La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 16
L'osservazione non poteva essere più giusta, ma peggio seguita. Il lusso c'era; e sempre e quando occasioni nuove od eccezionali sorgevano, diventava più che pericoloso, specialmente se pei ricevimenti di persone straniere d'alta levatura si destasse una gara tra i riceventi. Questa gara giungeva anche al parossismo, e più si avviava alla sua fine e più accaloravasi in manifestazioni di opulenza che talora degeneravano in fittizie manifestazioni, ahi quanto laboriose! di ricchezza.
Il lettore ci segua un momento.
Pel primo parto di Maria Carolina (1772), il Vicerè Fogliani, nella villa Zati a Mezzo Monreale, invitava la Nobiltà ad un ballo, il popolo ad una cuccagna, tutti ad una fantastica illuminazione. I diaristi del tempo si diffondono nei particolari di quella festa, e ci fanno sapere che in limonate granite, sorbetti, pasticci, vini, rosolî e non so che altro, furono spese ben 700 onze. Poco dopo, il Pretore non volle esser da meno del Vicerè; ma la cassa del Comune era esausta, e non c'era dove metter le mani. Che importa! La festa dovea tenersi, e si tenne: ed il Palazzo Pretorio venne invaso da duemila persone in maschera, servite di rinfreschi, ghiacci, torte grasse, vini d'ogni sorta, ed alle ore otto della notte seguì una ben lauta cena, in ventitrè mense, protratta fino a giorno pieno. Quel giorno medesimo lo inasprimento della meta di alcuni commestibili[296] offriva ai malcontenti ragione di biasimo per la inconsulta spesa.
[296] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 76.
Ma v'era un'altra Autorità, che non poteva starsene inoperosa. Il Capitan Giustiziere, Principe di Partanna, invitava al suo palazzo del Piano della Marina quanto di eletto offrisse la città. Da lì assistevasi al giuoco dei tori sulla sottostante piazza: e tra gli ori e gli argenti, tra i luccicanti cristalli ed i ricchi doppieri, tra le superbe tappezzerie e le sfavillanti lumiere, altre duemila persone danzavano, giocavano, mangiavano, servite da ventisei paggi, diretti da non so quanti maestri di casa, con soldati svizzeri e alabardieri del Principe. A conti fatti, il Principe Girolamo Grifeo metteva fuori presso a 650 onze!
La morbosa emulazione non si arrestava a spese per nessun verso giustificabili. Il 15 dicembre del 1777 giungeva al Molo di Palermo il primogenito del Vicerè Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, con la novella sposa, Cecilia Ruffo, secondogenita del Duca della Bagnara; ed il padre bandiva, in onore degli sposi, tre ricevimenti della Nobiltà Palermitana nei prossimi giorni 20, 21 e 22; e tre feste da ballo nei dì 27 e 30, e 1º gennaio del nuovo anno. Alla vanità del parere ed alla spensieratezza dello spendere non poteva offrirsi stimolo migliore. Ed allora, che restava a fare all'Autorità cittadina, se non indire una festa nel pubblico Palazzo ed invitarvi gli sposi? E questo fece il Pretore, il quale, conoscendo le strettezze dell'erario, da quel patrizio disinteressato che era volle stavolta spender di suo.
Qui avrebbe dovuto finir tutto e lasciarsi in pace gli sposi; ma nossignore! Una seconda serata bandisce il Principe G. L. Moncada di Paternò. E vada anche questa! Tanto il Principe era Capitan Giustiziere, e non poteva sottrarsi ai doveri della carica; altronde non per nulla si è altolocati; e non per nulla si hanno palazzi e quattrini. E comincia una gara tra' signori per solennizzare il fausto evento di giovani che nessuno di essi conosce e che ne hanno avuto già troppo con i tre ricevimenti, le tre feste da ballo al Palazzo vicereale, e le due altre del Pretore e del Capitan Giustiziere. Il Principe di Partanna, che nel far onore ad ospiti vuol essere sempre primo, dà il segnale con una festa alla sua casa. Segue il Principe di Giarratana, Troiano Settimo; indi Antonio Statella, Marchese di Spaccaforno. Essendo stati pochi i convitati, se ne mormora come di mancanza di riguardo. Tommaso Celestre, non come Principe, ma come Marchese di S. Croce, vuol farsi apprezzare, e dirama larghi inviti; e perchè è uno degli ordinatori del prossimo costoso Carnevale, compie prodigi di magnificenza; imitato, non superato, dal Duca di Cefalà Niccolò Diana, vecchia conoscenza dei nostri lettori, e dal Principe e Duca d'Angiò Giovanni Gioeni.
La storia non è finita: a brevi intervalli, altre feste vengono date da Placido Notarbartolo Duca di Villarosa, da Giovanni Oneto Duca di Sperlinga nella sua villa suburbana di Malaspina, e da Antonio Lucchesi Palli Principe di Campofranco, Capitano della real Guardia degli alabardieri, dentro il Palazzo del Vicerè.
E la gara continua, continua ancora nel palazzo del Conte d'Isnello Domenico Termine, nel Cassaro con altra festa, cominciata col passeggio delle carrozze di maschere e finita con balli mascherati; e si chiude nel piano dei Bologni, dentro il palazzo Villafranca ove dell'unico principato del Sacro Romano Impero in Sicilia meritamente si onora la famiglia Alliata.
Cuccagna come questa non s'era mai vista da mezzo secolo in Palermo: e chi se la godette, ne rimase entusiasta; «imperocchè furon feste veramente superbe e degne di esser date anche alla persona del re medesimo.» Alcune, quelle, p. e., di Angiò e Spaccaforno, costarono le solite seicento onze, col magro compenso d'una visita di ringraziamento del Vicerè[297].
[297] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 115-16 138-44.
Ci si consenta, mentre ci siamo, un ricordo o qualcosa di simile, di data posteriore nei primi del sec. XIX.
Un bravo siciliano, che aveva molto viaggiato e molto veduto, parlando d'una festa organata in Palermo dal Principe della Cattolica, non trovava termini per dare un'idea anche lontana del gusto, della grazia e della fantasia ond'essa era stata ordinata ed eseguita.
«Immensi saloni, dalle pareti coperte di specchi dall'alto in basso, erano mascherati da alberi, testè divelti dalla terra, e tutti pieni di frutte. Gli spazî tra il fogliame e gli specchi facevano credere ad un altro mondo che passasse dall'altro lato della strada: la illusione era completa. Si facevano balli inglesi sotto viali di pergolati, dai quali pendevano grappoli d'uva matura e squisita; contraddanze francesi in quadrati d'alberi, e tutt'intorno ad una ricca vasca, donde zampillava un bel getto d'acqua che faceva dei giuochi. In fondo, nell'ultimo salone, vedevasi una graziosissima collina, anch'essa imboschita, e nel mezzo un sentiero, conducente alla sommità, a' cui due lati erano in gran copia _bombons_ e _gâteaux_ d'ogni genere. Nessun domestico si vedeva dai convitati; ma, a piè del colle, trenta o quaranta chiavette, con indicazioni delle singole bibite e d'ogni rinfresco desiderabile, come poncio caldo, poncio freddo, crema, caffè, thè, bordò; e, sotto, i bicchieri, che, presi, si sostituivano con un turacciolo. La musica era sentita bene; ma come non si vedevano domestici, così non si scoprivano musicanti, celati dentro grotte coperte di fogliame. Solo all'ora della cena si potè sapere che v'eran servitori.
«E se non è questa una _féerie_, esclamava il Palmieri, io non so che cosa meriti questo nome!»[298].
[298] _Palmieri de Micciché_, _Pensées et Souvenirs_, t. I, c. XI, Paris.
Ecco le condizioni della società che ci occupa! L'alta posizione sociale consigliava sacrificî, che le condizioni personali forse non consentivano. Per una malintesa dignità, l'esempio diveniva contagioso: se non s'avea, erasi costretti a mostrar d'avere; se non si era, dovevasi fare ogni studio per comparir doviziosi.
Quest'esempio induceva un certo Gentile a tenere, sotto il Vicerè Fogliani, una clamorosa festa, molto lodata e molto biasimata. «Se le fanno i nobili le feste, avrà egli pensato, perchè non possono farle i civili?» Il figlio di lui, avv. Matteo, altra ne tenne superiore alla prima; e Diego Orlando, uno dei più famosi avvocati, ne traeva stimolo a bandirne alla sua volta una (26 gennaio 1798), che quella e questa superasse: e larghi inviti a stampa alle principali dame della città mandava la Principessa di Belvedere Caterina Del Bosco, e più larghi ancora a signori e civili l'Orlando medesimo, che, a titolo di lode per lui, non pur profondeva dolciumi e rinfreschi, ma anche deliziava gl'intervenuti col canto delle virtuose del teatro S. Cecilia[299].
[299] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, pp. 71-73.
Più tardi, quando S. A. Leopoldo di Borbone soscriveva per 100 copie alla nuova edizione delle _Poesie_ del Meli, a due onze e tarì l'una, e ne pagava anticipatamente il prezzo, un Presidente Marchese faceva altrettanto, perchè nessuno potesse pensare che un dignitario come lui facesse da meno di un Principe reale. Se poi il soscrittore neo-Marchese, amico ed emulo di Ferdinando III nella caccia, non fece onore alla sua firma, ed al momento della consegna dei libri negò al Poeta le dugentottanta onze, il pubblico seppe almeno che egli stette alla pari del Principe Leopoldo. E se un'arguta affabulazione sull'incidente venne in testa al Meli[300], tanto meglio pel Presidente che ne fu l'oggetto! È sempre qualche cosa _ex magnis inimicitiis excellere_.
[300] _G. Pipitone_, _Giovanni Meli: I tempi, la vita, le opere_, p. 105. Palermo, Sandron, 1898.
La distinzione fra i ceti aveva linee così nette, che una confusione non poteva assolutamente nascere e, nata, prolungarsi. Poteva bensì dolersi Em. Perollo che le cariche principali del comune venissero impartite solo ai nobili. L'Autorità, alla quale egli rivolgevasi chiedendo la partecipazione dei semplici cittadini a quelle cariche, nol degnava neanche di risposta![301].
[301] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, p. 462.
Aveva un bel dire il Santacolomba che gli uomini son tutti uguali, «e manderebbe lo stesso odore d'arrosto messa sul fuoco la carne d'un alto o di un basso personaggio». Egli stesso, nelle cui vene circolava sangue non volgare, doveva poi convenire che «la civil polizia ha i suoi scalini gerarchici: non tutti sovra tutti posano i piedi: chi si trova più in alto, chi sta più basso. Il magnate, il nobile, il graduato esige certe marche di rispetto dal semplice e dal civile; è dovere che gli si paghino: volergli camminare a fianco è un'ingiuria»[302].
[302] _C. Santacolomba_, _op. cit._, p. 377.
Un giorno il Villabianca, andando in carrozza pel Cassaro in compagnia del Principe di Paternò, era salutato forse con maggiore riguardo del solito, ed egli ne traeva ragione di letizia, perchè ci vedeva gli effetti dell'onore altissimo[303].
[303] _Diario_ ined., a. 1796, p. 472.
Ma il colmo di questo innato principio, fecondato e mantenuto dalla educazione, avversa a tutto ciò che potesse fin lontanamente intorbidire la purezza del ceto, è un aneddoto, che brevemente narreremo.
Festeggiavasi con un gran ballo il già detto parto della Regina Carolina: ed «uno de' figli del fu Razionale del Patrimonio, Scicli, perchè ebbe lo spirito di frammischiarsi in questa serata co' nobili, avendo giuocato a tavolino di dame, ne fu messo fuori sul tardi dal commissariato della celebrazione della festa, come persona affatto ignobile ed incapace di unirsi colla Nobiltà. E questo fu fatto ad istanza di quelle stesse dame che un'ora prima seco lui avean giuocato. _Non licet omnibus adire Corinthum_. Pover'uomo! Egli spacciò tosto per sua giustificazione essere originata la sua famiglia da avi nobili; ma questa affatto non gli fu fatta buona»[304].
[304] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 346. Pel seguente aneddoto vedi anche v. XX, pp. 62-63.
Questo aneddoto e questa osservazione può destare impressione oggi; ma non poteva destarne allora, che i distacchi tra le classi erano nella coscienza di tutti. Diremo, in proposito, cosa che darà ancora meglio la prova dell'abisso che separava non solo i ceti tra loro, ma anche i gradi d'un medesimo ceto.
Il 17 ottobre del 1779 il primogenito del Barone Ignazio Capozzo, un bravo giovane a 22 anni, sposava la figlia del già morto Principe di Torrebruna, Girolamo Landolina. I parenti tutti della fanciulla, scandalizzati, si misero a gridare contro lo sposo, che avea osato levar gli occhi verso la figliuola di sì gran signore; il contrasto tra lui e lei essere stridente. Le grida si tradussero in ricorso legale al Governo, non solo di Sicilia, ma anche di Napoli, e si chiese l'annullamento del matrimonio. L'annullamento, a dir vero, parve troppo al Governo; ma una punizione allo sposo, indispensabile; onde il Capozzo con dispaccio sovrano venne carcerato, proprio carcerato! a Castellammare, e poi relegato in non so quale riposta prigione del Regno. E quando rientrò libero a casa sua, dovette benedire alla toga del Tribunale del Concistoro vestita dal padre suo, ed alle parentele nobili, state contratte dai suoi antenati.
Un giorno, senza che nessuno se lo aspettasse, il regio Convitto Carolino pei nobili giovanetti fu soppresso. Che è che non è? si volle romperla con la intrusione di qualche ragazzo «di recente nobiltà». Bisognava rimediare allo sconcio: e vi si rimediò con la istituzione di un nuovo Convitto, il _S. Ferdinando_, nel quale furono ammessi alunni con cent'anni di nobiltà, almeno.
Seguiamo ora un po' davvicino la vita giornaliera, particolarmente da salotto, dell'alta classe.
Eccoli, costoro:
Quant'aprinu la vucca,
ed hanno
Carrozzi e vulantini, Gran tavuli e fistini, Tutti (_ogni_) commodità[305].
[305] _Meli_, _Poesie_, p. 89.
Paggi, lacchè e servitori popolano le loro anticamere. Per poco che una della famiglia, il signore soprattutto, la dama, il primogenito, si muova da una stanza all'altra, si agitano in inchini profondi e in attitudini rispettosissime. Fuori, cursori a piedi e _volanti_ accompagnano correndo le carrozze e disimpegnano altri urgenti servizî. Ad essi vogliono, nella rapidità del fare, contrapporsi i servitori; ne nascon gare a chi faccia più presto; e, questi in livrea, quelli nel leggiero vestito ordinario, si rincorrono fuori le mura per vincere un premio di agilità: prove pericolose, che il Governo è costretto a vietare per impedire danni alla parte offesa e perdite a chi su di esse scommetta[306].
[306] Il dì 28 Giugno 1788 il Vicerè Principe di Caramanico, «informato delle perniziose gare che si eccitano tra' servidori di livrea e volanti, i quali si sfidano a correre furiosamente per lunghi tratti di vie fuori la città, colla lusinghiera speranza di riportare chi primo giunga alla meta designata un qualche guiderdone e una vera acclamazione del volgo; ed informato pure delle scommesse che si fanno vicendevolmente in favore di ciascheduno dei sfidanti, le proibisce e le vuol proibite». Stampa del tempo.
Stringevasi al Bartels l'animo per l'affanno di codesti infelici nel trottare al trotto dei cavalli mentre il padrone distrattamente godeva in cocchi, livree, cavalli, specie quando egli fosse un villan rifatto, che sfarzava con uomini da lui condotti dalla terra, della quale erano utili braccia, come della famiglia indispensabile aiuto[307].
[307] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 602.
E volanti, lacchè, staffieri precedono, fiancheggiano e seguono i signori che vanno a piedi o in vettura, di giorno o di notte, con torce a vento se in vettura o in portantina, con ceri accesi se a piedi.
Codesto corteggio non era solo per comodità nelle vie buie o scarsamente illuminate, ma anche per distinzione. L'arguto Brydone, che in Palermo ebbe cortesie infinite di nobili amici, ricordava sorridendo l'inalterabile loro costume di andare in carrozza; solo una volta potè persuaderli a fare diversamente. Per condiscendenza essi scesero con lui a piedi pel Cassaro, ma non prima che innanzi a loro andassero i servitori con grosse torce di cera accese. Eppure il Cassaro era, per le feste di S. Rosalia, illuminato a giorno![308].
[308] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXXIV.
Di siffatto uso rimane viva la memoria nel motto popolare dialogato: -- _Appressu!... -- Lu stafferi cu la torcia._
Talora uno di codesti servitori o staffieri teneva dietro al padrone portandogli il nicchio[309].
[309] _D. Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 350.
A qualche vecchio signore abbiamo più volte chiesto dei servitori di casa sua o d'altrui: e le risposte ci son parse sempre esagerate. Lasciamole dunque queste notizie orali, ed atteniamoci alle scritte. Un figlio di famiglia, un cadetto di casa Palmieri di Miccichè, ce ne fa sapere qualcuna; la nostra opinione, peraltro, è formata sulle carte tuttora esistenti, di spese. Il Palmieri scrive così:
«Dei domestici straordinario era il numero nelle case signorili, anche più modeste. E bisogna vedere con che etichetta si regolassero. Il cocchiere si sarebbe guardato bene dal salir sopra per servire a colezione o in una serata; il domestico da livrea non si sarebbe mai acconciato a cingere un fardello: questo avrebbe fatto soltanto il mezza-livrea; e non è esagerazione se si porti il numero di tutta codesta gente a ventidue, ventiquattro persone tra maestro di casa, camerieri, domestici propriamente detti, cuochi, cocchieri, e via discorrendo»[310]. V'eran case che tenevano fino a sei lacchè con livree, alcune delle quali, per voler apparire ricche, riuscivano stravaganti. Certe dame non avrebbero saputo uscire per le strade senza un duplice appoggio ad entrambi i lati, quasi si svenissero ad ogni passo.
[310] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, c. XXXVI.
«Superbi gli equipaggi; cavalli di razza spagnuola, vigorosi corridori, per le gite ordinarie; cavalli danesi, romani, napoletani, per le grandi occasioni, che non mancavano mai. Eguale il lusso delle abitazioni. Si sarebbe creduto di non averne una bastevole, se questa fosse stata meno di cinque, sei stanze; dieci, dodici, quindici di fila componevano l'appartamento del signore: cosa, a dir vero, perdonabile in Sicilia, dove le adunate sono numerosissime, ed un quartiere piccolo non potrebbe accogliere tutti coloro che la convenienza vuole invitati. E frattanto, non v'è nulla di più strano che per un piccolo desinare di società e in famiglia si debba attraversare un filare di stanze e di gallerie per trovar poi in un gabinetto il signore o la signora con quattro o cinque commensali. Si resta sorpresi vedendo queste stanze mobigliate in damasco, tappezzerie ecc., sedie di cuoio o di paglia.... Il tono di magnificenza sul quale tutto è montato, impedisce alla Nobiltà di abbandonarsi al suo naturale gusto ospitale e socievole invitando i forestieri. Si sentirebbe vergogna di offrire una zuppa come vien viene, perchè non si vuol comparire altrimenti che in tutto il proprio splendore. Difatti, quando un desinare od una festa si dà, non si risparmia nulla. Pare che tutto si voglia buttar giù dalle finestre; ed io metto pegno se si trovi un paese dove le cose si facciano con magnificenza, gusto, e vorrei anche dire con raffinatezza voluttuosa più che a Palermo»[311].
[311] _De Borch_, _op. cit._, t. II, pp. 78-80.
Pittura così viva potrebbe parere esagerata in chi l'ha fatta, il conte de Borch; ma la esagerazione, caso mai, sarebbe stata in altri visitatori della città. Tutti, infatti, descrivevano la magnificenza dei palazzi; tutti guardavano attoniti camere spaziose ed alte, in lunga fila, con arazzi di gran costo: ostentazione di splendore principesco; tutti, il nugolo di creati: etichette ambulanti di agiatezza; e le superbe livree cariche d'oro: affermazione perenne di grandezza nobiliare, e le carrozze pesanti dell'antica forma, e l'esercito di battistrada, avviso di signoria magnatizia. E non è sfuggito neanche questo: che, dopo morto, lì alle catacombe dei Cappuccini, qualche signore, avvolto nel comun sacco nero, con le mani irrigidite dalla inesorabile Morte, ti presentava un cartellino per dirti: _Io sono il Principe A._ -- _Io sono il Marchese B._ -- _Io sono il Conte C._[312].
[312] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 602-631.
Ma in mezzo a tanto fastigio di mobili, abiti, pranzi, feste, l'animo, insoddisfatto, non s'acquetava ad un capriccio stato appagato, ad una bizzarria compiuta, ad una delicatura non a tutti, e solo a chi avesse mezzi, possibile. Un non so che d'indefinito, che è infelicità di non gustar mai nulla, sopravanzava a tutto. I mobili erano una decorazione mutabile, gli abiti una servitù giornaliera, i pranzi una parata, le feste una distrazione effimera; ed il fastidio della ricchezza arieggiava il soffrire della povertà: ricco e povero in qualche cosa si somigliavano.
In una delle sue ingegnose concezioni, il Meli vide alcuni genî divertirsi ad osservare le umane sciocchezze; ed un gran quadro rappresentar figure e costumi della vita,
... chi espriminu lussu e spisi orrenni[313].
[313] _Meli_, _Poesie Lu Cafeaus_, p. 137.
Lusso vide dappertutto e grossi debiti il Villabianca; il quale, a proposito del nobile Senato di Caltagirone, esclamava in versi:
Ah che il Senato non è più quel di pria! Schiavo è fatto de' scribi e de' _sensali_;
correggendo l'ultima parola _farisei_[314].
[314] _Opuscoli_, Ms. Qq., E, 94, della Bibl. Com., opusc. n. 3, p. 103.
Perchè questo? potrà chiederci il lettore.
Chi guardi con criteri morali alle esteriorità, penserà che anche i piaceri lasciano un gran vuoto, e che _possessa vilescunt_. Pure una conoscenza più esatta delle persone e delle cose del tempo e delle conseguenze alle quali dovea condurre questa dissipazione induce a giudicare ben altrimenti.
«La maggior parte dei signori son coperti di debiti: e le entrate dei pochi, inadeguate ai loro bisogni; molti vivono in uno stato di miseria completa»[315].
[315] _Galt_, _op. cit._, p. 36.
Ecco il giudizio di un inglese, venuto nei primordî del sec. XIX a studiare la Sicilia: giudizio assoluto, e, perchè assoluto, inesatto; nel quale una gran parte di vero è bensì a presumere, senza potersi provare.
E come provare che un uomo, apparentemente dovizioso, facesse sfoggio di denaro non suo, che forse non avrebbe avuto possibilità di restituire?
A non radi intervalli una sentenza di tribunale metteva in vendita un feudo: espropriazione forzata per debiti insoluti. Ed ora un Principe veniva privato della baronia di Garbanoara col relativo feudo, acquistato da Girolamo Fatta Oddo pel prezzo di diecimila quattrocencinquant'onze[316]; ora un altro Principe vedevasi dismembrato lo _stato_ e la Contea di Cammarata del feudo e della baronia di Molinazzo, passato alla creditrice D. Lucia Sances[317]; ed ora volontariamente, per contratto ordinario, quando uno e quando un altro dei signori era costretto ad alienare qualcosa del suo patrimonio per rispondere ad impegni gravi ed a bisogni pressanti.
[316] Sentenza del Tribunale della R. Gran Corte in data del 10 Settembre 1773. Atto del Not. Camillo M.a Pipitone in Palermo.
[317] Sentenza del Tribunale della R. Gran Corte, sede civile, in data del 18 Febbraio 1779.
Uno studio sugli atti degli antichi notai di Palermo porta a constatazioni dolorose. Valga per tutte questa: nel 1787 la sostanza mobiliare del Principe Tommaso Palermo ascendeva alla somma di onze 44765,07 (Lire 570756,65); poco men che quattordici anni dopo, nell'Aprile del 1801, quella sostanza era ridotta ad onze 3462,06 (L. 44041,26), della quale 207,04 in argenteria giacente al Monte di Pietà. Non ardite speculazioni, non speciali bonifiche di terre, non atti insigni di carità aveano consumato il patrimonio di Tommaso (41303,01); ma il lusso, al quale erasi sfrenatamente abbandonato il figliuolo Giuseppe, la cui eredità nel 1810 era quasi scomparsa[318]. Si parla ancora di un feudo del valore di 80000 onze stato venduto per sole 7000! E la causa di rivendica dei defraudati eredi si trascina ancora dopo un secolo!