La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 21
Accussì stannu sempri in jochi e sciali Senz'essiri nè amanti nè mariti; Guadagnanu cu pocu capitali Tirannu frutti, ma frutti squisiti.... Lu gran nimicu chi ognunu avirria Fora la maliditta gilusia.
Ma egli questa gelosia non la conosce, e molto meno lei. La gelosia, osserva il poeta, è morta, o presso a morire; talchè di giorno o di notte, in pubblico o in privato, camminando o sedendo, in campagna o in città, per tutti e due è cuccagna continua:
Cuccagna d'ogni gustu in generali: La vista vidi così (_cose_) di allucchiri; Lu gustu tasta così curdiali; La 'ntisa senti cosi di 'nfuddiri; Lu nasu ciàura (_odora_) così essenziali; Lu tattu tocca cosi d' 'un si diri; E l'armuzza 'mparissi assintumata Cci fa lu lardu, ed è tutta scassata[415].
[415] Potenti questi due ultimi versi! i quali voglion dire: il cuore fingendo (in mezzo a tanti piaceri) di svenirsi, ci ingrassa, ed è al colmo della soddisfazione e della contentezza.
Quello che fa difetto non son mica i piaceri; ma il tempo; chè dei piaceri se ne ha tanti che non si riesce tutti a goderseli; bisognerebbe allungare i giorni con le sere, le sere con le notti,
E succedi a li voti (_volte_) e forsi spissu Chi pàrinu cchiù jorna un jornu stissu.
Potrebbe osservarsi che non varrebbe la pena di perdere il sonno per passatempi di siffatto genere; ma chi la pensa così, aggiunge Sampolo, non capisce che l'uomo e la donna sono come la secchia e la fune, e che fuoco novello spegne vecchio fuoco. Un sorriso asciuga una lacrima, una giovane ringiovanisce un vecchio, e l'amore, a chi chiude, a chi apre un paradiso; i balli son fatti per legare le anime; e amore tesse i fili d'argento della tela della felicità.
Con un'analisi così delicata del cuore del cicisbeo, noi possiamo lasciare lo spinoso tema; tanto il cicisbeismo in Sicilia fu assai più temperato che in altre regioni d'Italia[416], e se si protrasse anche fino ai primi del sec. XIX esso non fu se non l'ombra di se stesso. Heinrich Westphal, che si volle nascondere sotto il pseudonimo di Tommasini, parlando del nostro Cassaro, potè nel 1822 vedere soltanto questo: che «nelle botteghe di galanteria entrano donne elegantemente vestite, coi loro cicisbei o _cavalier serventi_, occupate a passare a rassegna le novità parigine, e comperare questo o quell'altro, ovvero anche a dare una specie di _Avis au lecteur_ al povero accompagnatore, notando come veramente bello e di buon gusto il tale o tal altro oggetto»[417].
[416] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.
[417] _Justus Tommasini_, _Briefe aus Sizilien_, p. 32. Berlin, Nicolai. 1825.
Fortunatamente per noi lo stato morboso che in mezzo alla derisione del popolo ed all'aperto disprezzo delle persone sane, compiè il suo periodo, cessò del tutto. I cicisbei del settecento sono anche per la Sicilia semplici ricordi storici, anzi reminiscenze archeologiche.
_Capitolo XX._
_LA MODA DELLE DONNE, IL PARRUCCHIERE._
La moda, che per lungo volger di tempo fu spiccatamente spagnuola, nella seconda metà del settecento era senz'altro francese, o infranciosata.
Però, mentre le donne della campagna conservavano qualche cosa del vestire antico, le civili di Palermo, Messina, Catania ecc. indossavano lunghi manti neri, che scendendo dal capo coprivano interamente il volto. Del medesimo costume si servivano anche le grandi dame quando di mattina si recavano in chiesa: ma preferivano il bianco od il variopinto, che era di seta e formava un _negligé_ ricco e piacevole.
Questo ci dicono i viaggiatori d'allora[418]; ma nessuno ci dice che l'acconciatura del capo era il massimo dell'eleganza, il centro a cui convergevano i raggi della grande ruota femminile: del qual silenzio dev'essere stata la ragione la generalità dell'uso e la notorietà della _toilette_ in Francia, in Germania, in Inghilterra. Quando uno dei viaggiatori disse che le donne siciliane avevano chiome bellissime, e sapevano in particolar guisa giovarsene per accrescere grazia alla loro bellezza, disse molto e non disse nulla, perchè l'acconciatura del capo meritava ben altra notizia.
[418] _Riedesel_, _op. cit._, p. 121. -- _Bartels_, v. II, p 605, v. III, pp. 596-97. -- Un Voyageur italien, _Lettres_, lett. 16 ottobre 1876.
Riguardato con sottilissima cura, questo requisito di venustà muliebre occupava il parrucchiere, la cameriera ed altre persone di casa.
Fedele ministro della vanità femminile, il parrucchiere non poteva ogni giorno prestar l'opera sua; ma bastava che lo facesse una volta la settimana o più, per lasciar paga la sua eletta cliente. Giacchè, l'acconciatura del capo, così come per un certo tempo la ridusse il figurino francese che veniva da Napoli, era un edificio mirabile di mezza giornata di paziente, industre lavoro.
La vigilia di questo lavoro Madama andava a letto in ciocche accartocciate: e fin dalle prime ore del domani stava ad attendere il desiderato carnefice. Una intera batteria di ferri, ferretti, pettini, bambagia, fettucce, nastri era a disposizione di lui, capitano e stratego. Polveri e cosmetici popolavano la stanza. Il sapone di spiga andava con le polveri dentifricie; l'acqua nanfa gareggiava con l'acqua di rosa, la fior di mirto con la _sans-pareille_, e tutte con la costosissima _acqua del paradiso_. Le pastiglie profumatorie si associavano sovente con il ricercato liquore per togliere le macchie del volto.
Atteso con febbrile impazienza, ecco giungere il parrucchiere. Seguiamone le mosse con D. Pippo Romeo:
Si spoglia del vestito, si attacca un panno innanti, Divide le incombenze a tutti i servi astanti. Chi scioglie papigliotti, chi intreccia nocche e veli, Chi penne, chi fettucce e chi posticci peli; E mentre al disimpegno ciascun di lor s'adopra, Superbo di sè stesso si accinge il fabbro all'opra. Principia con il pettine a dar la prima carica, Indi pomata e polvere senza contegno scarica; Torna a levare e mettere, dissipa senza frutto, Suda a compor la parte, poscia distrugge il tutto, Riede a ricciare il pelo, unisce, disunisce, Lascia il deforme, e il bello annichila e sbandisce; Innalza il promontorio con stoppa e crine riccio, Guarnisce riccamente di nocche il bel pasticcio; E dopo il gran lavoro, tutto sudato e sfatto, «Signora, consolatevi, dice, il scignò sta fatto»[419].
[419] _Cicalate_, pp. 39-40.
È fatto: e di nuova cipria si copre e di ornamenti di piume, che si prestano ad equivoci di begli umori e di poeti[420]. La cipria è il cavallo di battaglia del parrucchiere: e di cipria facevasi tanto consumo che il Senato, a corto di quattrini, non sapendo dove metter le mani, la gravava di due grani (cent. 4) il rotolo: gravezza che era costretto subito a sopprimere (1790)[421]. Altra cipria gialla, detta _pruvigghia atturrata_, usavasi per far bianche e rilucenti le chiome[422].
[420] _Meli_, _Poesie: Lirica_, nn. IX e XI e altrove scherza su queste penne, moda contro la quale penetrò in Palermo una stampa volante col titolo: _Alle Dame romane per l'uso del pennacchio. Canzonetta_ (s. a.), che principiava così:
Quelle penne bianche e nere, Che sul capo voi portate, Care donne innamorate, Vi fan crescere beltà.
[421] _Provviste del Senato_, a. 1792-93, p. 298, a. 1793-94, primi fogli. -- _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788, p. 447; a. 1789, 12 marzo; a. 1790, p. 424.
[422] _G. Alessi_, _Aneddoti della Sicilia_, n. 317. Ms. Qq. H, 43 della Biblioteca Comunale.
Questa _frisatura_, una delle dieci diverse di moda, era chiamato _gabbia_: e vera gabbia era, sulla quale potè lepidamente dirsi che:
Di lu concavu ancora di la luna Vinniru pri mudellu a li capiddi Nuvuli fatti a turri e bastiuna. Poi di l'autri mudelli picciriddi Cui fa trizzuddi mali assuttilati Cui d'intilaci fa gaggi di griddi, Vali a diri ddi scufii sbacantati Chi contennu li càmmari e li alcovi Cu medianti di ferrifilati[423].
[423] _Meli_, _Poesie: La Moda_ (4 aprile 1778). -- _Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 38, nel 1772 aveva detto in Messina:
Non stranizzarti, amico, è questa oggi la moda: Un promontorio in testa e palmi sei di coda. Costumasi un tuppè degno di andare in fiera Non so se sia castello, piramide o _montera_.
Ma con questo arnese sul capo come prender sonno la notte?
Ebbene: la moda provvedeva con un apparecchio di tela inamidata, specie di fodera, di cuffia, della capacità di due teste, dentro la quale la studiata ricciaia veniva custodita, dovesse anche scomparirvi dentro una parte del viso. Il _mimì_, nome dello strano supplizio, era anche altra maniera d'acconciatura, con la quale la volontaria martire della vanità usciva di casa[424].
[424] _Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 38. -- _Meli_, _Poesie: Lirica_, n. IX.
Tornando al parrucchiere, bisogna riaffermarne la importanza nelle case signorili. Quando un uomo si presenta per cameriere in una di queste, la cosa che gli si domandava era se sapesse pettinare da donna e da uomo: ed è curioso che la _réclame_ rudimentale nei primi giornali di Palermo s'iniziasse proprio con questi lisciatori di dame. Nel _Giornale di Sicilia_, che conosceremo nel secondo volume di quest'opera, si legge:
7 Aprile 1794: «Un giovane palermitano della età di 22 a. vorrebbe impiegarsi per cameriere, sapendo pettinare da uomo e da donna.
«Altro giovane romano di anni 24 cerca impiegarsi da cameriere. Sa leggere, scrivere, far di conti, parlar francese, pettinare da donna...».
28 Aprile. «Una persona di abilità, e che sa pettinare da donna, vorrebbe impiegarsi da cameriere in qualche nobile casa».
7 Luglio. «Da Filippo Remajo, parrucchiere, che abita nel palazzo del Principe di S. Lorenzo, si cerca impiego di cameriere, sapendo pettinare da donna»[425].
[425] Una notizia inedita d'Archivio: Quando nel 1754 si ricompose in forma di _Unione_ il sodalizio dei parrucchieri palermitani, il numero dei soli maestri intervenuti fu di 98! Nel 1780 la maestranza dei barbieri contava non meno di 250 soci. Vedi le _Carte delle Maestranze di Palermo_ nell'Archivio Comunale.
In Messina, il parrucchiere Di Carlo era l'_enfant gâté_ della Nobiltà. Una sera che egli, reduce da Napoli, ove andava a prendere le ultime novità della moda, si recò, appena sbarcato, al ridotto carnevalesco della Munizione, tutto il teatro si mise a rumore[426].
[426] _Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 210.
Per il fatto che egli penetrava fino nei _boudoirs_ delle signore, il parrucchiere era a parte di tutte le cronache d'alcova, e adibito in incombenze delicatissime. Il lettore potrà averne un'idea quando saprà di una certa vertenza tra i partigiani delle artiste Bolognese e Andreozzi nel S. Cecilia (1797-98), della parte attiva, eccessivamente attiva, che vi ebbe a favore di quest'ultima il Pretore Principe Giuseppe Valguarnera e del dietroscena delle dame cospiratrici ed occulte attrici per mezzo dei loro parrucchieri[427].
[427] Vedi nel vol. II, il cap. _Teatri_.
Che perciò a furia di scatricchiar capelli e costruire toupets certi accreditati parrucchieri riuscissero a mettere insieme larghi guadagni, è naturale. Giuseppe Fraccomio potè per tal modo convertirsi in mercante, e come tale divenire principale impresario della grande Beneficiata di S. Cristina[428]. Carlo Biscottino, che nei giorni di maggiore splendore per lei servì la Duchessa di Floridia in Palermo, e la seguì poi alla Corte di Napoli, moglie di Ferdinando, potè con frequenti prestiti sopperire ai bisogni di essa, resi ogni dì più gravi dai nuovi doveri dalla sua altissima posizione e dalla taccagneria del vecchio Re: donde non guadagni[429] gli vennero, ma influenza che pochi poterono vantare eguale, ed il conforto di due eccellenti partiti per le sue vaghe figliuole, una delle quali divenne Marchesa.
[428] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1790, p. 336.
[429] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, ch. X.
Lasciamo l'artista del capo, e prendiamo la moda di tutta la persona.
Con le _munteri_ e gli _scignò_, con i _chiuvetti_ ed i _tuppi_ altissimi, andavano i _cantusci_ o _andriè_, ed i _tonti_, detti pure guardinfanti, ed i busti, che avevano il loro complemento in scarpine di drappo ornate di rose e di altri fiori artificiali. Il _cantusciu_ (forse da _qu'on touche_ franc.) era una veste di lusso, composta di drappi a colori, lunga e ristretta alle maniche. Il _tonto_ un forte, inflessibile crinolino di ossi di balena, sul quale il faceto D. Pippo sicilianamente piacevoleggiava coi suoi concittadini messinesi:
Spuntannu un guardanfanti l'omini tutti allura Un largu ossequiusu facïanu a la Signura, E chidda, cu ddu tontu, e dda gran cuda strana Chi trascinava 'n terra, paria vera suvrana: Chiudianu l'occhi tutti, nè cc'era di imbarazza Pirchi scupava ognuna sarmi di pruvulazzu; Ed era chiddu tontu un baluardu forti, 'Na rocca inespugnabili chi difinnia li torti. (Mi servu di metafuri, chi la mudestia un velu Esiggi in ogni cantu, nè tuttu vi rivelu!) Ddu bustu trapuntatu, simili a un fucularu Di pisu undici rotula, sirvia di gran riparu; L'invernu li guardava di friddu e di punturi, L'està li depurava a forza di suduri, Eternu, inistrudibili, supra lu quali spissu Fundava un testaturi lu sò fidi-cummissu, Insumma era curazza, furtizza, bastiuni Cchiù forti pri cummattiri l'Andria, Macrifuni[430], 'Na vera citatedda ferma, sicura e soda. Oh busti! oh guardinfanti! oh biniditta moda![431].
[430] Due fortezze di Messina.
[431] _Cicalate_, pp. 392-93.
Lo spirito d'imitazione si attua specialmente nelle cose che forse meno lo meritano. Per esso la gara del vestire acuivasi nel medio ceto. Invano si rievocavano le leggi suntuarie a correzione del lusso e ad armonia dei ceti. Chi poteva mettere insieme, non cerchiamo come, i quattrini all'uopo, anche castigando lo stomaco voleva per la propria moglie, per le figliuole gli abiti più eletti e l'indispensabile parrucchiere coi relativi arnesi[432]. Cipria a profusione copriva _toupets_ e _chignons_, patrimonio festivo delle donne civili; _andriennes_ e scarpettine seriche ne completavano il costume.
[432] _Meli_, _Poesie_, pp. 89-90.
Quando nell'ottobre del 1772 una vera alluvione venne a guastare la festa data dal Vicerè Fogliani a tutte le classi della cittadinanza a Mezzo Monreale, i cantastorie fecero argomento delle loro colascionate la rovina delle vesti e delle superbe pettinature delle donne non nobili; ed un poetucolo ne traeva ragione di avvertimenti alla città, una volta rigida di morale; e si scandalizzava
Di li fimmini attillati, Schittuliddi e maritati, Cu scufini e frisaturi[433] Pri cumpàriri signuri. Li fadeddi[434] a mezza gamma, La scarpetta cu la ciamma, E lu pettu tuttu nudu Chi a pinsàricci nni sudu.
[433] _Scufini_, cuffie; _frisaturi_, acconciature.
[434] _Fadedda_ o _fodedda_, gonnella, gonna.
E rimproverava mariti e padri che permettevano siffatte sconcezze, incentivi frequenti di liti, zuffe, sangue[435].
[435] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 103.
Anche il Meli rimava sul medesimo tono, e con fine ironia ammoniva una ragazza troppo modesta:
Nun ti vèstiri a l'antica, Cà di tutti si' guardata; Cumparisci pittinata Cu la scuffia e lu tuppè. Cu cianchetti[436], veli e pinni, Cu fadedda bianca e fina, Cu la scarpa 'ncarnatina Fai vutari a cu' c'è c'è[437].
[436] _Cianchettu_, arnese imbottito per sotto le vesti delle donne, buono ad aggiustare i fianchi (_cianchi_) ed il contorno della vita.
[437] Farai voltare indietro a guardarti chichessia. _Meli_, _Poesie: Lirica_, n. XI, p. 81.
Non avendo ove riporre ciò che il bisogno od il capriccio imponeva o consigliava, le donne servivansi d'un elegante astuccio d'argento, specie di _nécessaire_ da passeggio. Quest'arnese con altri gingilli pendeva dal fianco delle signore, flagellato ad ogni istante e per ogni loro movimento. Uno che ne abbiamo veduto, quante rivelazioni ci ha fatte! Fremiti e svenevolezze, palpiti e speranze, mal simulate gelosie ed ostentate freddezze, visioni fantastiche e delusioni amare, e gioie evanescenti come guizzi di baleno che rompa la notte e la renda più cupa....
Mentre non si conosceva ancora il sigaro, il tabacco da fiuto era lo _chic_ per le donne, la delizia degli uomini. I medici non eran tutti d'accordo sulla vera azione di esso; e, come a Napoli ed a Parigi, chi lo vantava salutare, chi lo sprezzava come dannoso alla testa. Federico di Prussia, artistica fusione di genialità e di stranezza, di poesia e di prosa, il quale alla vigilia d'una battaglia scriveva barzellettando a Monsieur de Voltaire, ne portava ripiene le tasche; Ferdinando di Napoli regalava tabacchiere, ma non pigliava tabacco.
Un giorno uno dei più illustri professori dell'Accademia degli studî (Università) leggeva una palinodia contro gli effetti perniciosi di esso. Durante la firitera, in mezzo a continua ilarità del pubblico, non faceva altro che stabaccare; e quando, a lettura finita, uno degli uditori gli chiese a bruciapelo a chi dovesse credersi, se all'oratore che avea tanto gridato contro il tabacco, o al maestro che ne avea preso a manate, il dotto uomo, confuso, mendicando una risposta, tornava istintivamente a fiutare.
Pertanto si spiega come, stanco dei continui reclami dei consumatori, il Governo s'indusse ad abolire (1781) il dazio proibitivo del tabacco, gravando invece la mano sulla farina, sull'orzo, sul vino!
La tabacchiera era d'avorio, o d'argento, o di oro. I damerini che se ne stavano a tessere e ritessere la Marina, al primo incontrarsi con una dama, facevano a gara nell'offrirgliela[438]: e non v'era dama che non avesse la sua. Molte ragazze, nelle quali la buona educazione non sempre riusciva a moderare la vanità degli ornamenti, la volevano. L'aristocratico educandato Carolino proibiva alle alunne l'uso di «orologi, ricordini, odorini, astucci e simili cose inutili e vane», e permetteva le tabacchiere solo «in caso di tale infermità che non ammettesse altro medicamento che il tabacco».
[438] _Meli_, _Poesie_, p. 373:
Cu' ci offerisci La tabacchera, Cui la stuccera Ci prujrà.
Come devono essere state carine quelle amabili convittrici a gingillarsi coi loro ciondoli e mandar su l'odorosa polvere di Nicot!...
In mezzo a tante metamorfosi camaleontiche, la moda femminile serbava sempre la massima cura delle chiome. Questa cura subì una certa decadenza dopo la rivoluzione francese del 1793 ed in seguito al crescente progresso del giacobinismo in alcune parti d'Italia. Stranezza! Mentre si cercava di soppiantare la parrucca coi proprî capelli tra gli uomini amanti di novità, cominciavasi invece a studiare tra le donne ogni espediente per sostituirla alle proprie, anche più belle, chiome: codesti uomini e codeste donne appartenevano alla classe più alta.
Alle prime avvisaglie, il Sovrano rimase allarmato e, non sapendo fare di meglio, proibì le parrucche femminili. Il divieto ritardò, non impedì la graduale introduzione del costume, deformatore delle muliebri fattezze. Il primo tentativo partì (nessuno lo immaginerebbe!) da una dama della Regina, che era pure una delle tre più belle ma più discusse dame d'allora. Il marito, gentiluomo di Corte, Grande di Spagna, uno dei dodici Cavalieri siciliani dell'Ordine di S. Gennaro, con esercizio, ne rimase scosso; ma nulla fece per temperare il rigore del suo Re, il quale, contro la predilezione della capricciosa donna pel monastero della Concezione, la mandò all'Assunta, monastero di penitenza.
Ciò avveniva nei primi di giugno del 1799. Pochi dì appresso (18 giugno) partiva dal R. Palazzo una severissima lettera ai signori Capitani, Giudici e Fiscali di Sicilia del seguente tenore:
«È pervenuta alla notizia del Re che siasi adottata dalle dame e da altre donne l'uso delle parrucche, e che talune per uniformarsi vieppiù ai sistemi repubblicani son giunte tant'oltre che fino anche si son rasi intieramente i capelli trasformandosi in tal guisa notabilmente. S. M. ha risoluto perciò che si proibisca affatto l'uso delle parrucche alle donne sotto la pena della carcerazione, e per le dame in un monastero o reclusorio che S. M. giudicherà, e per coloro che le lavorano o le vendono soggiaceranno ugualmente alla pena della carcerazione parimenti per quel tempo a S. M. ben visto ed alla perdita dei mobili. Con tale espediente si renderà alla pubblica intelligenza la facilità di talune di adattarsi a sì strani modi». Seguiva la firma del Ministro: «Il Principe di Cassaro»[439].
[439] _Diario_ del Duchino di Camastra, nella Biblioteca Trabia, a. 1799.
A dispetto di Re e di Ministri, il parrucchino, stavolta politico, si faceva strada anche tra coloro che non ne capivano il valore; e D. Pippo Romeo col suo fare in apparenza allegro, in sostanza serio, nel Carnevale del 1800, innanzi a numerosissimo pubblico dentro il teatro la Munizione, declamava:
Finiu la purcaria, è la pilucca in moda, E da lu nostra sessu si esalta, encomia e loda, Qualunqui signuruzza chi vanta gustu finu La trovu providuta d'un beddu pilucchinu, O niuru, o castagnolu, o comu quadra ad iddi; E quattru pila rizzi li portanu a li stiddi; Li compranu salati. Tutti li frisaturi[440] Di pila fannu un traficu, e vìnninu favuri! Fineru li suspetti, scrupuli non cc'è chiù D'esaminari e vìdiri.... di quali testa sù?[441].
[440] _Frisaturi_, voce qui usata nel significato di persone che trafficassero di capelli posticci, di ricciaie e di parrucche.
[441] _Cicalate_, p. 354.
Vesti ed ornamenti, senza ombra di rispetto dovuto al pudore, si abbandonavano all'andazzo dei tempi; con l'antiestetica acconciatura del capo procedevano veli leggieri e civettuoli scialli, fascette cortissime e sottilissimi lini, che scoprivano ciò che volevan coprire e rivelavano appunto ciò che morali velleità miravano ad occultare. Anche qui il Meli va chiamato come testimonio autorevole, il Meli che non sapeva chiudere gli occhi ai calzoncini femminili alla turca, agli arnesi che colmavano i fianchi, alle bianche e sottili gonne, per le quali a tutte ed a ciascuna delle partigiane di tante risibili novità e _francisarii_,
Li gammi si cci vidinu, Lu cintu cumparisci, Ed accussì cchiù accrisci La curiusità[442].
[442] _Poesie: Lirica_, nn. IX e XI. Costante è nel Meli la preoccupazione delle novità della moda e della libertà francese.
Altronde, non sappiamo dirne di più quando per le particolarità di questa toletta abbiamo la franca dichiarazione dello stesso D. Pippo, il quale, sfogandosi contro la indecenza _fin de siècle_, si domandava:
Stu vèstiri mudernu senza cchù capu e cuda, Chi parti su' cuverti, e parti su' a la nuda, Senza cchiù spaddi e scianchi, senza principiu e fini, Lu centru nun cchiù centru, la vita 'ntra li rini, Fadetti di sei parmi, ch'appuntanu a li sciddi, Scarpi cu li ligneddi, testi senza capiddi, Pilucchi a battagghiuni, circhetti, castagnoli, Senza disparitati di vecchi e di figghioli,[443] Sta caristia di pila pri tantu gran cunsumu, Stu beddu chi consisti in apparenza e fumu, Sta razza di vintagghi, di menzu spangu a stentu, Chi Suli non riparanu e mancu fannu ventu, Sti scialli chi si portanu 'mparissi pri lu friddu E pisa cchiù 'na pagghia, o un filu di capiddu, Sti veli trasparenti, sta fina cammiciola, Sti musulini oscuri, stu sciusciami chi vola, Chi mettinu in prospettu chiddu chi duvirria Ristari a lu cuvertu, su' rami di pazzia?[444].
[443] _Figghiolu_, nella parlata messinese, fanciullo, piccolo.
[444] _Cicalate_, p. 392.