La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 4

Chapter 43,629 wordsPublic domain

A destra gli orti si alternano coi frutteti, i monumenti antichi attendono la giocondità dei moderni. Di costa, sulla sponda sinistra dell'immenso arido letto dell'Oreto, sorge deserta la chiesa di S. Spirito, ove col novello cimitero di S. Orsola il Caracciolo ha voluto, proprio al quinto centenario del Vespro Siciliano, confondere nelle medesime fosse i trucidati del 31 Marzo 1282 coi morti dal 1782 in poi. E i cittadini ne mormorano ancora come di offesa alle loro sacre memorie, e le famiglie dispettano di farvi seppellire i loro cari. Quivi, di fronte, sul poggiuolo di S. Maria di Gesù, i frati Osservanti furono spettatori dell'eccidio. Ora i loro successori, forse immemori, vivono la stretta regola di S. Francesco d'Assisi. Nella contrada di Falsomiele l'occhio corre in cerca del Monastero delle Basiliane, ma esso non c'è più, e la loro tradizione si continua raffinata nella vita delle monache del Salvatore nel Cassaro.

Solitario e triste, S. Giovanni dei Leprosi ospita infelici, che la demenza e la etisia han condannati all'ostracismo. Un cuore di donna li redimerà presto e li rifarà esseri umani tra uomini. Oh anche la Regina Carolina ha un po' di carità![56].

[56] È noto che la Regina Carolina, quando venne da Napoli a Palermo, volle sollevare la tristissima sorte de' poveri infermi chiusi in quest'Ospizio, facendoli trasportare in città e dividere secondo la natura delle loro malattie. Da questa sovrana disposizione, inefficace allora, ebbe molto più tardi origine l'Ospizio dei matti.

Lì presso, sul greto del fiume, è il ponte dell'Ammiraglio del Conte Ruggiero, Giorgio d'Antiochia, e sulle scarse acque vagolano di notte in bianche vesti le anime dei giustiziati sepolti nella vicina chiesa di S. Antoninello. E non molto discosto l'arabo castello della Fawarah o Maredolce, voluttuosamente cantato da' poeti musulmani; tra' quali fu chi disse: «Ciò che ho descritto l'ho visto coi miei occhi; ed è certo; ma se sentissi racconti di delizie eguali a queste, io li reputerei invenzioni assai sospette».

Spiccata la differenza di vita e di natura, di storia e d'arte in questa variopinta Conca d'oro! A destra tutto parla del passato; a sinistra tutto brilla del presente; là tutto è vecchio; qua tutto è nuovo. Ad ogni passo che si muova da quel lato è un'orma profonda di emiri e di principi normanni; ad ogni passo che si faccia da questo, è un'eco solenne di nobili palermitani. Non alla Guadagna, non a Falsomiele, non a S. Maria di Gesù ha cercato l'aristocrazia dolci riposi, ma più in là, più in là ancora, alla Bagheria; e dall'altro ai Colli. Dove cappelle, palazzi, flore sorgevano a testimoniare la sapiente grandezza dei Chiaramontani fiammeggiarono roghi paurosi ed echeggiarono strida raccapriccianti.

L'occhio è già stanco: rientriamo nel santuario del Piazzi. Guardato o no, il mare splenderà sempre ai raggi fulgenti del sole; l'aura carezzerà alberi e piante, ed al sorriso perenne d'un azzurro purissimo il cielo sarà sempre in perpetua festa di bellezza e di sublimità.

È tempo ormai di lasciare questo incanto, senza neanche affacciarsi là ove prima avremmo dovuto lungamente deliziarci. No, la Cappella palatina non va profanata con uno sguardo fuggevole alla guisa dei futuri _touristi_ del sec. XIX. Visita di questa maniera potrebbe far credere ad incoscienza quel che è semplice nostra imperizia. La sorpresa che al primo entrarvi colpisce, lo stupore che invade appena alla temperanza della mite, dolcissima luce cominciano a scintillare i fulgidi mosaici, a disegnarsi gli arabeschi, a profilarsi le figure, a comporsi in un tutto l'armonia architettonica di quel tesoro d'arte, che pare prodigio di celesti ed è opera di uomini, toglie all'ammirazione la parola.

Qui potrebbe, pel molto ancora che ci resta, troncarsi la nostra passeggiata; ma vi son cose che non dobbiamo trascurare. Noi non abbiamo idea di quel che sia un rione popolare della città; l'Albergaria ne è il tipo: e facile è lo andarvi per la discesa del Piano del Palazzo sino alla piazzetta dei Tedeschi, ove alabardieri alemanni, guardie del corpo dimorano.

Noi non ci avventureremo in questo laberinto di straducole anguste, meandri tortuosi che si aggirano ed avvolgono, di usci che mettono in ignoti chiassuoli, di tane ove così di sovente brulicano come vermi esseri umani. A noi non importa se intatte siano le vecchie casupole, inalterati i nomi dei vicoli e dei cortili, fresca la memoria di scene, due, tre volte secolari; se refrattarî ad ogni novità vigano i costumi d'una volta. Potremmo tutt'al più mettere il piede nel vicolo di quel Matteo lo Vecchio che fu il più efferato aguzzino sotto il breve tempestoso regno di Vittorio Amedeo e maestro insuperato nell'arte di ordir calunnie, preparar denunzie, eseguire catture, onde di poveri accusati le carceri pullularono. Potremmo affacciarci all'antro recondito ove Anna Bonanno, la famigerata vecchia dell'Aceto, manipolò fino a ieri (1782) beveraggi arsenicati per amanti che vagheggiavano scellerati disegni sopra molesti rivali; sì che mariti e mogli misteriosamente finirono. Potremmo anche accostarci a guardare la finestra alla quale si fermava fanciullo Giuseppe Balsamo, il futuro Conte Cagliostro, e donde la madre e la sorella di lui fiduciosamente salutarono W. Goethe, venutovi a conoscerle ed a raccoglier notizie sulla infanzia del celebre impostore (1787). Potremmo anche deplorare il sopravvivere di pratiche refrattarie ad ogni umano progresso. Nient'altro che questo.

Ma nelle strade Maestra e di Porta di Castro rumoreggiano confusamente i venditori: e non si riesce a sentire neanche i carretti che ci minacciano alle spalle, carichi di barili di quel di Partinico o di verdure di Denisinni e dei Settecannoli; nè i venditori ambulanti, che con le loro immense canestre c'impediscon l'andare, o ci tolgono il vedere i cento usci ingombri di merci pendenti dagli stipiti od ammucchiati ai fianchi. Una sequela interminabile di bottegucce ti dà la mostra di quel che in esse si spacci: dalle brocche e dalle pentole al nocciolo ed alla carbonigia, dalle funicelle e dagli spaghi alle punte ed alle cordelle, dalle sporte e dalle ceste alle ferule ed alle granate: e pane e pasta e carne e gli avanzi delle frutta di inverno.

Quando tu credi di uscir di tanta confusione sboccando a Ballarò, allora il frastuono accresce lo sbalordimento. Altre botteghe con altre merci si succedono come rincorrendosi a destra ed a sinistra: ed un vinaiuolo grida come nella _Fata Galanti_ del Meli[57]:

[57] Canto I, ott. 12.

Tasta ch'è di Carini, veni, tasta!

ed uno spillettaio:

Haju spinguli, agugghi e jiditali, Haju curdedda pri faudali!

E nel mezzo, tra la gente che deve comprare, e lesina sul quattrino, _rigattieri_ (pescivendoli), erbivendoli, panettieri, fruttaiuoli: e comari che cicaleggiano, e facchini che si bisticciano, e monelli che dagli schiamazzi non fanno udire un nuovo bando che il Senato pubblica.

Più in su, verso il piano del Carmine, o verso quello di Casa Professa, i _caminanti_ (spacciatori di libretti e stampe popolari) vendono per due, tre grani le storie di _S. Alessio_ e di _S. Cristoforo_ e quella di _Piramo e Tisbe_, men ricercata del contrasto tra _la Suocera e la Nuora_, della _Storia della vecchia che ha perduto il gallo e la Leggenda delle Vergini_, che Napoli in numero straordinario di copie riversa su Palermo.

Qui come negli altri rioni fanno le loro frequenti affacciate i soliti cantastorie col loro ricchissimo repertorio di pratiche religiose per tutte le feste dell'anno, di preghiere per tutti i giorni della settimana, di orazioni per tutti i santi di Palermo, di leggende per tutti i fuorusciti della Sicilia e per tutte le novità più clamorose. Nuova di zecca quella di _Testalonga_; sempre nuova e sempre vecchia quella della _Principessa di Carini_, e per poco che ci accostiamo, udremo la patetica ottava sopra i due sfortunati amanti:

La Vernagallu, beddu Cavaleri, Di Carini a la figghia fa l'amuri. Ma cchiù chi cci usa modi 'nnamureri, «Pri mia fôra (idda dici) Don Asturi». Iddu la voli in tutti li maneri, Cci va d'appressu e l'invita a l'amuri; E currennu, a la fini, da livreri La junci, e tutti dui dicinu: _amuri_.

Nata di fresco una filastrocca, che a Ballarò si canticchia ad onore e gloria del Pretore Marchese di Regalmici:

Quant'è beddu stu Prituri, Ca nn'ha fattu lu stratuni! Fici 'i Quattru Cantuneri Pri li frati e li mugghieri....

E ci si ride sopra amaramente pensandosi che mentre si fanno tante spese di lusso, il costo dei viveri cresce a marcio dispetto di tutte le mete e di tutti i Pretori.

Intanto che ci troviamo nel più antico e popoloso mercato, non vorremmo prender conto del prezzo di qualche derrata? Oh sì: esso ci potrà essere certamente utile. Fissiamo la data: 1798. Ecco: v'è del pane di prima qualità per dodici grani e tre danari un rotolo; la gente lo vuole a forma di _guastidduni_ e di _puliddi_ (la forma più grande, cioè, e la mezza forma): e grida se non è del peso regolare di un rotolo e mezzo, e magari due, per un tarì. Della pasta bianca come cera di Venezia si ha per dieci grani e quattro danari. Di carne non si fa molto consumo; e di Venerdì e Mercoledì e nei giorni di vigilia, non se ne cerca altro che per gli ammalati, la migliore però si ha a tre carlini e tre danari, quanto l'olio. Le galline abbondano, ma chi volete che ne mangi a tre tarì l'una, quando fino a pochi anni sono (1794) costavano due tarì e sei grani quanto le paga l'Ospedale grande e nuovo? Le uova son tre grani l'uno; il carbone non va a misura, ma a peso, anche a minuto; ed un rotolo si paga cinque grani; un quartuccio di vino sette; un rotolo di sapone, sedici; uno di formaggio, ventotto; uno di sugna, due tarì e sedici grani[58].

[58] _F. Maggiore-Perni_, _La popolazione di Sicilia_ ecc. pp. 554-555.

Non diversi gli altri mercati, sia quello della Fieravecchia, sia l'altro del Garraffello, che da poco il Senato, pur biasimandone il nome, ha battezzato Caracciolo, ed il volgo, _Vucciria_: titolo che un sedicente romanziere nel 1870 dovea derivare, non già da beccheria (_boucherie_), ma dalle _voci_ che vi si fanno![59].

[59] _O. Pio_, _I Conventi di Palermo_, romanzo storico in tre volumi. Milano, Battezzati, 1870.

Questa la città nella rapidissima visita che ne abbiamo fatta. Ma chi sono, e che sono essi i cittadini alla fine del secolo?

Ecco una breve statistica, buona a far capire molte cose.

Fissiamo la data anche qui: l'anno 1798. La popolazione, secondo l'ultimo _rivelo_ o censimento, è di 148,138 abitanti. Esistono 38 conventi, 39 monasteri, 152 chiese con 7379 preti, frati, monaci e monache. (Avvertiamo qui una volta e per sempre che per _convento_ in Sicilia s'intende monastero, con uomini; e per _monastero_, convento, con monache; ma di ciò, meglio a suo luogo, cioè nel capitolo dei _Monaci_ e delle _Monache_).

Moltissimi, come più innanzi si vedrà, i nobili tra autentici e falsi, tra veri, presunti e sedicenti. Il ceto medio o civile è sempre ascritto a corporazioni: e tra esse va ricordato il collegio dei medici, quello degli aromatarî, dei dottori, dei procuratori, dei sollecitatori e le nazioni dei Napoletani, dei Genovesi, dei Milanesi. Numerosissimi gli artigiani, divisi, non ostante i vicereali decreti, in maestranze di argentieri, caffettieri, barbieri, fornai, cocchieri, bordonari.

Queste cifre sono officiali; ma vanno controllate medesimamente che quelle del censimento del 1774, nel quale per un malinteso interesse delle loro chiese, i parroci fecero _riveli_ per 216,000 anime, compresi i sobborghi di S. Lucia e di S. Teresa, dei Colli e di Bagheria, ed esclusi 6000 ecclesiastici: rivelo così sorprendente da eccitare i patriottici ardori del Villabianca, che esclamava:

«Faccia Dio onnipotente colla sua infinita beneficenza portare avanti siffatto aumento costantemente nell'avvenire, e un anno miglior dall'altro, a gloria del suo servizio ed a vantaggio di essa metropoli!». Così i parroci potevano di buona fede nel 1774 far credere al loro ordinario, Monsignor Filangeri, stragrande il numero delle anime commesse alle loro cure; e nel 1798, forse accortisi dell'errore di ventiquattr'anni prima, o forse insospettiti della fiscalità governativa, inacerbita nelle forme più insidiose di contribuzioni volontarie e forzate, di mete e di balzelli comunali, poterono scendere al numero che abbiam visto di poco più che centoquarantottomila abitanti. Esagerazione la prima, all'indomani della rivolta del 1773; esagerazione la seconda, alla vigilia della entrata delle armi repubblicane di Francia in Napoli.

E allora qual'è la verità?

La verità non si sa, ma si suppone: e la supposizione è questa: che nel 1774 la popolazione potè essere di circa 184,000 anime, e nel 1798 potè giungere a 200.000! Così la pensa un bravo nostro statistico, il quale, ha delle cifre in mano per affermarlo[60].

[60] _F. Maggiore-Perni_, _op. cit._, cap. XXII.

Ora che da buoni palermitani abbiam fatto un po' di giro, guardando dove l'una, dove l'altra delle particolarità della città nostra, non vorremmo noi sentire quel che di essa dicono i forestieri? Perchè, altra è la impressione d'un paesano, altra quella d'uno straniero. Al paesano sfuggono le cose alle quali egli ha, fin dai suoi primi anni, abituato l'occhio; mentre quelle medesime cose allo straniero si appresentano, per poco che egli le veda, come nuove o caratteristiche. Per lui tutto è curioso: le vie, le case, i monumenti, gli abitanti, e, degli abitanti, il vestire, il muoversi, il gestire, il chiacchierare. Grande perciò il contrasto fra il giudizio del nazionale e quello dello straniero: mentre poi si completano entrambi a vicenda.

Degli ultimi trent'anni del sec. XVIII abbiamo quasi trenta libri di viaggi in Sicilia. Alcuni si ripetono: e noi, che siam costretti a brevità, dobbiamo restringerci a pochi, i quali valgono i molti.

Primo nel nostro interesse viene Jean Houel, architetto e pittore del Re di Francia. Data del suo viaggio: 1782.

«La situazione della città, egli dice, è felicissima; lo spettacolo del mare, delle colline, delle montagne, trasformandosi in aspetti deliziosi, rende questo suolo più che adatto a formare artisti. Palermo è piena di monumenti pubblici, di chiese, di monasteri, di palazzi, fontane, statue, colonne: non tutto è bello, non tutto di secoli di buon gusto; ma tutto è buono ad attestare che questo popolo ha amore alle arti e genio di decorazione.

«Le acque sorgive vi sono abbondantissime, e non v'è rione che non abbia le sue fonti, per lo più di marmo, tutte ornate di sculture, tutte d'acque copiosissime».

Questo delle fontane è un ricordo prezioso per noi. Dentro e fuori la città se ne incontrava sempre qualcuna. Due, per esempio, erano a Porta Felice, addossate ai grandi pilastroni; due fiancheggiavano, come vedremo in quella piazza, il teatro della musica alla prossima via Borbonica (Marina). Tra la prima e la seconda casetta di questa via, nello spessore della _cortina_ (bastione delle Mura delle Cattive) era una ricca sorgente, alla quale andavano ad attingere gli acquaiuoli ambulanti della passeggiata[61], ed a fornirsi pei loro viaggi i legni ormeggiati alla Cala, come quelli del Molo si fornivano alle due fonti a lato dell'Arsenale. Ve n'erano a Porta Reale, a Porta S. Antonino. Con premurosa curiosità additavasi quella nella quale in forma di sirena l'innamorato Vicerè Marcantonio Colonna avea voluto ritratta la indimenticabile Baronessa di Miserandino, che gli fece incontrare avventure romanzesche. Dentro città, una piramidale eravene nel piano del Carmine (1795); una in quello del Monte di Pietà; altre sotto lo Spedale di S. Giacomo, alla Fieravecchia, nel piano della Conceria, nella piazzetta di S. Francesco, alla Bocceria, dietro le regie Carceri. Eccellente reputavasi l'acqua di Vatticani, nel Cassaro, e l'acqua del Garraffello, presa a tipo di leggerezza e freschezza in Palermo, a termine di paragone in tutta Sicilia. E chi lo ignora? Essa a quanti ne bevevano dava come il battesimo della scaltrezza e della avvedutezza dei Palermitani. La sua fama giunse fino alla Corte di Napoli; quando questa giunse a Palermo, volle esserne servita nei caldi giorni di estate, mentre dell'acqua pretoria beveano abitualmente molte famiglie nobili, i cui servitori in lucide mezzine di rame andavano a provvedersene all'ora del desinare.

[61] Vedi il cap. _Marina_.

Cent'anni dopo, molte di queste acque, già proprietà del Senato, erano parte per vicende telluriche o per appropriazioni indebite scomparse, parte per dichiarazione dei batteriologi inquinate!

Torniamo ai viaggiatori.

Pel naturalista tedesco Stolberg, «mediocremente larghe sono le vie del Cassaro e Macqueda: e sarebbero belle se gli abitanti delle case fossero eletti. Ogni apertura ha il suo balcone a ringhiere ferrate, le quali danno alle vie un aspetto tutt'altro che bello, specialmente se lavorate con poco gusto. In certe strade larghe ci si sta come in gratelle di ferro»[62].

[62] _Graf zu Stolberg_, _Reise in Deutschland, Schweitz, Italien und Sicilien_, III, p. 521. Königsberg, 1794.

Ad un connazionale dello Stolberg, non pur le ringhiere, ma anche l'architettura delle chiese, le variopinte decorazioni delle case a colori stridenti sembrano meridionali[63]; e ad un altro, tedesco anch'esso, tutto si presenta diverso dal continente[64]: un insieme singolare e bizzarro, pieno «di vita e di operosità», un paese ove «anche uno sguardo fugace vede il centro del benessere siciliano:... e commercio ed arti»[65].

[63] _Kephalides_, _Reise in Italien und Sicilien_, p. 229. Leipzig, 1818.

[64] _Tommasini_, _Briefe aus Sizilien_, p. 17. Berlin, Nicolai, 1825.

[65] _Bartels_, _op. cit._, III, 521.

«L'affabilità ed onestà dei Palermitani, peraltro, rende sommamente gradito ai forestieri questo soggiorno»[66]. Fatidica poi la previsione di Houel: «Palermo diventerà una delle migliori città del mondo; l'Isola della quale essa è Capitale, coltivata come un giardino, potrà essere la più deliziosa abitazione della terra»[67]. E già nel 1814, per Kephalides, Palermo era «un vero paradiso!»[68].

[66] _De Saint-Non_, _Voyage pittoresque, ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile_, I.re partie, p. 156. A Paris, MDCCLXXXV.

[67] _Houel_, _op._ e _loc. cit._

[68] _Kephalides_, _op. cit._, p. 221: «Wahrlich, Palermo ist ein Paradies».

La nostra passeggiata è andata troppo in lungo perchè ci sia consentito di prolungarla dell'altro. Siamo a mezzogiorno, e si pensa a desinare.

Un'onda di forensi, chi a piedi, chi in carrozzelle, chi in portantine, scende dai tribunali del Palazzo del Vicerè spargendosi per tutta la città. Compiuta la _via crucis_ dei loro ammalati, i medici rincasano stanchi delle sofferenze udite e viste. Scolari d'ogni età e d'ogni disciplina, fornite le lezioni antemeridiane, si affrettano verso le loro abitazioni. Le botteghe si chiudono, le strade si spopolano. Un tedesco che le vide disse: «Come diventi il Cassaro, non può meglio esprimersi, che paragonandolo alle nostre vie a mezzanotte».

La siesta dura ordinariamente due, tre ore, nelle quali ognuno schiaccia il sonnellino pomeridiano principiando dalla primavera e finendo all'autunno ed anche più in là; gli ecclesiastici, dal 3 Maggio al 14 Settembre, ricorrenze commemorative della Santa Croce consacrate nel detto: _A Cruce ad Crucem._

Poco dopo le vent'ore (4 prima dell'Avemmaria) tutto torna all'ordinario; il movimento si riattiva, si ripopolano le vie; fanciulli e giovani raggiungono le loro scuole e, se di vacanza, le _ville_ delle pie congregazioni alle quali sono ascritti[69].

[69] La Villa Filippina dei padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri, rimpetto il convento di S. Francesco di Paola; la Villa di S. Giuseppe e poi la Villa di S. Luigi, a pochi passi da questa; la Villa delle Teste e quella della Sacra Famiglia presso il Ponte dell'Ammiraglio; la Villa di San Carlo.

In estate, si va alla Marina.

Noi la vedremo più innanzi questa Marina deliziosa; qui non vogliamo, con una pallida descrizione, sfruttarne l'entusiasmo.

Vediamo, invece, la città di sera.

L'orologio di S. Antonio batte la castellana (due ore dopo l'Avemmaria). Una volta questo segno imponeva agli artigiani la chiusura delle botteghe; ora (1787) lascia ad essi le facoltà di tenerle aperte: indizio della lenta evoluzione dei pubblici costumi[70].

[70] Dall'anno 1787 in poi.

Le porte della città si chiudevan tutte; ma gli abitanti de' sobborghi ne soffrivano disagio: e più volte ebbero a muover lagnanze al Pretore contro la vieta pratica, che li condannava a rimaner fuori quando avean bisogno di entrare; e viceversa. Tra le lagnanze più insistenti eran quelle degli abitanti presso S. Teresa, i quali domandavano che Porta di Castro, almeno fino a due ore di sera, rimanesse aperta, come gli altri di fuori Porta di Termini (oggi Garibaldi), insistevano perchè l'apertura si protraesse tutta la notte[71].

[71] _Provviste del Senato_, a. 1781-82, p. 114; a. 1784-85, p. 257.

Il Senato concedeva l'uno e l'altro, e S. E. ordinava guardiani _ad hoc_[72].

[72] _Provviste del Senato_, a. 1784-85, p. 441.

L'appetito viene mangiando: e quei di S. Teresa, «non contenti delle due ore, chiedevano completa libertà di entrata ed uscita da Porta di Castro di notte»; e poichè stavolta il Senato facea orecchie da mercante, il Re emanava provvedimenti in proposito[73].

[73] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 248.

Porta Felice, spalancata di estate, si chiudeva a tarda sera d'inverno, quando, cioè, l'orologio grande dello Spedale di S. Bartolomeo (S. Spirito) sonava la mezzanotte, se pure l'orologiaio D. Francesco Melia non pigliava un'ora per un'altra nel caricarlo[74].

[74] _Provviste del Senato_, a. 1790-91, p. 280.

Sul vecchio catenaccio di questa porta scherzavasi con l'indovinello d'un poeta d'allora:

Cu' fu lu mastru quali fabbricau Lu catinazzu di Porta Filici?[75]

[75] _Melchiore_, _Poesie siciliane, giocose, sacre e morali_, p. 71. Palermo, 1775.

La quistione delle Porte era grave, anche per l'ordine pubblico. Alcune di esse costituivano un pericolo permanente per la morale e la igiene. Porta di Termini, ad esempio, prolungandosi quanto l'androne sottostante alla Congregazione della Pace, di giorno era popolata di ciabattini, ma di sera, essendo al buio, diventava rifugio di malviventi. Porta S. Antonino di Vicari formava un lungo tratto di via coperta, che era un orrore. Erasi gridato a perdigola contro la indecenza di certa gente che vi si andava a ridurre come a luogo innominabile; ma solo il 2 Gennaio 1789 il Vicerè si decise a farla finita. S. E. affidò al Principe di Mezzoiuso l'incarico delle opere necessarie alla cessazione dell'indegno spettacolo; ed il bravo Principe, senza pastoie di commissioni, senza lustre di contratti, fece diroccare un pezzo del bastione, ricostruire molto più ampia, in linea della via Macqueda, la porta, e nel nuovo spazio di dentro ordinò botteghe, e di fuori fontane secondo l'architettura della Porta Carolina (Reale).

Ma le porte non si toglievano; anzi le vecchie si rifacevano o si rimettevano a nuovo[76].

[76] _Atti del Senato_, a. 1798-99, p. 168. Vedi inoltre un ms. del Principe Giuseppe Lanza di Trabia, 10 Gennaio 1797.