La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 17
[318] Vedi Atti del notato Nicolò Barone di Palermo: inventario della eredità di Tommaso Palermo, in data del 9 nov. 1787; Atti del not. Rosario Averna: inventario dell'eredità di Giuseppe Giovanni, in data del 10 aprile 1801; Atti del not. Marco Antonio Averna: inventario del 18 agosto 1810. (Indicazione dell'avv. Giuseppe Riservato).
Nondimeno, la qualificazione di ricche seguiva sempre molte famiglie.
Non poteva pronunziarsi il nome di questa o di quella, senza il sottinteso delle sue cospicue ricchezze. Lo _stato_ tale, il feudo tale, la tale o tal'altra tenuta fornivano ad essa danari a palate, che, per quanto volesse spendersi, eran sempre molti. «La casa è forte», ripetevan tutti: ed il fatto stesso che il capo di quella casa si mantenesse con tanta proprietà, non dava luogo a dubitare.
Eppure non era sempre così!
Mancano pubblici documenti o libri di cassa accessibili allo studioso, dai quali possa di certa scienza rilevarsi quali gravami pesassero sulla casa, notoriamente per grosse annuali entrate, più che ricca, opulenta. Rara e debole quindi la diffidenza nei capitalisti e nei banchieri, alle casse dei quali ad ogni urgenza ricorrevasi attingendo oro che spensieratamente si profondeva, e «usando della loro fortuna come i fanciulli dei giocherelli»[319].
[319] _G. Quattromani_, _Lettere su Messina e Palermo_, p. 48. Palermo, 1836.
Questo spendere alla scioperata però aveva un lato buono: quello di dar da mangiare ad una poveraglia che sarebbe altrimenti rimasta priva di pane in un paese senza fabbriche e senza considerevoli opificî, dove il clima mette in corpo una certa pigrizia, sorella dell'accidia al lavoro. Così la moltitudine, che vedeva circolare il capitale, rimaneva soddisfatta.
Nuove leggi venivano a far conoscere a molti quel che solo pochi s'andavan sussurrando all'orecchio: ed i fallimenti, rimasti all'ombra, cadevano sotto i raggi del sole meridiano. La legge sulle soggiogazioni parve un'ingiustizia verso i debitori, ma fu guarentigia dei creditori.
Le tristi condizioni descritte nel presente capitolo (che fa seguito al precedente e si compie con quello sul _Giuoco_) furono energicamente pennelleggiate dal più schietto pittore dei costumi del tempo, Giovanni Meli. La invettiva che egli pone in bocca al popolano Sarudda nel brindisi al Genio di _Palermo_ nella Fieravecchia è oramai documento storico.
Ieu vivu a nnomu tò, vecchiu Palermu, Pirchì eri a tempu la vera cuccagna; Ti mantinivi cu tutta la magna, Cu spata e pala, cu curazza ed ermu! Ora fai lu galanti e pariginu: Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lussu; Ma 'ntra la fitinzia dasti lu mussu, Ca si' fallutu ahimè! senza un quatrinu. Oziu, jocu, superbia mmaliditta T'hannu purtatu a tagghiu di lavanca; Tardu ora ti nn'avvidi e batti l'anca; Scutta lu dannu, písciati la sditta!
_Capitolo XV._
_PASSIONE PEL GIUOCO._
Nello elenco delle Maestranze del settecento comparisce per la prima volta quella dei _cartari_; questo significa che il numero dei fabbricanti di carte era tale da costituire una vera e propria corporazione, come le altre del tempo: e non poteva non esserne ragione il considerevole spaccio della tanto ricercata e tanto pericolosa merce. Un bando poi del 18 settembre 1785 imponeva la gabella per le carte da giuoco.
Comune era nelle conversazioni pubbliche e private il giuoco; senza del quale la distrazione più dilettevole, e quindi l'attrattiva migliore, sarebbe mancata.
Nelle grandi feste con solenni ricevimenti, Vicerè, Pretori e signori di alta levatura avrebbero creduto di venir meno alle regole elementari di cortesia non ordinando sale con tavole per giuoco: e «fare il tavolino» era, ed è tuttavia, la espressione propria di questa maniera di passare il tempo e di mettere in moto la borsa.
Alcuni vi si appassionavano a tal segno che ogni altra cura passava per loro in seconda linea. Il giuoco era fascino morboso, ossessione. Lunghe ore del giorno, intere notti, essi rimanevano attaccati a quelle sedie, a quelle tavole: gli occhi avidamente fissi sui gruzzoli di monete che facevano monticelli nel centro; lo spirito tremebondo al muovere di una carta, dalla quale dipendeva la sorte loro, della loro famiglia. Il ricco d'oggi poteva non esserlo più domani; senza testamento, l'ultimo giocatore diventare il facile erede d'un feudo. L'eguaglianza di ceto regnava sovrana tra disuguali per censo; ogni cuore chiudevasi alla pietà, ed il dolore d'uno era la gioia d'un altro.
Nè solo dei nobili era rovina il giuoco, ma, in generale, di qualunque persona vi si appassionasse; e però della sua condizione economica, della sua salute, della sua felicità di borghese[320].
[320] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 586.
La calabresella, il tressetti, la primiera: ecco i passatempi preferiti, ma la bassetta specialmente, la quale si faceva anche con donne[321]. Come giuochi pericolosi d'_azzardo_, il Governo li bandiva sempre, e più severamente che mai il 14 dicembre 1776. Il secondo Marcantonio Colonna vietava non solo che si giocasse, ma anche che si vedesse giocare a «bassetta, biribisso, primiera di qualsivoglia sorte, goffo, stopo con invito, trenta e quaranta, cartetta, banco fallito, regia usanza, o sia tuppa, faraone, paris e pinta, passa-dieci, sette a otto, scassa quindici» ecc.; ed al contrario permetteva «quei giuochi leciti che si usano per onesto sollievo del corpo e dello spirito, quali sono i giuochi tresette, riversino, picchetto, gannellini, scarcinate, calapresella, gabella ed altri simili non espressati, nè proibiti, purchè non importino in qualunque modo e maniera invito e parata».
[321] _Melchiore_, _Poesie_, pp. 33-34.
Non è già, ripetiamo, che il giuoco fosse passatempo esclusivo dell'alto ceto; tanto vero che il bando viceregio accordava che i giuochi permessi ed altri d'altro genere, pur essi tollerati, si potessero usare «nelle case de' particolari, nelle botteghe de' mercadanti, caffè, barbieri ed altri artigiani, ed avanti le medesime»; ma ci vuol poco a vedere che chi non possiede, non ha nulla da perdere: e le grandi fortune non potevano restar compromesse da queste piccole concessioni. Le gravi perdite avvenivano nelle grandi case, dove i pingui patrimonî erano fomite alla malsana inclinazione.
Il Caracciolo rinnovò gli sforzi dei suoi predecessori col vecchio bando, rimasto però lettera morta. Le condizioni dell'abuso eran sempre le medesime dei secoli precedenti, a nulla essendo valsi capitoli di Re, prammatiche e costituzioni di Vicerè. Il male si era invece acutizzato per modo che egli dovette in forma solenne confessare essere in Palermo il giuoco «funesta origine delle maggiori enormità...; tutti sieguono perdutamente nella istessa ostinazione, non curando neppure la propria rovina, nè lo scompiglio e desolazione delle proprie famiglie».
D. Ippolito de Franchis impiegò mezza giornata per leggere sulle pubbliche piazze l'ordine viceregio[322]; ma fu fiato buttato anche il suo, perchè la passione non riconosce impero di legge, ed i giuochi proibiti continuarono nelle sale dorate e nei _rendez-vous_ d'ogni sorta. Meli, che più volte alluse all'ingrato tema, vi lasciò cadere in arguti terzetti la sua urbana satira, descrivendo i giocatori in gara nell'assalire il più potente tra loro:
[322] Bando, e Comandamento d'ordine dell'Ecc.mo Sig. D. Domenico Caracciolo ecc. Vicerè, 10 gennaio 1785.
E ddà si vidi càdiri da l'altu Un suldatu senz'arma, e l'autru resta Cu l'occhi bianchi e lustri comu smaltu; N'autru di stizza e colira si 'mpesta, E n'autru cu la sorti 'ntra lu pugnu Va a tuccari lu celu cu la testa. La maggior parti rusica un cutugnu, Pirchì si senti supra l'anca dritta Di lu cuntrariu sò lu rastu e l'ugnu[323].
[323] _Meli_, _Poesie: La Moda_.
Accecati come erano, non facevano mistero dell'audace trasgressione, e non pensavano a nascondersi, neanche quando persone estranee al paese, tra lo stupore e la paura per l'insensato sperpero, stavano a guardarli. In barba al Governo, il biribissi faceva proseliti più che altro passatempo; la attrattiva di poter prendere sessantaquattro volte più della somma puntata sopra un numero, trascinava. Gli stessi giuochi leciti, consentiti da Re e da Vicerè, compreso il Caracciolo, eran tutt'altro che innocui, e bisognerebbe sapere che cosa ci fosse sotto, se gli scacchi, stati introdotti dal Fogliani, destavano tanto entusiasmo nelle conversazioni nobili e civili, come non sarebbe inutile ricercare perchè infiniti proseliti contassero i tarocchi, fatti conoscere dal Vicerè Gaetani di Sermoneta.
Quando poi giunse Hager, molto rari eran gli scacchi, perchè (il perchè non ce lo dice lui, ma il Villabianca), trattandosi di lunghe partite, i tavolini _ad hoc_ ed i lumi portavano sempre una spesa. Non nei caffè come in Germania, ma in apposite sale, il bigliardo contava pure i suoi cultori. Non birilli, non bersaglio e, incredibile, non tabacco da fumo.
Ben altro vide Hyppolite d'Espinchal nei beati giorni della estate del 1800 in mezzo all'alta Società palermitana. Udiamolo da lui: «Dalle 9 p. m. in poi, noi restavamo liberi e andavamo alle numerose riunioni della città, nelle quali molte graziose ed eleganti dame eran sempre occupate in balli, musica e passatempi ordinarî in questo dolcissimo paese: mentre i mariti, gli zii, i fratelli con vera frenesia si abbandonavano a giuochi d'_azzardo_, dei quali son fanatici. Così non passava sera senza probabilità di perdite enormi, tanto in ducati d'oro rotolanti sul tavolo, quanto in debiti che si contraevano, di somme alle volte spaventevoli»[324].
[324] _D'Espinchal_, _op. cit._, p. 49.
Eppure in Inghilterra, dalla bocca del celebre Fox, era uscito il famoso detto: essere il primo piacere della vita quello di guadagnare al giuoco; il secondo, quello di perdere!
Sotto la data del 2 marzo 1798 la cronaca cittadina riferiva la notizia della morte d'una delle più illustri dame di Palermo, una Principessa puro sangue, la quale al giuoco avea consumato non pure il suo, ma anche l'altrui, rovinando il marito, degno, invero, di ben altra sorte.
L'unico suicidio del tempo avvenne per ragion di giuoco. Il patrizio palermitano Giuseppe Chacon, non trovando conforto alle immense perdite nel giuoco in Londra ed alla vergogna di non poterle pagare, si toglieva la vita (1799), corsa fino allora gioconda per larghi guadagni nella rivendita di quadri ch'egli ritirava dall'Isola in quella capitale[325].
[325] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, p. 323; a. 1799, p. 387. Altro suicidio fu quello del controllo Fiorello, il 1º ottobre del 1818. Per tutta la città se ne fece un gran dire, di che fu eco un forte sonetto del periodico _Mercurio Siculo_ (Palermo 1818, p. 76). Più tardi, nel 1832, lo statista F. Cacioppo potè scrivere: «Il numero dei suicidj in Palermo non ascende comunemente che a due o tre per anno. È questa un'utile osservazione, giacchè da essa ricavasi, che il suicidio, sia per timor di religione, sia per avversione pubblica a tali eccessi di disperatezza, non è radicato fra noi, come lo è presso altre nazioni. Non bisogna che fare un paragone con alcune delle principali città d'Europa per conoscere la differenza, e lodare a questo riguardo la condotta del nostro popolo». Il paragone era questo: a Copenaghen, 51 suicidî per anno su 84,000 abitanti; a Parigi, 300 su 700,000; a Londra, 200 su 1,000,000; a Berlino, 57 su 166,584. (_Cenni statistici sulla popolazione palermitana_, 52. Pal., Barcellona 1832).
Coi tempi nuovi, i suicidî in Palermo variano tra i 250 ai 300 all'anno, quali mancati, quali consumati!
Nuove di zecca le teorie sul giuoco, forse non dimenticate ora dopo un secolo. Le somme perdute andavan pagate a qualunque costo, perciocchè non esistendo un articolo di legge che costringesse a quel pagamento, e dovendo starsi alla parola di chi giocava; questi, naturalmente, voleva fare onore al suo nome ed alla sua parola, detta o scritta.
Un tale, che sopra un signore rovinato pel giuoco, vantava un vecchio credito, pensò una volta, con uno stratagemma, di trar profitto da questa rigida e fiera consuetudine per riavere il suo, che in cento guise aveva sempre invano richiesto. Nelle prime ore d'una uggiosa giornata, si presenta torvo in viso al suo nobile debitore, il quale dormiva tuttavia la grossa. «Eccellenza, gli dice con aria di mistero e di disperazione, stanotte, tentato dal mio maligno genio, ho giocato, e perduto dugent'onze. Io non ho come pagarle...; vengo da V. E., non a riscuotere il mio credito, ma ad implorare un aiuto...».
Il Principe, anima di vero giocatore, senza profferir parola, si alza da letto, s'accosta ad uno scrigno, l'apre, ne trae fuori un sacchetto e conta all'ingegnoso inventore della storiella cinquecento scudi l'uno più lucente dell'altro, e lo ammonisce: «Caro mio, il danaro che si perde al giuoco è danaro sacro, e si deve pagare. Ecco le dugent'onze; ma guardatevi bene d'ora innanzi dal giocare più».
L'autore della trovata con due lacrime spremute dagli occhi si profuse in ringraziamenti e benedizioni, e, tra riverenze e scappellate, scese a precipizio le scale, non credendo a se stesso di aver potuto, per tale sotterfugio e per una teoria di quella fatta, ricuperare il suo danaro.
Un'altra.
Nelle sale da giuoco non si doveva andare mai per curiosità: questa regola, incomprensibile per chi non senta la brutta passione, era pur tanto comunemente intesa da essersi fatto strada sin nelle basse sfere. Uno dei facchini, che nei giorni di piogge impetuose allaganti certe strade della città, facevano da marangoni ai Quattro Canti o in altri posti del Cassaro, una notte trasportava a spalla un dopo l'altro parecchi uomini, che venivano da aver giocato; ma quando l'ultimo di essi, gli disse che egli tornava, non da giocare, ma da aver visto giocare, lo lasciò, senz'altro, cadere nel torrente.
Costui non meritava nessun riguardo[326].
[326] Anche oggi tra i giocatori di carte usa dire per ischerzo: _jiccàmulu nn'â ciumara_, a proposito di chi guardi e non giochi.
_Capitolo XVI._
_CIRCOLI DI CONVERSAZIONE, ROMANZI PIÙ IN USO._
Non fu nel settecento viaggiatore che non restasse impressionato di quei «casini di conversazione», che per noi passavano inosservati. Di questi casini, o circoli, o _clubs_, o _rendez-vous_, ce n'eran parecchi in Palermo, e tutti per la Nobiltà. La quale se nel quattrocento e più tardi, nelle ore antemeridiane, usava al largo della Cattedrale, onde la denominazione di «Piano dei Cavalieri», rimasta per lungo tempo a quella piazza[327]; verso la metà del settecento si adunava là dove ora son le botteghe a pianterreno del monastero di S. Caterina, quasi rimpetto la Chiesa di S. Matteo; il 1º settembre del 1769, nella casa del D.r Domenico Caccamisi, presso la Cattedrale, e tre anni dopo anche nel palazzo Cesarò[328], di fronte alla Chiesa del Salvatore. Quivi in tutte le ore della sera gran numero di signori dell'aristocrazia convenivano; e le dame più note della città allietavano della loro presenza il geniale ritrovo, come di mattina la passavano in compagnia dei cavalieri presso a S. Matteo.
[327] _Mongitore_, _Istoria del monastero dei Sett'Angeli_, cap. VII, p. 91. Palermo, 1726.
[328] _Meli_, in una sua lirica (ediz. cit., p. 89), ha questi versi:
Pri li signuri nobili Ridutti ad opri boni La Cunvirsazioni Fissa unni Cisarò.
I due circoli non bastavan sempre. In estate se ne avea un altro, che temperava i calori della stagione; ed era (1782) una delle _casine_ della Piazza Borbonica (Marina), dove «la nobiltà del corpo della Gran Conversazione, cioè della maggiore, di cavalieri e dame, se la godono nelle sere al fresco, facendovi dei tavolini a giuoco nel piano, e allo spesso tenendovi feste da ballo. Il popolo intanto, che vi fa circolo e n'è spettatore, e specialmente con esso la marineria vicina della Kalsa, va a partecipare di tal godimento»[329].
[329] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. I, p. 61.
Ottimo _club_ della buona compagnia, tenuto con magnificenza e poca spesa da tutta la Nobiltà, la quale vi si raccoglieva e vi riceveva i viaggiatori che le venivan presentati, il Cesarò restava aperto tutta la giornata; ma le adunanze di esso cominciavano ad un'ora di notte (alle nove di sera, cioè, in luglio), e finivano, alla maniera italiana di computar le ore, a quattro o cinque ore, cioè, all'una dopo mezzanotte, nella quale andavasi alla Marina[330].
[330] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I. part., p. 141.
Quali fossero i giuochi, abbiam veduto nel capitolo precedente.
Qui accade confermare la buona decorazione de circolo, le vaste sale, l'amabilità di chi vi si adunava e la incantevole libertà tra i due sessi»: e la conferma viene appunto da un signore viennese che vi fu ammesso[331].
[331] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV, p. 148.
Il tema della conversazione è facile a indovinarsi. Gli uomini, secondo i tempi e le occasioni, si occupavano di fatti interni del giorno, giunti ultimamente a loro conoscenza per via di _volanti_, di cocchieri, di servitori, di lacchè, gazzette ambulanti tutti; de' fatti esterni, per mezzo di corrieri, fittaioli, procuratori, vassalli, amici, o per sentita dire dai fogli stampati, o dalle persone giunte sia con l'ultimo pacchetto da Napoli, sia con legni mercantili da Genova e Livorno, sia con la vettura corriera da Messina, sia con forestieri provenienti da Siracusa, Catania e Trapani[332]. Difformi per le cose nostre, uniformi fin con le medesime parole per le straniere, i giudizî eran pronunciati a traverso tanti «si dice» che era bazza se di dieci notizie riferite nei circoli ve ne fosse una esatta.
[332] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p. 77.
La politica estera vi entrava sempre; ma negli ultimi anni, poco o punto. Se la Francia vi facea capolino, e non potea non farvelo, ciò era pei suoi Giacobini.
Le donne, si comprende bene, non conversavano se non di cose loro, dei loro abiti, dell'ultima moda. Un nuovo costume le interessava quanto può interessare al sesso femminile il comparir belle, graziose, ben portanti. L'uso voleva ricevimenti e feste: e ricevimenti e feste erano argomenti dei loro discorsi. I piccoli e grandi intrighi d'amore si prestavano a confidenze attraenti, che tutte le donne si sussurravano all'orecchio e tutte si confidavano rinfronzolandole con particolarità di luoghi, persone, parole, date, sulle quali si poteva giurare. Era il solito crescendo di circostanze nella vecchia storiella del marito che, volendo mettere a prova la segretezza della moglie, le confidò d'essersi sgravato d'un uovo, il quale dalla mattina alla sera si era moltiplicato fino a cinquanta.
Se talora una di esse usciva dalle frivolezze, per entrare in un campo d'idee generose, poteva avere, avea magari, uditrici affettuosamente, coscenziosamente benevoli, ma chi sa! forse non tali che si determinassero all'iniziativa d'una opera nobile e santa. Le nobili e sante opere della collettività dell'età moderna, non sono se non l'attuazione di idee largamente pensate, vivamente illuminate dalla fede nel bene e dall'abitudine all'esercizio della carità, di una o poche persone.
«La maldicenza, diceva Hager, è di casa a Palermo come a Parigi. Gli scherzi spiritosi e gli aneddoti faceti vengono raccontati nel gergo siciliano, come in gergo si raccontano nella Senna»[333].
[333] _Hager_, _Gemälde_, nella versione citata a p. 267, nota.
Questa facile critica di persone e di cose veniva ordinariamente interrotta dal giuoco, al quale anch'esse le dame, si davano un cotal poco, o dalla conversazione coi cavalieri. Allora questa mutava aspetto: la galanteria saliva dai teneri sguardi alle espressioni della cortesia nell'antico significato della parola, ma scendeva alle dichiarazioni più audaci, senza peraltro smettere i misurati inchini, i saluti compassati, gli studiati complimenti, stereotipati sulla mimica dell'affettazione e sulle formole d'un ghiacciato galateo[334]. Ed è senz'altro comico che la etichetta imponesse, non solo da cavalieri a dame, ma anche da cavalieri a cavalieri, un certo gergo ed una inflessione di voce che oggi desterebbe la più grande ilarità. Di rito era il _Voscilenza_, contrazione di _Vostra Eccellenza_, che essi si davano a tutto pasto.
[334] _Bartels_, _op. cit._, V. III, p. 600.
La conversazione però non si faceva solo nei circoli, ma anche, e forse più, nei palazzi privati, per ricorrenze ed occasioni alle volte eccezionali. Occasione non infrequente e pur sempre lieta il parto di giovani donne. «Ogni notte si hanno molte conversazioni particolari (nota P. Brydone), e vi recherà non poca sorpresa questo: che si tengono sempre nelle camere delle puerpere». Questa circostanza era ignota al Brydone, il quale una bella mattina vedevasi comparire il Duca di Verdura (l'amico che a lui e ad un suo concittadino faceva gli onori del paese), che in tutta fretta veniva a dirgli esser conveniente, anzi indispensabile, una visita. «La Principessa di Paternò, ci disse, è stata presa stanotte dai dolori del parto, ed a voi corre il dovere di presentarle stasera i vostri omaggi. A bella prima credetti ad uno scherzo; ma l'amico mi assicurò che parlava sul serio, e che sarebbe stata grave mancanza la nostra di non farle quella visita. Così sull'imbrunire ci recammo dalla Principessa e la trovammo seduta in letto, in elegante _déshabillé_, circondata da varî amici. Parlava al solito e pareva stèsse benissimo.
«Questa conversazione si ripete ogni notte, per tutta la convalescenza, la quale dura da undici a dodici giorni: costumanza generale, poichè le signore son molto prolifiche [sfido io, se sposavano dai 12 ai 15 anni!]; le conversazioni nella città son tre o quattro contemporaneamente»[335].
[335] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII.
Codesta piccante notizia venne confermata pienamente dal Cav. de Mayer. Nel 1791 egli trovò che «a Palermo non s'invita, non si riceve ordinariamente; ma le persone si vedono due, tre volte il giorno ed anche più se hanno relazioni. Le adunanze si tengono presso le donne in puerperio; e poichè esse sono feconde, frequentissime son le adunanze»[336]: nè più nè meno che vent'anni prima avea veduto e detto Brydone: salvo, s'intende, la parte di altri ricevimenti ordinarî e straordinarî da aggiungere, come vedremo, a questa, esclusivamente puerperale.
[336] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV.
Brydone rimase lietamente sorpreso della facilità onde le dame conversavano seco lui in inglese; facilità che crebbe a vera disinvoltura al tempo degl'Inglesi in Sicilia. Più familiare ancora il francese, che quasi ogni nobile possedeva, avendolo appreso, gli uomini al R. Convitto S. Ferdinando, le donne al R. Educandario Carolino o, in generale, sotto la guida d'una _bonne_ o d'un aio, che raramente mancava nelle case signorili. Bisognava anche tener presente che non poche signore erano state all'Estero, e ne avean preso lingua e fogge.
Di siffatta familiarità col francese, specialmente dame, usavano a tempo e a luogo. Alla presenza di forestieri, che non comprendevano l'italiano e meno ancora il siciliano, da persone finamente educate, con una gentilezza, dice un tedesco, che confondeva, parlavano il francese, ovvero, occorrendo, l'inglese[337]; e nel francese aveano, secondo la mondana espressione d'un nobile ecclesiastico[338], «una chiave facile ad aprire i gabinetti del cuore».
[337] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 596.
[338] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 95.