La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 24

Chapter 243,527 wordsPublic domain

[479] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 337-38.

Varie confraternite aveano per pio istituto il seppellire coloro che per estrema povertà sarebbero rimasti insepolti; erano quelle di S. Giuseppe ab Arimathea, delle Sette Opere della Misericordia, de' Pellegrini, di S. Ivone, di S. Giuliano, di S. Francesco, ecc. Esse potevano limosinare in tutti quei giorni che dovesse seppellirsi qualche povero, «il che in una città così popolosa avviene quasi ogni giorno». _Fundatio publici Caemeterii_, p. 88. Anno 1785.

La breve notizia è un guizzo di luce nel campo non del tutto esplorato del costume. Come dev'essere stato orribile, andando per la città, vedere nei posti più frequentati, fermi e circondati di curiosi, cataletti, con sopravi figure contraffatte di uomini e di donne in attesa di chi offerisse l'obolo per le spese del seppellimento!...

La provvida abolizione, peraltro, non tolse l'uso dei trasporti funebri di poveri, di civili, di nobili. Il noto Segretario del Senato Teixejra nel 1793 parlava ancora di questue dell'opera Santa di S. Giuseppe ab Arimathea a beneficio dei defunti poveri[480].

[480] _Teixejra_, _op. cit._, cap. XII.

Nè mutò l'abolizione de' diritti parrocchiali per siffatte occasioni luttuose. Quantunque non si pagasse più l'associo, la benedizione del cadavere ed il trasporto di esso, pure questo, dove l'agiatezza lo consentisse, o la vanità del fastigio lo esigesse, avea l'onore d'un corteo di frati e di preti dalla casa alla chiesa o, quando qui non fosse la sepoltura, al camposanto. Non lo mutò neppure il divieto di quella tale associazione che per un _grano_ (cent. 2) la settimana forniva ai contribuenti gratuito, se tale poteva dirsi, ed associo e sepoltura e mortorio e messe ed altri postumi suffragi[481].

[481] R. Decreto del 15 Gennaio 1783.

Il morto volgare veniva acconciato in portantina, scoverta o no. La distinzione s'avea anche in questa, perchè esisteva una gradazione esteriore, dal cuoio nero semplice al legno lucido, ed ornato con un pennacchio in alto, un cranio su due stinchi incrociati davanti, ed il motto: _Memento mori_[482].

[482] _Galt_, _op. cit._, p. 50. Vedi nel presente vol., p. 219.

Non era raro che una portantina comune con un cadavere dal viso mostruoso e ributtante si scambiasse per altra, rallegrata da un bel viso sorridente, e viceversa. Hager si disse vittima di questo equivoco, e lo ricordava con terrore[483].

[483] _Hager_, _Gemälde_, pp. 118-19.

Eppure, la vista di cotali spettacoli non dovea essere così brutta come ne è adesso per noi il semplice ricordo. Ci si era nati, cresciuti, e perciò abituati: ed a forza di giornaliere ripetizioni doveva tenersi come una delle cose ordinarie della vita.

Fin nelle feste dei bimbi e dei fanciulli, e nelle strenne, che loro si facevano e si fanno credere regalate dai congiunti trapassati, le triste immagini potevano ricomparire, frammischiarsi, senza turbare i miti sogni delle anime tenerelle. L'Arcivescovo Filangeri, fungendo da Presidente del Regno (1773 e 1774), volle per due volte consecutive, all'avvicinarsi della fiera per la commemorazione dei defunti, disporre «che non si lavorassero le antiche immagini o figure di qualunque si sia sorte di morti, di scheletri, di ossa, di teschi»[484] (anche di teschi manipolati dai dolcieri per le strenne fanciullesche!); ma non si hanno prove che con la venuta del novello Vicerè si fosse ottemperato al bando presidenziale.

[484] _Galt_, _op. cit._, p. 50. Vedi nel presente vol., p. 219.

Il provvedimento governativo per le seppellizioni nel nuovo cimitero di S. Orsola non abolì l'uso delle inumazioni nelle chiese, ma ne diminuì il numero. Le cosiddette sepolture _gentilizie_ continuarono a ricevere i cadaveri di quelle famiglie che ne avessero la proprietà. Conventi e monasteri erano per questo preferiti; ma preferiti erano, esclusivamente per le donne, i sotterranei delle Cappuccinelle e, indistintamente per gli uomini e per le donne, le catacombe dei Cappuccini. Lì s'accoglievano le dame e le gentildonne dei migliori casati, e, vestite da cappuccine, venivano allogate in nicchie; qui, invece, nobili, civili, ecclesiastici, maestri, i cui congiunti potevano fare la spesa del colatoio e del posto avvenire. In che forma, dopo essiccati, venissero ridotti e come acconciati, si vede ancora nella triste necropoli, che tutti i viaggiatori hanno con senso di ribrezzo visitata, e dove solo un poeta di alta forma trovò non invidiabile ragione d'ispirarsi.

La descrizione che ne lasciò Ippolito Pindemonte è artistica:

.... spaziose, oscure Stanze sotterra, ove in lor nicchie, come Simulacri diritti, intorno vanno Corpi d'anima vôti, e con que' panni Tuttora, in cui l'aura spirar fur visti Sovra i muscoli morti e su la pelle Così l'arte sudò, così caccionne Fuori ogni rumor, che le sembianze antiche, Non che le carni lor serbano i volti Dopo cent'anni e più: morte li guarda E in tema par d'aver fallito i colpi[485].

[485] _Pindemonte_, _I Sepolcri_.

Bei versi, invero, che non fanno onore ai gusti del malinconico Cantore veronese, ma che bastarono a far dare il nome di _Via Pindemonte_ alla strada dei Cappuccini.

Ora anche nel seppellimento una distinzione non poteva mancare. Tra le gallerie ve n'era una anche pei nobili, e dove, mummificati e vestiti d'un sacco nero i corpi di persone dozzinali venivano ordinariamente appesi alle pareti, quelli di distinto casato, dissecati a quel modo ed avvolti nei propri panni e veli, «con sacchetti d'erbe aromatiche sul petto» venivan chiusi in casse, o bacheche, le quali il vecchio custode del luogo apriva ai curiosi visitatori[486].

[486] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, pp. 52-53. Non c'è forse viaggiatore che giungendo a Palermo non abbia cercato di visitare e poi descrivere queste catacombe, ora non più aperte alle seppellizioni. Se non andiamo errati, il primo straniero che ne abbia fatto menzione fu nel 1726 D'Orville (in _Sicula_, pars I, caput V, p. 45; Amstelodami, MDCCLXVI). Seguirono nel 1770 Brydone (lett. XXV); nel 1785 Münter (v. I, pp. 4-5); dopo il 1787 Bartels (v. III, lett. XXXIV); nel 1793 il citato Rezzonico e poco dopo Hager (pp. 168-85).

_Capitolo XXIV._

_PARTECIPAZIONI._

Il lettore non tema di essere attristato con altre notizie funeree. Chi muore giace, e chi vive si dà pace, dicono per proverbio i Toscani; ma più efficacemente i Siciliani: _Tintu cu' mori, ca cu' arresta si marita_. E proprio pei maritaggi, come per i ricevimenti, le gale, i balli, i monacati, partivano gl'inviti da un palazzo e andavano ad un altro, espressione della _grandeur_ delle titolate famiglie. Non un invito che deviasse dal suo natural cammino, non una partecipazione che uscisse dalla cerchia entro la quale se ne stava la classe elevata. Se inviti per alcuno di essa dalla media classe partivano, raro è che, giunti, si tenessero, per quanto graziosamente accolti; e se si tenevano, circostanze e ragioni speciali dovevano averne determinata l'accettazione: o che tra l'uno e l'altro dei due ceti fosse un'amicizia tale da imporre a questo di spedire, a quello di accogliere l'invito gentile, o che nel gentile patrizio fosse una singolare degnazione. Senza di questo ciascuno rimaneva al posto che gli competeva.

Per quanto piccola, questa faccenda delle partecipazioni è una curiosità anch'essa. Se ai dì nostri sono elementi di cronaca mondana la cravatta di uno scombiccheratore di versi, la sottoveste d'un accozzatore di note musicali, il tacco degli stivalini d'una _Nanà_ qualsiasi, e le più futili cose della vita giornaliera assurgono ad importanza che rivela soltanto la nostra miseria, perchè non devono queste dimenticate delicatezze dei nostri vecchi entrare nella storia della eleganza siciliana?

In una delle splendide sale del Palazzo Butera in Palermo[487] è la ricca biblioteca della Casa. Tra i manoscritti del Duchino di Camastra, che, dopo il 1805, dovea essere D. Giuseppe Lanza e Branciforti, Principe di Trabia e di Batera, ed uno dei più colti ed affabili letterati del sec. XIX, v'è un volume che fa per noi[488]. Giovinetto ancora, l'intelligente patrizio piacevasi di prendere appunti nel _Diario palermitano_ che il venerando Villabianca metteva in propria casa a disposizione di lui[489]: e certo a siffatta amicizia è da attribuire la spiccata tendenza del futuro scrittore alla erudizione patria. I dotti lo chiamavano alle loro adunanze: ed una stampa del tempo, che fa parte di quel volume, dice così:

[487] Vedi nel cap. II, p. 15.

[488] _Opuscoli_, t. 5, a. 1795. Ms. di proprietà dell'On. Pietro Lanza Principe di Trabia, a cui siamo grati di aver egli messo a nostra disposizione questo ed altri pregiati mss.

[489] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 583-85.

L'ACCADEMIA PALERMITANA DEL BUON GUSTO. DOMENICA LI 2 8BRE 1796 ALLE ORE 22 NEL PALAZZO DELL'ECC.MO SENATO IL SAC. D. GIOVANNI D'ANGELO RECITERÀ UN DISCORSO CHE HA P. TITOLO LA GALLERIA DI VERRE. SI PRIEGA IL SIG.RE DUCHINO CAMASTRA AD INTERVENIRE.

È, come si vede, una formola ordinaria, la quale verrà subito compresa quando nel corso di quest'opera si leggerà che cosa fosse quell'Accademia, e perchè si adunasse nel Palazzo del Senato, ed alle ore 22.

Sotto l'anno 1795, il volume Butera offre le più distinte forme tipografiche e letterarie di partecipazioni. Scorriamone qualcuna.

Sono pezzetti di carta di filo, non più larghi di dieci, non più lunghi di sette centimetri. Lo stampato vi è incorniciato in fregi incisi e litografati con disegni di artisti d'allora: ben povera cosa, invero, che però non andava senza il nome latino degli autori: _Franciscus Gramignani_, ovvero _Michael Ognibene sculpsit_. Si capisce che le cornicette servivano ad inquadrare qualunque comunicazione. Ma in tanta modestia di dimensioni e di forma quale profumo di gentilezza!

Eccone uno, il primo, che s'infiora del sorriso d'una nobil donna a tutti nota:

LA MARCHESA DELLA CERDA MENTRE DIVOTAMENTE LA RIVERISCE SI DÀ L'ONORE DI SIGNIFICARLE IL GIÀ CONCHIUSO MATRIMONIO DI D. GIUSEPPE DI SANTO STEFANO MARCHESE DELLA CERDA SUO FIGLIO CON D. GERTRUDE RUFFO ZIA DEL PRINCIPE DI SCILLA E CON PIENO OSSEQUIO SE LE RASSEGNA.

Non abbiam modo di vedere se la egregia Marchesa fosse, come pare, vedova e, come supponiamo, madre di quel giovane che in Roma incontrò la famosa avventura di strappare dalle unghie della gendarmeria pontificia l'amico suo Cannella; ma se era la madre, essa deve aver presa molta cura dell'ardito e sventurato abate, quando egli potè impunemente ritornare a Palermo.

Eccone un altro, al quale mancano le forme tipografiche di epigrafia:

ESSENDOSI DI GIÀ STABILITE LE NOZZE FRA D. FRANCESCO PAOLO DI MARIA AGLIATA PRIMOGENITO DEL BARONE DI ALLERI, E D. CASIMIRA DRAGO, E MIRA FIGLIA DELLA MARCHESA D. FLAVIA DRAGO, E MIRA, IN DISCARICO DI SUA ATTENZIONE IL BARONE DI ALLERI PADRE NE PARTECIPA L'ADEMPIMENTO.

Non è bello, ma in una collezione non guasta.

Ecco uno sposo che, forse per esser privo dei genitori, _nomine proprio_ annunzia a parenti ed amici i suoi sponsali:

IL PRINCIPE DELLA CATENA NELL'ATTO CHE DIVOTAMENTE RIVERISCE L'E. V. LE PARTECIPA LA CONCLUSIONE DEL SUO MATRIMONIO, COLLA SIG. D. CATERINA REQUESENZ, E BONANNO, FIGLIA DEL PRINCIPE DELLA PANTELLERIA E SPERANDO I GRAZIOSI EFFETTI DI GRADIMENTO SU DI QUESTI DOVEROSI UFFICI SE LE RASSEGNA.

Il padre della sposa avea una paginetta aneddotica nel zibaldone ms. d'un aromatario d'allora; ma noi non saremo così indiscreti da richiamarla a proposito d'una festa gentile di gentilissima fanciulla. E seguitiamo a sfogliare il volume del Duchino di Camastra.

La seguente è una partecipazione di due signoroni, l'uno forse congiunto, o tutore della sposa, l'altro sposo:

IL PRINCIPE DI MONTELEONE ED IL PRINCIPE MARCHESE DI GIARRATANA NELL'ATTO DI RIVERIRLA DIVOTAMENTE LE PARTECIPANO IL CONCHIUSO MATRIMONIO TRA D.A FELICE DI NAPOLI, E NASELLI, FIGLIA DEL SIG. PRINCIPE DI RESUTTANO ED IL SUDETTO PRINCIPE MARCHESE DI GIARRATANA, E SI RESTANO ALLA DI LEI UBBIDIENZA.

Questo pei residenti nella Capitale; ma quando gli amici eran lontani, forma e formola cangiavano: lo stampino minuscolo diventava un foglio grande di carta, e la dicitura epigrafica passava in epistolare. In proposito incontriamo una lettera stampata della Principessa di Cutò in Napoli alle sue nobili amiche in Palermo:

_Eccellenza._

_Piacente novella recherà a V. E. questo mio divotissimo foglio della conclusione del Matrimonio tra la mia nipote D. Nicoletta Filingeri figlia del fu Duca di Misidindino mio primogenito, ed il Principe della Motta unigenito del Duca di Baranello. Ascriverà l'E. V. questo mio ufficio come testimonianza di mio rispettoso ossequio alla sua degnissima persona, e famiglia, mentre io contrasegnandole l'onore de pregiatissimi suoi comandi costantemente mi ripeto_

_Di V. E._

_Napoli, 18 Agosto 1798._ Div.ma Obl.ma serva e par[tecipan]te _La Principessa di Cutò_.

A. S. E.

(_Ms._) La Sig. Principessa della Trabia.

Palermo.

Lasciamo la Biblioteca Trabia-Butera e rechiamoci alla Biblioteca Comunale, ove il Mentore del futuro letterato ci conservava tesori di erudizione contemporanea. Il _Diario palermitano_ edito ed inedito tante tante volte sopra ricordato del Villabianca ha delle vere ghiottornie del genere.

La forma dei piccoli avvisi cominciava a comparire verso il 1777; prima del quale anno essi correvano su carta grande ad una sola colonna, e con molta, fin troppa semplicità. Nella nuova forma tipografica, se nuova può dirsi, venne diramato l'invito ad una serata da ballo della Viceregina Principessa di Stigliano; uno della Duchessa di Sperlinga per il figlio di essa Viceregina; uno del Principe di Paternò, Capitano, per un lutto di due mesi, in seguito alla morte dell'Elettore di Baviera, ed, esempio unico e solo, uno in caratteri d'oro, della Principessa di Villafranca[490].

[490] M. Qq. D. 105, pp. 101, 138, 144, retro.

Nello stile vecchio il Villabianca ci dà a leggere le participazioni del Principe di Trabia e del Duca di Sperlinga per le nozze dei loro figli[491]. Certo, Aloisia Lanza voleva un gran bene al suo Saverio, e perchè gli voleva un gran bene era lontana dal prevedere il grave attentato che un giorno, proprio nella casa nuziale, avrebbe egli commesso alla vita di lei. Di quel torno (1780) sono, tra cento altri, gl'inviti del Marchese di Regalmici, Pretore prima, Capitan Giustiziere poi, per occasioni di gale[492]; e del Marchese di Villabianca a sacerdoti celebranti. Questo qui, per la sua singolarità, vuol esser conosciuto di preferenza:

[491] _Diario_ dell'art. 1779, p. 86.

[492] _Diario_ del 1780, pp. 255 e 261.

IN OCCASIONE DI DOVER FARE LA LORO SOLENNE PROFESSIONE NEL VEN. MONASTERO DI S. MARIA DELLE VERGINI LUNEDÌ CHE SONO LI 26 DELLO SPIRANTE NOVEMBRE LA SIGNORA D. CONCETTA ELEONORA, E D. MARIA BEATRICE EMMANUELE DE' MARCHESI DI VILLABIANCA SORELLE, VIENE PREGATA LA DI LEI BONTÀ PER ACCRESCERE VIEPPIÙ LA POMPA COLLA PRESENZA DI SUA MESSA, E SICURO DELLA SUA GENTILEZZA SI OFFERISCE ALL'INCONTRO[493].

[493] 26 nov. 1781. _Diario_ a. 1781-82, p. 183.

Le due monachelle non ci resteranno sconosciute. Noi le vedremo il giorno della visita della Viceregina Colonna a quel monastero, e le sentiremo squisitamente sonare strumenti.... non monacali.

Poco prima che la Corte di Napoli venisse a Palermo, la Capitanessa Principessa di Torremuzza invitava le dame ad illuminare le loro case pel felice parto della Granduchessa di Toscana Luisa Amalia, e, venuta la Corte, il Principe marito Capitan Giustiziere avvisava che S. M. «tiene appartamento in Corte, e permette alla persona alla quale è indirizzato l'invito d'intervenire»[494]. Si noti la concessione _permette_, non _invita_ ad intervenire.

[494] _Diario_ ined., 19 sett 1798, p. 490; 3 febbr. 1799, p. 142.

La Capitanessa aveva rappresentanza ufficiale e andava ufficialmente riguardata. Come il marito ai Signori, così lei alle dame partecipava i reali o vicereali comandi; e come lei, così anche la Pretoressa per le partecipazioni che il Pretore pel Senato faceva ai nobili in occasione di ricevimenti al Palazzo Pretorio. Una volta che la Pretoressa nol potè, la nuora ne tenne le veci, perchè la moglie del Pretore aveva il dovere ed il privilegio di far gli onori di casa.

Un'altra citazione e non più. I nobili solevano recarsi ai periodici convegni del Palazzo Viceregio; con loro o senza di loro, le dame non mancavano mai. Un giorno però un ordine superiore, forse del neo-Presidente del Regno, o dispensava le dame dallo intervento, o rimandava a lutto finito le geniali adunanze; e allora la moglie del Capitan Giustiziere si affrettava a far giungere di casa in casa questa circolare:

LA PRINCIPESSA DI GALATI CAPITANESSA RIVERENDOLA DIVOTAMENTE LE AVVISA CHE PER L'ACCADUTA MORTE, DEL FU PRINCIPE DI CARAMANICO VICERÈ SI È STABILITO DI NON INTERVENIRE DAME NELLA GALLERIA DEL GIORNO 12 CORRENTE.

L'avviso era ampio, il doppio degli ordinarî: e non poteva non esser tale, data la grande sventura della improvvisa scomparsa del buon Principe, tanto festeggiato l'anno innanzi appena recuperata la effimera guarigione.

_Capitolo XXV._

_PASSEGGIATE DELLA MARINA E DELLA VILLA GIULIA._

Fino al 1782 la piazza, già Colonna, poi Borbonica, comunemente Marina, era compresa tra la Garita, a sinistra di chi esce da Porta Felice, e a destra Porta dei Greci, trofeo glorioso dei giovani siciliani a Mahadia, nella spedizione africana del Vicerè de Vega (1556). Dopo quell'anno, raso il baluardo di questo nome e conservata la porta più religiosamente che non abbian fatto posteri incoscienti delle patrie glorie[495], la piazza, o passeggiata, si protrasse fino alla Flora o Villa Giulia.

[495] La insipiente accidia o acquiescenza dei pubblici Amministratori dopo il 1860 tolse e fece portar via come ferro vecchio questa porta, nè si sa dove sia andata a finire.

In questa Marina l'occhio spazia libero pel pittoresco golfo, circoscritto dal classico ferro di cavallo che ha un capo nel Zafferano ed un altro in quel Pellegrino che a W. Goethe parve «uno dei più bei promontorî del mondo», e della cui bellezza di forma egli si credette inabile a dar con le parole un'idea adeguata[496].

[496] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 6 aprile 1787. -- G., _Wanderungen_, conferma (p. 22) che «in Italia non v'è monte più bello».

Il sole vi dardeggia di giorno il fulgore dei suoi raggi; la luna, di notte, ne inargenta le onde tremolanti; «solo il Bojardo e l'Ariosto, dice un tedesco, ricordano luoghi più incantevoli»[497].

[497] G., _Wanderungen_, p. 21.

Là dove ora frondeggiano perenni le eritrinee, sorgevano, non sappiamo se tutte ammirate, le statue di Carlo II, Carlo III, Ferdinando III[498], dal furore del popolo abbattute più tardi insieme con altre, forse per confuso dispetto di re fedifraghi e di regi patti non mantenuti; al qual furore potè solo sottrarsi nella piazza Bologni quella di Carlo V, che incarna pel popolo una dolorosa affermazione sul caro dei viveri in Palermo[499]. Quelle statue erano intramezzate da due fontane, decoro dell'artistico padiglione per la musica: e la cortina o bastione concorreva alla bellezza della scena con ornamenti di archi e di figure.

[498] Anni 1780, 1787, 1790.

[499] _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racconti pop. sic._, v. IV, n. CCLXVIII. Cfr. nel presente volume il cap. II, p. 27.

Forte, incessante il desiderio dei cittadini di recarsi ogni giorno a questo luogo di svago, forte così da diventare una specie di bisogno. La stagione inclemente e le giornate rigide non valevano a moderarlo. De Saint-Non osservava che nella estate nessun palermitano avrebbe saputo andare a letto senza aver prima fatto un giro in questo sito[500]. Ma anche d'inverno e col freddo di tramontana Bartels vide signore, nobili e borghesi, delicatissime di complessione affrontarvi una tempesta che in continente avrebbe fatto paura[501]. Il recente prolungamento esercitava un fascino su tutti.

[500] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I. p., p. 141.

[501] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 353.

Noi dobbiamo visitarla nella stagione in cui l'abitudine vi chiamava una volta il giorno la popolazione tutta; due volte il giorno, i ceti superiori[502].

[502] _De Borch_, _op. cit._, t. II, p. 132.

Il 24 giugno la passeggiata estiva inauguravasi in forma chiassosa. Delle vetture padronali, altre eran nuove, altre rifatte a nuovo. All'ultimo sole che andava a nascondersi dietro Monte Cuccio luccicavano, svariati e ricchi, gli stemmi d'argento. Cocchieri, lacchè, _volantini_ pavoneggiavansi in abiti che l'uso voleva o supponeva usciti dalle mani dei sarti.

Uno sempre, ma variato fino a settembre, lo spettacolo. Godiamcelo sulle Mura delle Cattive. Qui (se la tradizione è plausibile) le vedove (_cattivi_) che non vogliono farsi scorgere, ma che invece si mettono in evidenza, vengono a prendere un po' d'aria, e la frequente loro presenza dà il nome all'alto viale, ed il nome è etichetta della merce.

Brulica nell'ampio corso la folla di cavalieri e di dame, di borghesi e di signore, di maestri e di donnicciuole. Preti e frati, impiegati e professionisti, soldati e studenti, monachelle e pinzochere animano la scena componendo e scomponendo, come in un caleidoscopio, gruppi multicolori e distinti[503].

[503] Vedi il cap. XX, {p. 305}: _La moda delle donne_.

Verso la Garita siede maestoso in alto un uomo che narra e gesticola e con un bastoncello in mano in forma di furberta trincia in aria dei segni, o combatte corpo a corpo nemici che non ha. Egli è un contastorie, che sa tutte le leggende di Rinaldo, di Carlo Magno, d'Orlando, di Calloandro, di Guerino. Gli appassionati, chi in piedi, chi su pancacce, con la spesa d'un _grano_, pendono religiosamente dalle sue labbra.

A due passi da lui, in un teatrino di legno per farse e commedie in dialetto, popolani ed anche civili entrano premurosi a sentire i creatori della nuova arte nazionale[504]. Trombe e tamburi chiamano uomini attempati e giovani ad uno steccato vicino, ove i lazzi di pulcinella provocano ilarità e risa sgangherate; e dietro a tutti, con uno sforzo assolutamente fantastico d'isolamento, il luogo della contumacia (1788), non è guari scelto e costruito da chi trovò incomodo e pericoloso nelle procelle quello di fronte alla Garita, presso la chiesa di Piedigrotta (1787).

[504] Vedi nel v. II di quest'opera il cap. _Casotti_.

In mezzo a tanta confusione giungon distinte le voci dei venditori di seme di zucca tostata e di acqua del pozzo di Santa Ninfa che a piè del nostro bastione vengono ad attingere gli acquaiuoli della passeggiata.