La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Part 13
«A Terranova, il posto più vicino a Malta (racconta quest'ultimo), dovemmo stare dai Francescani; a Taormina, dove è il più splendido teatro antico ed uno dei più bei panorami, ai Cappuccini. Quivi fui messo insieme con un ricco americano lasciandosi il nostro discreto seguito a bussare per oltre mezz'ora senza aprirglisi; tanto che dovette andare da un calzolaio, nella seconda ordinaria locanda di quella città, dove pure la bella Principessa di Belmonte, figlia del Marchese Verac, poco tempo innanzi avea passata la notte, non osando recarsi, per ragione della clausura, al Convento. Così dovette pure rassegnarsi a fare Mylord Wicombe, figlio di Lord Landsdowne, col quale un anno prima (1796) io era stato a Segesta, desinando ora in una cucina, ed ora in una stalla»[237].
[237] _Hager_, _Gemälde_, p. 130.
Del difetto di locande facevano ripetuti lamenti i viaggiatori, senza che nessuno sapesse o volesse darsene conto. «Il paese non ha locande!» dicevasi; e non si considerava che la Sicilia non sempre nè per molti era centro d'affari, e che per venirci occorreva una gran forza d'abnegazione, una ferma volontà e quattrini da spendere.
Pochi quindi ci venivano, e non tali che ad una industria sicuramente lucrosa incoraggiassero i paesani, pei quali, peraltro, in ragione della indole e delle abitudini, il tornaconto della impresa industriale, manifatturiera, commerciale che si tenti, dev'esser certo, largo ed immediato.
Solo un accorto tedesco, nel secolo XIX, capì la cosa e con molto senso pratico osservò: «Quello che gli Inglesi chiamano _comforts_, si cercherebbe invano in Sicilia.... È invece da maravigliare che non si stia peggio. Se non vi sono alberghi, gli è che non vi sono viaggiatori: e chi viaggia non cerca albergo, e va a casa sua o a casa d'amici. Il popolo basso non viaggia punto.... Come possono le osterie esser bene assestate, se esse vengono visitate di rado da viaggiatori, almeno da Siciliani? Quando un Siciliano di conto si mette in viaggio, porta con sè quasi tutto l'occorrente; un corriere lo precede per mettere in assetto il quartiere da notte nel vuoto palazzo d'un ricco amico; il signore viene trasportato, in lettiga chiusa, da agili muli a grandi giornate, e trova tutti pronti al suo arrivo. Le persone del ceto medio hanno come da noi [tedeschi] raccomandazioni presso i loro conoscenti nei paesi vicini; la classe infima non viaggia quasi punto, o dorme di convento in convento. Aggiungi un'altra circostanza: i paesi importanti sono nelle coste, dove si può andare in barca, e dove i disagi son sempre minori di quelli per terra. Nel nostro lungo viaggio a traverso l'Isola, il quale da Palermo a Messina non è stato meno di 150 miglia e mezzo tedesche, noi abbiamo potuto incontrare forse tre o quattro lettighe, solo con alti dignitarî ecclesiastici in giro per le loro diocesi»[238].
[238] _Wanderungen_, p. 338.
E questo, nientemeno, nel 1822, dopo trenta anni che il Rezzonico avea scritto: «Manca in una sì chiara città una buona locanda, perchè mancano i forestieri: e così per tutta la Sicilia fino a Siracusa»[239].
[239] Vol. I, pag. 3.
In Palermo però, anche ab antico, le cose andavano diversamente[240]. Paesani e forestieri che potessero spendere, vi trovavano un albergo superiore ad altri (così almeno dice Hager) del Continente, e nel quale si poteva stare con una certa comodità: era quello di una signora provenzale, presso Porta Felice, dirimpetto alla Casa dei Teatini, ora Archivio di Stato. Quivi per mezzo secolo, dalla metà del settecento, presero alloggio non solo i principali benestanti dell'Isola che non avessero parenti od amici dove albergare in Palermo, ma anche gli stranieri più illustri. Conosciuto per un breve ricordo del Villabianca[241], esso accolse, tra gli altri, Brydone nel 1770, Sonnini nel 1777, de Saint-Non nel 1782. Ora una lapide murata sul portone, ricorda che
GIOVANNI VOLFANGO GOETHE DURANTE IL SUO SOGGIORNO A PALERMO NEL 1787 DIMORÒ IN QUESTA CASA ALLORA PUBBLICO ALBERGO.
[240] Esempio: in una pergamena del Tabulario del soppresso ospedale di S. Bartolomeo in Palermo, in data del 7 Aprile 1417, Xª indizione, parlandosi della vendita d'un grande albergo, in contrada S. Biagio (Palermo), e descrivendosene i varî corpi, lo si specifica: _cum cortilibus, cammaris et aliis domibus cohopertis et discopertis_ (terrazze). _A. Flandina_, _La sala delle dame in Palermo_, p. 5. Palermo, 1799.
[241] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, pp. 70-71, scriveva: «Madama di Montagna. Locanda nobile nel Cassaro morto del braccio Kalsa. Viene conosciuta sotto il nome di locanda di Madama di Montagna, ch'è appunto la degna dama che la mantiene. Questa è l'unica locanda che ha somiglianza con le locande di fuori regno, e in conseguenza vi prendono stanza tutti i forestieri e gran signori, che vengono in Palermo per diletto di viaggiare».
Piccanti le osservazioni del Brydone intorno a questa locandiera, Madama de Montaigne, al cui ritratto l'arguto giovane inglese consacrava alcune pagine. «Non essendovi se non un solo albergo in Palermo, noi [Brydone ed un suo amico, compagno di viaggio] dovemmo accettare le condizioni che ci vennero fatte: cinque ducati al giorno. Siamo alloggiati poco comodamente; ma è questo il primo albergo che abbiamo in vista in Sicilia, e, difatti, può dirsi l'unico in tutta l'Isola.
«Lo tiene una francese chiacchierona e fastidiosa, la quale io temo ci debba dare molto fastidio; non c'è verso di tenerla fuori le nostre camere, e non viene mai senza raccontarci che il principe tale e il duca tal altro furono sommamente lieti di stare da lei. Ci è facile capire che tutti quanti dovessero essere cotti di lei; la quale perciò pare si abbia a male che non lo siamo anche noi. Mi è stato giocoforza dirle che noi siamo gente molto ritirata, e che la compagnia non ci piace abbastanza; onde essa, come io mi sono accorto, non ci tiene più in pregio; e questa mattina (19 Giugno 1770) traversando io, senza dirle parola, la cucina, la ho sentita esclamare: _Ah mon Dieu! comme ces anglois sont sauvages!_ Io credo che dovremmo avere per lei maggiori attenzioni, altrimenti ci vedremo aumentar la pigione. Ma la è grassa come un maiale e brutta quanto il diavolo, e s'imbelletta talmente le due grosse gote che si direbbe essersi intonacata di Marocco rosso».
Brydone prosegue la sua descrizione fermandosi sui ritratti di lei e del marito attaccati alle pareti della stanza di lui e sopra un certo scambio di parole tra lui e lei, la quale avrebbe dato il tema di quei ritratti al pittore; e conclude:
«Benchè sia stata vent'anni qui, madama è restata così perfettamente francese come se non fosse mai uscita da Parigi, e guarda da alto in basso e con grande disprezzo ogni donna di Palermo sol perchè le palermitane non hanno mai avuto la fortuna di vedere quella capitale, nè di udirne la musica sublime dell'Opera»[242].
[242] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXI.
Questo severo giudizio sull'albergatrice d'allora in Palermo fu alcuni anni dopo comunicato in francese a lei stessa da un suo connazionale, l'ingegnere Sonnini. «Madama montò in collera, e dimostrò (parla il Sonnini) che Brydone s'era male apposto giudicandola una chiacchierona; e mi raccontò certi aneddotuzzi, pei quali aveva dovuto pregare l'inglese di procurarsi un altro alloggio; ed essa mi fece in proposito un capitolo altrettanto lungo quanto quello di Brydone»[243].
[243] _Sonnini_, _Voyage_, ch. IV.
Sicchè si conferma anche qui l'antico avvertimento morale, che bisogna sentire da tutte e due le orecchie.
Ad evitare pettegolezzi, lasciamo dunque la locanda della signora de Montaigne; ma, gittando un'occhiata all'ultimo piano di essa ed ai balconi che danno nel Cassaro, noi, con gli occhi della mente, vediamo ancora il giovane Goethe sulla terrazza, estasiato nel godimento del mare, del cielo e del Pellegrino, ch'egli non cessa di proclamare il più bel promontorio del mondo[244].
[244] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 3 Aprile 1787.
In occasioni eccezionali quest'albergo non bastava, e si era costretti a ricorrere ad altri, quanto, oh quanto diversi!
L'Ab. Richard de Saint-Non, giunto a Palermo coi suoi amici artisti il 2 Luglio 1778, trovò le locande affollate di forestieri venuti a vedere le imminenti feste di S. Rosalia. «Noi, egli dice, non potemmo alloggiare là dove ci si era proposto di andare, in un albergo tenuto da una francese, che è il conforto ordinario dei viaggiatori a Palermo; ma lo fummo in una casa che dà sul porto vecchio».
Quale poteva essere questa casa? Ce lo dice la tradizione. Da più d'un secolo la _Locanda del Commercio_, a Porta Carbone, sulla Cala (porto vecchio) riceve provinciali e forestieri di assai modesta condizione.
Ora, sia questa dell'Abate francese, sia quella del cav. viennese de Mayer, fatto è che mitissime ne erano le spese, e non solo nella Capitale, ma anche in Messina, in Catania e, in generale, in tutta l'Isola[245].
[245] _R. De Saint-Non_, _Voyage_, t. IV, p. 139. -- _De M[ayer]_, _Voyage_, p. 212.
Poichè tanto di quest'argomento degli alberghi, quanto di altri simili non è stato scritto nulla finora, ci si consenta di aggiungere, sorpassando il settecento, che il posto di Madama de Montaigne fu preso dall'_Albergo della Gran Bretagna_ nella Piazza Marina, che avea balconi sul Cassaro, a pochi passi della Chiesa della Catena. Nessuno ne dice male; anzi il tedesco G., che si divertiva tanto a guardare la gente andare avanti e indietro, ne dice molto bene.
La locanda di Tegoni sulla medesima piazza, là dove sorse molto più tardi l'«Hôtel d'Italie», divenne la principale del suo tempo. Durante la rivoluzione del 1820 vi stette il Generale Church[246].
[246] _De Bernardis_, _Rivoluzione di Palermo del 1820 espressa in diciotto incisioni_.
I Siciliani che si recavano a Palermo, o eran dei signori, ed avevano dove andare; o eran dei miseri mortali, e cercavano le locande d'infimo ordine, delle quali la città era fin troppo provvista. Dicendo _locande_, noi intendiamo le meschine, poco decenti stamberghe di Lattarini; dove anche nel settecento erano accentrate, e, come ai dì nostri, frequentate dai provinciali che venivano per liti in tribunali, per contrattazioni con proprietari e signori, per compre e vendite. Ma altre ve ne avea un po' qua, un po' là: nel piano della Fonderia, alla Fieravecchia, presso la parrocchia di S. Giacomo, proprietà della Chiesa di S. Maria la Nuova, del convento di S. Domenico, di Asdrubale Termine di Vatticani e dello Spedale grande e nuovo.
E lì, a Lattarini, mettevano le vie dei Bordonari (_mulattieri_) e dei Cavallari, gente che viveva guidando bestie da soma e da tiro. Aggirandoci per tutta la contrada, noi possiamo anche oggi riconoscere il fondaco d'Agnuni, quello dell'Oglio o fondaco grande o del Sù Rosario, il fondaco piccolo dell'Oglio e, per non dire d'altro, quello della Calata dello Spedale grande all'Albergaria e di S. Cosimo a Siralcadi.
Quali le difficoltà del viaggio, tali quelle del carteggio.
Per limitato che fosse l'uso dello scrivere, ai bisogni più comuni esso non poteva mancare. Tra Napoli e Palermo la corrispondenza era attiva; più attiva però quella tra i varî paesi dell'Isola, specialmente con la Capitale, alla quale per ogni ragione di negozî tutti si rivolgevano.... V'erano i _serii_, o corrieri espressi, per affari urgentissimi; ma non tutti potevano permettersi la spesa occorrente, e si era costretti a far capo alla correria ufficiale (posta), che a periodi partiva ed a periodi avrebbe dovuto arrivare.
Esiste a Palermo anche oggi, innanzi il palazzo Bosco di Cattolica, una piazzuola detta della _Correria vecchia_. Quivi fino al 1734 fu la posta dei corrieri, donde in quell'anno passò al Piano dei Bologni, nel Palazzo de' Villafranca, i cui padroni aveano il diritto ed il privilegio della correria. Andate ad immaginare un servizio pubblico di questo genere in mano a privati, per quanto egregi e rispettabili come i Villafranca! Eppure altro che questo si vedeva nei tempi andati! nei quali, ufficî e dignità retribuite erano non di rado concesse contro pagamento, costituendo un vero e proprio privilegio. Il Governo spagnuolo spillava danaro da tutte le parti ed in tutte le guise, e quando la Casa Alliata de' Principi di Villafranca, per avere il monopolio dei servigi postali, offrì a Carlo VI cinquantamila fiorini contanti e centomila in soggiogazioni, Carlo non esitò un istante ed intascò bel bello quei cinquantamila.
«Nei primi tempi del viceregno del Caracciolo s'intesero lagnanze circa il servizio di correria. Pieghi disserrati e di nuovo chiusi, attrassi (ritardi) di consegna di lettere per replicati procacci cagionarono risentimenti. Il Duca Pietro Alliata e Gaetani, Luogotenente allora di Corriere maggiore del Regno, fu accusato d'indolenza dal Caracciolo alla Corte di Napoli. La verità è che si vollero rimettere in campo i diritti inalienabili del Demanio, il potere regio, per sottrarlo alla Casa Villafranca». Questa si difese, ed il Governo dovette provvisoriamente pagarle la cospicua somma di 92,000 ducati prima di poter prendere per conto suo l'esercizio di corrispondenza, che si affrettò a concedere ad appalto ritraendone un profitto annuale tra le undici e le quattordici mila onze[247]. La gazzetta degli _Avvisi_ di Napoli, in uno dei suoi numeri del 1786, scrivea che il Principe di Villafranca si era rassegnato ai voleri del Sovrano, e soggiungeva:
[247] _Ortolani_, _Sulle antiche e moderne tasse della Sicilia_, p. 49. Palermo, 1813.
«La posta in Sicilia sta per mettersi sopra un piede molto più rispettabile e più vantaggioso per la nazione. Le lettere del lato orientale per Napoli non aspetteranno sette giorni a Messina; quelle di città vicine come Alicata e Terranova non attenderanno quaranta giorni per le risposte, e procacci pubblici assicureranno il trasporto interno delle merci».
E cominciava la riforma.
La Posta dal palazzo Villafranca passava all'Ospizio degli arcivescovi di Monreale, nella casa, cioè, di S. Cataldo di fronte all'attuale Università degli Studî ed al lato meridionale del palazzo pretorio. Giuseppe Gargano veniva nominato primo ministro di posta e Luogotenente di Corriere maggiore pel Governo (questo Gargano era il Segretario del Vicerè). I corrieri dalla livrea di Casa Alliata passavano alla divisa (montura) turchina e rossa come le truppe, con una placca d'argento sul petto, rappresentante le armi regie, ed uno sciabolotto a fianco. Nel palazzo Villafranca rimaneva soltanto, e rimane anche oggi, l'archivio della correria di tutta la Sicilia e la vecchia buca delle lettere, che forse nessuno ha mai veduta.
Il dì 7 Aprile del 1787, Sabato Santo, la gente si accalcava innanzi ad un foglio di carta attaccato alla porta nel nuovo ufficio, nel quale era quest'avviso manoscritto:
«L'Officina della distribuzione delle Lettere del Regno in tutti giorni della Settimana, fuori del Sabato, resterà aperta la mattina per tre ore sino al mezzogiorno, e il dopopranzo dalle ore 21 sino alle 23. L'Officina delle Lettere di fuori Regno resterà aperta per tre giorni consecutivi dopo l'arrivo della Staffetta nelle ore della mattina e del dopo pranzo come sopra dinotate, e negli altri giorni solo dopo pranzo dalle ore 21 sino alle ore 23»[248].
[248] _Villabianca_, _Diario_ inedito, 1787, p. 127. Vedi pure _Torremuzza_, _Giornale della città di Palermo_, p. 234. Ms. Qq. H, 2 della Bibl. Com. di Palermo.
Era una riforma anche questa, che segnava un gran passo nella vita commerciale privata e pubblica.
Una nota del Marzo 1799 in Villabianca ci fa sapere che per la guerra di Napoli il Re era servito da due pacchetti accompagnati da fregate e navi da guerra che da Palermo andavano a Livorno, «luogo di correria per l'Europa». La posta partiva ogni quindici giorni, di giovedì. La lettera pagava in ragione del suo peso e della distanza che dovea percorrere. Il peso era rappresentato dal foglio; e la tariffa minuta era tassativa per le lettere di mezzo foglio, un foglio, un foglio e mezzo, due fogli, e un'oncia (grammi 25) di peso. La lettera da un solo foglio per Roma pagava 36 bajocchi; per l'Italia, 48; per Germania, Inghilterra, Olanda, 60; per la Spagna, 96; per Costantinopoli, 128[249]: il che vuol dire che la tassa di una lettera ordinaria costituiva il guadagno d'una, due giornate d'un maestro, d'un impiegato!
[249] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 327-28.
Nè c'è da dire che codesta gravezza di spesa fosse la conseguenza immediata della guerra; perchè, come per lo innanzi, così anche dopo, essa rimaneva la medesima. Ed ecco perchè le lettere costituivano un contrabbando: ed il trovarne addosso ai viaggiatori in vettura corriera dava ragione a multe.
_Capitolo XII._
_PORTANTINE E CARROZZE._
Chi si fosse messo a percorrere le vie principali della città, facendo una punta alla Marina e, in certe ore del giorno, fuori altre porte della città, si sarebbe sempre incontrato in portantine, o sedie volanti, o seggette, come vogliamo chiamarle.
Chi oggi fa di queste una medesima cosa con le lettighe, cade in un grosso errore. È vero, sì, che le une e le altre avevano stretta somiglianza di forma; ma diverse ne erano le proporzioni, diversi i trasportatori, diverso l'uso. Quelle erano per una sola persona; queste per due e, in ragione, il doppio; quelle per affari, per visite, per passeggiate; queste per viaggi più o meno lunghi; la sedia era portata a mano da uomini; la lettiga caricata da animali.
Le portantine però avevano comune con la lettiga e con la carrozza la qualità padronale e da nolo.
Diremo partitamente di esse.
La padronale era un'eleganza di fregi e dorature allo esterno, di ricche stoffe all'interno: le facoltà di chi la possedeva si traducevano nel maggiore o minor lusso. Dalla portantina della famiglia Sperlinga a quella di casa Trabia, quali esse ci son giunte, è una scala ascendente di particolarità l'una più bella dell'altra; imperciocchè dal severo rivestimento in pelle nera sparsa di borchie indorate dell'una, alla smagliante decorazione dell'altra, quali e quante gradazioni! Le quattro fiammoline della prima, sprigionantisi dagli angoli, quasi a difesa dell'aquila del centro, figurano come i puttini, i piccoli mostri in giro della seconda, ripetentisi venti, trenta volte innanzi, dietro, ai lati, nello sportello, nelle maniglie e perfino ai piedi: e non è spazio libero che si sottragga ad un ghirigoro, ad un arabesco qualsiasi, scolpito, intagliato, messo lì per incorniciare, nobilitandoli, quadri mitologici di Aurore, Nettuni, Sirene, Satiri, Genietti dipinti, o quasi miniati.
Rivaleggiano con questa, senza vincerla, altre portantine, dove la profusione degli ornati, congiunta alla gaiezza delle figure simboliche, inebbriatisi al profumo dei fiori onde s'inghirlandano, è tutta gaiezza d'arte.
Dentro, altre bellezze, altre eleganze. Difese a destra, a sinistra, di fronte, da tersi cristalli, riparate da rosee tendine, sopra soffici cuscinetti e molli spalliere dal colore blasonico del casato, sotto seriche bande, che da su in giù si aprono come a far largo ad una candida testolina nell'angustissimo spazio di broccati, frange, trine d'oro, stanno solennemente adagiate dame di grande levatura.
Pallido il viso, largamente scollata in alto la veste, stretta in basso per fascette che a tante grazie ammezzano il respiro, ed a chi guardi fan sognare voluttuose penombre, queste regine della nobiltà raccolgono inchini e riverenze dei passanti.
Nè solo per diporto s'incontrano nelle feste profane ordinarie, ma anche per occasioni eccezionali e rare e per ricorrenze sacre e religiose. Una delle quali è quella della visita dei _Sepolcri_ in date chiese, nella quali la esposizione del Cristo morto, nel Giovedì Santo, ha l'attrattiva di artistici tappeti di sabbia, di composizioni di fiori di passione, di rappresentazioni sacre, di splendide mostre di vasellame d'argento. Il Senato ha le carrozze sontuose che già conosciamo, ma di portantine si serve eccezionalmente per la gita al Monte Pellegrino nella festa delle quarantore dentro la grotta del Santuario. Queste portantine non son sue; forse appartengono al Pretore, o a qualcuno dei Senatori, o ad altri che si pregiano di metterle a sua disposizione per occasioni così solenni. Ne ha la Corte del Vicerè, come la Corte dell'Arcivescovo; ne hanno le più aristocratiche famiglie, come qualche ricca casa del ceto civile; ne hanno Valguarnera, Castelnuovo, Regalmici, Belmonte, Partanna, S. Marco, Cassaro, Paternò, Sandoval ed altri ed altri assai.
Mano mano che dalle alte si scende alle medie sfere, lo splendore scema, e gli stemmi si riducono a semplici velleità emblematiche.
La tradizione parla di sedie volanti nei conventi e nei monasteri. Dei Domenicani ne ricorda una, ad uso di non so qual P. Maestro, forse supremo dignitario, e probabilmente della Inquisizione prima del 1782. Portava dipinto l'emblema dell'Ordine: un cane con una fiaccola accesa in bocca e varî motti biblici, tra' quali: _Quis ascendit in montem sanctum Domini?_ da un lato; e dall'altro: _Innocens manibus et mundo corde_.
Questa portantina non vuol far dimenticare la famosa carrozza del terribile Tribunale, stata ceduta al Senato[250].
[250] Vedi a p. 76 del presente volume, e _L. M. Majorca Mortillaro_, _Lettighe e Portantine_, 2ª edizione, p. 79. Palermo, 1901.
La tradizione ricorda pure portantine nei monasteri della Pietà, delle Stimmate, di S. Vito, della Concezione, usate pel trasporto ed anche per diporto di superiore e, in casi d'inabilità fisica, di semplici suore nei giardini e nei baluardi facienti parte dell'edificio[251].
[251] Quando alcuni anni fa, il dì 4 Settembre 1899, il Cardinal Celesia volle recarsi al Santuario della Patrona di Palermo, la portantina venne apprestata dalle nobili suore del Monastero di S. Caterina. Vedi _Sicilia Cattolica_, 5 Settembre, 1899.
Nella portantina comune o da nolo l'ornamento mancava del tutto. Lo scintillio delle dorature cedeva al nero della pelle rasa. Gli usi diversi a tutto piegavano, fuori che a quello del semplice diporto. Qualche medico se ne serviva per le ordinarie sue visite; qualche magistrato per accessi giudiziarî; i predicatori per recarsi in chiesa e da chiesa a casa. A quando a quando un delinquente, sotto valida scorta, vi era chiuso dentro e portato in carcere; così del pari certi ammalati gravi dal carcere (Vicaria), prima che la infermeria vi fosse costruita, all'Ospedale grande e nuovo. I becchini poi vi ficcavan per forza e vi raccomandavano con corregge alla vita cadaveri da condurre ai Cappuccini, od al cimitero comune.
Potremmo esaminare uno per uno questi diversi stridenti ufficî; ma troppo ci dilungheremmo; l'opportunità però di certe coincidenze non ci dispenserà da notare debitori e falliti essere stati accolti in seggette fiancheggiate da poliziotti, e, come un tempo alla pietra del vitupero, condotti alle prigioni[252]; carnefici in espiazione di pena, portati sotto custodia in una piazza a giustiziare un condannato, e levatrici in tutta pompa a battezzar neonati. Nella farsa _Li Palermitani in festa_, quando nel cuore della notte Nòfrio va a bussare all'uscio di Tòfalo, perchè si levi, essendo improvvisamente giunto il Re (Ferdinando III), Tòfalo esclama:
[252] È noto che anche in Sicilia fu in uso la pena del vitupero inflitta ai falliti. Costoro dovevano, non occorre qui ricordare in che forma indecente, in mezzo a pubblico tutt'altro che afflitto, sedere sulla pietra della vergogna. Ricordo dell'indegna usanza è la frase tuttora viva, ma non da tutti compresa: _Dari lu.... a la balata_, la quale significa: fallire, ridursi sul lastrico.
_Seggia_ a st'ura? ch'è medicu, o mammana? O runna chi a qualcunu s'attapància?[253].