La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 14
[253] _Meli_, _Poesie_, p. 189. Significato di questi versi: una portantina a quest'ora? sarà un medico, o una mammana? o una ronda che acciuffi (catturi) qualcuno?
Il Dr. Hager, che trovò molto comune anche in Palermo la seggetta, si maravigliava che l'uso la estendesse al trasporto dei morti non meno che dei vivi. Quasi ogni giorno egli vide sedie portatili per cortei funebri, nelle quali però, al primo suo giunger tra noi, nulla gli era parso di scorgere. Un aneddoto in proposito fa parte di altro capitolo di questo libro[254], e spiega perchè il colto orientalista non volle mai entrare, finchè stette tra noi, in cosiffatte sedie, e molto meno mettervi piede. Galt notò l'uso anche lui, e se ne ricordò sempre[255].
[254] _Lutti di corte, di nobili,_ ecc.
[255] _Hager_, _op. cit._, pp. 118-119. -- _Galt_, p. 50.
E pensare che in questo arnese, proprio in questo medesimo arnese, il Venerdì Santo, i cappellani delle parrocchie si facevano condurre alla Cattedrale a prendere l'olio santo per la Estrema Unzione da somministrare ai moribondi durante l'anno!... Costume, questo, che parrebbe stato introdotto nella Settimana Santa del 1777 per rispetto all'altro, pietoso, di non andare in carrozza per la città nel giorno commemorativo della Passione di G. Cristo[256].
[256] _Villabianca_, _Diario_, v. XXVI, 75. -- _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, p. 213.
Secondo le sedie, i portantini. La differenza tra padronali e da nolo costituiva due classi diverse di seggettieri; quelli da nolo facevan parte da sè; si associavano nella devozione dei loro santi protettori Euno e Giuliano, componendo la confraternita di _S. Uniu_, e abitavano vicoli che prendevano nome da loro a Ballarò ed al Capo[257]. La vecchia e non più ribattezzata «Via delle sedie volanti», che si apre di fronte alla chiesa S. Cosmo, era loro abitazione e posto de' loro veicoli.
[257] A Ballarò era _vicolo dei Seggettieri_ quello che adesso si chiama _Ant. Lomonaco Ciaccio_. Al Capo è sempre il _Vicolo dei Seggettieri_, che sbocca sulla via Cappuccinelle.
Pei lettighieri poi, ricordati nel capo X, giova avvertire che, come essi facevano una specie di maestranza per sè, così da loro prendevano nome la _Via delle lettighe_ ed il _Vicolo dei lettighieri_.
Facchini nati e cresciuti, i portantini erano rotti a qualunque strapazzo del mestiere: e, la cinghia alla nuca, le estremità della cinghia e le mani alle aste, si addossavano il gran carico, ansando e sudando come.... bestie. Da ciò il loro soprannome di _mastru_ o _vastasu di cinga_ (facchino da cinghia), il quale, ridotto a quello semplicissimo di _cinga_, è giunto fino a noi, in un traslato di dispregio di uomo che faccia e goda di fare atti incivili e bassi della peggiore specie.
D'altra condotta e foggia i portantini padronali. Come parte del servitorame d'una nobile casa vegetavano nelle anticamere, e conoscevano a menadito tutte le forme della buona creanza e del _bon ton_. Ad un cenno di Sua Eccellenza la Principessa, o la Duchessa, o la Marchesa, e quando occorresse, di sua Eccellenza il Principe, o il Duca, o il Marchese, erano in completo assetto di livrea, parrucca, nicchio gallonato; assetto oh quanto scomodo, che rendeva loro difficile il servizio, cui non bastavano ad alleviare aste artisticamente intagliate, nè cinghie vellutate, come le catene d'oro non renderebbero meno penosi i dolori della schiavitù.
Di sera, quando portavano a veglie ed a festini la dama, si aggiungeva loro un numero di sei, otto paggi, che reggevano torce accese, le quali essi, appena arrivati nel vetusto palazzo, si affrettavano a spegnere nei buchi nascosti dietro le porte dei vestiboli.
Bella o brutta che fosse la portantina, l'andarvi dentro per affari costava. Un _viaggio_, o per dir meglio, una corsa pel Cassaro o per la Strada Nuova pagavasi due, tre tarì; poco o molto di più fuori città: spesa non a tutti consentita dal proprio bilancio. C'erano, è vero, i carrozzini; ma in paragone delle molte e molte sedie volanti, e del gran numero di carrozze signorili, potevano dirsi pochissimi, o bisognava contentarsi di quelli del noto _Vituzzu_.
In tanta scarsezza, un giorno, certo Antonio Bruno, accorto commerciante, concepisce un'idea ardita per allora, ma pratica; quella di acquistare un numero di carrozzelle nuove e di metterle a disposizione del pubblico; pagamento d'una corsa, un tarì (cent. 42). Fu una gran pensata! Il pubblico le accolse con gran favore, e dal prezzo veramente medio del _tarì_ o _tariclu_ prese a chiamarle _tarioli_.
Se non che, la nuova impresa non poteva non danneggiare l'antica delle portantine, e dal primo apparire dei tarioli i lettighieri se ne risentirono. Si principiò col sorriso del giocatore che perde; seguì la derisione dei cocchieri dei tarioli, e quando gl'interessi del mestiere cominciarono, col considerevole sviluppo dei nuovi veicoli, a pericolare, vennero gl'insulti, le ingiurie, i battibecchi, le zuffe, a sedar le quali occorse l'intervento della Polizia. I tarioli si moltiplicarono; nel solo Piano della Marina, rimpetto la Vicaria, sotto le torve occhiate dei portantini della vicina _posta_, se ne contarono fino a trenta il giorno. Nel 1785 i trenta erano ottantacinque, e due anni dopo, centoventuno, che, secondo una opportuna ordinanza del Capitan Giustiziere, portavano già segnato in cassetta il numero progressivo del ruolo[258]. Oltre i _fiacres_ ordinarî, erano nel medesimo Piano calessini a due ruote, coi quali, come a Napoli, si poteva andare in mezzo alla più fitta popolazione[259].
[258] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII. _G. Alessi_, _Prontuario di alcune noterelle ammassate brevemente alla rinfusa_, n. 6. ms. Qq. 15 7 della Bibl. Com. di Palermo.
[259] _Hager_, _Gemälde_, p. 117.
L'uso di questi e di altrettali veicoli divenne così comune che forse più non si sarebbe potuto, date le condizioni topografiche della città ed i bisogni degli uomini d'affari. Questo stesso avvenne fuori Palermo. Il _Giornale di Commercio_ ed il _Giornale di Sicilia_ ne annunziavano sempre qualcuno in partenza per Partinico, indicando posti vuoti per passeggieri che volessero profittarne. N'erano proprietarî, ciascuno per proprio conto, Matteo D'Aquila e Girolamo Montalbano. Quest'ultimo nome è giunto fino a noi come ditta di carrozze corriere per l'Isola, e specialmente di carrozze per la città, ed è finito in quell'azzimato nanerottolo che nella sua altezza di una spanna, colla sua posa di personaggio importante, esigeva rispetto (e se lo faceva portare) da chi potesse aver la tentazione di ridergli in faccia al solo vederlo.
Carrozze si annunziavano anche in vendita: e le offerte giornaliere erano di carrozzini, di calessi come di «_vis-à-vis_ con aste di ferro», di berlingotti, di «carrozzini di gala» e di «carrettelle per campagna, che si chiudono intieramente»[260].
[260] Vedi _Giornale di Commercio_ (1794) e _Giornale di Sicilia_, che tenne dietro ad esso.
Tanto favore, non nuovo nè eccezionale, è espressione dell'indole palermitana molto proclive alla vanità ed alle apparenze, e risponde alla condizione delle cose del tempo ed allo spirito d'imitazione di ciò che facevano gli altri, nel campo suggestivo della moda. La passione per le carrozze, quasi innata in molti Siciliani, avea modo di affermarsi specialmente nella Nobiltà; in seconda linea, nel ceto medio; quindi, in qualsivoglia persona che avesse da poter comprare, o presumesse mantenere un carrozzino pur che sia. Le cronache cittadine abbondano di notizie su questo argomento, avvalorate dalle relazioni dei viaggiatori. Due di questi, senza essersi veduti nè intesi mai, nel medesimo tempo (1777), trovarono «prodigioso il numero delle vetture». Uno, l'abate de Saint Non, notava esser «così proprio dei Palermitani il gusto di farsi portare, che la carrozza era diventata oggetto di prima necessità in un clima costantemente bello; godimento per godimento, spesso ottenuto con sacrificio delle cose più utili alla vita»[261].
[261] _De Saint-Non_, _op. cit._, v. IV, part. I, p. 143.
Un altro, parlando del Cassaro e della Strada Nuova, nella seconda metà di Maggio diceva: «La sera, il gran numero di botteghe e di caffè illuminati, gli equipaggi che vi corrono rischiarati da torce, la poveraglia che vi preme, nella principale e più larga di queste strade (intendi il Cassaro) vi richiama allo splendore ed al fracasso della Via St. Honoré di Parigi. I Siciliani vanno soltanto in carrozza; per una persona agiata non sarebbe niente decente fare uso delle proprie gambe. Le vetture sono moltissime, ed i forestieri possono procurarsene di veramente buone per sette, otto franchi al giorno»[262].
[262] _Sonnini_, _op. cit._, t. I, p. 43.
La inclinazione alla carrozza, in gente che aveva buone gambe, nel tempo che la città chiusa non girava più di quattro miglia, e tutti gli affari si potevano sbrigare nelle poche vie maggiori, fu primamente rilevata da Brydone, e fino a certo punto messa in dubbio da de Borch; ma, per quello che diremo, è vera, verissima.
Il testimonio più sicuro del tempo, Villabianca, sotto la data del 1782, scriveva: «Ai dì nostri il mantenimento delle carrozze è un lusso de' nobili, credendo il volgo doversi reputar soltanto cavaliere colui che ha carrozza e non va a piedi come le persone minute». Ecco adunque la vettura segno manifesto di ricchezza. «Cangiano i tempi (continua il sincero, ma aristocratico diarista), e sempre più invade la moda corrente di tener carrozze per far mostra ognuno di sua nobiltà e del carattere di sua persona, se non vogliam dire per una forza di frenesia che ha invaso le persone degl'ignobili e molto più coloro che per la ristrettezza degli averi non potrebbero farlo [com'è vero quel che trovò de Saint-Non su questo godimento, ottenuto col sacrificio delle cose più utili!...]; il che può bene compararsi all'antica moda, che è oggi in disuso, di mantener schiavi in servizio di lor casa»[263].
[263] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 410.
I dati statistici confermano questa notizia.
Fino al 1647 soltanto le dame della prima aristocrazia si servivano della carrozza. Gli uomini andavano a cavallo, ed i ministri regi del Sacro Consiglio, i Presidenti ed i giudici, in chinea bianca, preceduti da valletti e con gli algozini a fianco, che portavan alto le verghe della potestà. Ebbene: fino a quell'anno le carrozze non erano più di 72. Un secolo e trentacinque anni dopo, nel 1782, erano più che decuplicate: 784! senza, contare le timonelle, le carrozze dei militari, dei signori regnicoli (provinciali), e non so quali altri veicoli del genere.
Questa la ragione dell'eccesso di vetture notato dagli stranieri.
Eppure esso sarebbe stato comportabile, anche nel suo movimento vertiginoso, se gravi inconvenienti non lo avessero accompagnato nelle solite vie maggiori. Cocchieri padronali che voglion sopraffare cocchieri da nolo; padroni che lasciano soverchiare, anzi impongono ai loro cocchieri che soverchino il pubblico dei pedoni e passino primi ed oltre, quali che i pedoni siano; carrozze e portantine che si fermano a tutto comodo ed a tutta jattanza di chi vi è dentro, od escon dalle file prescritte dall'autorità, invadendo il limitato spazio ed arrestando il passaggio, non pur loro, ma anche di quanti debbono o vogliono andare a piedi: ecco quello che si vede tuttodì. Ciò che oggi si dice _'mbrogghiu di carrozzi_ (inviluppo, confusione; impedimento di libero corso) trae appunto da questo abuso, che nè raccomandazioni, nè minacce, nè punizioni, nè multe riuscivano ad infrenare[264].
[264] Vedi in proposito il bando viceregio di Marcantonio Colonna di Stigliani in data del 12 Settembre 1777, che ne richiama un altro del 23 Giugno 1767.
D'altro ordine sono le disposizioni del Senato pel tragitto per le feste di S. Rosalia, del Senato pel passeggio e le fermate delle carrozze, dei calessini, delle sedie volanti, delle persone a cavallo nel Cassaro per le feste di S. Rosalia. Notiamo, p. e., quella del 10 Luglio 1796.
Di siffatta jattanza volle trarre partito per migliorare certe vie della città, battute di continuo da veicoli e da uomini, il Vicerè Caracciolo.
Amico di lui era il Regalmici, che non poteva non approvarne le audacie edili; e di questi erano amici, e del Vicerè ammiratori, il Sorrentino, il Prades, il Castelnuovo, il Cefalà, sulla energia dei quali poteva fare sicuro assegnamento.
Allora, guardando alle deplorevoli condizioni delle strade ed al guasto che tuttodì veniva ad esse dalle carrozze, pensò come da tanto male trarre altrettanto bene: richiamò certa disposizione di una tassa annuale di tre onze non prima applicata, e ne decretò l'attuazione per la durata di soli quattr'anni, tassa da pagarsi da tutti i padroni di carrozze. Ciascuna rata avrebbe dato un introito di 2352 onze all'anno, e questa sarebbe bastata al lastricamento di una parte delle vie Toledo e Macqueda.
Dodici onze, per quanto scompartite, erano una spesa, ed i proprietarî di carrozze si misero a sbraitare. -- «A buoni conti (mormoravano) che si pensa di fare questo paglietta?... (_paglietta_, come si sa, nobili e civili chiamavano il Caracciolo). Di punto in bianco vuole aggiustare il mondo! Dopo di essersela presa con Dio ed i Santi, viene a prendersela con la Nobiltà, solo perchè essa ha delle carrozze». -- «Sta a vedere (osservavano altri) che il Cassaro, la Strada Nuova vanno in rovina per noi! come se le carrozze delle Autorità non sciupassero il pavimento esse pure!...». E con queste ed altre querimonie molti si accordarono di non cedere, o, tutt'al più, di cedere solo alla forza.
La Deputazione incaricata della nuova tassa, sicura dell'appoggio vicereale, si disponeva ad energiche risoluzioni. Venne l'ora delle riscossioni, e mentre molti imprecando pagavano, altri si rifiutavano bravando. Allora s'impegnò una lotta accanita, ma disuguale; piovvero le coerzioni giudiziarie. Il Governo, limitando la libertà personale, che era sua recente preoccupazione, faceva pegnorare molte carrozze: questa sorte toccò anche alla Marchesa Geraci. Alle pegnorazioni seguirono le vendite. Il Duca Colonna di Cesarò con gran rumore e generale dispetto vide portata via la sua carrozza alle Quattro Cantoniere, dove, tra perchè il provvedimento pareva odioso e perchè la popolazione era ostile, nessuno volle comperarla.
I ricorsi alla Corte di Napoli non tardarono: e la Corte fece dare alla potente Marchesa soddisfazione del pubblico affronto; ma permise sequestri alle rendite dei morosi. I nobili ne sorrisero; i Deputati per le strade sogghignarono; gli uni e gli altri in apparenza soddisfatti; in sostanza scontenti, perchè, correggendo la forma, il provvedimento regio lasciava le cose come stavano.
Esenti dalla nuova tassa e quindi liete rimasero le timonelle e i _carriaggi_ comuni di persone del popolo.
Così davasi opera ai lastricati (_balatati_; 21 marzo 1782), che poi dovevano costituire la gloria non solo del Regalmici, ma anche di altri Pretori.
Quasi contemporaneamente avveniva un fatto che ha relazione col nostro argomento.
Menava gran vanto di sè una certa Unione di locatarî di vetture e di cavalli, la quale accampava non so che diritti di privativa concessi dal Senato. Un D. Vincenzo Bosio, rappresentante di essa, visto che gli affari della Società non andavano bene, pensò di richiamarsene al Vicerè.
Evidentemente D. Vincenzo non conosceva l'uomo: e l'uomo, appena letto il ricorso e sentito il parere della giunta dei Presidenti e del Consultore, scrisse al Senato una delle sue taglienti lettere annunziandogli di avere sciolta l'Unione, cancellati i capitoli di essa e conceduto piena libertà ai privati di prendere a loro scelta vetture e cavalli[265].
[265] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl_., v. XXVII, pp. 410-14. -- _Provviste del Senato_, a. 1784-85, pp. 381-82, 468. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1791, p. 7.
Torniamo alla tassa. Scorsero i quattr'anni prescritti, e si sperava non se ne sarebbe più parlato; ma essa venne inasprita con la inclusione di altri veicoli non tenuti di conto dianzi. Il 16 marzo del 1786 si torna a pubblicare il bando sopra le carrozze con la seguente gradazione di imposta: carrozze padronali, onze tre; birocci, timonelle, ossia _tarioli_, _canestri_ a due cavalli senza cocchiere, padronali o di affitto, due; _carriaggi_ ad un cavallo, carri da buoi, carretti, da città e da fuori, onza una e tarì quindici; sedie volanti, onza una[266].
[266] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, p. 625.
Stavolta le mormorazioni dei nobili trovarono eco tra' civili e tra' plebei, e nessuno potè negare che l'esempio del Caracciolo era stato fatale anche alla povera gente, che per un tozzo di pane dovea lavorare giorno e notte all'aria aperta, alla pioggia, al sole, al vento, e di questo scarso pane farne parte in danaro alla Deputazione per le strade. Quello poi che toccava il colmo era la gravezza sulle seggette, per le quali incominciava già la crisi della concorrenza dei _tarioli_, e la fatica era, più che da uomini, da bestie.
La tassa rimase fissa per gli anni che seguirono, e l'ottocento, sotto questo punto di vista, ereditò dal settecento un introito sicuro di quasi tremila onze all'anno.
Scorrendo la lista dei tassati per quartieri nel giugno del 1801, sorprende la differenza tra alcuni di essi. Quello di Siralcadi (Monte di Pietà) era 559 onze; quello della Loggia (Castellammare), 645,15; l'altro dell'Albergaria (Palazzo Reale), 650,15; quello, infine, della Kalsa (Tribunali) 1071,15: totale 2926,15.
Donde tanta grazia d'involontarî contribuenti nel quartiere dei pescatori della Kalsa? È chiaro: dal maggior numero di signori che vi abitavano.
_Capitolo XIII._
_ABITUALE ASSENZA DEI PROPRIETARII DALLE LORO TERRE; TRISTE CONDIZIONE DEI CAMPAGNUOLI._
Una barbara parola recente, _assenteismo_, risponde alla inveterata abitudine di certi signori, di stare lontani dalle terre o dalle tenute di loro proprietà.
Quest'abitudine, divenuta sistema, era ordinaria e quasi comune. Vuoi per naturale ignavia, vuoi per carezzevole inclinazione alle beatitudini dei grandi centri, vuoi per difetto di sicurezza e di strade, essi abbandonavano a gabelloti i loro fondi. Li abbandonavano anche per altra ragione, o per altra serie di ragioni. Villani poveri, spesso impossibilitati a pagare, anticipazioni che occorreva far loro, lamenti sull'anno cattivo, sulle piogge abbondanti, sulle inondazioni devastatrici, sulle prolungate siccità; malsania insidiosa e letale di lunghi tratti di terreni, distoglievano dal tenere per proprio conto fondi, nei quali increscevole tornava loro lo stare. I baroni riconobbero molto commodo essere in relazione con una sola persona che pagava puntualmente ed anche anticipatamente[267]; si separarono dalla terra e dai coltivatori, e si ridussero nelle città inciprignendo così una piaga già da lungo tempo aperta.
[267] _G. Salvioli_, _Il villanaggio in Sicilia e la sua abolizione_, p. 25. Roma, 1902.
I viaggiatori più spassionati, giungendo da Messina o da altri paesi dell'Isola per via di terra a Palermo, ne rimanevano impressionati, e non potevano non prenderne nota. «Noi trovammo, dice de Saint-Non, i nostri baroni palermitani passare voluttuosamente la vita in molle e dolce ozio mangiando a due palmenti il prodotto di quella loro terra che essi non visitarono mai»[268]. Il naturalista Stolberg, fermandosi un giorno (4 giugno 1792) nell'ampio, abbandonato palazzo del Marchese di S. Croce, di qua da Mongerbino, messosi a conversare con l'ospitale castaldo, potè per sicure informazioni scrivere che «questi palazzi non hanno mai visti i loro proprietari: e che vi son baroni, morti senza aver mai visitati i loro beni»[269].
[268] _De Saint-Non_, _op. cit._, v. IV, I. part., p. 156.
[269] _Zu Stolberg_, _Reise_, III, p. 316.
A siffatti inconvenienti alludeva Paolo Balsamo quando nel maggio del 1808, presso il Ponte di Vicari, si permetteva di raccomandare al Principe di Fitalia che con le sue splendide carrozze e livree trottasse di meno nella passeggiata della Marina e di Toledo, e che invece cavalcasse di più per le campagne[270]. Eppure il Fitalia era uomo molto serio!
[270] _P. Balsamo_, _Giornale_, p. 14.
Questa lontananza si rifletteva sulla cultura delle terre e su coloro stessi che dovevano attendervi. Un mediocre ma pomposo economista palermitano del tempo, dopo avere riconosciuto il principio che in un paese agricolo come la Sicilia le campagne debbano essere popolate più che la città, lamentava la pratica siciliana del tutto contraria, cioè che non si pensasse a popolare la campagna, e che di tutte le popolazioni dedite all'agricoltura non si formasse una città sola. E, con vedute nuove tra i suoi contemporanei, aggiungeva: «che in essa tutti i coltivatori che voltarono le spalle alle campagne si ammettono tra il numero di domestici; e per nostra maggiore vergogna si lasciano unire al folto stuolo dei poveri volontarj e sovente dei vagabondi viziosi. Con ciò si accresce il lusso, si moltiplicano le spese, ed intanto! Ed intanto la nazione diviene sempre più miserabile»[271].
[271] _Dom. Giarrizzo_, _Prospetto dei saggi politici ed economici su la pubblica e privata felicità della Sicilia_, p. 23. Palermo, G. Sulli, MDCCLXXXVIII.
Anche questo fatto era evidente pei forestieri, ed uno tra i più temperati osservava: «Le abitazioni son troppo lontane dai fondi. Il contadino perde quattr'ore il giorno per andare e venire. Stanco di queste gite, ha poca energia di lavorare. Bisognerebbe trovar modo di diminuire tanta perdita di tempo e di accrescere le abitazioni rurali. Qua e là i lavori mi son parsi solo per metà compiuti: nè io saprei dire se per difetto di braccia o per mancanza di danaro; il che però non si riterrà improbabile quando si pensi che nella raccolta dei frutti non si attende che maturino.
«Il contadino diviene proprietario con un censo ch'egli paga al suo padrone. A questo censo, molto acconcio a moltiplicare i coloni ed a migliorare il suolo, bisognerebbe aggiungere la costruzione di vie praticabili, in guisa da rendere agevole ed a buon patto la circolazione delle derrate e soprattutto del grano, il cui trasporto vien compiuto a schiena di mulo, e perciò con difficoltà, lentezza e spesa»[272].
[272] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XII, pp. 168-69.
Su quest'altro punto i lamenti dei forestieri non hanno riserbo. Münter, andando da Palermo ad Alcamo, rilevava, cosa notata dianzi, che la strada buona non andava oltre Monreale. «Al di là non si trova quasi vestigio di pubblica via carrozzabile, e quindi l'unione ed il traffico tra le città siciliane sono straordinariamente impediti, ed in certi punti, quando la neve cade in abbondanza, tagliati. Invece di strade, oltre quel paese, non sono altro che sentieri, su dei quali appena due cavalli possono andare tra loro vicini: e perchè l'intera contrada è molto montuosa e di nude balze ripiena, così tali passi sono assai ripidi, formando al tempo stesso delle tortuosità che allungano sino a trenta miglia circa la strada da Palermo ad Alcamo, che in linea retta non sarebbe più di diciotto»[273].
[273] _Münter_, _op. cit._, vers. di F. Peranni, ecc., v. I, p. 28. Palermo, 1823.