La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 15

Chapter 153,603 wordsPublic domain

Chi sappia come il Münter viaggiasse tra noi nel 1785, penserà che, a buoni conti, qualcosa di meglio possa essere stato più tardi. Ma non è così. Sul finire del secolo, un altro economista palermitano non sapeva acconciarsi al pensiero che una derrata prodotta in un distretto dovesse, a cagione delle difficoltà e delle spese di trasporto, consumarsi nel distretto medesimo; «donde l'abbondanza disgustosa, al tempo stesso che un altro distretto n'era privo e che avrebbe pagata ad un mediocre prezzo». Necessarie quindi le strade agevoli al trasporto verso le città e i luoghi marittimi. Le spese sarebbero state minori «non solo a riguardo di un minore tempo da impiegarvi, ma a risguardo pure che ai cavalli ed alle mule da soma si sarebbero agevolmente potuto sostituire delle carrette ben serrate, senza esporre i grani e le derrate all'adulterazione, bagnamento ed altre solite frodi dei vetturali»[274].

[274] _V. E. Sergio_, _Lettere sulla Polizia delle Pubbliche Strade di Sicilia_, pp. XV-XVI e XX. Palermo, MDCCLXXVII, Rapetti.

Un'altra osservazione, pur essa nuova, scaturisce dalla coltivazione della terra, resa, per difetto di animali, insufficiente.

La zappa non basta: ci vuol l'aratro, e l'aratro ha bisogno di bovi. Ora i bovi, quando i baroni tenevano per conto proprio i loro feudi, producevano. Da un certo tempo una pessima pratica era venuta consigliandone la macellazione. L'esiziale esempio partì da due illustri signori palermitani. Le campagne rimasero prive o scarse di bestiame: e quando la crisi non potè più nascondersi, fu coraggiosamente gridato doversi rifare, anche obbligandosi i signori all'antica economia rustica di coltivare per conto proprio i loro feudi; il bisogno di far maggesi, di abilitare gl'inquilini, avrebbe riprodotto il bestiame grosso, ed i baroni si sarebbero rimessi nell'avita ricchezza. Gran danno invece l'abbandono della cultura dei propri feudi, la perdita dei capitali dalla campagna estratti; onde la decadenza dell'agricoltura, la povertà dei _bracciali_, uomini addetti alla cultura della terra! Tutto, nel modo che vedremo nel seguente capitolo, fu speso e consumato: ed il lavoratore, che si conduceva conformemente a ciò che vedeva praticare e che aveva appreso dai suoi padri, rimaneva sempre nella ignoranza dei migliori metodi di coltivazione[275]. La terra produceva solo quello di che la forza della natura benefica era capace; terra sfruttata sempre, limitatamente aiutata dalla mano dell'uomo più che l'opera di viete e dannose pratiche.

[275] _Giarrizzo_, _op. cit._, pp. 21-22, 24-28 e 30.

Pietro Lanza di Trabia ripeteva la decadenza dell'agricoltura in Sicilia dalla povertà dei contadini, dalla falsa loro credenza che il lor mestiere fosse il più vile, dalla condotta dei proprietarî che davano le loro terre _in estaglio_, o in amministrazione, a persone che scrupolosamente ripetevano quel che avevan visto fare ai loro nonni, dal difetto di cognizioni agrarie, comuni fuori Sicilia[276]; proponeva quindi un «Teatro agrario, o un Educandario», in cui potesse la gioventù istruirsi nell'agricoltura[277].

[276] «Inceppato da ogni parte il commercio, oppressa l'agricoltura da fidecommessi e da vincoli feudali; le nostre pratiche agrarie irremovibili per inveterate usanze ereditarie; ignorati o non applicati i metodi novelli». F. P., _Elogio di Niccolò Palmeri_; in _Palmeri_, _Somma della Storia di Sicilia_, p. VII. Palermo, Meli, 1850.

[277] _P. Lanza, Principe di Trabia_, _Memoria sulla decadenza dell'Agricoltura nella Sicilia_. In Napoli, MDCCLXXXVI.

Questo lavoro, di capitale importanza per gli studi agricoli, economici e sociali del tempo in cui fu scritto e per le larghe vedute dell'A., meriterebbe di esser degnamente conosciuto e pregiato.

Il concetto, non raccolto allora da nessuno, neanche dal Re, al quale veniva manifestato, doveva più tardi con altezza d'intendimenti patriottici esser tradotto in pratica dal Principe di Castelnuovo; concetto ragionevole, giacchè molti dei proprietari di grandi territorî non avevano essi stessi idea esatta, compiuta di quel che occorresse per migliorare i campi senza perder di vista la classe minuta che vi sudava.

Quanti han vissuto la vita della seconda metà dell'ottocento e respirano le prime aure del novecento credono coscienza nuova, e però affermazione suggerita dalla evoluzione dei tempi, il diritto degli umili a vivere per mezzo del lavoro, la considerazione per la loro triste condizione[278]. Scendendo a particolari, essi guardano con singolare interesse quelli tra gli umili che intristiscono nelle asprezze dei campi.

[278] Commiserava i poveri facchini del settecento Santacolomba, _op. cit._, p. 377; i _bracciali_, Giarrizzo, pp. 46-47.

Eppure dovrebbero ricordare, e con soddisfazione ricordiamo anche noi, che prima assai di essi e di noi (che con premuroso affetto seguiamo le sorti dei diseredati dalla fortuna), una eletta di scrittori siciliani nel secolo XVIII, senza apparato teatrale, senza pubblicità di giornali, ma con idee che potrebbero dirsi moderne e sono antiche quanto il Vangelo, perorava la causa di questi grami lavoratori e ne metteva in evidenza l'opera proficua. Noti sono agli studiosi Antonio Pepi e l'Ayala, il Guerra ed il Gallo-Gagliardo ed il forte Sergio; ma costoro non son soli, nè, forse tutti, i più energici per quanto autorevoli. Altro uomo, illustre nella poesia, sentì la missione rigeneratrice pei poveri campagnuoli assai più e meglio che qualsivoglia altro contemporaneo. Alle più sane fra le dottrine sociali d'oggi egli precorse con un contributo di osservazioni maturate nel silenzio delle pareti domestiche e nel raccoglimento dello spirito stanco delle brutture della società. Qualcuno saprà che Giovanni Meli, scendendo alcune volte dalle sublimi sfere della fantasia studiasse l'amara realtà dei bisogni del popolino; ma pochi sapranno che argomento di sue cure speciali egli facesse le condizioni miserrime degli uomini addetti all'agricoltura ed alla pastorizia[279].

[279] _G. Meli_, _Riflessioni sullo stato presente del Regno di Sicilia (1801) intorno all'agricoltura e alla pastorizia_. Autografo pubblicato per cura del Prof. G. Navanteri. Ragusa, 1896.

Ora tra le verità da lui formulate è questa: che la gente civile era così affascinata dal guasto del tempo che non s'accorgeva di essere ingiusta verso i suoi benefattori. Questi benefattori, diceva, sono i bifolchi, sono i villani, che bagnano del loro sudore la terra per trarne i più salutari alimenti, d'alcuni dei quali non è loro concesso un boccone, perchè tutto devono vendere alla Capitale.

Nel poema _D. Chisciotte e Sancio Panza_ questa verità egli, temendo che per la sua crudezza potesse destare l'indignazione dei maggiorenti, la mise in bocca allo stravagante eroe, il quale così ragionava:

Vui autri picurara e viddaneddi, Chi stati notti e jornu sutta un vàusu O zappannu, o guardannu picureddi, Cu l'anca nuda e cu lu pedi scàusu, Siti la basi di cità e casteddi, Siti lu tuttu, ma 'un n'aviti làusu; L'ingrata Società scorcia e maltratta Ddu pettu chi la nutri e unni addatta[280].

[280] _Meli_, _Riflessioni_ cit., p. 8. -- _Poesie: D. Chisciotte_, c. II, st. 21.

Egli stesso, aprendosi intimamente ad amici che sapevano comprenderlo, e rimpiangendo che la Sicilia non avesse arti, nè manifatture, nè commerci, riaffermava: tutto doversi ripetere dalla terra, che forma la base, e dal mare che circonda l'Isola disagiata[281].

[281] Lo stesso, _Carteggio inedito_, pubblicato da G. Boglino, p. 55. Palermo, 1881.

E poichè un certo risveglio a favore dell'agricoltura e quindi della povera gente di campagna venivasi accennando e prometteva di fortificarsi per impulso specialmente di pochi intelligenti signori che vi pigliavan parte attiva, un amico del poeta, il Marchese Giarrizzo, sosteneva: «La Società è in obbligo di prestare agl'individui che la compongono i mezzi di sussistenza; questi non può procurarglieli, perchè siano reali ed effettivi, che con l'agricoltura; ogni altro mezzo è certamente precario»[282].

[282] _Giarrizzo_, _op. cit._, p. 16.

Non meno esiziale agli interessi agricoli della Sicilia deve ritenersi la maniera ond'erano tenute le terre comunali. Il diritto di pascolare e di legnare, indispensabile alla vita delle popolazioni rustiche, anteriore a re ed a leggi, e da re e da leggi sempre riconosciuto, impediva la coltivazione dei terreni; come la coltura che in alcuni si faceva era sempre fittizia e poco o punto produttiva. I fondi del comune, sentenziava il Gregorio, non son di nessuno; se non si usurpano, si abbandonano o si trascurano, sì che divengono sterili e brulli. Le terre poi a colture, perchè in mano a fittaioli, che le smungono a più non posso, poco o punto ottenendone, ritraggono dai giurati che li danno a fitto, ed i quali, perchè amministratori temporanei, non si travagliano a promuoverne la maggiore e più permanente coltivazione. E del resto l'amministratore d'oggi potrà domani esser fittaiolo![283].

[283] _R. Gregorio_, _Opere scelte_, 3ª edizione, p. 773. Palermo, Pensante, 1853.

La impressione, pertanto, che lasciava la vista dell'interno e delle coste dell'Isola era penosa: e non si riesce a comprendere, esclamava maravigliato Hager, come mai la Sicilia possa essere stata, nei tempi antichi, il granaio d'Italia![284].

[284] _Hager_, _Gemälde_, p. 199.

Qui un pauroso fantasma si leva a turbare le rosee speranze dell'affaticato contadino e, salendo per la scala agricola, del colono. Fissiamolo un poco questo fantasma, e riconosceremo in esso l'idra divoratrice della miserabile classe dei campagnuoli. Ci soccorre con una breve nota descrittiva un apologista del Senato, il Teixejra.

«Il colono riceve il frutto della terra inaffiata co' proprj sudori; fatta la recollezione, un'indispensabile dovere l'obbliga ad esitarlo, e ciò per soddisfare i diritti di terraggio, semente, cultura ed altri; e non trovando così sollecito un compratore convien che ricorra ad un trafficante usurajo, quale ceto di persone trovasi in ogni luogo: e da questo riceve il prezzo, non a seconda della giustizia, ma regolato dalla sola sete del guadagno. Ed ecco così, in pochissimo tempo, arrivare il frumento di proprietà di un numero strabocchevole di coloni al piccolo numero di trafficanti, o almeno de' fittajuoli, i quali, ingrossata la massa, con questi mezzi dispongono dell'acquisto da' padroni assoluti, e non lo mettono in vendita se non a prezzi strabocchevoli»[285].

[285] _P. Teixejra_, _op. ined. cit._, t. I, § 243.

Che fremito di vita attuale in questa pagina, scritta più che un secolo addietro! _Sunt lacrymae rerum!_

Ben è vero che il Monte Frumentario si contrapponeva a tanto danno di uomini e di tempi; ma dal dì che venne istituito, esso non rispose mai adeguatamente a' bisogni di chi vi ricorse. Gli interessi del 4% agli appaltatori del Senato, del 5 ai proprietarî di grani introdotti nel caricatore della città, del 6 a tutti i padroni esteri nei principali caricatori del Regno, consumavano il capitale. Questo, già scarso, era messo a pericolo dalle esigenze di chi offriva le sue derrate al Monte rifiutandole a mercatanti avidi e disonesti: onde lo istituto venne a fallire e, presso al fallimento, impose agli esausti cittadini sacrificî superiori alle proprie forze, che li mettevano nell'alternativa o di rifiutarsi ribellandosi o di sobbarcarsi impoverendosi.

E tornando là donde siamo partiti, cioè ai baroni, che, per non averne i disagi, abbandonavano le loro vaste tenute, vediamoli un poco nella Capitale.

La città offriva tutte le attrattive del tempo e della moda, circoli, compagnie, feste, giuochi, passatempi, ai quali non era facile rinunziare, anche perchè a molti gli espedienti per ben vivere stando alle sicure entrate annuali non mancavano. Col fidecommesso i beni erano accentrati; i secondi, i terzi geniti avean modo di limitare i loro bisogni e certe esigenze fomentate dal fasto di famiglia. Il chiostro poi non c'era per nulla.

_Capitolo XIV._

_NOBILTÀ E GARA DI FASTO._

La conquista normanna diede origine ad una monarchia a base di feudalità e di privilegi, forza e vitalità di essa. Il feudo fu il substrato dell'edificio che dovea sorgere e sorse. Crebbero i feudatarî e i privilegiati, che costituirono una classe a sè con preminenze e diritti non comuni. Crebbero per la natura delle primitive concessioni, e si mantennero pel Diritto siculo, che il passaggio del titolo feudale consente in linea retta, senza distinzione di sesso, fino all'ultimo e più lontano gettone della famiglia e, in linea collaterale, sino al 6º grado; e chi n'era investito, poteva alla sua volta, in virtù del famoso _quos volueris_, se di tanto avea facoltà, concederlo, trasmetterlo a capriccio.

Nel giorno della sua incoronazione (2 febbr. 1286) Re Giacomo creò ben 400 militi; 300 e più ne creò dieci anni dopo, per la sua, Federico II l'Aragonese, innalzando a dignità di Conti un buon numero di Baroni[286].

[286] _J. B. Caruso_, _Bibliotheca historica Regni Siciliae_, t. I, p. 144; t. II, p. 220. Panhormi, 1723. -- _R. Gregorio_, _Considerazioni alla Storia di Sicilia_ ecc., lib. IV, cap. VI, n. 125.

Così nata l'alta classe, a poco a poco, col progredire dei secoli, col succedersi degli avvenimenti, con gli incessanti bisogni dei sovrani, diventava una legione con diritti e preminenze tutte proprie.

L'indirizzo impresso da Carlo III al Governo dell'Isola mirò anche a ritornare ad usi gli abusi dei feudatarî, e gli usi a ricondurre nei limiti compatibili coi tempi, assimilando alla feudalità di Napoli la feudalità di Sicilia. E certo, se a questo non riuscì, a quello accostossi con riforme sapienti, perchè non sempre fruttuose, vuoi per incertezze del suo successore, vuoi per malferma volontà de' ministri e vuoi per difficoltà di ordinamenti interni, non del tutto coerenti.

La fine del secolo XVIII offre la seguente statistica nobiliare: 142 Principi, 95 Duchi, 788 Marchesi, 59 Conti, e 1274 Baroni tra feudali e di franco allodio[287]. Costoro erano tutti in legittimo possesso dei loro titoli; però, oltre di essi, era un numero sterminato di persone con titoli abusivi, non suffragati neanche da parvenze di successioni e di antichità, di regolarità di concessione originaria o di legale passaggio; onde quel severo dispaccio, comunicato al Senato palermitano, col quale Ferdinando dichiarava per modo di regola (1799) che il conceder titoli od altra distinzione d'onore fosse unicamente e personalmente riservato alla sua Autorità[288].

[287] _Protonotaro del Regno: Indici d'Investiture_ voll. 1881-1883. Nel R. Archivio di Stato di Palermo.

[288] _Provviste del Senato_, a. 1798-99, p. 733.

Come in Palermo, così a Messina, in Catania, in Siracusa, questi titolati abitavano palazzi da gran signori; ma la loro signoria era esercitata nell'interno dell'Isola. Nella Capitale, tutte le forme esteriori di grandezza in equipaggi, livree, ricevimenti; lì gli avanzi del baronaggio e degli usi feudali nel pieno loro vigore.

Nei dialoghi del giornale _Conversazione istruttiva_ del 1792, un filosofo, pregato da un cavaliere che gli trovi un maestro pei suoi figli, risponde che essi non istudieranno gran fatto. E che vorranno essi fare se, usciti di collegio o liberi della custodia dell'aio, senza la guida dei genitori, si troveranno slanciati nel gran mondo, vittime della loro o inesperienza o tendenza malsana, tra teatri e banchi da giuoco, tra sensali di cavalli e venditori di stoffe?[289].

[289] N. 2, Sabbato, 14 Genn. 1792.

Dai difetti biasimati da questo troppo catoniano filosofo defalchiamo il molto che deve attribuirsi alla umana natura; siamo anche indulgenti ripetendo dall'ambiente certe abitudini inveterate; questo è certo: che rimane sempre molto di deplorevole.

La gara del lusso impelagava in ispese che non trovavan compenso nelle entrate ordinarie e sicure. A molti patrimonî si dava fondo senza smettersi dallo spensierato ed improvvido sperpero, che a fatale rovina avea condotto famiglie per censo rinomate. Il regio Archivio di Stato in Palermo pullula di processi giudiziarî, che accusano vecchi spenderecci e giovani dissipatori, dal primo all'ultimo orgogliosi di un nome onorato che non seppero illustrare, e di un casato alla cui corona non curarono di aggiungere il verde d'una fogliolina. Accanto a patrizî venerandi e benemeriti, che la gloria più bella riponevano nel ben fare per la patria pel lustro edilizio, pel sollievo dei miseri, per le istituzioni di carità, erano scioperati, che a nulla di grande, a nulla di veramente utile volgevano l'animo. Rivaleggiando in occupazioni lontane dalla virtù, la nobiltà radiosa delle opere impiccinivano in manifestazioni, più che di volontà ferma, di velleità, senza un atto energico che rivelasse la coscienza sicura del movimento estero, inteso a trasformar tutto, mentre la inerzia locale tutto lasciava come cristallizzato.

Un patrizio dei più buoni d'allora, che del patriziato scrisse con dottrina di blasonista e con sincero entusiasmo e piena coscienza di celebrare una degna istituzione, il Villabianca, ebbe sempre parole roventi all'indirizzo dei malversatori delle proprie sostanze, e fremeva perchè molti del suo ceto non fecondassero gli esempî degli avi, e perchè nella pratica del bene restassero dietro a quelli del ceto medio, i quali egli dichiarava inferiori.

Sotto la data del 30 agosto 1793, prendendo nota dell'arresto di un allegro consuntore, faceva di costui uno dei tanti «seguaci della moda libertina lussuriosa», ed usciva in parole molto ma molto gravi. Inaugurandosi poi, in sostituzione dell'altra del 1676, la fontana della Piazza del Carmine alla Albergaria, e sostenendone le spese il Presidente di Giustizia altrove citato, G. B. Asmundo Paternò, non nobile di nascita ma nobile di azioni, il Marchese Villabianca riteneva vergognoso che non si emulasse la gloria di servire il paese in opere pubbliche, e che i magnati del sangue si lasciassero superare dai ministri di Legge. «Lo fa, diceva, il _paglietta_, perchè è virtuoso, e si nega il magnate, perchè è vizioso. A lui il vizio fura le ricchezze e lo fa vivere povero»[290].

[290] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 190-91; a. 1796, p. 387.

Quasi contemporaneamente l'ab. de Saint-Non trovava «gran quantità di case nobili, ricche, fastose, belle donne e.... costumi da Sibariti»[291].

[291] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, part. I, p. 138.

Questo, meno il poco detto dal de Mayer, è facile trovare nelle scritture del tempo; quello però che si legge a stampa, desta un gran senso di meraviglia.

Autori paesani e forestieri, ricercando la causa dell'ozio in Palermo, la trovavano là dove realmente era: nel pregiudizio che un signore che si rispettasse non dovesse in verun modo occuparsi di ciò che costituiva occupazione ordinaria degli altri. Il ceto basso tribolava nelle fatiche corporali; il medio sgobbava; ma il nobile non davasi punto da fare: non sapendo sobbarcarsi alla modesta vita dell'impiegato, del mercante, dell'architetto. Qualche eccezione era pel Foro; ma rara e da segnarsi a dito. Due sole vie perciò rimaneva a battere: quella della milizia e l'altra della Chiesa: e per esse si mettevano coloro che avevano la sventura di esser nati dopo il primogenito, il quale, pel fidecommesso, era il legittimo rappresentante della casa.

Questi cadetti pertanto entravano nei corpi distinti della milizia, dove per lento corso potevan giungere a qualche grado. La disciplina militare non era ostacolo alle inclinazioni succhiate col latte, mantenute dai costumi delle famiglie, determinate dalla vista di persone e di cose, che erano tentazioni continue[292]. Altri preferivano la vita ecclesiastica secolare e più frequentemente regolare. Per quanto si cercasse, non si trovavano conventi che loro convenissero. Nei conventi si raccoglievano _soggetti_ di assai modesta condizione; raramente della media; rarissimamente, quasi mai, della superiore. Una volta, quando i Gesuiti erano nel loro splendore, sì che in Palermo contavano fino a sei _case_, non mancava tra essi l'elemento aristocratico: eletti ingegni, che gli accorti e severi Padri sapevano attirare alla Compagnia; ma dal 1767 i Gesuiti ramingavano fuori del Regno in attesa di tempi migliori. Non restavano se non le case dei Teatini, dei preti di S. Filippo Neri, ed i monasteri dei Benedettini. E qui eran ricevuti come a casa loro; giacchè tra i Teatini ed i Filippini si ostentava meno la grandezza dei natali e si curava più la educazione della gioventù: occupazione alla quale essi attendevano come per missione civile e religiosa; e tra i Benedettini, nella finezza della cocolla, nella sontuosità dell'abitazione, nella lautezza delle mense, nella copia dei mezzi di cultura, da pochi, per altro, messi a profitto, aveasi modo di sfoggiare la superiorità d'origine.

[292] «I majorascati e certe.... maniere adottate nelle famiglie nobili lor fan credere di conoscere il proprio casato, permettendo a' loro secondogeniti darsi alla mercatura o ad altre utili professioni o mestieri che potrebbero levarli dalla miseria. Quando un ragazzo ha l'età di 10 a. e la femina molto minore, si racchiudono in un monistero, ove, privi d'idee del mondo e del proprio essere, ricevono una validissima impressione quelle che con tutta forza se gl'imprimono da coloro che, pentiti dello stato, al quale anch'essi furono sedotti, credono rivendicare la propria offesa moltiplicandone il numero». _Guerra_, _Stato presente della città di Messina_, pp. 48-49. Napoli, 1781.

I monasteri di S. Martino delle Scale e di Monreale avevano il loro fratello maggiore in quello di S. Nicolò l'Arena in Catania. Le ricchezze sconfinate, provenienti da 72 feudi pel solo monastero di Monreale, potevano bene sopperire ai bisogni del gran numero di monaci, che vi conducevano vita di agi campestri, alternata con quella non meno agiata, ma più variata e mondana, di città. Qui altro monastero, quello di S. Spirito, nel quartiere del Capo (attuale Caserma dei Pompieri municipali), era la _Gangia_ di S. Martino, tutta a loro disposizione quando l'aria dei monti non facesse per loro. Quei due monasteri eran sempre aperti a chi vi giungesse, ed ai refettorî di essi poteva, secondo il grado di civiltà, sedere chiunque, come alla sua foresteria quanti cercassero ospitalità temporanea, rimasta fino a noi tradizionalmente bella.

D'altro lato, alcuni dei primogeniti (non tutti, s'intende, giacchè c'erano anche qui eccezioni lodevolissime, che chiamavano la generale ammirazione su loro), schivi d'occupazioni fruttuose, sovente anneghittivano nell'ozio, e per conseguenza nei disagi della vita[293]. O non inchinevoli, o non adatti al maneggio degli affari, preferivano il dolce far nulla, come se la proposta di Galt di una Costituzione non li riguardasse punto, o come se sogno da menti inferme fosse la previsione che le loro fortune si sarebbero senz'altro aumentate quando per poco avessero voluto attendere al commercio ed alla mercatura[294].

[293] _Houel_, _op. cit._, t. I, p. 71.

[294] _Galt_, _op. cit._, p. 38.

Vedremo nei seguenti capitoli le ragioni che per molti di essi era causa di rovina; nel presente non saranno inopportuni pochi cenni, che particolarmente illustrano quella vita o, come oggi si direbbe, quell'ambiente.

Fu detto che essendo la principale Nobiltà della isola raccolta in Palermo, il lusso degli equipaggi fosse eccessivo: e che essendo scarso il numero dei forestieri, e tutte conoscendosi tra loro le persone del paese, questo lusso non fosse giustificato neanche da occasioni frequenti di mostrarsi in gala, di abbandonarsi a spese di whisky, di carrozze, di cavalli e di altri rovinosi passatempi[295].

[295] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV, p. 143.