco_, _La Sicilia durante l'occupazione inglese_, pp. 6-8 e nota 1. Palermo, 1902.
Ecco il piacevole D. Francesco D'Aquino, Principe di Caramanico, il quale tra il plauso dei letterati e gli ossequî dei patrizî sbarcò nove lunarî fino ai primi giorni del 1795. Ha cinquantasei anni, e ne mostra dieci di più, non ostante il suo viso rubicondo. Ha naso adunco, ma non fu un vampiro; fa un gesto di comando, ma solo per posa accademica: e pare non dimentichi le grazie sconfinate di Maria Carolina che lo levarono alla non prima sognata grandezza di Vicerè.
Tanta grandezza non può non destare un senso di profonda mestizia. Le ceneri del Caramanico giacciono inonorate, neglette nella chiesa dei Cappuccini, coperte da un semplice mattone. Tra' nobili i quali, appena morto, offrirono di ospitarne la salma nelle loro superbe sepolture, e la famiglia in Napoli, che si riserbava di richiamarla nella propria, si interpose la negligenza, lo abbandono, l'oblio!
In mezzo all'uno e all'altro di questi Vicerè superbiscono Presidenti e Capitani Generali del Regno, Vicerè provvisorî con facoltà quasi vicereali: il giovialone D. Egidio Pietrasanta, Principe di S. Pietro, Tenente Generale dell'esercito per la prima assenza del Fogliani (1768); D. Serafino Filangeri dei Principi di Arianello, benedettino cassinese napoletano (1773 e 30 Giugno 1774), solenne nel costume di prelato, modesto in quello di Presidente, involontariamente altero nella mossa della destra a guisa del Carlo V della piazza Bologni; e D. Antonio Cortada e Brù (1778), D. Gioacchino de Fons de Viela (1786) e D. Filippo Lopez y Royo, che pare smentisca il severo giudizio dell'ab. Cannella[54].
[54] Vedi in questo vol. la lettera di lui.
Da poco nell'antica torre di S. Ninfa, dallo Osservatorio Astronomico si leva gigante alla contemplazione del cielo l'ab. Piazzi, che presto darà al mondo scientifico la scoperta della Cerere e la numerazione delle stelle. «Un re eresse la torre, un altro la destinò a più nobile uso»: così dice una iscrizione latina sulla porta della Specola, alludendo a Ruggiero il Normanno ed a Ferdinando III Borbone.
Dalla terrazza di quest'Osservatorio girando attorno lo sguardo, lo spirito si sublima in una veduta che non ha confronti. La riviera compresa tra il Capo Zafferano e l'Arenella si stringe ai lambiti del mare di cobalto, carezzante la città bella. Palermo è tutta dentro le sue vecchie mura. Logge, cupole, campanili, si contano ad uno ad uno: e chiese, monasteri, conventi, palazzi, istituti si discernono in mezzo alle torri di Rossel (Albergaria), di Terranova, di Pietratagliata (Loggia), di Vanni, di Chirco, di Rombao, della Pietà, di Cattolica, alla Kalsa, il turrito tra' quartieri.
Le seduzioni politiche dei Vicerè, favorite dalla debolezza del Senato, tolsero ai baluardi i cannoni, resi, peraltro, inutili alla difesa, nocivi alle circostanti case. Quei cannoni furono imbarcati per Napoli; ma lunghesso la costiera altri ne rimasero (una sessantina circa), all'Acqua dei Corsari, al Sacramento, a S. Erasmo, alla Garita, alla Lanterna del Molo, all'Arenella ed altri ancora al forte del Castello, che però il sospettoso Governo tiene con le bocche parte sul mare, parte sugli inermi cittadini.
Siamo di primavera, e tutta verdeggia la Conca.
Nelle campagne che a vista d'occhio vanno a perdersi a pie' dei monti Gallo, Belampo, Billiemi, Caputo, Cuccio, Grifone, Gerbino, Gibilrossa, Solunto, lussureggiano viti ed aranci, olivi e mandorli, agavi ed opunzie.
L'aspetto di questi monti è d'un colore indefinibile tra l'azzurrognolo ed il rossastro se nudi; e se coperti di alberi, disseminato di macchie folte, irregolari, come capricciose, finchè lo comportino le immani rocce e le piccole balze, dove cadenti in bruschi ciglioni a picco, dove correnti in dolci linee di curve, di rialzi, di frastagliature, di punte, lisce, dentellate, taglienti, non tentate mai dalla mano dell'uomo.
A sinistra, sotto il crine meridionale del Pellegrino, a cavaliere della collina declinante verso l'Acqua santa, sorgerà tra non guari la villa Belmonte, ed al lato occidentale la Favorita, che dei rimpianti ozii di Capodimonte e di Caserta compenserà l'esule Ferdinando. Anche lontane, anche poco visibili, son sempre maestose laggiù le cospicue ville, anzi i grandi palazzi di Niscemi-Valguarnera, di Cassaro, di Montalbo, di Castelnuovo. Ai cipressi del finto eremo, alla chiesetta che questo fiancheggia, l'occhio distingue la villa Resuttano dalla villa Moncada, maravigliosa per verzieri, boschetti, labirinti, fontane, peschiere, statue e viali coperti; la villa Pandolfina dalla Airoldi, il cui padrone, custode della Legge, ha potuto in onta ad essa occupare un terreno.... pubblico.
Ed altre ed altre ancora son le ville della fatata pianura, e tutte, più o meno, si legano senza unirsi, si affiancano senza confondersi, in una gara di opulenza e di grandiosità, di fastigio e di spensieratezza. Il Conservatorio delle Croci, avanzo di una di queste ville (Cifuentes), non è più l'officiale albergo di nuovi Vicerè alla vigilia del loro solenne ingresso nella Capitale; ma Ospizio pietoso di povere orfane.
Dietro a noi, lassù, è il divin tempio in Monreale; e a destra della via che ad esso conduce, la Zisa, «il più bel possesso del più splendido dei re del mondo», secondo la iscrizione araba del coronamento della facciata dell'edifizio, che Guglielmo I incominciò ed il figlio «a tutta sua cura volle serbare».
Ma da questa terrazza non tutto ci è dato vedere; saliamo più in alto, torno torno alla Specola.
La Cuba, che a sinistra fronteggia quella via, è malinconica superstite degli ameni giardini, pei quali potè esser chiamata: «Paradiso della terra». Non più con imperiale pompa Arrigo VI vi riceve i commissarî della Repubblica di Genova, venuti a ricordargli le pattuite concessioni; non più, novellando il Boccaccio, Federico l'Aragonese vi tiene la vaghissima Restituta, dai marinai siciliani rapita in Ischia. Alla orientale immagine dell'Arabo Ibn Gubayr, valentino, intorno i manieri della Cuba e della Zisa sopravvive la gentile leggenda popolare, creduta anche dal Fazello, che Cuba e Zisa siano nomi di due figliuole d'un emiro di Sicilia; e la Cuba è dal seicento quartiere dei militari, i quali vi compiono l'opera devastatrice del tempo, e la Zisa, più fortunata, accoglie i Principi Sandoval[55].
[55] Vedi Lettera del Barone Raffaele Starrabba sulla storia amministrativa della Cuba, nella 3ª _Relazione della Associazione sicil. pel bene economico_, pp. 59-66. Pal. 1903.