La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 18

Chapter 183,575 wordsPublic domain

Parlare poi di cultura femminile nel significato moderno della parola, non si può, senza creare equivoci. Quella che vi era (e certo rappresentava qualche cosa, allora) si raccoglie dal programma di studî del Carolino per le nobili donzelle, dalla Regola dei Collegi di Maria per le civili. Ordinariamente, poco leggevan le donne, e questo poco era la minima parte di quel che si leggesse in Continente: in Venezia, p. e., in Firenze, in Napoli, centri di pubblicazioni romanzesche; là, in Venezia, sovente originali; qua, in Napoli, quasi sempre tradotte.

Di romanzi originali siciliani neppur uno ce n'è giunto: e forse non ve n'ebbero; o, se mai, furono manifestazioni sporadiche, non riuscite a farsi strada oltre lo scorcio del secolo, come l'invisibile _Romanzino utile e piacevole_ di quel Francesco Carelli, che fu anima venduta del Governo. Quando lo stampatore veneziano Rapetti, sotto gli auspicî della Duchessa Anna-Maria Gioeni, volle iniziare in Palermo una _Biblioteca galante_, dovette fermarsi al solo primo volume, mentre la medesima _Biblioteca_, per il gran numero di compratori, veniva su prospera a Firenze ed a Venezia.

I libri ameni, meglio favoriti dal sesso gentile, venivano per la via di Genova e di Livorno, e più comunemente di Napoli. Le novelle e i romanzi inglesi e francesi, pessimamente tradotti, tenevano il campo conquistato dagli italiani.

Entrando nel _boudoir_ d'una dama, o d'una signora del ceto civile, l'occhio si posava subito su qualche volume elegantemente rilegato della _Nuova Biblioteca da campagna_, o della _Biblioteca piacevole_, o della _Biblioteca di villeggiatura_: tre collezioni napoletane levate alle stelle dalle leggitrici delle due Capitali del Regno. L'ab. Galanti, autore d'uno studio sopra la morale e i diversi generi di sentimenti, avea curato una di queste _Biblioteche_, ricca di ventinove tomi; ma anche qui tutto era forestiero, dall'_Orfanella inglese_ alle _Memorie di Fanny Spingler_, dalle _Novelle morali_ di Diderot agli _Amori di milord Bomston_ di Rousseau, dalle _Novelle_ e dalle _Favole_ di St. Lambert alla _Lucia_, alla _Giulia_, al _Varbeck_, agli _Aneddoti_ del ricercato d'Arnaud. E vi si appassionavano le nostre damine, e vi facevan cadere sopra le loro discussioncelle. Conversando con esse in francese, Hager credette di accorgersi che difettassero di letture francesi; e si maravigliò che ragazze e signore non sapessero di Marmontel, di Crebillon, di Mercier[339]; ma ebbe il torto di appoggiarsi a vaghe notizie negative; e dimenticava, o ignorava forse, che ve n'erano appassionate per Rousseau e per Voltaire, le pagine dei quali si facevano spiegare in luoghi nei quali nessuno potesse sentirle[340]. Vero è che in pubblico mostravano molta simpatia per l'Alfieri, il Metastasio, il Parini; vero che amavano molto il Meli[341]; ma la loro predilezione era per la letteratura galante, da gabinetto, come vogliamo chiamarla: e questa era tutta francese. Che se gli scrittori nostri se ne scandalizzavano, è bene ricordare che essi non aveano nulla di proprio da contrapporvi, e non pensavano a soppiantarla. La _Scelta raccolta italiana di Romanzi_ di Milano (1787, tredici volumi), rimase ignorata; ignorata pure la larga produzione di quell'Antonio Piazza, che fu conosciutissimo nell'alta Italia. Solo qualche racconto dell'inesauribile ab. Chiari penetrò in Sicilia, non giungendo peraltro a scalzare nè il _Telemaco_ di Fénelon nè il _Belisario_ di Marmontel, nè il _Diavolo zoppo_ e molto meno il _Gil Blas di Santillana_ di Le Sage, che con i _Viaggi del Cap. Gulliver_ dello Swift ed i _Viaggi di Enrico Wanton_ del veneziano Sceriman tenevano il posto d'onore. Siffatti libri piacevano a donne e ad uomini, a vecchi ed a fanciulli; ma non riuscirono mai a inumidire tante ciglia quante ne bagnarono gli _Amori di Adelaide e Comingio_, il fortunatissimo tra i fortunati racconti divulgati per l'Isola.

[339] _Hager_, _Gemälde_, loc. cit.

[340] _Meli_, _Poesie: La Villeggiatura_.

[341] _Hager_, _op._ e _loc. cit._

Tornando ai circoli dei nobili, dobbiamo aggiungere che il principale tra essi (poichè, come s'è visto, ve n'eran parecchi), era quello della _Grande conversazione_, lì nel Palazzo Cesarò.

Di minute particolarità ce ne diede il Conte de Borch, da cui le riportiamo.

Questo circolo è «una specie di club inglese, o di Caffè pubblico per la Nobiltà, al quale vanno tutte le Dame e quanto di più eletto abbia la città. In esso i forestieri ed i regnicoli, colmati d'ogni maniera di garbatezze, sono come a casa loro, lieti di poter parlare di affari, di contrarre conoscenze gradite senza soggezione e senza disuguaglianza. A qualunque ora vi si ha caffè e rinfreschi a proprie spese. I socî debbono esser tutti nobili, e vi sono ammessi a bussolo secreto e strettissimo; sono dugento e pagano un'onza all'anno, e con questa somma e con quella che si ricava dal giuoco si fa fronte alle spese di pigione della bellissima casa, di servizio (servi e massari) e di illuminazione.... Io ho veduto, conclude il nobile visitatore del 1777, molte istituzioni simili, ma sento il dovere di dichiarare che quella di Palermo supera le migliori che io abbia viste nel genere in Italia»[342].

[342] _De Borch_, _op. cit._, t. II, lett. XV. Vedi anche _Torremuzza_, _Giornale Istorico_ ined., carta 176.

La Conversazione sul finire del secolo non era più da Cesarò. Ai socî parve un po' fuori centro: e centro per ogni buon palermitano è la Piazza Vigliena. «Martedì 9 dicembre del 1800 il Re assiste alla processione della Immacolata dalla casa del Barone Gugino (Bordonaro), destinata alla Conversazione dei Cavalieri e Dame della città». Così dice il n. 97 della _Raccolta di Notizie_, di quell'anno.

Ott'anni dopo, nel 1808, presso la casa di D. Giuseppe Valguarnera e Gentile Peveri, Marchese di S. Lucia, allato della piazza di S. Caterina, veniva demolito l'antico teatro dei _Travaglini_ e ricostruito nella forma dell'attuale _Bellini_, allora, dal nome della regina, _Carolino_. Una parte della casa del Marchese aggregavasi al nuovo teatro, con diritto al proprietario di entrata e di libero accesso dallo interno della propria abitazione; diritto passato più tardi a D. Teresa Fasone, detta _di S. Isidoro_, rimasta celebre fino ad oggi, anche per una certa avventura galante avuta con Ferdinando III[343].

[343] Da una nota testè trovata dall'onorevole Principe Pietro Lanza di Trabia in un _Diario_ del suo bisnonno, D. Giuseppe Lanza e Branciforti, sappiamo che proprio in quell'anno l'antico Circolo di Cesarò passava accanto al teatro _Carolino_, cioè nella casa di S. Lucia, e che l'anno seguente vi teneva una splendida festa. Vi prendeva, o forse continuava a tenervi, il titolo di _Sego_: titolo, dicono i vecchi, preso dalle candele di sego che vi si accendevano, ma pure interpretato in altro senso.

Nel 1816 il diligentissimo cav. Gaspare Palermo scriveva: «In questa stessa casa del Marchese di S. Lucia al presente si tiene la Conversazione della Nobiltà, la quale vi passa dallo stesso teatro senza uscire in istrada». (_Guida_, 2ª ediz., pp. 283-84).

Nell'anno di grazia 1904 nulla si è mutato. Il Circolo Bellini è il ritrovo della Nobiltà autentica siciliana in Palermo; la quale pur si divide tra quello già di Piazza Bologni, detto della _Paglialora_, andato ora in via Ruggiero Settimo, presso la Badia del Monte, ed il Circolo Geraci, composto in buona parte di elementi civili o borghesi.

In quella casa trapiantavasi da ultimo, e prospera ancora, l'antica _Grande Conversazione_.

_Capitolo XVII._

_OSPITALITÀ E GENTILEZZA. BALLI E DUELLI._

Una frase del Conte De Borch dianzi riferita suona lode della ospitalità palermitana, virtù per la quale potè il Barone di Riedesel affermare che gli uomini «amano ricevere gli stranieri, e questi passan con quelli piacevolmente il tempo»[344]. Quella frase dobbiamo raccoglierla per avvalorarla con testimonianze autorevoli. Facciamo parlare gli stranieri, i quali ne fecero esperimento.

[344] _Riedesel_, _op. cit._, p. 122.

Il dovere di ospitalità era (e con lieto animo possiamo dire è) profondamente sentito da ogni siciliano, fosse anche il meno colto. Questo i viaggiatori decantavano a coro, e c'impongono di confessarlo anche noi. Dei tanti che visitarono l'Isola, pochi furono quelli che non ebbero occasione di accorgersi e di provare questa qualità, che agli stranieri riusciva provvidenziale. In Palermo si spingeva fino alla delicatezza. Il vecchio Genio della Città, cui la recente creazione dello scultore Marabitti faceva nella Villa Giulia pompeggiare con un'aquila ed un cane dappiè, simboleggia la naturale tendenza del palermitano a nudrire lo straniero pur divorando sè stesso. Questo Genio è ormai noto al lettore. I Palermitani, non benevoli verso i loro concittadini, apron le braccia al primo che venga da fuori. Nel commercio stesso, la bottega d'un _nazionale_ (come si diceva il siciliano) era meno simpatica di quella d'un forestiere; e le botteghe dei Lombardi aveano un concorso che altre non sognavano.

Nel 1787 l'Ab. Delaporte diceva: «La Sicilia offre ai viaggiatori vantaggi veramente preziosi e quasi sconosciuti nei paesi nei quali si crede supplire col danaro a molte virtù: è l'ospitalità generosa di tutti gli abitanti, avanzo venerando di costumanze antiche, che formava un legame invidiabile e sacro tra uomini di nazioni diverse. Io ne feci più volte lieta esperienza. Provvisto di semplici lettere di raccomandazione ricevute a Messina, io trovai amici dappertutto, accolto, festeggiato con ogni maniera di servigi e sempre con una gentilezza, con una cordialità che mi ha colmato di riconoscenza, e addolcito le fatiche del viaggio»[345].

[345] _Le Voyageur françois_. Nouvelle édition, t. XXVIII, pp. 50-51. À Paris, chez Moutard. MDCCLXXXVII.

Così pure un altro Abate, R. de Saint-Non: «Poche sono in Europa le città nelle quali il tono generale sia più amabile, più onesto, e la Nobiltà abbia tanta _politesse_, tanta naturale affabilità, quanta in Palermo; al che concorre specialmente il _club_» dianzi citato[346].

[346] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I par., p. 141.

Così il Dr. Hager: «L'indole del siciliano non è meno orgogliosa che superba o sostenuta; ma i forestieri, come in una campagna che sia poco frequentata, vi son ricevuti con ispecial dimestichezza ed ospitalità. Si è lieti quando si vede arrivare qualcuno da lontane contrade: ogni forestiere è veramente il benvenuto»[347].

[347] _Hager_, _Gemälde_, p. 187.

«Un forestiere che si regoli bene, non ha bisogno di commendatizie: è subito accolto nelle migliori società. Nelle passeggiate pubbliche le signore più aristocratiche gli rivolgono la parola, come pur fanno a teatro se esse si accorgono che egli cerchi far la loro conoscenza; gli domandano del suo paese, non dell'esser suo. _Eccellenza_ è il titolo che gli danno. Soventi volte, tanto nelle passeggiate, quanto a teatro, io non ebbi a durar fatica per conoscere le primarie famiglie. Invitato ai loro circoli, ho avuto le prove d'una ospitalità amichevole, che si cercherebbe invano in altre grandi città anche per via di lettere di raccomandazione». Proseguendo, Bartels aggiunge: «Anche oggi, standomene a contemplare in un palco la leggiadra bellezza della Principessa X, ho avuto il piacere di veder cominciare da lei la conversazione, finita con un suo invito al ricevimento di domani. In quali luoghi si va tanto incontro al forestiere? Ma in quali altri luoghi si acquista tanta celebrità ricevendo dei forestieri nella propria casa quanto a Palermo?»[348].

[348] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 601.

Più tardi, nel secondo decennio dell'ottocento, Gino Capponi, percorsa la Sicilia e giunto a Palermo, serbava nel suo Diario finora inedito questo ricordo: «Non vi è forse altro paese dove questi (i forestieri) siano così accetti, nè in altro luogo può il viaggiatore adempiere meglio che qua l'oggetto che dovrebbe esser principalissimo, di vivere, cioè, coi connazionali»[349].

[349] _M. Tabarrini_, _Gino Capponi, i suoi tempi, i suoi studi, i suoi amici_, p. 36. Firenze, Barbèra, 1879.

Egli poteva ben ripetere quello che un altro toscano, Filippo Pananti, reduce da Algeri, e ammaliato della franca affabilità e della gentilezza affettuosa dei Principi di Villafranca e di Valguarnera, avea detto con Catullo a proposito di certi uomini: «Coloro che li conosceranno un giorno, li ameranno; e coloro che li avranno amati una volta, li ameranno sempre»[350].

[350] _Pananti_, _Relazione d'un soggiorno in Algeri_, cap. XX.

Quali i padroni, tali i loro dipendenti; quali i nobili ed i civili, tali i popolani. Questo principio di ospitalità era ed è innato in tutti. La liberalità nel ricevere e trattare il forestiere senza un fine, che non fosse quello di compiere un atto di convenienza e di buona educazione, era pratica ordinaria.

Particolareggiando sulla squisita cortesia, il prof. Bartels ragguagliava della ospitalità delle dame. Pareva a lui di trovarsi non in un'isola, ma in un paese in contatto immediato e continuo col mondo.

Nessuno capitava mai in una casetta, in un abituro che non vi venisse cordialmente festeggiato. Quando Stolberg, prima di giungere a Bagheria, si fermò innanzi il palazzo del Marchese Celestre di S. Croce, il castaldo (che per la sua gentilezza già conosciamo) offrì subito a lui ed al suo compagno di viaggio, vino, letto e commodi d'ogni genere, che lo confortarono dell'insopportabile scirocco della giornata[351].

[351] Vedi nel presente vol. p. 205, e _Zu Stolberg_, _Reise_, v. III, p. 316.

Ma noi abbiamo parlato di ospitalità e gentilezze senza parlare delle forme con le quali l'una e le altre si svolgevano.

Accompagniamo un forestiere in una visita che egli, giungendo tra noi, vada a fare. Ad immaginarla ci vorrebbe poco; pure non occorre giocare di fantasia quando ci son testimonî di vista.

Il Bartels descrive una di codeste visite fatte da lui, e ricorda i sonori annunzî dei servitori: _Signori forestieri!_ al suo inoltrarsi nel salotto; ed il dignitoso ricevimento dell'ospite e la presentazione di esso Bartels alla signora ed alla compagnia: tutto condotto in guisa da mostrare la importanza del luogo e la solennità del momento[352].

[352] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 603.

L'inglese Vaughan scende a particolari, che hanno dello spiritoso e sono verissimi. Riassumiamoli.

Facendo una visita a persone ragguardevoli, voi siete, secondo l'etichetta, condotti per una lunga fila di stanze, probabilmente fino ad un'ultima, in fondo, piccola ma bella, che è forse quella da letto, ove, se indisposta, la dama riceve. In inverno vi viene offerto caffè; in estate, acqua diaccia.

Finita la visita, il padrone di casa attraversa con voi le stanze e vi accompagna, pronto a farvi un inchino. Importa che voi conosciate tutto il cerimoniale del momento per non venir meno a' doveri che v'incombono. Voi, p. e., cominciate ad inchinarvi pregando il Signore che non si dia pena (_by no means_); ed egli vi risponde che non fa se non lo stretto suo dovere. Voi vi provate di nuovo ad impedire tanto disagio, ma egli vi prega di non privare il più umile dei vostri servitori di tanto onore e piacere.... Se vi capita di lodare le sue belle sale, vi dichiara che esse sono a vostra disposizione, e che tutto è merito delle vostre lodi. Vi mostrate disposto ad esprimere la vostra obbligazione agli amici che vi presentarono a Sua Eccellenza? Ebbene: Sua Eccellenza vi assicura che la obbligazione è proprio sua, e che gli amici lo giudicavano discretamente prevedendo il piacer suo nel ricevere un forestiere di meriti così singolari, che -- voi rispondete -- «sono bontà sua».

Il resto si passa come si può, con ripetute insistenze per impedire altro disturbo, e con le migliori espressioni di rincrescimento da parte di lui per la occasione che gli si toglie di mostrare altrimenti la propria stima: frase, questa, che, pronunziata a capo della scala, v'impone le maniere più cortesi e gentili e le parole più rispondenti alla vostra riconoscenza. Così inchinandovi e indietreggiando sempre, potete andar soddisfatto di avere alla meglio compiuta la visita. Un'ora dopo, riceverete una carta o una visita nell'albergo o nell'abitazione da voi scelta.

Grande è lo stupore che un inglese prova nel sentirsi rispondere, quando loda alcun che, case, cavalli, carrozze, che tutto è a disposizione di lui. Un inglese vede in questo un complimento che basta esso solo a dimostrare la differenza tra Siciliani ed Inglesi[353]; ma un italiano, il Rezzonico, prima di lui, vi avea riconosciuto ben altro, e ne avea preso argomento delle seguenti parole, lusinghiere per ogni isolano, ma più ancora per la Nobiltà:

[353] _Vaughan_, _op. cit._, lett. V.

«L'urbanità, lo spirito, la bellezza delle dame di Palermo, l'affabilissimo carattere de' cavalieri, ed i loro gentilissimi modi co' viaggiatori sono invisibili catene che gli ritengono dolcemente in una città tranquilla e piena d'ozio beato, che dopo il tumulto di Napoli riesce aggradevole e deliziosa, per quell'equabile tenor di vita e quella soave dimenticanza d'ogni cura e d'ogni fastidio che gli uomini talvolta cercano indarno nelle torbide ed inquiete capitali del continente»[354].

[354] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, p. 152.

Poichè nei ritrovi c'incontriamo sempre con donne, qualche altra notizia di esse non dovrebbe tornare superflua. Ma dove cercarla se i nostri scrittori, meno il Villabianca, non ne hanno alcuna? Peraltro, o essi la danno buona, e allora son sospetti di piacenteria; o la danno cattiva, e allora fanno nascere il dubbio di malanimo personale: e poi, v'è sempre quell'ingrata figura del Palermo con quel brutto serpente!...

Facciam capo dunque ai forestieri. Hager, che si trattenne a lungo e volentieri nei salotti eleganti e nei circoli di compagnia, ce ne dice più di tutti.

«Il pianoforte, mobile di quasi tutta l'Europa, è anche qui abituale dappertutto. Per mezzo di questo magnifico strumento ho imparato in Palermo, accanto a dive siciliane, arie appassionate di Cimarosa e di Fioravanti, e duetti di Andreozzi e di Tritto. L'amore si unisce inosservato col canto; l'armonia del suono porta quella dei sentimenti, e non si può immaginar nulla di divino più che un momento così celestiale.

«Col pianoforte, pel quale si hanno in Palermo eccellenti sonatori e compositori, va anche la chitarra, come nelle case della Spagna. Di questa le ragazze si servono per accompagnare, con la delicatezza che è propria di siffatto strumento, brevi canzonette popolari siciliane, il cui contenuto scherzevolmente amoroso non cede in acutezza ed in arguzia al tedesco. Pure la melodia è diversa, non solo dalla nostra, ma anche da quella italiana, perchè suona proprio secondo il gusto asiatico, nel modo che l'arte chiama _moll_ minore, nè più nè meno che io la udii sulle rive del Bosforo. Essa fu importata dagli Arabi o dagli Aragonesi, che ancora più lungamente tennero il dominio della Sicilia»[355].

[355] È superfluo il dire che quest'affermazione, così recisa, è per lo meno discutibile.

E parlando delle donne palermitane:

«La loro andatura, i loro balli, ogni loro movimento tramandano un non so che di dolce e di delicato; di esse tutto somiglia alle mimiche attitudini che Rehberg a Napoli ha ritratto in assai gentile maniera in Lady Hamilton. La loro conversazione è vivace, il loro sguardo espressivo, ora con fisonomia languida, ora con sorrisi maliziosi, ora con parole scherzevoli; il suono della loro voce è dolce, e la loro presenza spira in tutti gli astanti serenità»[356].

[356] _Hager_, _Gemälde_ e _Maria Pitrè_, _Donne, passeggiate e società in Palermo nello scorcio del sec. XVIII descritte da_ _J. Hager_, pp. 5 e 6. Palermo, 1901. Cfr. pure _Goethe_, _op. cit._, lett. 16 marzo 1787.

Non ti pare egli, amabile lettore, che il prof. Hager, dimenticando per poco il suo brutto arabo, per cui fu chiamato dal Re a giudicare della _impostura saracena_ del Vella, abbia perduto la testa per qualche bella ragazza, o bella dama?

I balli! Oh i balli eran pure un gran divertimento! Peccato che nessuno d'allora abbia pensato a descriverli! Neanche questo stesso Hager, che ci si trovò così di frequente; neanche d'Espinchal, che vi prese parte godendo i beati ozii palermitani del 1800.

E che balli! Uno dei più graditi e forse dei tenuti più in conto, era il minuetto, espressione della società d'allora, ma pur sempre grazioso. Quando oggidì si vuole alludere a cosa che ci si somministri a spilluzzico, sì che si rimanga un cotal poco in pena, usa dire in Sicilia: _Mi fa lu manuettu cu lu suspiru_, frase che ricorda una particolare figura della cerimoniosa danza, con pose mimiche di prestabiliti sospiri. Avverso per indole a qualsiasi caricatura di vita, il popolino non poteva guardare con piacere tutte quelle finzioni, e vi creava sopra il non benevolo motto.

Ma il ballo non era un semplice esercizio fisico e di educazione, come quello che s'insegnava alle nobili donzelle del R. Educandato Carolino ed ai nobili giovinetti del R. Convitto S. Ferdinando; nè poteva, in vero, dirsi uno svago da cenobiti. Francesco Sampolo, che ballò la parte sua, perchè anche lui fu giovane, e della società del suo tempo studiò i difetti, scrisse qualche verso in proposito; donde si vede a che ufficio la danza servisse, e come le mani, i piedi, che si palpano, si toccano, s'intrecciano, si stringono, s'avvinghiano, siano, ed eternamente saranno, lacci potenti d'amore. Egli stesso, numerava un per uno questi lacci, raffigurati da altrettanti balli. La seguente lista è la più copiosa che da noi si conosca:

Lu quàcquaru, la starna, la scuzzisi, Lu savojardu, lu 'ngaggiu d'amuri, Lu valson, lu pulaccu, l'olannisi, Lu manuettu di lu stissu Amuri. L'ussaru, lu 'ngongò, lu tirolisi, Lu sursì, l'alemanna, su' d'amuri Ministri, chi cci 'mbrogghianu li carti E fannu cchiù ruini chi 'un fa Marti.

Pedanteggiando, potrebbe discutersi sulla triplice comparsa della parola _amuri_; però ci vuol poco a capire che essa non è fortuita, ma fatta con arte. Se poi il lettore ha nel genere una certa erudizione che a noi difetta, non troverà difficoltà a riportare ai nomi originali parte dei quattordici nomi sicilianizzati di danze. Quei nomi, altronde, nei ritrovi correvano quali erano giunti dall'estero, e bisognava sentire con quale correttezza di pronunzia li dicesse, con quale franchezza di tatto li insegnasse il più scrupoloso ministro d'Euterpe d'allora, Domenico Dalmazzi.

Oh tre volte e quattro volte benedetto Maestro, che, lasciando per Palermo la natia Genova, tante generazioni educasti all'arte che fu tua! Morendo (1797), tu lasciasti largo compianto di fanciulle e di giovani desiosi di danze; e chi sa che, trasportato per le vaghe regioni della fantasia, non ti sarai, anche tu, abbandonato alle ineffabili dolcezze sognate dal poeta, che cantava:

Mentri ca godi grata sinfunia Di trummi, contrabassi e vijulini, E senti lu cuncertu e l'armunia Di citarri francisi e minnulini, E ammira lu 'ntricciu e la mastria Di li balletti e di li ballerini, Ed è 'ntra li piaciri tutt'astrattu Ogni armuzza si cogghi a lu strasattu[357].

[357] Ogni cuore vien preso all'improvviso.

_F. Sampolo_, _Parte quarta. Lu Cavaler serventi, Cicalata_, ottave 46 e 49. Ms. inedito, messo a nostra disposizione dal venerando prof. Luigi Sampolo, figlio del valoroso poeta.