La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 25
Circolano, frattanto, nel centro «_phaetons_» secondo l'ultima moda e fornimenti inglesi ornati d'argento e carrozze indorate, con le più eleganti livree e con arditi cavalli allietanti non meno per le loro magnifiche forme che pel loro bel colore, e che attirano con la loro finezza e col loro fuoco gli sguardi di tutti. Qui un amico che guida da sè i cavalli spumanti, o una coppia di attraenti bellezze, che dalla vettura aperta mandano ardenti saluti, o che passeggiando, amichevolmente conversano.... Qui, si fanno nuove conoscenze, si sentono notizie interessanti, si combinano accordi di divertimenti e di piaceri»[505].
[505] _Hager_, _Gemälde_, nell'opuscolo cit. _Donne e Passeggiate_, p. 7.
Dall'altro lato, sotto della banchina, a cavalcioni, accoccolati, carponi, in piedi, stanno lunghesso la spiaggia raisi della Kalsa, chi a risarcire reti smagliate, chi a fornir d'esca e ad adugliare per la prossima notte palangani, e chi sui gozzi tirati o da tirarsi a terra, a frettare, ad aggottare con la vecchia sàssola l'acqua penetrata per le falle: e quando or l'uno or l'altro di essi alza gli occhi verso tanti sfaccendati, senza neppure fissarli, non sanno comprendere come possano dirsi palermitani essi pure, i Kalsitani, se palermitani son tutti costoro, che ogni giorno vengono qui a divertirsi.
E come possono essi, i poveri pescatori, veder di buon occhio, tutte fronzoli, trine e belletti, vecchie impiastricciate di cerussa nelle profonde rughe del viso e le quali vogliono gareggiare con le più fresche ragazze? E come non sentirsi rimescolare al passaggio di una che, tutta polvere e manteca, sfacciatamente invita un giovinotto a farle compagnia nel passeggio, mentre altri zerbinotti la colmano dei complimenti più leziosi?[506].
[506] _Meli_, _Poesie_: odi IX, XXIV, e pp. 372-74.
In tanto viavai il bel sole ha abbandonato sul Pellegrino la pietra dell'Imperatore[507]: e noi, che dal baluardo non sappiamo più discernere quel che la mancante luce non ci consente, rientriamo in città. Stasera, chi ne avrà vaghezza, potrà rivenire a questo luogo bellissimo, ma quanto mutato! Le tenebre lo avvolgeranno nel loro velo misterioso, che solo la luna potrà per un istante diradare. Il curioso cercatore di aneddoti potrà sguisciare tra la nuova folla sotto i baluardi. Presso Porta Felice vedrà la Conversazione estiva della Nobiltà: un crocchio d'indifferenti chiacchierare con le dame del circolo; uno di annoiati ridire sul caldo della giornata, sulla mancanza assoluta di notizie, sulle ultime disposizioni del Senato. Più in là, fuori le _casine_ incavate nei baluardi, vedrà un muoversi confuso di servitori carichi di sorbetti pei seduti lungo la _cortina_, pei nuovi arrivati in carrozza, schivi di scomodarsi a scendere. Più in là ancora, non lungi da Porta di Greci, potrà prender posto in una delle trattorie che lottano contro la recente concorrenza di quella dell'_Astracheddi_ alla Flora, dove a tarda notte giovani spensierati accorreranno a sbraciare in compagnia delle artiste da teatro che avran potuto conquistare, _cortigiane_ dei secoli passati, _demi-mondaines_ dei secoli avvenire.
[507] Cfr. _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. III, p. 110.
La Flora o Villa Giulia, creazione geniale del Pretore Regalmici, era l'ideale dei giardini non meno pei Siciliani che pei forestieri.
Quando Goethe venne a Palermo (1787) essa non era ancora finita; eppure parve a lui «maravigliosa», riflettente «un aspetto magico che vi trasporta nei tempi antichi..., un vero incanto per l'occhio»[508]. Un suo connazionale la disse «fatata», ed un altro ancora, «un vero paradiso»[509].
[508] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 7 aprile 1787.
[509] G., _Wanderungen_, p. 21. -- _Justus Tommasini_, pp. 54-55.
Chi vi si rechi oggi, spettatore o spettacolo, di giorno o di sera, nei dolci tepori primaverili o nello splendore delle centomila fiammelle a gas delle fresche notti di estate, non immagina, forse neanche sa che quello fosse luogo di convegno della gente più spensierata; anzi, che fosse il tempio della spensieratezza. Quando si è varcata una mezza dozzina di decennî si è contati tra i _laudatores temporis acti_, tra i disgustati del presente, tanto diverso dal buon tempo antico; ma non dobbiamo disconoscere che il nostro umore oggidì è troppo nero perchè possa ravvicinarsi, per via di paragone, a quello di un tempo. La società moderna, risultato complessivo di condizioni psichiche, di problemi sociali, di speranze e aspirazioni indefinite, con spostamenti d'interessi, persone, cose, manifesta un turbamento abituale, permanente, quale forse non si ebbe mai per lungo volger di secoli.
Quanto diversi invece quei nostri nonni di un bel secolo fa!
Vedeteli con che premura s'avviano alla Flora. Si direbbero preoccupati di perdere un istante dello svago che li attende; si direbbe che in mezzo a tanto rigoglio di alberi non sorga neppure il ricordo delle cataste di legna che quivi si alzarono in orrendi _auto-da-fè_; ed al profumo di tanti fiori sentano imbalsamare l'aria, non più pregna dei sinistri vapori delle carni bruciate.
In tre ore diverse del giorno s'andava a respirare a pieni polmoni quest'aria che la città chiusa non dava. Noi possiamo venirvi nelle prime ore del mattino, nelle ultime del giorno, nel principio della sera. Un gentile cavaliere c'invita di mattina: «Venitele a vedere in questo giardino incantato le donne, in questa Flora che non ha la eguale. Esse passeggiano; la bellezza del loro corpo, la grazia del loro atteggiamento fanno di sè pompa naturale. Oh come vi guadagnano esse! Una semplice mussola le copre; il verde degli aranci, l'oro del sole, il bianco delle vesti scherzano con la luce e l'ombra. L'auretta mattutina pare avvivi coi suoi carezzamenti la freschezza della bella tinta. No, non manca nulla all'armonia del quadro!»[510].
[510] _De Mayer_, _op. cit._, lett. XV.
Torniamo più tardi.
Son ventidue ore: nei quattro viali che circondano in quadro la Villa circolano signori in carrozza. Civili e popolani, palermitani e regnicoli, attraversando i frondosi oleandri che tutta la chiudono in giro, entrano a frotte spargendosi alcuni a sentire la musica, liberalmente legata dal Principe Moncada, altri a numerare i cinquanta busti donati dal Presidente Paternò, o a contemplare la fontana del centro con l'orologio a sole e le vicine edicole di mons. Gioeni, altri infine ad ammirare la solenne posa del _Palermo_ dello scultore Marabitti. Delle sgradevoli figure che in semicerchio, di fronte a _Palermo_, convulsamente si contorcono, tutti ignorano la ragione. Si chiamavano _Scisma_, _Eresia_, _Maomettanismo_ quand'erano a piè del brutto monumento di Carlo III a S. Anna; ma qui davvero nessuno ne comprende il simbolo, specialmente dopo che Marabitti ve ne ha aggiunta un'altra, la _Maldicenza_.
Due ore son passate rapidamente: e se non fosse il suono dell'Avemmaria, che impone la cessazione della musica ufficiale, non se ne accorgerebbe neanche un annoiato. Meno male che la Villa non si chiude, e vi si può restare ad agio fino a tardi. I soldati di guardia la vigilano d'intorno, e respingono pezzenti, mendici e gente in livrea[511]. Quattro lioncini voglion farla da vigili anch'essi, ma.... sono di marmo e i due versi latini che il poeta Giuseppe Costa mise loro in bocca:
[511] Appena la Villa Giulia fu aperta al pubblico, il Principe di Paternò G. L. Moncada, Capitan Giustiziere, legava al Senato (1778) l'annua rendita di onze 50 per la musica da farvisi ogni giorno, dal 1º luglio al 30 settembre, dalle ore 22 a mezz'ora di sera (_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 204). Gareggiando di patriottismo il Presidente G. B. Paternò legava altra somma per «la notturna illuminazione nel tempo estivo quando mancava la luna». Monsignor Gioeni fece di suo le porte, i chioschi, la fontana centrale, ecc. (_Teixejra_, _op. cit._, cap. XIV, §§ 211-212).
Adsumus hic vigiles. Florae sunt numine plena Omnia, quae lustrato Tu temerarie, cave[512];
[512] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 372-73; v. XXVIII, pp. 176, 357-58; _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 126.
non son altro che belle parole.
La scarsa luce della via Butera finisce in oscurità, fitta nella recente Porta Carolina (Reale), o nella Porta di Greci. La Villa nelle sere buie ha pochi fanali liberalmente apprestati dal Paternò Asmundo; ma di lumi serotini non si ha bisogno quando fin la stessa luna riesce talvolta molesta.
L'eco delle dolci note musicali del giorno si ripercuote ancora, e già d'altre note risuonano luoghi più recessi: tambussio di cembali, mesto pizzicar di chitarre, malinconia di voci argentine, lieto scoppiettar di mani ne prendono, con l'avanzar della sera, il posto. Son le serenate delle comitive dei canterini; è il fruscio delle coppie che ballano; sono gli applausi della folla che ascolta e non sempre vede. Se la luna ci favorisce, noi potremo ravvisare tra essa un modesto abate, la cui canzone:
'Ntra lu pettu nun ci ha cori Cui nun godi la Marina, Cu sta bedda siritina 'Ntra sta Villa chi si fa?
che prima salutò la trasformazione della deserta funerea campagna[513], è uscita or ora dalla bocca d'un giovane innamorato alternandosi con le canzonette _Lu Gigghiu, A Dori, Li Piscaturi_ da una donna del vicino viale. Egli, lo schivo Meli, lieto della scena, ricantando a sua volta le lodi della Flora, esclamerà commosso:
[513] _Meli_, _Poesie: Canzuna scritta in tempu e nell'occasioni chi incominciava a costruirsi la Villa Pubblica_, ecc.
La luna manna Li soi amurusi Rai luminusi Pri cui va ddà;
e si rallegrerà di aver veduto
Cui balla e sona, Cui canta e ridi,
mentre altri sgrana cialde e biscotti ed altri sorbisce gelati[514].
[514] Lo stesso, _Poesie_, pp. 35, 75, 77.
Povero Meli! condannato un secolo dopo alla berlina quando la berlina è rimasta solo di nome, lì nella medesima Villa Giulia, in una amara caricatura di statua, che il Municipio avea avuto la infelice idea di far sorgere nella Piazza di S. Teresa, ed il Municipio stesso ha avuto il buon senso di togliere per regalarla o relegarla in un angolo del pubblico giardino. Oh no! il primo poeta della Sicilia non meritava il ludibrio di quel monumento!
Se il chiaror della luna ci favorisce, noi potremo anche discernere lo Scimonelli, che però, men fortunato dell'amico suo, s'avviene in una «comitiva di cattivi dilettanti di canti, che più di una sera fu fischiata», e forte si maraviglia che essa non comprenda, gli applausi del pubblico essere una solenne canzonatura; onde è necessario smettere dallo straziare minerali, vegetali, animali: statue, cioè, piante ed uomini del luogo, dove pure
Li sònura e li canti Piacinu a tutti....[515].
[515] _Scimonelli_, _Poesie: Contro una comitiva_, ecc.
Questo svago non fu smesso mai per lungo volger di estati: ed i Palermitani attendevano ansiosi la stagione buona per goderselo sempre. E quale svago più delizioso che concerti e canti notturni dei cittadini più abili nell'arte della musica e del canto! Anche fuori di patria essi vi tornavano col pensiero e lo celebravano con le parole. Il barone Forno in Napoli diceva: «Due donne che abbiano sonora voce, cantando l'una e l'altra in terza, ed un uomo che l'accompagni, in voce di basso, cantando, dico, tutti e tre sull'unisono canzonette di gusto, non recan eglino il maggior piacere del mondo, anche oggigiorno (1792), che siamo per così dire sazj di sentire composizioni eccellenti della più scelta ed armoniosa musica? Simili ariette, così cantate, si sentono con gran diletto, tutte le sere estive, nella pubblica Villa di Palermo, e moltissime persone di ogni ceto corrono ad esserne ascoltatrici»[516].
[516] _A. Forno_, _Opuscoli_, p. CCXXX. In Napoli, 1792.
Kephalides vi assistette nei primordî del sec. XIX, e «da ogni lato intese chitarre e tamburelli e gran folla di spensierati ballando come pazzi al suono d'un violino e con le mani facendo scoppiettar le castagnette, mentre un vecchio batteva il sistro con le dita coperte d'un grosso ditale di ferro».
Il vecchio è morto e seppellito: il sistro (_azzarinu_) si batte con un ferro; ma la Flora non riecheggia più di cembali, nè di canti, nè di balli, nè di grida di venditori. Il chiasso di chi mangiava e bevea all'_Astracheddi_[517] è appena un ricordo del Meli. Fino i giocatori alle bocce, incomodi e pericolosi ai passanti, sono per sempre scomparsi. Nel 1822 un forestiere trovava già chiusa all'Avemmaria questa Villa Giulia: ed ora, quando il popolo vi accorre numeroso, vuoi di giorno, vuoi di sera, la musoneria ne è sempre la nota dominante.
[517] _Meli_, _Poesie_, p. 374 ed anche a p. 92.
_Capitolo XXVI._
_DIVERTIMENTI A PORTA NUOVA E A ZE SCIAVERIA; VILLEGGIATURA AI COLLI E A BAGHERIA._
Ma non la sola Marina, non la sola Villa Giulia, eran teatri di passatempi e di svaghi.
Un giorno non si sa come e perchè, i Palermitani mettono gli occhi sopra la via fuori Porta Nuova e cominciano ad andarvi, dapprima in pochi, poi in molti. Quanti amano il piacere, nuovo come passeggiata giornaliera estiva, son tutti lì.
E la Marina? La Marina resta quasi deserta, solo frequentata dai signori. Andate a leggere nel capriccio del Palermitano!
La passeggiata fuori Porta Nuova finiva a mezzanotte. Beato chi poteva trovare un posticino nei sedili presso la fontana di S. Teresa! (Piazza Indipendenza). Qualche solitario sognatore di vecchie storie guardando la bella, anzi bellissima sirena della fontana versante dal seno copiosi zampilli d'acqua, avrà riflettuto sulla labilità delle umane cose, e sarà corso col pensiero al primo Marcantonio Colonna, alla più che dolce amica di lui Baronessa di Miserandino, ed alle turbinose vicende di quel marmo, di continuo, secondo i tempi e le esigenze estetiche, spostato da un luogo all'altro, e finalmente allogato qui, donde poi, al domani d'una rivoluzione (1860), doveva passare in un privato giardino[518].
[518] Chi vuol sapere altro di questa simbolica statua, legga il _Diario_ del Villabianca, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 358-62. Aggiungiamo per la dolorosa cronaca, che dopo il 1860 per la eterna inconscienza di amministratori incuranti d'ogni memoria storica, la sirena fu venduta, o ceduta, o regalata ad un privato, che la tiene, dicono, in un suo giardino di via Pietro Pisani.
Ma il gran pubblico, il pubblico grosso, pensava ad altro, e forse neanche sapeva della passione gagliarda del Vicerè, forte così nella giustizia pei delinquenti come nell'amore della sventurata dama di Palermo. Per esso c'era più gusto a guardare le nuove baracche di frutta, dolci, ed i nuovi caffè, che a contemplare la muta sirena.
Anche qui fu visto aggirarsi il Meli; anzi proprio da lui si è saputo della diversione dalla Marina alla nuova passeggiata (nuova, s'intende, per la forma che pigliava e per la passione dei frequentatori). Fu lui che, cresciuto l'entusiasmo per _Porta Nuova_, volle andarvi, riandarvi, e cantarla nella vita novella e nel movimento incessante, allegro di coloro che vi si recavano. Fu lui che raccolse l'eco d'un
Coru di strumenti Sunari a tinghitè,
e delle chitarre in mano ai più esperti figari della città; fu lui che assistette alla ressa dei buontemponi, ed allo spensierato gironzolare delle donne nel loro bianco costume di estate; e solo da lui sappiamo:
Ca cui cci va la sira Ddà fora a Porta Nova, Siddu ni fa la prova, Mai si la scurdirà[519].
[519] _Meli_, _Poesie: Porta Nuova_, pp. 90-91.
D'altro lato, non dobbiamo giudicare priva d'un certo gusto la nuova simpatia per la vecchia strada fuori Porta Nuova. Se oggi il Corso Calatafimi è comodo e buono, allora che si chiamava, come ancora volgarmente si chiama, strada di Mezzo Monreale, era anche bello, uno dei più belli dei dintorni di Palermo. Da quella Porta fin sopra i Cappuccini, platani, alvani e pioppi giganteggiavano in doppia fila difendendo dal sole d'estate, dalle piogge d'inverno i passanti. Di tratto in tratto, gaie d'aspetto vi sorgevano ville eleganti, e a distanze regolari fontane di limpide e salutari acque, le quali cent'anni dopo -- non un giorno più, non un giorno meno -- doveano come impure e non potabili essere sostituite con altre, «dedotte dalle eccelse vette dei Nebrodi» (come dice una sciocca iscrizione testè murata nel prospetto del Palazzo municipale). Ed il popolo, eterno poeta, non impassibile a tanta bellezza di natura e d'arte, cantava lietamente:
Quant'è bedda la via di Murriali! Cci su' li chiuppi (_pioppi_) fileri fileri, E 'ntra lu menzu, li quattru funtani Su' l'arricriu di li passaggeri[520].
[520] Di queste quattro fontane la 1ª era nella Piazza S. Teresa o Indipendenza, ove ora sorge l'obelisco, la 2ª, sola che rimanga, al fianco occidentale del R. Educatorio Maria Adelaide; la 3ª, nel mezzo d'un piccolo anfiteatro, scomparsa dietro un muricciuolo rimpetto l'antica Chiesa, oggi quartiere della Vittoria; la 4ª, di fronte alla via dei Cappuccini, adesso Pindemonte.
Di là dalla Flora, oltre la Tonnarazza ed il Ponte di S. Erasmo, a Romagnolo era _Zè Sciaveria_, altra delizia palermitana. Zè Sciaveria (zia Saveria) era il nome della intraprendente donna, ch'ebbe il coraggio di convertire la solitaria spiaggia in ameno ed elegante ritrovo. Nulla di simile si era saputo ideare in città; e della città esso raccoglieva il meglio delle trattorie e dei caffè, senza essere nè trattoria nè caffè, o dell'una e dell'altro partecipando. La novità della impresa, l'amenità del sito, fronteggiato a sinistra dalla _silhouette_ del Pellegrino, lambito di fronte dalle ondicelle del golfo, guardato a destra dalla batteria del Sacramento, dalla torre dei Corsari, dal Castello di Ficarazzi, che guida l'occhio verso la montagna di Solunto, e dietro ed intorno coronato dai monti Grifone, Gerbino e Gibilrossa, ne facevano la grande attrattiva giornaliera d'ogni persona che avesse voglia di passare qualche ora divertita.
Non era nata ancora ed era già celebre, ed a frotte vi andavano d'ogni classe persone; giacchè Zè Sciaveria era un posto buono per tutti. Poeti superiori come il Meli, mezzani come il Melchiore ne decantavano le maraviglie; questi, anzi, inventava una favola per provare che il sito avesse avuto origine divina, giacchè Encelado, sopravvissuto ai giganti subissati da Giove, venne a nascondersi presso Mostazzola, amò la Saveria, che durante tremila anni rimase incinta e diede poi in luce un nanerottolo, padrone di questo luogo, uomo che avea mente e pensieri da re.
Codesta allusione, in mancanza di notizie particolari, fa supporre aver avuto la Saveria un figliolo forse gobbetto: e così sarebbe spiegata la fortuna insolita del caffè-ristorante, come oggi si direbbe, o della elegante taverna od osteria, come si diceva allora,
E chi ha nobilitatu sta cuntrata: 'Nfatti Dami, prelati e Vicerrè Vennu ogni jornu a fari passiata; E tanti e tanti senza li stestè[521] Vennu ccà apposta, lassannu la Flora, Sidennu a sti puliti canapè. L'occhiu guarda lu mari e si ristora, Godi vidennu culonni e perterra, Orti, muntagni e la citati ancora[522].
[521] Senza i cavalli, cioè senza carrozze.
[522] _Melchiore_, _Poesie_, pp. 247-49.
Meli conferma la inusata eleganza del nuovo posto nei tanti
Gran cornacopj, Specchi e lumeri, Ed autri mobili Di cavaleri;
donde il favore, non solo dell'aristocrazia, ma anche d'ogni altro ceto. L'accorta padrona avea fatto le cose bene: larga _réclame_ per la città; tende pel riparo dei signori e civili che si recassero da lei; tavoli illuminati da due candele, ciascuno per le singole famiglie che volessero divertirsi; per i villeggianti dei dintorni, ai quali non era proibito di accedere «coi reciproci galanti», e per chi volesse andarvi da Villabate, S. Cataldo, Mostazzola, Torrelunga. Zia Saveria era donna che la sapeva più lunga di qualsiasi altro commerciante di Palermo, e basta dire che, esempio unico nel genere di industria, faceva ordinarî trattenimenti di musica, al suono dei quali
Si balla e canta, Si canta e vivi,
o meglio vi si passa tra
Balli e tripudj, Sàuti a muntuni, Favuli e brinnisi Soni e canzuni[523].
[523] _Meli_, _Poesie_: ode n. XXIX: _Zè Sciaveria_.
Ora, dopo cent'anni, solo il nome rimane della divertente contrada, ed un documento di soggiogazione nell'Archivio del Comune[524]. Ma sul vicino scoglio echeggia la dolcissima canzonetta del Meli:
[524] L'egr. avv. Guglielmo Savagnone, Direttore dell'Archivio Comunale di Palermo, il quale con ogni maniera di gentilezze ha aiutato le nostre ricerche per lo studio delle condizioni amministrative ed economiche della città, ci fa conoscere che nel 1781 in favore del Banco Comunale di Palermo veniva assegnata una «soggiogazione di ducati 45 annui sopra la _casina_ (villa) e le case alla zia Sciaveria, così detto _Romagnolo_». La contrada è denominata: _Zi Sciaveria_; _Romagnolo_ figura come soprannome; e non vuolsi dimenticare che quest'ultimo nome, ora tanto comune, nacque dalla villa del Senatore Corrado Romagnolo.
Supra lu scogghiu Di Mustazzola L'àipa vola, L'alba si fa!
La città non bastava a chi avesse modo di procurarsi agiatezze e svaghi; ci voleva qualcos'altro fuori, nelle campagne dei dintorni. La povera gente ci andava (come ci va sempre) nelle tanto attese ricorrenze festive di Madonne e di santi, e nel calore della scampagnata consumava il guadagno d'una intera settimana, quando il guadagno l'aveva, o quando i pochi tarì ottenuti al Monte di Pietà dando in pegno un soggetto qualsiasi di casa, glielo consentissero. La quale risoluzione pratica non si arrestava in essa, ma passava ed estendevasi in un ceto meno modesto, quello di certi impiegati e di piccoli trafficanti, ai quali non sembrava vero di poter fare uno strappo all'abituale parsimonia della vita. Per costoro non ricorrevano invano le biennali quarant'ore del 14 settembre a Monte Pellegrino, il festino del 3 di maggio e le quinquennali dimostranze di settembre in Monreale o in altri siti, come una volta le feste di Maredolce e di Baida, la cui proverbiale Calata ha anche oggi la somigliante in quella del Pellegrino.
Senza aver sostenuto fatiche di corpo, e perciò senza un pressante bisogno di rinfrancarsi, rompendo la monotonia della vita cittadina forse perduta, i nobili cercavano nella campagna semestrali ricreazioni. Con le sue agiatezze e coi suoi ozî beati la campagna non era se non la continuazione della città. A Mezzo Monreale, ai Colli, a Bagheria essi andavano con la famiglia; e lungo stuolo di amici, di aderenti, di familiari li seguivano. Tra le varie ville come tra' varî palazzi aveano ben da scegliere. A guardare oggidì i palazzi magnatizi di Calvello, di S, Giuseppe, di Guggino, di Maletto, di Tommaso Natale, di Pantelleria ai Colli, e quelli innanzi ricordati[525], si rimane stupiti della sontuosità di essi. L'architettura del tempo vi spiegò tutti i suoi capricci di scale esterne e di appendici ornamentali. La ricchezza vi tenne una corte di casette basse per la servitù, sulle quali signorilmente levavasi l'edificio superbo. Quanto la vita moderna possa immaginare di confortevole era apparecchiato con particolarità che rispondevano alle ricercatezze, ai gusti più delicati. Oh no! non erano solo gli Agrigentini che fabbricavano come se non dovessero morir mai e mangiavano come se dovessero morire il domani!
[525] Vedi cap. II: _Su e giù per Palermo_, pp. 35-36.
Mentre le strade carrozzabili erano scarse come le cose buone, una, conducente ai Colli, non mancava (1768); alla quale poteva accedersi anche per quella del Mulino a vento (Corso Scinà) uscendo da Porta Maqueda dopo il taglio del baluardo di questo nome (1780).