La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 20

Chapter 203,634 wordsPublic domain

Brydone, impressionato della sfrenata passione degli abitanti per le pubbliche passeggiate, scriveva:

«Siccome i Palermitani in estate sono obbligati a mutare la notte in giorno, il concerto musicale non principia prima della mezzanotte. Il tocco è il segnale perchè i virtuosi diano fiato ai loro strumenti per la sinfonia. A quell'ora la passeggiata formicola di pedoni e dì carrozze, alle quali, perchè sian meglio favoriti gl'intrighi amorosi, è vietato, qualunque sia il grado della persona, di portare lumi. Questi vengono spenti a Porta Felice, ove i servitori attendono il ritorno de' loro padroni: e tutti i passeggianti restano un'ora o due nelle tenebre, a meno che le caste corna della luna, insinuandosi ad intervalli, non vengano a dissiparle. Il concerto finisce verso le due del mattino, e tutti i mariti rincasano a trovare le loro mogli.

«Questa usanza è ammirevole [vedi un po' che cosa vuol dire viaggiatore giovane, come era il nostro inglese!] e non cagiona scandali. Un marito non rifiuta mai alla sua metà il permesso di andare alla Marina; e le signore per conto loro son tanto circospette che spessissimo coprono il viso con maschere»[390].

[390] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII.

Questo passo, per la crudezza delle affermazioni, è d'una estrema gravità. Giammai nulla di simile era stato detto in proposito. Vietati i lumi, che perciò si spegnevano a Porta Felice, la Marina rimaneva al buio completo, come quello che meglio favorisse gli amori. Le signore potevano andarvi senza i mariti, ed alcune anche mascherate.

Invero, non c'è da rimanere edificati! Ma è poi vero codesto? Il Conte de Borch, che scrisse per controllare il viaggio di Brydone, spiega così l'affare dei lumi: «Siccome la maggior parte dei nobili di sera si reca alla Marina in veste da camera e le donne in semplice mussola bianca, si ha tutta cura di non far entrare fiaccole accese; altronde, non se ne ha bisogno, perchè la bella luna riflettendosi sul mare illumina tutto d'intorno.

«Io, aggiunge, non mi farò il paladino della galanteria delle donne, qui come altrove civette; ma sostenere che vi sia una legge positiva, un uso pubblico stabilito che protegga il disordine, e questo abuso siasi mantenuto da tempo immemorabile, è per me quanto di più assurdo si possa immaginare»[391].

[391] _De Borch_, _op. cit._, t. II, pp. 132-33.

Il nobile savoiardo disegna con matita di rosa il paesaggio che il viaggiatore inglese avea disegnato col carbone; ma la matita di rosa non illumina la scena; e resta di fatto: che se non c'era una proibizione ufficiale di lumi, c'era una consuetudine per la quale carrozze, sedie volanti ed altri veicoli uscivano a lumi spenti nell'allegra piazza. Mutate le parole, le cose suppergiù restano. Nell'Archivio del Comune, a farlo apposta, non siamo riusciti a trovare documento di un solo fanale in quella piazza. Altri forse lo troverà. La pubblica illuminazione, principiata in Palermo nel 1746, quando ancora molte metropoli d'Europa (lo dicono quelli che venivano dall'Estero, non lo diciamo noi) erano allo scuro, non si estese oltre alle due vie principali, e quando vi si estese non ebbe premure per la Marina, che, proprio nel secolo XVIII, restava a discrezione della luna e degli _habitués_.

I viaggiatori di quello scorcio di secolo ripetono la notizia del Brydone, non per sentita dire, ma per vista personale. Tutti furono a Palermo, tutti assistettero alla scena; qualcuno solo ne trasse particolarità che si prestano a sfavorevoli discussioni.

Il lettore abbia pazienza di proseguire con noi la galante rassegna.

Per un italiano del 1776, che non volle farsi conoscere, «la Marina è la passeggiata universale ed il convegno della sera. La Polizia ne vieta l'accesso alle fiaccole [non sarà stata la Polizia, sarà stato l'uso]. Al coperto d'una oscurità fitta passeggiano i mariti gelosi ed i timidi amanti, nascondendo gli uni i loro possessi, attutendo gli altri le loro fiamme. Ho visitato più volte queste tenebre misteriose, e non son rimasto mai senza una certa penosa emozione alla vista del turbamento che suole sempre accompagnare la felicità dell'uomo»[392].

[392] Un Voyageur italien, _Lettres_, lett. 16 ottobre 1776.

Che cosa debba intendersi per «possessi dei mariti gelosi» cerchi di indovinare chi ci sa ben leggere! Noi procediamo oltre.

Per un altro scrittore del medesimo tempo la faccenda non è diversa. L'abate de Saint-Non, persona colta e senza scrupoli, rilevava (1778):

«_La promenade charmante_ è un convegno dove nessun palermitano rinuncia a fare un giro prima di andare a letto. Pare un sito privilegiato con indulgenza plenaria per tutto quel che vi avviene, e pare altresì che i Siciliani abbiano per esso dimenticato a tal segno la loro naturale gelosia da proibire le fiaccole e tutto ciò che possa recare incomodo alle piccole libertà clandestine. Molto difficile sarebbe darsi ragione di siffatta singolarità, se non si sapesse già che essa, facendo partecipare tutti ai medesimi vantaggi, soffoca e fa cessare le mormorazioni di quei gelosi che per essa soffrono tormenti. Qui regna la oscurità più misteriosa e la meglio rispettata: tutti vi si confondono e smarriscono, tutti vi si cercano e vi si trovano»[393].

[393] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, p. I, p. 142.

A brevi intervalli noi possiamo con altri viaggiatori visitare il piacevole ritrovo. Possiamo farlo col tedesco Bartels (1787), e troveremo inalterata l'usanza della spengitura delle fiaccole, che «senza etichetta, senza gelosia e con gentili scherzi» concorre a rendere più brevi le notti[394]. Possiamo farlo col Cav. de Mayer (1791): e se ci recherà fastidio la polvere sollevata dalle vetture, confessiamolo candidamente: non è per la polvere in se stessa, ma perchè la polvere «nuoce ai piaceri della sera»; e piaceri sono «il fresco, il _laissez aller_, la libertà, gl'incontri»[395]. Possiamo farlo con altri ancora; ma che più, a fronte di testimonianze così concordi?

[394] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 554.

[395] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV.

E le donne mascherate? Queste si, lasciamole alla responsabilità di Brydone, che nessuno ne parlò mai e prima e dopo di lui. Solo la tradizione ne fa timido cenno, accusando certe illustri dame (e dice tre nomi), le quali a nascondere infedeltà colpevoli avrebbero ricorso al mal sicuro espediente.

E del resto, perchè questo sotterfugio quando gli stessi italiani in Palermo giudicavano preoccupazione non necessaria quella delle donne borghesi di coprirsi del manto nero?[396]

[396] Un Voyageur italien, _op. cit._, p. 19, nota. -- _Lettres sur la Sicile par un Voyageur italien à un de ses amis._ Amsterdam, MDCCLXXVIII.

Ed ora, lasciamo il costume estivo della Marina, tanto esso non è se non una delle molteplici esteriorità della vita palermitana, e veniamo ad altro.

Siamo nel 1800. La Famiglia reale di Napoli è in Palermo. Il Duca du Berry, con un seguito di brillanti ufficiali, arriva nel nostro porto e viene a chiedere la mano d'una figliuola di Ferdinando III. Maria Carolina è a Vienna e la si attende da una settimana all'altra. Il signor d'Espinchal, uno degli ufficiali, senza perdere un solo dei divertimenti della giornata, prende nota di quel che fa e di quel che vede. Ecco una delle sue note:

«Maria Amelia ha diciott'anni: figura molto gradevole, ma nulla di particolare in un paese dove di beltà non è difetto. Le sue maniere dolci, gentili, timide anzichè no, ritraggono dalla etichetta troppo affettata della Corte, in contrasto delle costumanze molto rilassate della Sicilia».

Appressavasi l'estate: e la ducale comitiva francese passava la notte tra le numerose conversazioni della città, nelle quali splendevano donne eleganti e graziose, «dedite ai balli, alla Marina, ai passatempi abituali in questo paese dolcissimo». La Flora era «il ritrovo delle più belle donne della città, _des intrigues amoureuses_». Le dame, appassionate pel fasto e per gli ornamenti, amavano «le feste, i piaceri, e soprattutto _les intrigues de coeur, leur passetemps habituel_, così che gli stranieri consideravano Palermo «come l'Eldorado di Europa».

Dopo quattro mesi di attesa, non inutile per nessuno: non per il Duca che, a buoni conti, passava buona parte del giorno presso l'Amelia, non per la sua compagnia, che divideva gradevolmente, troppo gradevolmente, il suo tempo tra le visite ai monumenti e quelle alle conversazioni; si fu costretti a partire.

D'Espinchal, che è il solo cronista di quei giorni avventurosi, evocava «le deliziosissime ore passate in questa città incantatrice, dove i capricci della graziosa e vaga Duchessa di Sorrento aveano tali fascini da render veramente felice chi vi si sottoponesse; dove era la Marchesa Aceto, più costante in amicizia che in amore, e la bella, altera e superba Principessa di Hesse, ai cui desideri tutti servivano specialmente in amore, del quale ella era una delle più ardenti sacerdotesse»[397].

[397] _D'Espinchal_, _op. cit._, pp. 48-50, 64.

Ma d'Espinchal era giovane, e la sua accesa fantasia poteva dar corpo alle ombre, ed attribuire a molti il facile godimento di pochi, tra i quali era pur lui. Tuttora giovane, benchè persona molto seria ed artista di grande valore, l'architetto Houel che, visitando la casa del Principe di Campofranco, rimaneva sorpreso di trovarvi più libertà che in Francia[398]. Giovane e maldicente quell'altro ufficiale francese Creuzé de Lesser che trovò «la Marina la passeggiata del miglior tono specialmente di notte, ove si danno i ritrovi d'ogni genere»[399]: tutti e tre da noi chiamati a testimonî stranieri nella non bella causa di moralità.

[398] _Houel_, _op. cit._, t. I, p. 67.

[399] _Creuzé de Lesser_, _op. cit._, p. 109.

Più che straniero, poi, il figlio del Sultano del Marocco, Mohammed Ben Osman, assistendo nel gennaio del 1783 ad una festa da ballo al Palazzo Vicereale, si dichiarava scontento della libertà delle donne, «vedendole comandar dappertutto gli uomini», dai quali esse «erano poco men che adorate»[400]. Volgiamoci pertanto ai non giovani ed a Siciliani, anzi a Palermitani, che non avevano ragione di esagerare, anzi dovevano aver tutto l'interesse di attenuare ciò che non faceva loro onore.

[400] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 394.

E qui con amaro sorriso presentasi l'abate Meli. Nessuno più civilmente di lui studiò la società del tempo, nessuno la ritrasse con maggior fedeltà; l'opera sua quindi rispecchia quella vita. Più e più volte lo sdegno del poeta eruppe contro la leggerezza dei suoi contemporanei; e l'apparente sua festività era collera, tanto più grave quanto viva era la interna lotta ch'egli dovea sostenere per non offendere il ceto nel quale egli, medico retribuito e poeta carezzato, vivacchiava. Tutta, col Meli, si percorre dispettando la scala di questa galanteria: dalla misteriosa trasparenza dei veli che volevan coprire il collo delle ragazze alla procace evidenza dei seno delle maritate, dalla furtiva occhiata della monachella al fremito inverecondo della donna mondana.

Ecco qua la _Moda_. Tra le malattie in voga predomina quella dei deliquî, pretesto all'amore, e certe smorfie per accreditarli; si finge di

Trimari d'un cunigghiu, anzi sveniri, Sfùjri li corna di li babbaluci, Ma di l'autri mustàrrinni piaciri.

Si gioca a carte: guerra di spade, bastoni e dardi d'amore; nubili, mogli e vedove, tutte posson dirsi paghe e contente, in quanto

A un latu ànnu l'amanti o niuru o biunnu, Secunnu lu capricciu, e all'autru latu La sfera, lu quatranti e mappamunnu[401].

[401] _Meli_, _Poesie: Lu Cafeaus_, p. 137.

Ecco _Non cchiu Porta Filici_. L'estate è finita, cessata è la Marina, i nobili tornano assidui alla conversazione del palazzo Cesarò, dove tra i due sessi

Si tratta a la francisa, Nun su' nenti gilusi, Su' tutti afittuusi, Nun c'è nè meu nè tò. Per iddi è impulizia Qualura la sua dama 'Un joca, 'un balla, 'un ama. Ma fa lu fattu sò. Anzi taluni stilanu Chi lu maritu va, Pri stari in libertà, Unni la mogghi 'un c'è. Hannu morali a parti; La liggi sua briusa 'N'è nenti scrupulusa, Ognunu fa per sè.

E come la libera moda ha riconosciuto naturale l'uso di prendere a braccio la prima ballerina che s'incontri a passeggio, così per questa si spende e si spande[402].

[402] _Meli_, _Poesie: Ma chi pittura_, p. 372; _Nun cchiù Porta Filici_, p. 89.

Ecco _Ma chi pittura!_ Il buon Meli, disgustato delle scene alle quali gli tocca assistere, pennelleggia le condizioni dei tre ceti. A lavoro finito, egli non ha il coraggio di dare alle stampe la sua poesia, e la lascia manoscritta. È carità di patriota, o incontentabilità d'artista? Nol sappiamo; però è certo che in essa vuolsi vedere un documento di quella vita che non ha avuto ancora un illustratore con le vedute moderne.

In Palermo tutto vede bizzarria e sfacciataggine il poeta; la vanità regna immoderata:

Nun c'è vergogna, Nun c'è russuri, Pocu è l'onuri E l'onestà.

La desiderata Marina è sempre il luogo favorito di certa gente. L'amore vi assume carattere di liberalità; la gelosia ne fugge; e se vi fa capolino, vi è, come avanzo di barbarie, derisa. Ogni donna -- continua piacevoleggiando, il poeta -- ha il suo amante e chi non ne ha, potrà occhieggiando procurarselo; e allora complimenti a tutt'andare, e subito confidenza.

Chi tocchi amabili, Chi duci vezzi, Chi pezzi pezzi Lu cori sfa!

Le vesti di queste donne sono scollacciate quali si addicono al tratto, che la moda impone libero dai vieti pregiudizî di dignitoso riserbo nelle donne, di sommo rispetto alle mogli altrui. Tutto questo al buio,

A la francisa, Senza cannili: Chistu è lu stili Di la cità.

E sempre nella fortunata piazza,

E specialmenti La siritina 'Ntra la Marina C'è libertà.

E così, sempre alla Marina, ove Palermo, la Sicilia, accentra quanto del suo peggio moderno abbia mandato Parigi:

Chista è la Francia Di sta Marina[403].

[403] _Meli_, _Poesie: In lodi di la Flora_, p. 77; _Ma chi pittura!_ pp. 372-74.

Se così è al palazzo Cesarò, nelle case private, ai pubblici passeggi, che c'è mai da aspettarsi altrove? L'ambiente è sempre uno: tutti lo respirano, e vi prosperano.

Queste le scene reali che tuttodì cadono sotto gli occhi del Meli. Cent'anni dopo, un dilettante di lettere, dovea venire a battezzare «arcade di buona fede» il poeta che così aveva scritto!

Un prete contemporaneamente cantava:

Oggi viju introdutta certa usanza, Chi pari chi cci sia qualchi indecenza; In ogni casa, cui canta, cui danza, Va pri li pedi pedi l'Eccellenza. Nun si vidi cchiù un quatru 'ntra 'na stanza, Cu cornacopi speddi (_finisce_) ed accumenza. Li credituri e la povira panza Sunnu custritti a fari pinitenza[404].

[404] _Melchiore_, _Poesie_, p. 104.

E non isfuggirà a nessuno il _calembour_ della cornucopia.

Il Villabianca, raccogliendo le voci popolari del tempo in cui il Regalmici faceva sorgere la Flora, mentre prima avea pensato ad un camposanto o carnaio (_carnala_), osservava che:

La carnala fu in flora a commutari. Acciò 'ntra chiddi fraschi e ddi virduri Putissiru li vivi agumintari;

dove l'allusione è così trasparente che viene spontanea alle labbra la casta invocazione:

Musa, deh copri di benigno velo L'incauta scena....

Quando poi la licenza si traduceva in fatti scandalosi, il medesimo Villabianca, acceso di sdegno contro coloro che ne erano gli attori, usciva in una invettiva che è forse la più sanguinosa ch'egli abbia lanciata contro la moda del libertinaggio, contro le famiglie che ne inalberavano la bandiera, contro la società che tollerava siffatte vergogne. Noi stessi, non osiamo riferirla[405]. Nè l'Arcivescovo Serafino Filangeri, Presidente del Regno, era stato meno severo[406].

[405] _Diario_ ined., a. 1798, p. 412.

[406] Vedi bando del 13 ottobre 1774.

Prove indirette di questa realtà di cose potrebbero sorgere da particolari indagini da farsi sull'argomento in archivi speciali. Nei diversi reclusorî d'allora molte nobili e civili signore venivano ospitate. Quante le une? quante le altre? quali di spontanea loro volontà? quali per volere di parenti o per ordine superiore? Giacchè, per citare un solo esempio, se tra il 1770 ed il 1804 meglio che quattordici grandi titolate entrarono nel solo Conservatorio della Divina Provvidenza (Suor Vincenza) a Porta S. Giorgio[407], bisognerebbe cercare quali lo fecero, se alcuna ve ne fu, per propria elezione, quali _obtorto collo_. In quel ritiro, come negli altri simili d'allora, nessuna dama andava a chiudersi senza gravi ragioni, e queste non potevano non essere d'indole estremamente delicata: o che i doveri coniugali avessero, per passioni inconsiderate, ricevuto qualche colpo, o che la condotta del marito si riflettesse sulla moglie, la quale, appunto perchè donna, rimaneva esposta alla solita maldicenza, che talora risparmia l'uomo notoriamente infedele ed accusa la donna forse lievemente indiziata di colpevolezza, quando non del tutto innocente.

[407] Un minuto spoglio di registri delle commoranti in questo Reclusorio mi ha favorito, per graziosa raccomandazione del Presidente di esso, sig. Ing. Giovanni Biondolillo, l'archivista avv. S. Minutilla.

E se le quattordici dame, che pur tenevano ai loro servizi ciascuna le sue cameriere, rappresentavano l'undecima parte delle ricoverate in quel Reclusorio, quante saranno state le civili, maritate o vedove, che per le medesime ragioni vi convivevano?

Con questa vita e con queste abitudini è facile comprendere come potesse nella Capitale farsi strada il cicisbeismo, che tra le cattive fu la peggiore delle mode. Non si cerchi nel popolo, perchè la rigidezza della sua morale e quella gelosia che, per quanto esagerata da viaggiatori e da romanzieri, era ed è sempre intensa, mal ne avrebbe comportato le libere pratiche[408]. Il _cicisbeo_, o meglio, il _cavalier servente_ (giacchè solo con questa parola si conosce la brutta cosa nel popolo) non esistette mai o, piuttosto, esistette solo di nome; il vero servente nacque, potè prosperare nelle alte sfere sociali. Brydone, quelle sfere le conobbe in Palermo, e trovò «generale anzi che no» la istituzione. Bartels, senza circonlocuzioni e sottintesi, ne confermava, come in altre parti d'Italia, l'usanza[409]; e tanto era comune che il non trovarne in qualche famiglia parve lodevole eccezione. L'ab. Cannella ascrisse a vanto della Principessa di Villafranca l'avere ella scelto un dotto sacerdote per la conversazione, in luogo d'un cicisbeo che le facesse la corte[410]; mentre, al contrario, un'altra giovane Principessa non seppe rinunziare all'ordinario conforto d'un vagheggino (un principone d'alto lignaggio) alla notizia che il marito fosse stato catturato dai corsari barbareschi; vagheggino, ch'essa si tenne schiavo d'amore in Napoli e in Palermo, come il Reggente si tenne schiavo di pirateria in Algeri il non più giovane marito di lei[411].

[408] Un nobile ed ardito siciliano lasciava scritto: «L'amore è tutto in Sicilia. Feroce nel popolo, esso perde sempre del suo colore scuro salendo i diversi gradini della società, fino alla nobiltà, dove prende nome di galanteria, od anche altro nome che suona men bene. Cagione d'assassinî in quello...» _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, ch. XL.

[409] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 598.

[410] _Cannella_, _Lettere_, pp. 42-43.

[411] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1797, p. 191. Questo nobilissimo cicisbeo era il Principe di Roccaromana Capua.

Se riflettiamo un po' sopra queste cattive tendenze, verremo alla dolorosa conclusione che vi son simpatie non approvate dalla legge civile, vietate dalla ecclesiastica, le quali, secondo alcuni, non intaccano certi articoli del decalogo. La educazione d'allora, parliamo sempre del settecento, era, ahimè! troppo progredita perchè potesse arrestarsi a proibizioni, riconosciute grette da quella società.

Il cavalier servente guardava con serenità calcolatrice la perdita del tesoro che era suo; e seguiva istintivamente, forse senza conoscerla la dantesca Semiramide,

Che libito fe' licito in sua legge.

Simile ad accorto capitano, egli dalla effimera perdita traeva ragione e forza a conquiste, tanto facili quanto meno consentite o permesse. Una fortezza che si perdeva, ne faceva supporre una che si vincesse; anzi la fortezza perdevasi appunto perchè il capitano, niente premuroso di essa, era alienato dagli stratagemmi di guerra necessarî ad espugnarne altra. Ed a questa, espugnatala, egli consacrava se stesso, ogni sua cura, dal primo istante in cui questo giovin signore, compagno del «giovin signore» lombardo del Parini, riapriva gli occhi al sole già alto, al far del nuovo giorno, in cui li chiudeva stanchi al sonno pertinace. Ad essa e per essa spendeva, senza riguardi a conseguenze economiche, le sostanze che aveva, se pure le aveva. Egli la custodiva, la teneva di conto, ne visitava ad ore determinate gli angoli più recessi, e l'addobbava e adornava di sua mano; giacchè a lui, solamente a lui, era dal nuovo codice galante fatto diritto di accedere, padrone e servo, signore e vassallo, cavaliere e valletto, capitano e soldato, là dove codici oramai fuori moda non consentiron mai di levare gli occhi, non che di mettere i piedi o di alzare le mani.

Usciamo di metafora.

Il cicisbeo era sempre in pieno esercizio in molte case signorili, in quelle specialmente dove la cascaggine dei zerbinotti e le smancerie dei ganimedi si credevano così innocue da limitarsi a leziosi inchini, e, tutt'al più, a languide occhiate. Se qualche puritano ne faceva le maraviglie, c'erano i non puritani, persone di mondo, che trovavano opportuno lasciar fare.

Alla fin fine, che cosa è il cicisbeo se non un cavaliere della galanteria, che volontariamente si rassegna ai capricci d'una bella o d'una brutta dama? Come ellera all'albero, così egli si attacca a lei; nè l'abbandona mai quando ella esce per la messa, per le prediche, per le passeggiate, quando va al giuoco, ai ricevimenti, agli spettacoli. Ella non va senza di lui, e quando la s'incontra è impossibile che egli, vagheggino fedele, in ogni guisa non si adoperi a tenerla divertita e soddisfatta di sua corte. A villeggiatura, in luogo solitario, legge alla signora Metastasio, e spiega Voltaire e Rousseau[412]. C'è da stupire, che sappia far questo; ma è così.

[412] Vedi in questo volume, p. 278.

In città, la condotta non è diversa. La femmina

L'amicu sò sirventi Chi a latu fissu teni Càncaru! si manteni Cu tutta proprietà.

Nè unica nè sola è questa femmina nel costume corrente; perchè

Teni ogni donna A lu sò latu Lu 'nnamuratu Cu gravità[413].

[413] _Meli_, _Poesie_, pp. 138-39, 373.

L'innamorato non era il cavalier servente. Quello era un infelice che trascinava la catena d'una passione ardente; questo, felice, perchè alieno da gelosie, sospetti, guai: distinzione fondamentale, fatta da un testimonio del cicisbeismo. Una cicalata di Fr. Sampolo è la più sottile psicologia del _Cavaler serventi_. Non conosciamo in proposito studio intimo più fine, come della voce cicisbeo non conosciamo etimologia più sicura di quella data da un vocabolarista siciliano d'allora[414]. Solo il cavalier servente, secondo il Sampolo, gustava i più deliziosi piaceri, veri o fittizî che fossero. Preferibile l'amore senza amaro, com'era il suo. La dama ed il cavaliere godevano d'una felicità senza limiti:

[414] _M. Pasqualino_ _da Palermo, Vocabolario siciliano etimologico, italiano e latino_, t. I, p. 316 (Palermo, MDCCLXXXV): «_Cicisbeu_, cicisbeo, dal franc. _ciche_, parvulus, e _beau_, pulcher».