La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 19
Con questi ardori è facile immaginare quel che dovesse avvenire tra le teste calde dei giovani. Ad ogni menoma occasione sorgevano contrasti; per lievi malintesi di inavvertite preferenze nei balli, per impercettibili violazioni di etichette, passavasi a vie estreme; e cartelli di sfida venivano issofatto lanciati, specie nei giorni di ridotti carnevaleschi o al giungere di qualche bella, compromettente artista del S. Cecilia o del S. Caterina (oggi teatro Bellini).
Ai duelli, altronde, si era per antica consuetudine adusati. Al S. Ferdinando, tra le varie discipline che s'impartivano, non mancavano le cavalleresche. La scherma, una delle cinque piaghe, non già d'Egitto, ma della Sicilia, lamentate dal poeta benedettino P. Paolo Catania[358], possedeva un abilissimo insegnante in un tal Torchiarotto. A lui faceva codazzo uno stuolo interminabile di ammiratori; a lui si rivolgevano per esser preparati coloro che cercavano nelle vertenze di cavalleria farsi ragione.
[358] _P. Catania_, _Theatro ove si rappresentano le miserie umane_ ecc. Palermo, 1665.
Una poesia, andata in giro tra gli schermidori di Palermo (1784), dà la misura dell'ammirazione che gli professavano i suoi devoti. È una stampa del tempo, che fedelmente ripubblichiamo:
«In lode del celebre maestro di spada D. Antonino Torchiarotto, inventore e direttore del battimento nella contradanza allusiva alla presa della fortezza di Algeri:
SONETTO
Marte, cui deve il primo onor la spada, Rese nel campo mille eroi guerrieri. Ma fra l'orride stragi agli alti imperi Schiude di gloria sanguinosa strada. Nuovo Marte tu sei, e fai che cada, L'audace Moro ai colpi tuoi non veri Formi col brando i nostri, i tuoi piaceri; Porti illustre vittoria u' più ti aggrada. I tuoi seguaci in eleganti pruove Con grati giri e con maestri passi Spingi fra loro a belle pugne e nuove. Così tu vinci il natural dell'arte, Mentre i limiti suoi dolce sorpassi. Or ceda a te l'onor lo stesso Marte»[359].
[359] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 210.
E poichè Marte ha ceduto le armi a Torchiarotto, giova avvertire che anche nei più grossi scontri le cose non si facevano troppo sul serio, perchè poche tracce cruente si scoprono di partite cavalleresche.
_Capitolo XVIII._
_DAME BELLE, DAME BUONE, DAME VIRTUOSE._
Le donne che abbiamo qua e là, nel corso di queste pagine, incontrate, non son le sole della società del tempo. Astri maggiori, splendenti di luce propria nel firmamento muliebre della Nobiltà siciliana, esse gareggiavano in attrattive di grazia dominatrice, in distinzione di eleganza.
La vaghissima Marianna Mantegna, col suo delizioso neo sul seno d'alabastro, ispirava al Meli la canzonetta _Lu Neu_, che contiene non innocenti arditezze:
Tu filici, tu beatu 'Nzoccu si', purrettu o neu! 'Ntra ssu pettu delicatu Oh putissi staricc'eu! 'Ntra ssi nivi ancora intatti Comu sedi, comu spicchi! Ali! lu cori già mi sbatti, Fa la gula nnicchi nnicchi![360].
[360] _Meli_, _Poesie: Lirica_, ode XI, p. 38.
Gli occhi non sai se più penetranti o voluttuosi della Duchessa di Floridia, Lucia Migliaccio, facevano battere cento cuori e penetravano fino alle midolle del buon Poeta[361], che nella dolcissima tra le sue dolci odi _L'Occhi_ cantava:
[361] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, c. XI.
Ucchiuzzi niuri, Si taliati[362] Faciti càdiri Munti e citati. Ha tanta grazia Ssa vavaredda[363] Quannu si situa Menza a vanedda, Chi, veru martiri Di lu disiu, Cadi in deliquiu Lu cori miu....[364].
[362] _Taliati_, guardate.
[363] _Vavaredda_, pupilla.
[364] _Meli_, _Poesie: Lirica_, ode V, p. 35.
Varie famiglie attribuiscono per tradizione a una loro propria antenata la ispirazione di questa canzonetta. La verità è questa: che il Meli la scrisse proprio per la Duchessa di Floridia, la quale, rimasta vedova, alla morte di Maria Carolina, regina di Napoli e Sicilia, divenne moglie morganatica, non felice nè ricca, di Re Ferdinando III.
Riandando con la memoria e celebrando nel suo _Gemälde_ le principali fattezze femminili da lui viste, il prof. Hager metteva in prima linea la Principessa di Leonforte (poi di Butera), una vera Aspasia per le sue forme e pel suo ingegno. Beltà come la sua, nessuno tra quanti la conobbero ricordava: e tutti dicevano dei suoi occhi di gazzella, della sua testa scultoria, resa maravigliosa dai ricchissimi gioielli[365]. Chi stenta a riconoscerla, la identifichi con la seconda Caterina Branciforti, e saprà subito chi ella fosse, anche senza il ritratto che ne fece il siculo poeta delle venustà del tempo[366].
[365] _Palmieri de Miccichè_, _op._ e _loc. cit._
[366] _Meli_, _Poesie_, p. 103.
Leggiadre le signore di Calascibetta, di Villarosata, di Castelforte e molte altre minori. Rimettendo il piede in Terraferma, sul Ponte della Maddalena, Hager incontrava (dicembre 1796), un'ultima volta ammirando, la simpatica Principessa di Petrulla e la Marchesa d'Altavilla, di casa, crediamo, Bologna, accompagnate dal Marchese di Roccaforte e dal Principino della Cattolica[367].
[367] _Hager_, _Gemälde_, pp. 57 e segg. e 235.
E lì, a Napoli, gemme l'una più dell'altra preziosa, queste dame componevano la corona della altera Maria Carolina, confermando con la loro presenza l'antica reputazione del tipo estetico dell'Isola: forme giunoniche e taglie mezzane, volti rosei ed ardenti e visi sentimentalmente pallidi, chiome dai riflessi dell'ebano alternantisi con le bionde oro, grandi occhi neri lampeggianti allato a languidi cerulei, quali più, quali meno, imperiosi e carrezzevoli, dalle interrogazioni rapide e dalle meste vaghezze d'un sogno.
Esse si eran chiamate Aurora Filingeri, Maria Gravina, Caterina Bonanno: Principesse di Cutò, di Palagonia, di Roccafiorita (1775) e Marianna Requesen Contessa di Buscemi (1777). Scomparse dalla vita e ritratte dalla società, ricomparivano nelle grazie delle loro incantevoli figliuole, o congiunte, o amiche, od anche emule: Marianna e Ferdinanda Branciforti, Principessa di Butera l'una, Contessa di Mazarino l'altra, Stefania Bologna Marchesa della Sambuca ed Anna-Maria Ventimiglia Contessa Ventimiglia-Belmonte (1780). Belle, superbamente belle tutte, come la Principessa di Carini Caterina La Grua, nome che richiama ad una forte leggenda[368]: la Duchessa di Belmurgo Rosalia Platamone, la Principessa di Villafranca Giuseppina Moncada, la Principessa di Scordia Stefania Valguarnera e Felice di Napoli Marchesa di Giarratana (1797), la quale non vuolsi confondere con la Lionora.
[368] Vedi nel presente vol., p. 42.
Dame d'alto lignaggio, costoro brillavano con l'ideale di loro gentilezza nei circoli, con la prestanza di loro signorilità nel ceto, col fasto di loro casato nelle due Capitali e fuori.
Pieni d'ammirazione per tante dive dell'Olimpo siciliano, alcuni scrittori del tempo non sapevano far differenza tra bellezza e bellezza. I tipi più eletti eran lì, sorriso gaio di natura, fascino potente di uomini, invidia mal celata di donne. Profili spiritualmente greci, dagli occhi e dalla capigliatura corvina, dai lineamenti correttissimi, quelle dive passavano ammirate tra la folla, corteggiate tra le conversazioni. Bartels, astraendosi talvolta dalle sue severe lucubrazioni economiche e storiche, vide «a Palermo ed a Venezia le più splendide donne, in faccia alle quali anche Paride sarebbe restato incerto a chi assegnare il pomo d'oro»[369].
[369] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 605.
Le figure più snelle offrivano anche allora agli osservatori stranieri «un'idea di quelle bellezze che una volta servirono di modello a Prassitele ed a Policleto in quest'Isola greca, e che infiammarono Aci per Galatea». E lanciandoli fantasticamente in mezzo alle favole ed alla storia, li richiamavano a quella siciliana che fece girare il capo ad Eufemio, quando nel secolo IX l'Isola cadeva sotto la dominazione degli Arabi[370].
[370] _Hager_, _Gemälde_, nella cit. vers. di M. Pitrè, p. 4.
Tra le rare onorificenze e, perchè rare, pregiate, qualcuna concedevasene a donne, per meriti e virtù preclare.
Dopo il quarto ventennio del secolo la Marchesa Regiovanni, Sigismonda Maria Ventimiglia, veniva insignita del sacro militare ordine gerosolimitano con la medesima croce ed i medesimi privilegi che avean goduto e godevano la Principessa di Valguarnera e la Marchesa Fogliani-Malelupi. Lionora Di Napoli, Principessa e Marchesa di Spaccaforno, indossava l'abito di Malta e la gran croce di devozione[371]: e quando ogni anno il Gran Maestro dell'Ordine mandava il solito tributo solenne del falcone a Re Ferdinando, ella, in mezzo ai pochi cavalieri che della distinzione si onoravano, attirava gli appassionati sguardi della folla.
[371] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 223; v. XX, p. 12.
Con queste, altre dame con altre insegne.
Poco prima dell'abolizione del S. Uffizio un Grande Inquisitore viaggiava per le campagne di Sciacca. A un tratto, nel feudo Verdura, una masnada di ladri sbuca da una macchia, lo assale ed è quasi per finirlo. Non discosto da lui è la Duchessa Leofanti coi suoi uomini; alle grida dell'assalito ed alle voci degli assalitori, ella, con ardimento più che virile, accorre, investe e mette in fuga i ribaldi salvando il malcapitato uomo. Per quest'atto la Duchessa veniva decorata in perpetuo, per sè e per le sue discendenti, dell'Ordine cavalleresco della SS. Inquisizione[372]. Quella crocetta verdescuro e bianca, pur dopo la soppressione dell'aborrito Tribunale, fregiò più d'un petto femminile, coprì molti palpiti, oggetto di fiero, inestinguibile odio e di viva ammirazione.
[372] _V. Mortillaro_, _Leggende storiche siciliane dal XIII al XIX secolo_. 2ª edizione, p. 177. Pal., Pensante, 1866.
E con le valenti erano anche le dame colte e virtuose, nelle quali l'ardore del vero era così intenso come fecondo il culto del bello.
La spiritosa giovane Baronessa Martines metteva in musica con dolcezza degna dell'originale qualche canzonetta che l'amabile Cantore delle «Quattro Stagioni» scriveva per lei. Anna Maria Bonanno, ingegno pronto e luminoso, con profondo intelletto studiava gli scelti volumi del suo ricco studio; sì che a lei faceva omaggio della sua _Biblioteca galante_ il tipografo Rapetti[373]. Educando la prole alla pietà, non fu lieta dei frutti della sua buona educazione; chè il figlio Agesilao si rendeva un giorno colpevole di contumelie ad un Giudice del Concistoro[374].
[373] Firenze e Palermo, MDCCLXXVIII, p. III.
[374] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1797, p. 50.
Una figliuola del Principe di Campofranco, monaca in uno dei principali monasteri, scriveva sapientemente di morale[375]: e fresca era la memoria della povera Anna Maria Alliata, primogenita di Pietro, Duca di Salaparuta, la quale, morendo a trentanove anni, lasciava nome di cultrice di filosofia[376].
[375] _Houel_, _op. cit._, v. I, p. 67. Vedi pure nel vol. II di questa nostra opera il cap. _Monache_.
[376] Gioverebbe accertarsi se fosse stata veramente indirizzata a lei la odicina testè pubblicata nelle _Opere poetiche_ del _Meli_, ediz. Alfano, p. 296:
Vulennu farisi Virtù 'na cedda ecc.
Parlandosi della Principessa di Villafranca, a titolo di lode fu scritto (1794) esser ella tutta dedita a conversazioni istruttive e ad occupazioni ben diverse da quelle di altre donne. Il lettore prenda nota di questa lode[377], e si procuri le _Lezioni sulla educazione_ della culta dama.
[377] _Cannella_, _Lettre sur la littérature de Palerme_ ecc. pp. 42-43. A Naples. 1794. Cfr. in questo nostro vol. il cap. _Libertà di costume_.
Triste esperienza della vita ammaestra che gli uomini s'inchinano al sole che nasce e voltano le spalle a quello che tramonta. Chi è in auge od anche in ordinaria prosperità di fortuna è carezzato, corteggiato, adulato; la sua stella declina, ed egli cade in dimenticanza. Il _Dum eris felix_ di Ovidio si ripete assai più frequente di quel che si possa immaginare.
Nei momenti più tristi del Marchese Fogliani, quando una turba incosciente urlava: _Viva il Re! Fuori il Vicerè!_ pochi serbarono al Principe contro cui s'imprecava i riguardi prodigati al Principe fino allora regnante. Tra questi e sopra questi pochi fu una donna, la Contessa di Caltanissetta, vedova Ruffo Moncada. Costei, degna di sue copiose ricchezze, affrettavasi a far sapere all'afflitto Marchese che teneva a disposizione di lui i suoi beni, e pronte a qualunque di lui bisogno le migliaia di scudi della sua cassa[378]: offerta di anima nobilissima, la quale aveva anche il coraggio di affrontare non pur la impopolarità del momento, ma anche le ire della plebaglia d'allora.
[378] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 279.
Tra tante dame che non negavano un sorriso ai lodatori e forse s'inebbriavano ai profumi del loro eccelso casato e del sangue generoso dei loro avi, erano donne casalinghe ed economiche, tutte cura di famiglia: tipo non unico ma perfetto, Rosalia dei Principi di Resuttana, che meritò un bel ricordo in un libro di viaggi del tempo[379].
[379] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIX.
Ad atti di religione attendeva la Consororita di S. Maria delle Raccomandate, presso Porta di Vicari (S. Antonino). Per lungo volger d'anni ne tennero le sorti ora Caterina Tommasi Principessa di Lampedusa (1794), ora la Principessa di Furnari Maria Teresa Marziano (1800), coadiuvate dalle _congiunte_. Alla Principessa Maddalena Gravina vedova Rammacca e a Bernardina Oneto di S. Lorenzo (1794) seguivano la vedova Duchessa di Castellana Antonia Bonanno (1795), la Baronessa Teresa Schittini e la Principessa d'Aragona Marianna Naselli-Agliata (1798-99); ed a queste Stefania Branciforti Principessa di Scordia (1800), sempre piene di fiducia nella perpetua tesoriera vedova Principessa di S. Giuseppe, Maria Barlotta.
Il numero delle vedove nella pia congrega fa pensare ai disinganni della vita dopo le grandi sventure, per le quali il bisogno di conforto religioso si fa più che mai imperioso, e le pratiche divote si levano dal semplice misticismo al più profondo sentimento di Dio. Non abbiamo le fedi di battesimo e di stato civile delle altre nobili consuore, ma ci sentiamo quasi autorizzati a credere che tra esse non erano, poche eccezioni fatte, nè giovani, nè ragazze, nè donne, alle quali più sorridessero gioie di idealità avvenire.
Presso che ignoto l'uso moderno dei comitati. Il bene, chi sentiva di doverlo fare, sapeva dove e come farlo. Tuttavia, eccezionalmente, un Comitato misto di signori e di signore s'incontra verso la fine del secolo. Nel luglio del 1796 l'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez y Royo, affine d'ingraziarsi la Corte, nominava una commissione di dame, di cavalieri e di mercanti che raccogliesse danaro tra i nobili ed i civili a favore del Re. Col Pretore Principe del Cassaro era la Pretoressa Felice Naselli, col Capitan Giustiziere Conte di San Marco la Capitanessa Vittoria Filingeri nata Agliata, e Rosalia Di Napoli Marchesa di Montescaglioso e la Principessa della Trabia Marianna Branciforti Lanza, alla quale la carità non era impedimento negli uffici di Dama della Regina, come non pareva distrazione alla passione, che in lei si disse potente, pel giuoco.
La somma che questo Comitato potè mettere insieme fu cospicua, ma chi si fosse trovato a sentire coloro ai quali chiedevasi una contribuzione, si sarebbe senz'altro turate le orecchie.
Non un libro d'oro ci ha tramandato coi nomi le opere di codeste donne; anzi i nomi stessi ci mancano, perchè molte di esse si restavano nell'ombra. Giornali che le mettessero in evidenza non c'erano: e la cronaca mondana correva orale piuttosto che stampata e divulgata come ora tra i curiosi e gli sfaccendati. Eppure a noi è consentito affermare che se non furono tutte Veneri le belle, la beltà di molte fu fine e soave; se non eroine le buone, la loro benemerenza, chi se l'acquistò, non fu fittizia nè bugiarda. Molte le creature deboli e leggiere, ma molte anche le forti: e di fronte ad amori avventurosi, quali comportava con la suggestione la triste morbosità dei tempi, vi ebbero affetti elevati, che alle ebbrezze chimeriche contrapposero serenità ragionevoli ed alle seduzioni materiali del corpo le sublimi idealità dello spirito.
Veniamo ora alle dolenti note dell'ambiente nel quale donne belle ed avvenenti poterono non partecipare all'esercizio delle virtù ed esserne distratte dalla influenza d'allora.
_Capitolo XIX._
_LIBERTÀ DI COSTUME, CICISBEISMO._
La storia non mai scritta della vita siciliana offre, per la seconda metà del settecento, lo strano e quasi incredibile fenomeno d'una certa rilassatezza di costume. Si tratta d'un lungo episodio -- chiamiamolo così -- del poema morale dell'Isola, e bisogna rassegnarsi a percorrerlo anche quando l'amor proprio di chi scrive e di chi legge ne resti mortificato per la tradizionale aureola di rigidezza onde ogni buon isolano si abbella. Per fortuna, gli attori dell'episodio sono, relativamente alla popolazione intera, di numero sparutissimo, e di quasi una sola classe.
Siamo dunque nello scorcio del secolo XVIII. La moda straniera, come diremo, valicando monti e mari, veniva ad assidersi sovrana tra l'eterno femminino della Capitale. La galanteria francese con orpelli ed insidie tutto informava il costume dell'alta classe e, per imitazione, o per esempio, o per contagio, della media.
La libertà di fogge e di maniere, come sprigionata dalle secolari pastoie, veniva arditamente fuori in non corrette manifestazioni. La Francia era la gran tentatrice, e le sue lusinghe giungevano apertamente o sottomano. Dalla Francia un galateo non prima sognato, dalla Francia libri ed oggetti licenziosi. Le autorità civili e le ecclesiastiche vigilavano zelantissime, confondendo sovente il male reale col male immaginario, il bene assoluto col bene relativo; ma i loro occhi d'Argo e le loro braccia di Briareo non riuscivan sempre ad impedire relazioni occulte di commercio malsano, o creduto tale[380]. E che cosa, d'altronde, non poteva penetrare in città, quando in una sola volta, non meno di venti forestieri residenti in Palermo, usciti col pretesto di andare a bere un thè sopra un legno straniero ancorato nel porto, ritornavano di pieno giorno, carichi di preziose merci di contrabbando?[381]. Nel 1782 si riusciva a metter le mani sopra non so quanti ventagli giunti intatti da Parigi. Due anni dopo, per ordine dell'Arcivescovo Sanseverino, non so quanti altri, con figure che facevano arrossire anche i libertini, ne ardeva il boja; e nel 1790 si diffondevano davanti alla polizia figure che erano il colmo della sconcezza. Pure il malcostume al quale si chiudeva la porta entrava per la finestra; e le frequenti arsioni di merci proibite non impedivano che si facessero strada costumanze licenziose; anzi esse diventavano patrimonio comune appunto quando le autorità si moltiplicavano nello sbarrar loro la strada.
[380] Vedi il cap. VIII, {p. 133}.
[381] _Bartels_, _op. cit._, v. III.
Le prime conseguenze della inconsulta condotta del Governo le risentiva la educazione, non più madre, ma madrigna; la quale preparava un avvenire poco edificante per le donne anche delle buone famiglie. Mentre, secondo Brydone, prima della celebrazione delle nozze non era permessa domestichezza di sorta tra i giovani dei due sessi in Italia, le signorine palermitane, disinvolte, affabili senza affettazione, cominciavano a rallentare la severa consuetudine di stare ai fianchi delle mamme. Mentre queste in Continente conducevano le figliuole in società guardando non al diporto, ma al secondo fine di disporle al matrimonio, pur sempre paurose che esse non venissero loro ad ogni istante rapite, o che prendessero la fuga; in Sicilia mostravano una certa confidenza nelle loro figliuole, e permettevano che il loro carattere si svolgesse e maturasse[382].
[382] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIX.
Bartels volle indagare lo spirito di questa nuova educazione, e ne trovò le ragioni, alle quali facciamo larghe riserve. Ecco in proposito una sua pagina, che gioverà come informazione, ma non già come apprezzamento; perchè, alla maniera di altri del medesimo genere, questo apprezzamento non corrisponde tutto alle condizioni del paese di allora.
«Il tenore di vita di società è libero e piacevole, e più leggiadro per le nubili, le quali in tutto il resto d'Italia non compariscono mai. Qui non si guarda più che tanto alla età acconcia a prender parte ai piaceri del mondo. Una filosofia ben intesa, non più offuscata da principî religiosi, ha preso piede fermo nella Capitale dell'Isola: e già si riconosce quanto sia pericoloso per una ragazza ignara della vita il passaggio improvviso dalla oscurità del chiostro alla luce abbagliante del mondo, tanto più pericoloso in quanto il temperamento, per ragione del clima, è ardente. Qui per le ragazze si stima necessaria la entrata prematura in società, acciò non manchi in esse la conoscenza dei pericoli stando ancora sotto la direzione dei genitori. Nè accade fermarsi sulle particolarità di quest'argomento, perchè basta solo il fatto che qui, come altrove in Italia, usa il cavalier servente, e che per passione irrefrenata il palermitano cerca di spendere quanto più può, e, in ogni occasione, di primeggiare. Così la madre non si occupa assolutamente della educazione dei figli, i quali, com'è ovvio supporre, non avranno alla loro volta imparato nulla. Però incontra in Palermo ciò che non incontra fuori, in Italia: una ragazza che possa facilmente dare un passo falso: e questa è conseguenza naturale della conoscenza precoce dei piaceri mondani; conoscenza che, trovando la ragazza un cotal poco emancipata dalla sorveglianza paterna e materna e completamente abbandonata a se stessa, dà ad essa agio di profittare dei molti godimenti.
«Non è pertanto a dubitare della influenza che questa pratica debba esercitare sulla salute di lei, e del come essa sia ragione degli infelici matrimonî che si contraggono, della rovina dei mariti e della nervosità delle mogli»[383]. Al che concorrevano anche e in alto grado gli sposalizî anticipati dei quali abbiam fatto cenno[384], e pei quali, mogli a dodici, quattordici anni di età, erano nonne a trenta[385].
[383] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 597-99.
[384] Vedi a p. 275.
[385] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII. -- _Hager_, _Gemälde_. -- _Meli_, _Poesie_, p. 87.
Durante ventun anno (1767-1787) tre tedeschi ed un francese scrissero in termini niente lusinghieri delle donne palermitane; ed è notevole che i loro giudizî indipendenti l'uno dall'altro, non presentano carattere d'imitazione. Cominciò primo Riedesel dicendo che esse erano in preda ad una grande libertà, e che i mariti s'avviavano a spogliarsi della vecchia gelosia[386]. Goethe, non già perchè portava al petto come un breviario il viaggio di Riedesel, ma perchè pensava con la sua testa e vedeva coi suoi occhi, notava che le persone all'occorrenza si corteggiavano a vicenda[387]. Terzo, un anonimo francese, facendo un passo avanti, affermava essere soprattutto le donne che fornivano aneddoti alla cronaca scandalosa[388]; e quarto, e malauguratamente non ultimo, Bartels, passando il segno, imprimeva delle vere stimmate all'alto femmineo sesso[389].
[386] _Riedesel_, _op. cit._, p. 121.
[387] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 3 aprile 1787.
[388] _Lettres_, p. 346. A La Haye, MDCCLXXVII.
[389] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 581.
Queste ed altre accuse generali ci preparano a qualche notizia, meno vaga per i luoghi e le date.
Il grande laboratorio, la fucina diciamo così, degli articoli onde si componeva il nuovo o recente galateo sorgeva fuori la città chiusa. La Marina era l'attrattiva più potente di chi amasse divertirsi senza troppi scrupoli di.... morale.