La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 2

Chapter 23,639 wordsPublic domain

Gli è che tutto un avanzo increscioso di abusi e di miserie gravava sulla società. La forma del reggimento interno, rimettendo al Parlamento la spartizione delle imposte, non tutelava abbastanza l'infima classe da aggravî talvolta superiori alle sue forze. Se nobili e civili ne aveano il modo, la povera gente non poteva sopportare pesi, i quali, come quelli de' Baroni alle loro terre, incombevano alle città; dove, come dappertutto, pel comun difetto di agricoltura, di sicurezza, di commercio, di comunicazioni, di pubblica igiene, miserrime eran le condizioni, rese anche intollerabili dalla mancanza di un codice, dalla cattiva amministrazione della giustizia, non sempre controllata nè sempre controllabile da un magistrato esaminatore della condotta dei ministri del Regno[21].

[21] _Bartels_, _Briefe über Kalabrien und Sicilien_, III. Bd., 824-26; II. Bd., 220. Göttingen, Dietrich, 1789 e 1792.

Oh come avea ragione quel patriotto siciliano che nel 1790 diceva a J. H. Bartels: «Il suddito dell'Isola è tutt'altro che lieto. Se egli alza per un istante il capo, un singhiozzo gli si sprigiona dall'animo!»[22].

[22] _Briefe_ ecc., III, 832.

_Capitolo II._

_SU E GIÙ PER PALERMO._

Palermo era tutta circondata da bastioni e, ad ineguali distanze, da porte. Gli uni e le altre, come alcune piazze e vie principali, portavano e portano ancora nomi di Vicerè, che, poche eccezioni fatte, non vi spesero mai un quattrino del proprio.

Porta e via Macqueda, porta d'Ossuna, porta di Castro, porta Montalto, porta Colonna, strada Toledo, strada Colonna (Marina), piazza Caracciolo, e poi il bastione Vega, il bastione Gonzaga, il bastione Montalto, la via Albuquerque son testimoni di questa piacenteria o servilità, nella quale, _spinte_ o _sponte_, il Senato toglieva a sè ed ai suoi concittadini il vanto di un'opera edilizia od estetica.

Anche le vice-regine vi aveano la parte loro: e porta Felice e la Villa Giulia ricordano la prudente Felicia Orsini e la pompeggiante Giulia di Avalos, mogli dei due Marcantonio Colonna: il primo del secolo XVI, il secondo del XVIII.

La gente però, non guardando a certi battesimi officiali, consacrava, salvo rari casi, quelli da essa originariamente creati per circostanze di tempo e di luogo. Laonde la via Macqueda diceva e dice _Strada nuova_, quasi per distinguerla dalla vecchia, che per antonomasia è sempre il _Cassaro_; piazza Vigliena, _le Quattro Cantoniere_; piazza Caracciolo, il _Garraffello_; la strada Colonna, _Marina_; la Villa Giulia, _Flora_; la via Albuquerque, strada _Cappuccini_ ecc. Un giorno del 1822 il viaggiatore tedesco Tommasini, montando sopra una carrozzella, ordinava al cocchiere che lo conducesse a via Toledo, ed il cocchiere, senza tanti complimenti gli rispondeva: _Niente via Toledo; niente via Toledo; si chiama Cassaro._

Come allora così anche adesso la città chiusa era divisa in quattro rioni o _quartieri_: Albergaria, Siralcadi (Monte Pietà), Kalsa (Tribunali), Loggia (Castellammare), il più piccolo tra' quattro rioni. Con uno sforzo di fantasia archeologica questi si volevano considerare come altrettante città, divise dal Cassaro e dalla Strada nuova ed abbracciantisi in naturale amplesso alle Quattro Cantoniere, dette _di Palermo_ per distinguersi da quelle _di campagna_, ribattezzate or non è guari, al chiudersi dell'ottocento, piazza Regalmici per quell'Antonino Talamanca-La Grua, marchese di Regalmici, che ne fu l'ardito autore, e che ora si presta a certi bisticci della cittadinanza palermitana, contrariata dal recente titolo sostituito al primitivo.

Questo Pretore (giacchè il Talamanca-La Grua fu uno dei più rinomati Pretori di Palermo), agitato dal desiderio incessante di nobilitare la città, non si dava riposo: ed ora con un disegno, ora con un altro, ordinava il lastricamento della Strada nuova, dal palazzo Castelluzzo in sopra; ed il prolungamento della via fuori la porta Macqueda fino al Firriato di Villafranca (cominciamento di via Libertà). Forte del sostegno del Vicerè, moltiplicava la sua energia: e in un giorno faceva man bassa sopra tutto un giardino e sopra una casa, costringendo le monache delle Stimmate a rifare sul modello di porta Felice porta Macqueda, fino allora piccola quanto S. Agata; abbatteva le principali tettoie (_pinnati_) delle botteghe, le quali toglievano ai cittadini agio di passare ed a chi vi entrava, aria e luce; accorciava i banchi sporgenti dagli usci dei venditori; costruiva selciati dove non ve ne fossero, ne ricostruiva, anche a spese dei privati, dove fossero già sciupati.

Non basta: tracciava la via oggi detta Stabile, e fino al 1860 _Ciccu di Palermu_, e lasciando ai Quattro Canti da lui formati due lapidi ed otto sedili ora scomparsi, si spingeva, rasentando a sinistra il Firriato di Villafranca (Giardino Inglese, o via della Libertà), verso la via del Mulino a vento. Ed intanto che un terreno montuoso e selvatico convertiva nella deliziosa Villa Giulia, livellava piazze, sventrava cortili, collocava fontane, ricorrendo, ove incontrasse resistenza, alla mano militare.

Il Senato, per forza di passività, lasciava fare, e forse mentre approvava davanti il Regalmici, mormorava dietro a lui per tante e così grosse spese, alle quali non rispondevano le entrate. I contribuenti, d'altro lato, stanchi delle gravezze ogni dì crescenti, una mattina facevan trovare alla porta maggiore del Palazzo Pretorio (Municipio) questo cartello:

Nun cchiù Villa, 'un cchiù funtani: Ma bon vinu, carni e pani.

Dicono che ogni rione avesse uno stemma suo: l'Albergaria, un serpente verde in campo d'oro; Siralcadi, Ercole sbranante un leone; la Loggia, l'arme di Casa d'Austria; la Kalsa, una rosa. Chi voglia sincerarsene, vada alla microscopica piazzetta del Garraffo all'Argenteria vecchia, e li troverà scolpiti in marmo, sotto la trisecolare statua del Genio di Palermo, dei tempi di quel Vicerè Caetani, Duca di Sermoneta, che fu soprannominato: _Duca di far moneta_ (1663-1667).

Vero o no questo affare delle quattro cittadine stemmate, certa cosa è che ogni rione avea una santa patrona propria: l'Albergaria, S. Cristina; Siralcadi, S. Oliva; la Loggia, S. Ninfa; la Kalsa, S. Agata. La vergine Rosalia, santa sopra le sante palermitane, troneggiava su tutti i rioni. Ora nel dubbio, che la notizia possa o non comprendersi, o dimenticarsi, è bene guardare le Quattro Cantoniere, la fantastica «Piazza del Sole» dei nostri iperbolici scrittori antichi, e si vedrà che la santa torreggiante dall'alto dei quattro lati è la protettrice del quartiere; sotto di lei, è un re di Spagna; sotto il re di Spagna, una delle quattro stagioni: le beate del cielo, i beati della terra (allora sì che potevano dirsi tali i re: e Carlo V si compiaceva che il sole non tramontasse mai nei suoi Stati), i simboli delle quattro parti dell'anno.

Sia che si voglia, i rioni differivano tra loro per indole, costumi, occupazioni, pronunzia. Anche oggi la vita e la parlata dei Kalsitani è un po' differente dalla vita e dalla parlata dei Brigarioti e dei Sampietrani. Per siffatti caratteri, che formavano un distacco tra palermitani e palermitani, nel secolo XV gli abitanti di un quartiere erano in relazioni niente cordiali, anzi assolutamente odiose, con gli abitanti di un altro; ed il Senato nel 1448 otteneva da Alfonso de' capitoli contro gl'ingrati disordini giornalieri[23].

[23] _De Vio_, _Privilegia urbis Panormi_, a. 1448, p. 308, n. 2. Panormi, MDCCVI. -- _G. Alessi_, _Notizie della Sicilia_, n. 75. Ms. Qq. H, 44 della Bibl. Comunale di Palermo.

Nel Gennaio del 1776 si fu a un pelo d'incorrere in un grosso guaio per una sassaiuola che dovea impegnarsi tra monelli di mestieri diversi[24].

[24] Vedi il cap. _Maestranze_.

Una distinzione tra' nativi di questi quartieri non è così facile come la divisione della città nei quartieri medesimi. V'hanno caratteri etnici comuni a tutti e quattro, e ve ne hanno di particolari, che pure qua e là si vennero intrudendo e confondendo, e che ora a somma fatica potrebbero sceverarsi. I Kalsitani, per esempio, se uomini, son pescatori; se donne, ricamatrici; e quando all'una ed all'altra occupazione non son più adatti, i vecchi rammendano reti, che servono pei loro figli; le vecchie fanno funicella di cerfuglione[25]: gente, dal più al meno, tranquilla, che solo due volte ha fatto parlare di sè: nel 1647, durante la sollevazione del Masaniello di Palermo, Giuseppe D'Alesi, e nel 1770, quando le donne kalsitane, messe con le spalle al muro dal Senato, che voleva costringerle ad una tassa sulle aperture delle case, si adunarono furenti sulle Mura delle Cattive, e con grida da spiritate e manate di fango dimostrarono contro il Pretore Duca di Cannizzaro, andato per la solita sua passeggiata alla Marina.

[25] _Maria Pitrè_, _La Kalsa e i Kalsitani in Palermo_. Palermo, 1903.

Specie di colonia di pescatori della Kalsa era la frazione di S. Pietro nel rione della Loggia, che poi con quella venne a poco a poco formandone un'altra, parte di pescatori, parte di marinai, nel Borgo, dove i Lombardi, per ragioni di commercio, facevano vita propria.

Ma dalla Kalsa propriamente detta alla Corte Pretoria (Municipio) ed a porta di Vicari (S. Antonino) quant'altra gente, diversa per indole e per occupazioni!

Lattarini coi suoi fondaci aperti a tutti i mulattieri dell'Isola bastava sola per richiamare a costumi del tutto medievali ed al ceto meno colto, anzi addirittura incolto, dei comuni anche prossimi a Palermo.

La gente dell'Albergaria anche oggi ha la non buona riputazione di litigiosa: e _brigariotu_ vale persona che non tenga peli in bocca, che non si faccia passare mosca al naso, che non rifugga dallo attaccar briga per un nonnulla: il rovescio della medaglia delle persone della Kalsa. Un po' lontanamente nelle inclinazioni medesime tenevan dietro alle persone dell'Albergaria, quelle del Capo nel quartiere di Siralcadi.

Siamo alla Kalsa e vogliamo percorrerla un tratto.

Nelle vie dell'Alloro e di Lungarini, a pochi passi dai tuguri della povera e rassegnata gentarella che vi si addensa, sono palazzi dalle ampie ma semi-buie corti, dai riposati scaloni, dalle luccicanti sale, ove i Marchesi Abbate, della Sambuca, di S. Gabriele, di Bonagia, lussureggiano di magnificenze. I credenzieri vi hanno le loro case, la loro chiesa i cocchieri, che nella processione del Venerdì Santo affermano la loro prestanza fisica e la aristocratica dei loro padroni nelle dorate livree e nelle bianche parrucche.

Ecco il monastero della Pietà, già palazzo Abbatellis, dalla strana, unica sua porta d'ingresso (sec. XV); ove pietose monachelle ogni anno, al domani di Pasqua, non tralasciano di recitare in suffragio degli Angioini freddati nel Vespro Siciliano l'uffizio dei defunti.

Imboccando la strada Butera, il palazzo di questo nome, ultimamente ingrandito con lo spazio del demolito baluardo del Tuono[26], e che si ingrandirà ancora dell'altro (1798) verso porta Felice, accoglie con isplendore reale ed ospitalità tutta siciliana sovrani e principi, ambasciatori e ministri. La via è come ostruita dalla parrocchia di S. Niccolò Anita la Kalsa, la quale ad oriente guarda porta Felice, ed a tramontana l'ospedale di San Bartolomeo. Fissiamolo bene questo cimelio d'arte innanzi che il tempo lo spazzi.

[26] 3 Marzo 1768. «La casena, ossia baloardetto di Porta Felice, a lato la strada Colonna (Marina, Foro Italico) fu concessa dal Senato ad Ignazio Lanza-Stella, Duca di Camastra, figlio del Pretore Principe della Trabia». _Villabianca_, _Diario della città di Palermo_, in _Biblioteca storica e letteraria di Sicilia_, di G. Di Marzo, v. XIX, p. 88. Palermo, L. Pedone Lauriel.

L'architettura medievale dell'Isola v'impresse la delicatezza delle sue linee. La finestra sulla porta d'entrata gareggia con quella di S. Agostino. Il campanile ha sagome che ricordano quelle della Cattedrale coi loro archi dolcemente acuti e le ogivali di purezza inappuntabile.

Guai se il cav. Fuga vi mettesse gli occhi!

Tutte le cure del Senato nel chiamarvi i più eletti parroci, nel mantenervi il culto più attivo[27], non impedirebbero ch'egli vi ripetesse, come _in corpore vili_, l'opera devastatrice del maggior tempio della Capitale[28].

[27] Il Senato si occupava con manifesta predilezione della casa del Parroco, della rifusione delle maggiori campane e d'altro che accrescesse il lustro di questa parrocchia. Vedi nell'Archivio Comunale di Palermo gli _Atti del Senato_ medesimo, a. 1789-90, p. 79; 1797-98, pp. 46 e 53; _Provviste del Senato_, a. 1796-97, p. 380.

[28] Ma ahimè! il tremuoto del 1823 ne rovinò una parte, ed il Governo di Napoli, per alte influenze palermitane, permise la demolizione di tutto l'edificio!

Tre grandi palazzi, sorgenti sulla medesima linea e ad eguali distanze, dalla parte orientale alla occidentale della città, dal basso all'alto, furon teatri di avvenimenti drammatici nella storia cittadina: il palazzo Chiaramonte, ora dei Tribunali, il Pretorio, e quello del Vicerè, ora Palazzo Reale.

Che epopea d'arte, d'avventure romanzesche, di fasti religiosi e civili il palazzo Chiaramonte! Qui il fondatore Manfredi raccoglieva il fiore del baronaggio siciliano, traendo legittimo vanto dalle geste cavalleresche probabilmente della Casa Clairemont di Francia fatte da lui dipingere nel soffitto del grande salone. Qui, vinto da Martino II, lasciava sul palco la testa Andrea, uno dei quattro Vicari del Regno dopo la morte di Federico III il Semplice, padre della minorenne Maria. Qui il libidinoso vecchio Bernardo Cabrera Conte di Modica con comico insuccesso assaliva la bella Regina Bianca di Navarra involantesi da lui verso il Castello di Solante. Qui Luca Squarcialupo assediava il Vicerè Ettore Pignatelli, e la plebe in rivolta uccideva e precipitava giù dalle finestre i giudici della Gran Corte. Qui i piccoli Torquemada degli uomini e dell'arte martoriarono temerarî ed isteriche, visionarî e maliarde, e tagliarono architravi e ruppero colonne, che erano gioielli della migliore architettura dell'epoca aragonese. Dal sommo del prospetto rispondente sul Piano della Marina qui si precipitarono i trasgressori delle leggi della pubblica salute nei giorni paurosi di pestilenza. E qui, nelle notti scure e rigide d'inverno, quando il vento vi fischia sinistro, par di sentire come cupi gemiti di sepolti vivi e strida orribili di torturati e mormorii confusi ed imprecazioni feroci di giocatori al Lotto, interrotte dal monotono battere dell'immenso orologio, nel quale il poeta Meli ravvisò la grandezza dell'occhio di Polifemo.

Nell'andar su pel Cassaro, le vie laterali scompariscono al multicolore bucato teso tra un balcone e l'altro, tra una ed un'altra finestra. E non ci vuole di più per comprendere che si è in un paese del mezzogiorno, se pure non lo accusi quell'attentato permanente ai piedi dei passanti che è il ciottolato delle strade.

A destra è sempre la chiesa di S. Antonio, centro della città, donde partono gli avvisi dei generali Parlamenti del Regno e dei pubblici consigli, e le chiamate impellenti degli uomini atti alle armi, quando pericoli di corsari minaccino la sicurezza della vita e delle sostanze[29].

[29] _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v. XX, p. 305.

Più in su a sinistra sorge il Palazzo Pretorio con le sue tre porte, una delle quali, quasi per irrisione, serba ancora l'antico motto: _Pax huic domui._

E pace sia!

In alto, sul cornicione, di fronte alla chiesa dei Teatini, furon sempre di orrore due gabbie di ferro, nelle quali stavano chiuse le teste di due giustiziati per delitto contro la fede pubblica e l'Erario del comune: Francesco Gatto (1611) e Carlo Granata (1721), cassieri della Tavola (Banco).

La fontana del cinquecento è sempre lì maestosa, ma le sue statue, più che scollacciate, ignude, offrono ancora le cicatrici dei nasi rotti per una vendetta, dicesi, compiuta dai Messinesi[30], o dalla barbarica abitudine dei monelli -- ed anche dei non monelli -- di guastare cosiffatte parti nei simulacri in marmo. Ad un prelato della famiglia Sermoneta di Roma, venuto a visitare Palermo (1773), fu assicurato la impudicizia di quelle statue essere stata in parte corretta da un suo antenato, (il Vicerè B. Francesco Caetani, dianzi citato) per riguardo alle monache di S. Caterina[31].

[30] _Pitrè_, _Usi e costumi_, vol. II, pp. 351-54. Palermo, 1889.

[31] _O. Caetani_, _Observations sur la Sicile, par Son Excellence Mgr._ _Caetani_, _en 1774_, p. 5. Roma, 1774.

Dal lato di S. Giuseppe rendevano una volta gaia la piazza i fiorai della città, dagli antichi posti raccoglientivisi a giornaliero mercato[32], caro ai devoti di chiesa e di galanteria, che andavano a provvedersi di mazzolini da offrire a santi e a donne[33].

[32] _L. M. Presti_, _Nuova ed esatta Descrizione del celeberrimo fonte esistente nella piazza del Palazzo Senatorio_ ecc., p. 44. In Palermo, Epiro, 1737.

[33] L'idea d'un mercato di fiori, che si vuole oggi tradurre ad atto in Palermo, come si vede, non è nuova.

Se non s'avesse fretta, potremmo guardare ad una ad una tutte le particolarità di questo edificio, dal secolo XV a noi centro di vita civile, religiosa e politica, teatro di grida di _Morte!_ al domani di grida d'_Evviva!_ ad un medesimo personaggio. La visita ci stancherebbe forse, perchè non poche son le curiosità da vedervi anche dopo l'orribile scempio dell'Armeria perpetrato all'ultimo piano dalla plebaglia pazza d'incosciente devozione pel suo Pretore Principe del Cassaro nei tumulti del 1773. Non tutto, peraltro, potremmo visitare, giacchè nel quartierino del Pretore non è permesso di metter piede: e quello superiore della rappresentanza, dopo i tumulti, non è sempre a tutti visibile come lo è l'urna dei privilegi di Palermo, specie di arca santa messa sotto la tutela d'una immagine della Immacolata.

V'hanno arazzi di squisita fattura e suppellettili di non ordinaria bellezza, e tutto un corredo di argenteria, che attesta munificenza di Pretori e dignità di Senato. E sopra, di fronte a S. Caterina, sono ancora seimila tra archibugi grandi di archiglio e serpentina (_zuffioni_), ed elmi e corazze e cimieri e bracciali ed altre armature, buone a mettere in pieno assetto un esercito per la difesa della capitale.

Chi ne voglia, però, sapere qualche cosa si affidi al Torremuzza ed al Villabianca, che gliene diranno per filo e per segno[34].

[34] _Gabr. Lancellotto Castello_, _Le antiche Iscrizioni raccolte e spiegate_. In Palermo, MDCCLXII. -- _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. I, p. 45, e _Diario_, in _Biblioteca_, v. XX, p. 300; v. XXVI, pp. 376-77.

Noi potremo solo esaminare il portico, a tutti consentito di guardare. Vi sono statue in marmo: un David battezzato per Giovanni da Procida; un uomo in abito consolare con una matrona allato, ricordo di non so che lega tra Roma e Palermo: e che forse raffigura due coniugi romani. Un magro genio di Palermo col motto _Fidelitas_ in uno scudo è sostenuto da mezza colonna di porfido, e seduto sopra un sasso, col solito detto: _Panormus conca aurea, suos devorat, alienos nutrit_: e vi sta fin da quando il Pretore D. Francesco del Bosco lo esumava da luoghi sordidi (1596). Nella medesima linea è un'urna cineraria, la cui recente iscrizione, male imitante le forme antiche, vuol confermare la vantata lega, essendo console per Roma in Sicilia Cecilio Metello.

La gente però si ferma volentieri innanzi a due statuette ignude: e vi si ferma non perchè tali, ma perchè ha sempre sentito narrare sul conto loro una certa storia, un po' triste, un po' allegra, che serve d'ammaestramento a chi abbia la tentazione di litigare. Il pittore Houel, messosi un giorno a disegnarle entrambe ebbe raccontato:

«Due fratelli piativano in questo Palazzo. La lite era di somma importanza, e tutti tenevano gli occhi fissi su di loro. Inesprimibile l'ardore che essi mettevano nella causa; l'agitazione, la fatica, la contenzione d'animo influì tanto sul temperamento dell'uno, che, appena udita la sentenza contraria, la sua statura s'accorciò improvvisamente d'un piede; mentre fu così viva la gioia dell'altro che le sue membra si allargarono, e di più pollici s'ingrossò la sua corporatura. Il duplice, strano prodigio sorprese tanto che si pensò a far eseguire due simulacri della grandezza dei due fratelli dopo la loro trasformazione: ed eseguiti, si collocarono alla porta del Palazzo senatorio ad ammaestramento dei litiganti; i quali, peraltro, non si correggono mai»[35].

[35] Il David si perdette nel tremuoto del 1823, e col David il Mercurio e le misure esistenti nell'atrio. Le gabbie di ferro, già vuote, furon fatte togliere dal Principe Lanza di Scordia nel 1836, appena nominato Pretore. Le teste, con le armi, erano state buttate giù dalle finestre nel 1773.

E dire che le due statue leggendarie rappresentavano, l'una un Antinoo, l'altra un Mercurio! L'Antinoo è sempre lì al municipio; il Mercurio, da buon mezzano, prese il volo[36].

[36] _Houel_, _Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari_, t. I, p. 66. Paris, 1782.

La leggenda venne testè con notevoli varianti raccolta dalla bocca del popolo. Vedi _Archivio delle tradizioni popolari_, v. II, pp. 547-49. Palermo, 1883.

A scanso di molestie, nell'uscire non ci voltiamo nè a destra nè a sinistra. Sui due lunghi sedili, a piè del palazzo, stanno accoccolati straccioni e miserabili sollecitanti elemosine e grazie: e son già troppi quelli che s'incontrano per la città, la quale ne è tutta invasa!

Constatazione dolorosa: dal lato meridionale del monastero di S. Caterina e del Palazzo Pretorio evidenti rimasero le tracce dello sconsigliato tentativo di abbassamento del livello stradale. Voleva togliersi il rialzo della piazzetta S. Caterina; e, scava, scava, dopo dodici palmi di terriccio portato via, si scopriron le fondamenta dei due edificî minaccianti rovina. Si gridò alla improvvida opera, e con gravissima spesa del Senato dovette subito ricolmarsi il malfatto vuoto. Malfatto, sì, perchè metteva a pericolo la solidità di antiche fabbriche solo per vanità della Deputazione delle strade, e, sia detto senza riserbo, per vantaggio d'uno di essa, il Marchese Giacona, il quale avendo acquistato una casa nel piano di S. Anna, e riformatala, ad ottenere il comodo di uscire in carrozza per la più corta via nel Cassaro (salita Giudici, via S. Caterina, piazza Pretoria) sacrificava al suo privato il pubblico interesse[37]; esempio pernicioso ai futuri amministratori del Comune!

[37] Questo nell'anno 1782, Vicerè il Caracciolo, annuenti il Regalmici, il Castelnuovo, il Prades, il Cefalà, deputati per le strade! _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v. XXVII, pp. 415-16.

Torniamo alla piazza Vigliena, da poco stata proclamata nobile[38].

[38] _Atti del Senato_, a. 1775-76, p. 8.

Otto altri sedili accoglievano altri disoccupati in attesa di chiamata.

Chi per avventura si affacciasse dalla ringhiera della Casa dei padri Teatini (S. Giuseppe), o da quelle del palazzo Jurato (oggi Rudinì), Napoli, Gugino (Bordonaro), poteva bene indovinare, a certi loro strumenti, che mestiere essi esercitassero. Ve n'erano con una cazzuola in mano, e questi eran muratori; ve n'erano con grandi pennelli: imbianchini; i falegnami aveano una sega; i fontanieri, una specie di elmo di ferro in mano ed una martellina; i cocchieri, una frusta; e non occorreva cercare insegne per i lacchè, i servitori, i barbieri, ed altri oziosi forzati e volontarî, i quali davan la misura del disagio delle classi operaie. Nel 1777 un ingegnere della marina francese li trovò armati di spadini: il ciabattino dal grembiule di cuoio e dal sudicio vestito; il parrucchiere dal sacco pieno di cipria. Inoltre qualunque artigiano, uscendo di casa nel costume proprio del mestiere, andava armato d'un'ampia e vecchia parrucca, sovente d'un paio d'occhiali inforcati sul naso[39].