La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 22
Il ricordo dei ventagli è una brutta tentazione ad una rassegna delle varie fogge che ne corsero. Quelli richiamati da D. Pippo erano di forme nanerottole, ai quali, degradando sempre, si eran ridotti i mastodontici ventagli dei tempi anteriori. Ma noi non possiamo fermarvi la nostra attenzione; specialmente riflettendo che essi suscitaron la collera dell'Arcivescovo Sanseverino e, che è tutto dire, del Vicerè Caracciolo. Sotto la data del 7 luglio 1784 costui scriveva all'Avvocato Fiscale della Gran Corte, avere inteso di ventagli donneschi in vendita presso alcune botteghe di galanteria: ventagli con bizzarre figure, con la Confessione e la Comunione; e di esser rimasto scandalizzato del fatto che a maggior danno del veleno dell'empietà istillato negli spiriti deboli, si aggiungesse la stampa di certe canzonette francesi, per le quali mettevansi «pure in derisione i più sagrosanti misteri della nostra Religione». E però incaricava esso Avvocato Fiscale «di proibire immediatamente lo spaccio di tali ventagli, e formare al tempo stesso il legale processo contro coloro che li hanno introdotti, come rei di pubblicazione di stampa senza legali permessi»[445].
[445] _Reali Dispacci_, a. 1784, n. 1514, ff. 202-203. R. Archivio di Stato di Palermo.
Il Vicerè che scriveva in questo modo era un enciclopedista convinto; coloro che comperavano ed usavano i ventagli, erano delle donne che si picchiavano il petto.
_Capitolo XXI._
_LA MODA DEGLI UOMINI._
Le fogge per gli uomini, tolte piccole modificazioni, rimanevano sempre le stesse, e per oltre mezzo secolo inalterate. Si guardino un poco i ritratti del tempo in un salone magnatizio d'oggi, e si troverà la eterna parrucca incipriata, il magnifico giambergone (divenuto traslato non sempre serio nella _giammèrica_) dalle candide e pieghevoli manichette con _dentelles_, mutabili ad ogni tre o quattro giorni, con il profuso panciotto che slarga in basso, e con calzoni di raso attaccati a mezza gamba, là dove li raggiungono eleganti calze di seta[446] uscenti da scarpine ornate di lucentissime fibbie d'oro o d'argento.
[446] Nel 1775 prosperava ancora in Palermo una numerosa maestranza di _conza-calzette_ di seta.
Diversa la etichetta pel lutto rigorosissimo: nel primo mese, rattina, senza manichette e senza cipria, e con fibbie di lutto; nel secondo e terzo, panno e poche assole come nel lutto rigoroso; nel quinto e sesto, lutto più leggiero.
Chi poi avesse veduto questi signori per le strade, a passeggio specialmente, avrebbe rilevato sopra la parrucca un cappello a tre pizzi trinato e indorato, che la jattanza affidava talora ad un creato, ad uno dei creati usi a tener dietro al padrone[447].
[447] Vedi nel cap. XIV, p. 233.
Nobili e civili andavano armati di spadino.
Quest'arme fino al 1782 era comune anche alla bassa gente. Dopo l'omicidio commesso nella processione della Madonna Assunta, del quale abbiam fatto cenno[448], essa venne severamente proibita, e si volle che per lo avvenire «niuno degli artisti e degl'individui delle maestranze che esercitano arti meccaniche, servitori di livrea, eziandio qualora non vestono livrea, e qualunque altra persona del volgo inferiore, possa da oggi (26 dic.) innanti portare al fianco o in altra guisa spada di qualunque misura e forma, sciabole, sciabolette, guardafreni, squarcine o altro genere di arme, ancora quando fossero vestiti di giamberga, sotto le pene contenute nel bando proibitivo delle arme»[449].
[448] Vedi cap. VI, p. 116.
[449] Bando del Vicerè Caracciolo in data del 26 dicembre 1783.
Contro questa disposizione si levò un vero putiferio. Le stampe attaccate nei soliti luoghi per la affissione, vennero stracciate dai maestri, e riattaccate sotto i sospettosi occhi della Polizia; la quale, sorpreso nel momento che tornava a stracciarle un prete, e arrestatolo, lo condusse nelle carceri dello Arcivescovo. E perchè il Console degli spadai si presentò al Vicerè per dirgli in un memoriale i danni della nuova disposizione per la sua maestranza, quegli lo scacciò in così mala maniera che il console ne rimase sconcertato[450].
[450] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 3-5.
Ai due ceti lo spadino non bastava; ci voleva pure, a compimento della moda, un bastone, il cui manico con fiocchi di seta e d'oro, avea sovente un valore cospicuo.
Dai taschini, anzi dalle grandi tasche del panciotto pendevano, percotendo a destra ed a sinistra del ventre, due meravigliose catene[451] con ciondoli preziosi e con orologi. L'uso nobiliare chiamava _mostra_ (franc. _montre_) l'orologio: e di orologi si faceva sfoggio singolare. Basta leggere il seguente avviso pubblicato nell'unico giornale palermitano del 1794 per averne un'idea: «S'è perduta una mostra d'oro montata alla francese, a quattro quadranti, dei quali quello che denota li giorni del mese, ha li numeri scritti in oro sopra striscia blò, come lo sono quelli dell'altro quadrante, che mostra le ore ed i minuti, e che ha tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una catena d'oro di Napoli, nel di cui centro è dipinto un bastimento in ovale che comparisce da ambedue le parti sotto cristallo, e vi è appesa pure la chiave d'oro». E dopo questa descrizione necessaria a riconoscimento, pel ricupero si avverte: «A chi la porterà, anche per via di confessione, allo orologiaio sotto la casa del sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di mancia». Probabilmente il proprietario sarà morto col desiderio di pagare quella mancia.
[451] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 385.
Mentre la moda rimaneva come cristallizzata, una nuova ma breve, per aberrazione della gioventù, ne sorgeva infra l'ultimo ventennio del secolo: effetto di una anglomania acuta, che quasi in forma epidemica invase quanti dispettavano il vecchio costume.
Costoro, professandosi devoti al _bon ton_, presero a seguire rigorosamente fogge e pratiche inglesi. Indossavano abito scuro; calzavano pantaloni di pelle e stivali, e sui capelli rialzati piantavano un cappello tondo. Ora sì, ora no, portavano un nocchiuto bastone, ma per lo più tenevano in tasca le mani. Salutare, era delitto per loro; chiacchierare, avrebbeli resi indegni della loro società. Un d'essi, che, dimentico un giorno della parte che rappresentava, si abbandonò alla natural sua vivacità in una conversazione con un forestiere, ricordandosi a un tratto di quel che era, voltossi di punto in bianco e piantò in asso, senza neppur dire addio, il suo interlocutore.
Secondo la rigida etichetta inglese, la loro biancheria doveva esser molto semplice. Uno che fu sorpreso con merletti in quella, ne fu subito severamente punito. Alcuni suoi compagni, senza profferir verbo, gli si avvicinarono, gli strapparono i merletti e si allontanarono tranquillamente come se nulla fosse stato.
Di sì strano episodio nella storia del viver nostro nessuno, altro che Bartels, ne diede mai notizia; il quale riflettendovi sopra maravigliato aggiungeva: Io spero che questa mania, così contraria all'indole del popolo, non duri a lungo; altrimenti il palermitano diverrebbe un essere pesante ed incivile. Disgraziatamente, questo esempio ha prodotto i suoi effetti nel popolo: e se ne movete lagnanza, vi sentite rispondere: «_Così fanno pure gl'Inglesi_»[452].
[452] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 539-40.
I seguaci della pazza usanza si chiamavano _intonati_: e _'ntunatu_ nel dialetto siciliano resta anche oggi a denotare persona che stia sul grave, o che affetti di non conoscere e di non sapere.
Ripigliamo il discorso del costume generale. Una reazione nacque anche tra gli uomini, come l'abbiam veduta tra le donne; e causa ne furono i rivolgimenti di Francia, echeggianti nelle principali città del Continente e per esse in Napoli.
Il 29 marzo del 1798 il Presidente del Regno spediva al Principe di Castelcicala, Ministro in Napoli, un secreto rapporto sulle nuove maniere di vestire in Palermo, e chiedeva un apposito rescritto sovrano per essere autorizzato a farle cessare. Il rapporto, quale è stato trovato, dice così:
«Ecc.mo Signore. Corre qui voce costante che siasi da S. M. risoluta, ed ordinata in codesta Dominante la riforma del vestire, e di certi tratti esteriori, inconvenienti alla vita ed al costume di buoni Cattolici e di fedeli Sudditi del Sovrano. Se ciò sia vero, avrei sommamente caro che la M. S. si degnasse di far qua arrivare, e pubblicare la stessa Legge; perchè lo stesso disordine si è qui da qualche tempo introdotto, ed è allignata, e cresciuta a segno l'indecenza e deformità del vestire e dell'abbigliarsi, o per meglio dire del trasformarsi, che non può tollerarsi senza raccapriccio e ribrezzo, (e quantunque si procuri coonestare come semplicità di animi, pure fanno sospettare fellonia di cuori fazionarj e settarj. Nella lubricità del vestire, e dei tratti esteriori, vi è tanta impunità, e si è giunto tanto oltre, che dichiarandosi e infami e irregolari, si permette talora un'ostentazione sì smodesta e lasciva, che non può rimirarsi senza orrore). Io diverse volte me ne sono querelato pubblicamente, e non ho lasciato di riprendere la indignità dello scandalo; ma non sono giovati nè i miei risentimenti, nè le mie ammonizioni. Sarà perciò proprio delle paterne cure di S. M. di trovarsi riparo a questo disordine, e di prefiggervi pronto ed esemplar castigo; anche sul riflesso che la stessa apparenza di uomini sì sconsigliati risveglia in ognuno la idea del giacobinismo e dell'infame detestabile libertà.
«Prego V. E. a sollecitarmi da S. M. questa providenza, analoga a quella, che si dice essersi costà promulgata»[453].
[453] _Real Segreteria, Incartamenti_, filza 5499, Archivio di Stato in Palermo.
Dalle parole _e quantunque_ fino _senza orrore_ (qui segnate con parentesi) è tracciata al margine della minuta una linea, che fa supporre il tratto chiuso non essere stato partecipato nella lettera ufficiale al Principe di Castelcicala. -- Dobbiamo questa indicazione all'egr. avv. Francesco La Mantia, Archivista nel R. Archivio di Stato in Palermo.
Questa allarmante relazione non dice in che consistessero le nuove compromettenti fogge; ma da documenti posteriori si capisce subito.
Non degli enormi cravattoni allarmavasi il Governo, non dei ricci a foglie di lattuga delle camicie, non dei ninnoli pendenti sulla sottoveste; ma di certi peli che i giovani si lasciavano crescere sul viso, abitualmente raso, di pochi capelli non incipriati sulla fronte, e di non so che gambali di calzoni tendenti ad allungarsi dalle ginocchia ai piedi: minacce, codeste, che facevano pensare ai pericoli che poteva correre il Regno.
La lettera segreta del Presidente ebbe pronta risposta, e l'Arcivescovo D. Filippo Lopez y Royo si vide autorizzato a pubblicare: come qualmente il Re avesse appreso «con vero dispiacere l'abuso introdotto e assai attualmente aumentato che la Gioventù si _trasformasse_ con strane e singolarissime pettinature, con abiti strani e bizzarri e talvolta indecenti con iscandalo de' buoni e con proprio vitupero e disdecoro». E lo proibiva severamente[454].
[454] Bando del Presidente del Regno, Arcivescovo D. Filippo Lopez y Royo, in data del 16 Giugno 1798.
Da ciò nuove, tassative disposizioni. Ordinavasi ai nobili che vestissero decentemente «per esser d'esempio agli altri», e moderatamente si pettinassero. «La moderazione -- dicevasi -- è nelle parrucche e nella cipria», e si ricordavano le riflessioni fatte dal Presidente del Regno ai nobili nel giorno che si erano presentati «alla udienza in barbette» (_varbitti_)[455].
[455] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 204.
Dopo due mesi del suo arrivo a Palermo Ferdinando volle romperla con le velleità novatrici, e per mezzo del Ministro Principe di Cassaro faceva sapere al Capitan Giustiziere, Principe di Torremuzza (6 marzo 1799):
«S. M. ha veduto con suo dispiacere di esservi tuttora in questa Capitale l'abuso del modo di vestire e di certi tratti esteriori inconvenienti alla vita ed al buon costume; quando le precedenti sue sovrane risoluzioni per le riforme avrebbero dovuto far entrar in sè stessi coloro che lo hanno finora costumato con poca decenza e scandalo e sommo disgusto delle persone serie d'ogni rispettivo ceto che ama la decenza. La continuazione quindi di questo disordine nel vestire e nell'abbigliarsi difformemente richiama la sovrana vigilanza di S. M. a darvi l'opportuno rimedio; non potendolo tollerare senza raccapriccio e ribrezzo; ed alla S. M. maggiormente rincresce il vedere nei luoghi pubblici e circospetti l'uso di calzoni lunghi, senza legaccie, e di calze brache o di calzoni chiamati alla pantalona.... nella città ove è precisa la decenza e la priorità. [E rincresce pure a S. M.] il vedere le barbette difformare le fisonomie e certe strane singolarissime maniere di coprirsi la fronte con i capelli senza polvere di Cipro; li quali, invece di adornare, trasformano il volto; e che in siffatto modo disdicevole, precisamente alla Nobiltà, si ardisce di andare fin anche nelle chiese». In coerenza a questo, «ha risoluto che si abolisca addirittura siffatto abuso di vestire e che ognuno da oggi avanti pensi a riformarlo a seconda delle sane sue intenzioni, e di quella decenza e circospezione, i doveri di buon cattolico e gli obblighi di fedele suddito». Finiva raccomandando la cieca rassegnazione ai sovrani voleri e minacciando ai contravventori le pene della Giustizia.
Era un gridare al deserto. Quattro giorni dopo la promulgazione di questo bando l'ab. Cannella, da poco tornato da Napoli, dove si era ridotto dopo la sua romanzesca fuga in Francia, se la spassava col suo inappuntabile vestito alla nuova moda: ed eccolo, quando meno se lo attendeva, fermato, catturato e subito relegato nel Convento dei Cappuccini[456].
[456] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., 10 marzo 1799, pp. 328-29.
I rigori crescevano man mano che la piena minacciava d'irrompere e rovinare l'edificio dell'ordine così gravemente compromesso nelle fantastiche visioni dei governanti. Il Vicario Generale della Diocesi faceva predicare da tutti i pulpiti, in tutte le chiese, contro il pericolo del nuovo costume, favorito da giovinastri refrattarî alla osservanza della legge.
Non è tutto. Il Capitan Giustiziere, Principe di Fitalia, una brutta mattina fa venire al suo Palazzo presso S. Anna tutti i parrucchieri e tutti i sarti della città; e in termini severissimi ordina loro che non s'arrischino più a tagliar capelli in modo da coprir la fronte, e di cucire calzoni lunghi: pena il carcere e la frusta; e che denunziino senza indugio all'Autorità gli sconsigliati che cercassero l'opera loro per l'una e l'altra foggia condannata dai sovrani voleri[457].
[457] Lo stesso, _op. cit._, p. 568.
Rinunziamo alle malinconiche riflessioni che s'affacciano in chicchessia per provvedimenti così insensati; e passiamo ad un fatto col quale si chiudeva il secolo dell'Ottantanove.
È la sera del 18 gennaio 1800. Ferdinando con la reale consorte è al teatro S. Cecilia, pieno zeppo di spettatori. Il fiore della Nobiltà occupa tutti i palchi; i civili, le gradette, la platea. Delle dame della Regina neppur una manca. Parrucche candidissime (solo di uomini!) si muovono in mezzo a _toupets_ tempestati di gioie, fulgide sotto la grande lumiera che pende dalla volta e per mille candele di cera di Venezia piantate intorno alla impalcatura. Ed ecco farsi innanzi pettoruto verso la platea un giovane sui trent'anni. Un improvviso scatto del Re rivela qualcosa che deve averlo inattesamente colpito. Egli ordina che si faccia venire alla sua presenza questo giovane.
-- «Chi sei?» gli chiede concitato e con la sua solita voce altisonante, appena se lo vede innanzi.
-- «Francesco Perollo da Cefalù, suddito fedele di V. M.».
-- «E tuo padre»?
-- «Emanuele Perollo, Cavaliere Costantiniano ed ex-Senatore di Palermo».
-- «Ed hai l'ardire, villanaccio impertinente, di comparire in pubblico con quei capelli sulla fronte e con quei pantaloni fino ai piedi»?
Il giovane, più morto che vivo, non sa che rispondere; e tosto, ad un brusco cenno del Re, vien preso da due birri e portato via in lettiga al carcere.
Al domani, di pieno giorno, alle Quattro Cantoniere, ripetuti squilli di tromba chiamavano la folla dei curiosi. Il boia lega al cavalletto Francesco Perollo, reo di moda sediziosa, gli recide con forbici il posticcio codino, le fedine, i gambali e li butta sprezzatamente per terra; e scioltolo lo riconduce al carcere, non già dei nobili e dei civili, come avrebbe dovuto essere, ma, per onta maggiore, dei plebei, alla Vicaria[458].
[458] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 745. -- _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1800, p. 57-59.
La patria era salva!
Questo fatto non dovea rimanere isolato. Re Ferdinando nutriva la più fiera avversione ai pantaloni ed alle fedine, ed un vero culto al codino naturale ed alla cipria.
Dal primo giorno che sbarcò in Sicilia fino all'ultimo che se ne allontanò per sempre, egli vide un terrorista, un repubblicano esaltato in qualsiasi partigiano della nuova moda francese; e sovente ordinò la berlina dopo la violenta, completa rasura del viso e del capo.
Una delle sue vittime fu D. Giuseppe Ruffo, fratello del Principe di Scilla. Incitato a ballo dal Principe di Trabia a Mezzo Monreale, costui, bello com'era della persona, si presentava con grandi barbette e coi neri capelli senza polvere. L'esser egli un servitore fedele del suo Re, l'aver seguito costui in Sicilia, abbandonando patria, beni, famiglia, dovevano esser ragioni più che forti per metterlo al di sopra di qualsivoglia sospetto di demagogia; ma non fu così. Appena il Re, presente al ricevimento, lo vide entrare, gli corse incontro imbestialito, gli afferrò con ambe le mani le fedine e, tira, tira con quanta avea di forza come per istrappargliele, gli grida, con voce stentorea: _Porco, briccone_! E se non fosse stato per la Regina, la quale corse in aiuto di lui, chi sa che ne avrebbe fatto![459]
[459] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, ch. XXXIV.
_Capitolo XXII._
_PRANZI DI RICCHI E MANGIARE DI POVERI._
Tale essendo il lusso del vestire e dell'acconciarsi, facile cosa è lo immaginare la vita alla quale esso dovesse corrispondere. Conversazioni, feste da ballo, teatri, villeggiature si alternavano con feste e spettacoli sacri e passatempi religiosi. D'estate o d'inverno, la giornata era sempre breve, insufficiente alle occupazioni del corpo e dello spirito. Tolte le poche ore della siesta, essa era tutta divisa tra le molteplici cure volute dalla posizione sociale e dagli affari di famiglia. La siesta era l'ora che seguiva al desinare: e se per taluni il desinare era delizia, per altri era fastidio, se non sacrificio penoso.
Incredibile il lusso delle mense aristocratiche, quali lo videro alcune volte i forestieri invitati, e pieni di stupore. Mense imbandite di tutto punto, con servizî di singolar pregio; ricchi vasi d'oro e d'argento, spesso cesellati dai migliori artisti, miniature di squisita fattura, componevano e ornavano quelle mense: ricchezza sterile, non fecondata nè confortata da quella fruttuosa del capitale che circola e produce. Le posate splendevano al pari de' piatti d'argento, e in una festa datasi il 13 maggio 1799 alla nobiltà ed alla officialità militare nel palazzo Butera (Principe, allora, D. Ercole Michele Branciforti e Pignatelli) posate e piatti del prezioso metallo bastarono a più che 300 persone[460].
[460] La festa, principiata di sera, finì il dimani a 12 ore, con una colazione profusissima, degna della profusissima cena della notte e delle continue portate di sorbetti, liquori e vini forestieri. La immensa terrazza dal lato del mare era convertita in galleria coperta. Le due musiche di strumenti a fiato che allietaronla costarono 100 onze; e la neve consumata pei gelati fu 40 carichi, come a dire cinque migliaia di chilogrammi d'oggi. Vedi _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1799, pp. 354-56.
Ad un inglese nel 1770 la cucina siciliana parve un misto di francese e di spagnuolo: e che l'_olla podrida_ serbasse «sempre il proprio posto e la propria dignità in mezzo alla tavola, circondata da un trono di fricassè, di fricandò, di ragù ecc., come un grave _Don_ spagnuolo in mezzo ad uno stuolo di piccoli marchesini attillati»[461].
[461] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.
Dopo quell'anno la cucina, al pari della moda, della quale faceva parte, era presso la Nobiltà o tutta francese o molto infranciosata. Per qualche lieve modificazione bisogna attendere il tempo degli Inglesi (1806-1815).
Con ordine inappuntabile i servitori attendevano alle singole loro incombenze; nelle grandi occasioni le pietanze seguivano alle pietanze, con crescente soddisfazione dei trimalcioni e con pericolo degli stomachi più agguerriti. Il numero di queste pietanze era l'indice della grandezza della casa e del rispetto che essa imponeva a sè ed agli altri. Anche qui i forestieri guardavano stranizzati, non riuscendo a persuadersi che l'essere ricchi, o semplicemente agiati, imponesse, per onorare un ospite, di far passare sotto il naso di lui dieci, quindici piatti l'uno più costoso dell'altro.
Le principali specialità dell'Isola eran messe a contribuzione, e nelle portate di secondo e terzo ordine si vedevano i cefali della Cala di Palermo e le anguille del Biviere di Lentini, i caci di Calatafimi e le _provole_ di Modica, il miele di Mascali ed il torrone di Piazza, il moscato di Siracusa e la malvasia di Lipari. I monasteri della città compievano l'opera culinaria, L'ab. Giovanni D'Angelo ci ragguaglia d'un pranzo tenuto nel Convento di S. Domenico (15 maggio 1796), nel quale, con l'intervento del Presidente del Regno, l'Arcivescovo Lopez y Royo, di trenta altri illustri commensali e di cinque frati dell'Ordine dei Predicatori, a compimento del Capitolo da questi tenuto e ad omaggio del nuovo Provinciale eletto P. Pannuzzo, furon serviti 24 piatti e 64 intramessi e tornagusti oltre il pospasto ed sorbetti[462].
[462] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 105.
Prima ancora, Brydone aveva fornito curiose particolarità di un pranzo offerto nel giugno del 1770 dalla Nobiltà di Girgenti al suo Vescovo; pranzo al quale egli prese parte.
«Eravamo, egli dice, trenta commensali; ma, parola d'onore, non credo che i piatti fossero stati meno di cento. Si servì in vasellame d'argento, e, cosa singolare, una gran parte delle frutta portate al secondo servizio, ed il primo piatto portato in giro fu di fragole». Brydone le mangiò con latte e zucchero, ed i convitati gustarono il nuovo condimento. Il _dessert_ si compose di frutta svariate e di sorbetti anche più svariati, in forma così perfetta di pesche, fichi, arance, nocciole, che uno dei commensali, inglese come Brydone, ne rimase ingannato. Perchè, finita la seconda portata, e presentatiglisi a guisa di retroguardia, altra maniera di gelati, un servitore gli pose davanti una bella e grossa pesca, che egli prese per frutta naturale: e tagliatala in mezzo, e portatane la metà alla bocca, a bella prima ne rimase scosso, e come per allargare lo spazio gonfiò le gote. Ma la intensità del freddo vincendola sul ripiego e sulla sofferenza, egli la palleggiò con la lingua, poi non potendo più oltre resistere, con gli occhi rossi di lacrime la rigettò disperato sul piatto, bestemmiando come un turco ed imprecando al servitore, dal quale si credette burlato quasi gli avesse profferto per quel frutto una palla di neve dipinta.