La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 23

Chapter 233,648 wordsPublic domain

Tanto abuso di sorbetti richiama a quello della acqua gelata nella stagione calda. Come senza di essa non si sarebbe saputo dare un passo in città, così con essa si alternava ogni pietanza ed ogni intingolo. Il nostro bravo forestiere, lodandosene altamente in Palermo, riconosceva strano che questo lusso (a parer suo, il più grande e forse il più salutare tra tutti i lussi) fosse ancora tanto trascurato in Inghilterra: e rilevava con piacere la pratica dei medici siciliani di dare al malato di malattie infiammatorie acqua gelata in quantità; pratica spinta tant'oltre che un celebre medico d'allora copriva con esito fortunato il petto e lo stomaco del paziente, di neve e ghiaccio[463].

[463] _Brydone_, _op. cit._, lett. XX, e XXXIII.

Se non l'abbiamo fatto prima, vogliamo ora che ci cade in acconcio, notare che l'etichetta del tempo non guardava al vestire da tavola; pare anzi che in questo non si andasse tanto pel sottile[464]. Alla eleganza delle vesti non si sacrificava punto la libertà del comodo: di che qualche viaggiatore si maravigliava come di costumanza incoerente alla vita di grandezza e di sussiego.

[464] _Galt_, _op. cit._, pp. 40-41.

Alle mense nobilesche raramente mancava qualche parassita, vecchia piaga di chi ha. Quest'essere avea bene una casa, ma solo per dormire; il resto della giornata divideva tra' suoi potenti amici, presso i quali giungeva sempre con esattezza matematica. D'uno di essi fu detto:

Lu viditi affacciari a menzujornu, 'Ntra l'ura giusta chi firria lu spitu[465].

[465] _Melchiore_, _Poesie_, p. 62.

Egli andava ben vestito, ma si hanno forti dubbî se il sarto del suo giamberghino fosse stato pagato. Il suo appetito era pari alla sua sfrontatezza. Degl'intingoli, dei manicaretti che si passavano in giro, tutto assaggiava, tutto mangiava, tutto trovava eccellente; e come per isdebitarsi col suo generoso ospite vuotava il sacco di tutte le notizie che avea potuto udire o leggere gironzolando di qua e di là. E l'ospite non poteva non esserne soddisfatto, solleticato nella sua vanità di ricco, di magnifico, e, altronde, non isdegnoso della compagnia di persone che alla fin fine erano le più innocue creature del mondo.

Un signore savoiardo ha una pagina aspra per codesti parassiti, i quali egli incontrava in ogni casa magnatizia, e che il padrone di casa, pur disprezzandoli, tollerava, perchè il loro rumoroso stuolo serviva ad accrescere pompa alla scena: «espediente infelice, diceva lui, che obbliga il signore alla compagnia di uno stuolo di miserabili che gli ronzano attorno, guidati dallo interesse di strisciare ai piedi del fortunato»[466].

[466] _De Borch_, _op. cit._, t. II, p. 82.

Meli vedeva una ingiustizia sociale nel favore accordato a questa gente a scapito di altra che lavora e non riceve nulla. Certi baroni

.... paganu beni e profumati Li tanti parassiti muscagghiuni, Chi si fannu vidiri affacinnati E usurpanu lu lucru tuttu interu Di chiddi chi fatiganu davveru[467].

[467] _Meli_, _Poesie: Lu boi e la muschitta_.

In mezzo a tanta festa di gola e di ghiottoneria, Palermitani e Siciliani, dal primo all'ultimo, dal più alto al più basso, le solite eccezioni fatte, erano frugalissimi nel mangiare, moderatissimi nel bere. Nelle grandi mense, solo dopo il 1770 cominciarono a brindare alle dame toccando i bicchieri, e bevendo alla loro salute: usanza, a quanto pare, non mai udita nè seguita prima dell'esempio datone in Palermo da due signori inglesi[468].

[468] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.

Questa frugalità c'induce a guardare il rovescio della medaglia: il mangiare, cioè, dell'infima classe, dalla quale in parte, e in parte dalla superiore, ritraeva il ceto civile.

Non occorre uno studio per conoscere come si nutrisse la povera gente che viveva col lavoro delle braccia. I cibi meno costosi, presi dal regno vegetale, erano il suo alimento ordinario. Zuppe d'ogni maniera di legumi e di verdure, il meglio che essa potesse permettersi quando il frutto del lavoro glielo concedesse, o solo in qualche giorno della settimana. Il suo alimento però era sempre a base di pane, quando _fino_, di buona qualità, quando _murino_, di qualità inferiore; pane scusso, pane con cipolla e, secondo le stagioni, con pomidoro non maturo, con fave verdi, o con frutta fresche o secche, o con olive, o con formaggio della peggiore qualità, con copiose libazioni d'acqua o con un gotto di vino quando l'aveva[469]. Il caffè, la cioccolata le eran note solo di nome, per quel che ne sentiva dire, o che ne vedeva passando, o per qualche prova che poteva averne fatta in giorni di poesia. Questi conforti mattutini erano, come abbiam veduto, riservati a gente civile, e tale essa non poteva dirsi nella triplice partizione della società. Non caffè con latte quindi bevea, perchè il latte andava preso in giorni eccezionali, ed i medici preferivano per gli ammalati quello d'asina.

[469] Una notizia in proposito ha _Galt_, _op. cit._, p. 40.

Al di sotto delle zuppe, come si chiamano tra noi, andavano altri cibi: fave lesse non isbucciate, minestre ed erbaggi, che costavano solo la cottura e non sempre esigevano condimenti di olio, bastando il vilissimo sale di Cammarata o quello migliore di Trapani ed il pepe selvatico della città[470]. Secondo le stagioni e le circostanze, usava anche baccalà e tonno, che, copiosissima essendone la pesca e del tutto mancanti i mezzi di esportazione, andava svilito al prezzo d'un baiocco il rotolo (4 cent. di lira gr. 800), e che chiamavasi perciò _carni di puvireddu_; e _sciala, poviru!_ gridavasi dai venditori per le piazze.

[470] Usava, difatti, ed usa ancora, lo _speziu sarvaggiu_, falso pepe, ed il sale di _menza macina_, cioè non tutto raffinato.

Dall'agosto al dicembre i fichi d'India erano la provvidenza di quanti non avessero da sfamarsi; e ciò non solo nella Capitale, ma anche in tutta l'Isola. Galt sul principiare del secolo ne trovò quasi incredibile il consumo. «In ogni parte voi v'incontrate in piantagioni di fichi d'India, in ogni villaggio coperte ne sono le stalle. Ad ogni angolo di strada di Palermo sono articolazioni (_pali_) di fichi d'India. Se vi capita uno che mangi, il suo cibo non sarà che di fichi d'India. Se egli porta un paniere, questo non sarà d'altro pieno che di fichi d'India. Ogni asino che la mattina s'avvii alla città, è carico di fichi d'India. Un contadino che in sul far della sera stia sopra una pietra a contar monete di rame, non fa se non il conto di quel che gli han prodotto i suoi fichi d'India. Se un genere è cattivo si dice che non vale un fico d'India, mentre non v'è cosa più squisita al mondo che un fico d'India. Ecco il solo lusso che gode il povero»[471].

[471] _Galt_, _op. cit._, p. 27.

Quale distacco tra chi avea e chi non avea!

_Capitolo XXIII._

_LUTTI DI CORTE, DI NOBILI, DI CIVILI, DI PLEBEI; SCENE MACABRE._

Le feste ed i lutti della Corte eran feste e lutti della Nobiltà; e siccome di occasioni liete e tristi non era penuria nella Corte di Napoli, feste e lutti si alternavano con frequenza di forme stridenti. Carolina regalava ogni anno o due un figlio all'augusto marito, un padrone ai sudditi fedeli; e bisogna riflettere che questi regali andavano celebrati anche negli anniversarî, e che il Principe ereditario, in età da prender moglie, presala, avea anche lui i suoi figliolini, i quali non potevano passare inosservati. Or se si consideri che la Casa Borbone, emanazione di quella paterna di Spagna, era imparentata con la Casa d'Austria-Ungheria, con quelle di Toscana, di Portogallo e con altre regnanti in mezza Europa, può immaginarsi quante volte all'anno dovesse il Castello issare la bandiera, il Duomo sciogliere le sue campane, la Curia intonare i suoi _Te Deum_, le fortezze della città sparare i loro cannoni; e con tutto questo le truppe fare le loro mostre, i nobili accorrere al baciamano di giorno ed ai ricevimenti di sera. E non mettiamo in conto gli arrivi e le partenze dei Vicerè, gli onomastici ed i compleanni loro e delle Viceregine: salvo che non si fosse scapoli, come il placido Marchese Fogliani, l'arcigno Marchese Caracciolo, il dabben Principe di Caramanico.

Diremo altrove delle feste d'altro genere; qui accenneremo soltanto ai lutti.

Feste e lutti venivano, le une avvisate, gli altri intimati con ispeciali inviti che, come abbiam detto e diremo, si sdoppiavano: uno, p. e., del Capitan Giustiziere ai cavalieri, uno della Capitanessa alle dame. Basta leggere codesti inviti o partecipazioni per formarsi un'idea del lutto che si dovesse prendere:

_La Marchesa di S. Croce Capitanessa_ _nell'atto di riverirla, le fa sapere_ _di essere arrivata a S. E. con Dispaccio Reale_ _in data de' 24 dello scaduto Febrajo [1781]_ _la morte_[472] _seguita della Reggina vedova di Portogallo_ _ed avere la Reggina Nostra Signora_ _preso il lutto per mesi quattro due stretti,_ _e due più larghi,_ _che corsero dalli 18 dello stesso Febbrajo;_ _perciò S. E. Signor Presidente del Regno_ _ha determinato_ _che lo stesso si prattichi in questa Capitale_ _da tutte le Signore Dame,_ _e con pieno ossequio le si rassegna._

[472] _Arrivata la morte_, invece della _notizia della morte_!

Se la morte era di persona della Famiglia reale, il bruno doveva essere intero, completo, fino alla mancanza della inevitabile cipria alle parrucche e delle _dentelles_ alle maniche delle giamberghe. Così fu per la morte della Imperatrice Maria Teresa, madre della Regina, notizia per la quale fu mandata in giro (6 febbr. 1783) un'elegante circolare in questi termini:

_Il Marchese di S. Croce Capitano Giustiziere_ _nell'atto di riverirla distintamente le fa sapere,_ _che dovendosi celebrare nel Duomo_ _per nove giorni continui l'Essequie, e Funerale_ _per la morte dell'Imperatrice Regina_ _Madre della Regina N. S._ _cominciando dal giorno 16 del corrente_ _per tutti li 24 dello stesso;_ _perciò S. E. Sig. Presidente del Regno il primo,_ _ed ultimo giorno, due ore prima al mezzogiorno_ _abbasserà al Duomo, ove terrà la Real Cappella:_ _ed in detti nove giorni_ _vestirsi in lutto rigoroso senza polvere, e manichetti_[473] _e con pieno ossequio si resta._

[473] I _manichetti_ erano le _dentelles_ che si cucivano all'orlo delle maniche.

Nove giorni di funerali! C'era da svenirsi; ma la Nobiltà c'era abituata, e, se si toglie l'incomodo della levata mattutina, che po' poi non era grave, non essendosi tenuta conversazione la sera innanzi, ad esequie finite, rincasavasi con la soddisfazione di aver compiuto un dovere, e forse con un po' d'appetito in corpo.

Alle dame, per la medesima ragione, era stata spedita per via di lacchè altra partecipazione consimile a nome della Capitanessa Marchesa di S. Croce.

Qui la sventura era grande, perchè legata strettamente alla Famiglia regnante; ma per decessi di personaggi che in Sicilia nessuno conosceva, e che solo l'aristocrazia avea sentiti nominare nell'annuo _Notiziario di Corte_ del Gregorio, il lutto si raccomandava ed esigeva; e quando una volta un signore credette di potervi derogare, e tenne una festa da ballo, il Vicerè lo mandò subito in prigione, scandalizzato che durante un lutto ci fosse un nobile che si permettesse di tenere festino in casa sua. Ed il povero, mal consigliato signore, che era stato sempre una buona persona, dovette prendere un mesetto di Castello.

Questa commedia del lutto veniva a stancare; perchè, o bisognava privarsi di qualunque divertimento pubblico e privato, o smettere il bruno: due cose che non istavano bene e che conveniva guardarsi dall'affrontare. Perciò conciliando, come suol dirsi, capra e cavoli, che cosa facevano le dame? serbavano il lutto stretto, e così abbrunate recavansi a teatro, che, a buoni conti, avea vita per esse. Alla medesima maniera andavano alle deliziose adunate della Marina ed alle funzioni di chiesa: servendo così a Dio ed a mammona. Ma la trovata dava troppo all'occhio, ed il Vicerè, che tutto vedeva, e non poteva permetterlo, per mezzo della moglie del Capitan Giustiziere faceva un giorno sapere come qualmente queste contraddizioni non potevano passare inosservate, e che se si voleva prender parte ad una festa e si era in lutto, non bisognava profanare il dolore. La Capitanessa, col suo superbo stemma inquartato a capo d'un biglietto e con la corona marchionale, notificava l'ordine caraccioliano:

_La Marchesa di S. Croce divotamente riverendola,_ _le partecipa che intesa S. E. Sig. Vicerè,_ _che alcune Dame nella occorrenza delle Feste Reali,_ _come di parto della Regina, ed altre_ _non lasciano di comparire vestite a lutto_ _ne' luoghi pubblici,_ _e nei Teatri s'è servita con biglietto delli 7 corrente_ _incaricarla di far avvertire le Signore Dame,_ _che sotto pena della Reale Indignazione,_ _non si facciano vedere_ _vestite a lutto ne' pubblici Luoghi, e Teatri_ _in simili occasioni,_ _e volendo in essi comparire, lasciar dovessero il Lutto;_ _e perciò in adempimento di tal comando,_ _glie ne passa il presente Avviso_ _pella dovuta esecuzione e regolamento_ _e con dovuto ossequio se le rassegna._

Le dame non se la presero calda, come, per dovere d'ufficio, dovea dare a vedere di prenderla la moglie del Giustiziere, e come, per eccessiva servilità alla Corte, fingeva d'averla presa il Vicerè. E, discorrendone tra loro, tutte vi fecero sopra le loro argute osservazioni.

Tolti codesti incidenti, il lutto signorile procedeva, non diremo sulla falsariga, ma in ragione della vecchia etichetta, e molto davvicino alle prammatiche del Regno. Da anni ed anni il Governo non avea fatto altro che dibattere il chiodo del 1737, cioè che bisognava vestire così e così, senza arbitrarie innovazioni; ed ultimamente (1775), infastidito della rilassatezza nella quale si era caduti, volle ribatterlo più fortemente ancora, ricordando come dovesse vestirsi non solo dai nobili, ma anche dagli altri ceti, in occasione di morti. In quel bando del Vicerè Colonna gli eruditi riconosceranno una delle solite leggi sontuarie: noi invece vediamo una delle tante manifestazioni della vita d'allora, così diversa dall'attuale. Molti faranno le grandi meraviglie che il Governo s'immischiasse anche nel vestire di lutto o penetrasse nelle case per dire alle famiglie: «Queste si può fare; quest'altro non si deve fare!». Ma dovranno pure persuadersi che la ragione di ciò è nei tempi, che consigliavano disposizioni di quel genere, estese anche alle fogge per nascite, per nozze, per morte e per altre circostanze e condizioni della vita ordinaria.

Spigoliamo, adunque, nel largo campo aperto dal bando del 1775; ma nel far ciò, asteniamoci dal manifestare qualunque osservazione possa affacciarsi alla nostra mente. Le osservazioni sarebbero molte, e ci distrarrebbero dall'argomento.

Il Vicerè ordinava:

«Per le morti delle persone reali gli uomini possano portare le giamberghe nere di panno o bajetta, ed in tempo d'està di stamina (_stamigna_), e le donne vestir di laniglia o cattivello (_filaticcio_), dovendo durare il lutto per mesi sei. Con che però, alle famiglie de' vassalli, di qualsivoglia stato e condizione che siano i lor padroni, non si permetta portare lutti per morte di persone reali, poichè bastantemente si manifesta il dolore di tanta universal perdita colli lutti de' loro padroni».

Il medesimo ordinava per la morte dei nobili, dei Consiglieri di Stato, dei Cavalieri di S. Gennaro e del Toson d'oro, dei Grandi di Spagna. Ai visitatori, anche non parenti, consentiva pel solo primo giorno della morte, non ancora sepolto il cadavere, il lutto, «permettendo anche alle vedove il portar per uso proprio le fittuccie (_nastri_) a loro arbitrio».

Inoltre «che nelle case di lutto i parenti di qualunque grado, ed anche del marito e moglie, non possano tenere le finestre delle stanze chiuse, ma totalmente aperte. Che la sera non si possano tenere lampadi, ma candele, non meno di due, nella stanza ove si ricevono visite; e le donne per la morte dei mariti possano stare in casa soli tre mesi; e per padre e madre, figlio o figlia, nonno o nonna, suocero o suocera, genero o nuora, giorni nove; e per zii, zie e cugini carnali non possano aprir lutto in casa, ma solamente vestirlo per giorni nove.

«Che nelle case di lutto, ancorchè il cadavere sia sopra terra, solamente si possa coprire il suolo della camera, ove le vedove o vedovi ricevono le visite di condoglianza, con mettere li portali (_tendine_) neri alle porte o finestre, e questo per giorni nove, proibendosi, in qualunque altro lutto, che non sia come sopra, di marito o moglie, li panni neri o morati, senza poterne giammai parare di nero le mura».

E poichè chi più poteva spendere, più largheggiava nella erezione di altari e nella pompa dei ceri innanzi il morto, il bando consentiva un altare e solo dodici lumi; e circa i mortorî: che essi non dovessero sonarsi fuori la parrocchia del defunto o la chiesa della sepoltura, fosse essa d'una confraternita, fosse d'un convento; e che l'associazione ecclesiastica non uscisse dalla cerchia della medesima parrocchia e dei medesimi frati e consocî della confraternita.

«Che le parti ed eredi del cadavere non possano dare a' sudetti regolari e confratelli, che interverranno all'associamento in forza del loro invito, nè costoro ricevere e portare alle mani se non se una candela, che al più non ecceda il peso di once tre: e per qualunque difonto o difonta di qualsivoglia stato, grado e condizione, che fusse, non possa eccedere il numero di cinquanta candele».

C'è egli dubbio che, a ragion di lusso o di pompa, ai processionanti si dèsse più d'un cero, sì che il numero giungesse all'infinito?

«Che li baulli o tabuti, (_bauli o casse_) ne' quali si portano ad interrare li difonti, non siano coverti di drappo d'oro, argento o seta, ma di bajetta o panno, o di altra sorte di lana, con color nero o morato, per essere sommamente improprii tutti gli altri colori, e solo si permette il terzanello di colore; senza oro ed argento, e non altro, per li baulli _seu_ tabuti di figlioli (_bambini_), che muoiono prima di uscire dall'infanzia, sentendosi del pari ne' sudetti interri, in vigor del presente bando, generalmente vietato checchessia altro mondano somiglievole fasto.

«Che per qualsivoglia lutto, ancorchè sia della primaria nobiltà, non si possano portare carrozze nere o sedie di mano (_portantine_) di drappo nero o morato, o di qualunque altro colore, che dinotasse lutto, nè tampoco usarsi qualsivoglia altro lusso»[474].

[474] Bando e Comandamento d'ordine dell'Ecc. D. Marcantonio Colonna Principe d'Aliano in data del 6 marzo 1775.

A questa lungagnata seguivano le pene ai trasgressori: e le pene erano minacciate con tanta severità che nessuno dubiterà della ferma intenzione del Vicerè di farla finita coi contravventori. Si trattava nientemeno di una multa di 500 scudi ai nobili e di un anno di carcere e di altre pene ad arbitrio di S. E. a qualsivoglia altra persona. Per le donne maritate, la pena sarebbe stata pagata dai mariti; per le vedove, si sarebbe esatta da qualunque dei loro effetti; pei figli di famiglia, dai genitori.

A ben comprendere le inibizioni di questo bando bisognerebbe riportarsi ai vecchi eccessi che turbavano la società, e soprattutto alle teatrali ostentazioni di dolore alle quali grandi e piccoli, madri e figli, mariti e mogli si abbandonavano. Porte, usci, si tingevano in nero; di nero si coprivan le pareti; si capovolgevano seggiole e deschi; sparecchiate si lasciavan le mense; buio pesto regnava nelle stamberghe, nelle camere, nelle sale, rischiarate appena dal debole chiarore di qualche lucerna: e tutto ciò per mesi interi ed anche per anni se per poco la perdita fosse stata di mariti o, in generale, di capi di famiglia. Aggiungi altre esteriorità create e mantenute dalla vanità e dalla jattanza, come il tramutamento in nero di qualunque colore di fornimenti di animali da soma e da tiro, e carrette, e carrozze, e sedie portatili e perfino lettighe padronali se si fosse stati nella imprescindibile necessità di andare a udir messa (dovere che i Sinodi diocesani richiamavano sempre, condannandone l'inadempimento), o di recarsi da un sito all'altro dentro o fuori città, nei dintorni di essa, o nel vallo, o più oltre ancora[475].

[475] Sul lutto specialmente nel popolo, può vedersi il cap. che ne parla nei nostri _Usi e Costumi_, v. II, pp. 230-40.

Noi abbiamo parlato del bruno senza aver veduto ancora il morto per cui il bruno andava preso.

Il cadavere veniva portato via subito senza pensarsi alla possibilità d'una morte apparente. Questa possibilità turbava qualche persona d'allora; ed il prof. Hager, che un giorno vide dentro il coro dei Cappuccini, chiusa in un feretro, una giovane stata dianzi strappata al desolato sposo, e che provò un grande raccapriccio scorgendo innanzi le fosse della chiesa dei giustiziati, un'ora dopo lo strangolamento, i compagni di congiura di F. P. Di Blasi (1795), ne parlò al Presidente del Regno, il quale non se ne commosse nè molto nè poco[476].

[476] _Hager_, _Gemälde_, p. 125-27.

Le più strane costumanze s'incontravano nei due ceti estremi, la Nobiltà e la bassa gente.

Nella Nobiltà tutto era un apparato di sontuosità che voleva attestare quanto grave fosse stata la perdita. Quale la vita, tale la morte. Lo splendore del palazzo si trasformava nelle gramaglie della chiesa ove i funerali doveano celebrarsi. Molte le chiese che si facevano partecipare, nel medesimo giorno e nelle medesime ore, ai suffragi, con centinaia di messe e con migliaia di rintocchi di campane. Nella chiesa del cadavere, immenso lo stuolo degl'invitati e la resa dei curiosi. Sopra un cataletto a frange d'oro, in abito sfarzoso come per una festa mondana, la fredda salma non istava, come d'ordinario, a giacere, ma seduta quasi per mostrare l'esser suo[477].

[477] _Bartels_, _op. cit._, p. 629. Cfr. il cap. XIV, p. 256: _Nobiltà_.

Un capitolo sull'argomento riempirebbe di sorprese chi non abbia familiarità con le tante sopravvivenze etniche dei popoli, descritte dai moderni critici della civiltà.

Nel popolino la più comune era quella delle _reputatrici_, donne prezzolate, che esercitavano il triste mestiere di piangere sui morti, urlando nenie, strappandosi i capelli. Un parroco della città ne fu testimonio pel suo rione, dove la più povera gente grameggiava in mezzo alla più agiata. «Un solo rimasuglio di cantilene, dice il Santacolomba, mi è accaduto sentire qualora m'è toccato d'assistere a ben morire ai pescatori della Kalsa, e mi si dice che tuttora vi sia nelle piccole terre del Regno: reliquia forse delle antiche prefiche»[478].

[478] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 454.

Altro che «mi si dice»! L'usanza era così comune che più non si sarebbe potuto trovare in inculti casali e in centri civili dell'Isola.

Sotto la data del maggio 1775, nel solito _Diario_ del Villabianca si legge: «Sul cominciare di questo mese cessar vedesi la costumanza di esporsi i cadaveri dei mendicanti nelle pubbliche piazze e contrade della città; cattandovi la limosina pel suffragio delle anime e per la spesarella dei facchini e del feretro li pii confrati dell'Opera della Misericordia. Ciò venne ordinato dal Senato, non solo per dar favore alli confrati della chiesa di S. Matteo del Cassaro [ma an]che per non funestare i cittadini con quella luttuosa mostra[479]».