La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Part 26

Chapter 261,421 wordsPublic domain

Bagheria era per l'alta aristocrazia di Palermo quello che per l'alta aristocrazia di Roma i Castelli. I grandi signori della Capitale siciliana vi aveano ville magnifiche, anche superiori ai palazzi loro in città. Giganteggiava su tutte quella di Butera, a cavaliere del nascente sobborgo. Grandeggiava sulle cospicue quella di Valguarnera; delirava sulle strane l'altra di Palagonia; e, sontuose tutte, quelle dei Principi della Cattolica, di Cutò, di Rammacca, di Campofranco, del Duca di Villarosa, del March. Inguaggiato, del Conte di S. Marco e di altri signori. Sdegnato della Corte, o sdegnoso di cortigianerie, verso gli sfruttatori Vicerè stranieri, dignitosamente ritiravasi nel suo nuovo palazzo nella seconda metà del sec. XVII, D. Salvatore Branciforti, Principe di Butera, e sul frontone, a lettere cubitali voleva scolpito: _O Corte, addio_, e dentro, i versi spagnuoli:

Ya la speranza es perdida Y un sol bien me consuela, Que el tiempo, qui pasa y buela, Lleverà presto la my vida[526].

[526] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 144.

Cento e più anni dopo (1797) il Principe Ercole Branciforti Pignatelli, sull'ingresso della Villa alzava «per novità di sua grandezza» un monastero di trappisti, nelle cui cellette, monaci in cera rappresentavano varî momenti della vita claustrale. Sa egli il lettore raffigurare quei due solitarî così pieni di sentimento reciproco? Sono un giovane e una ragazza, i quali, ignari l'uno dell'altro, dopo una vita tempestosa, perdute le speranze di congiungersi, nel mondo han vestito il bianco saio. I visitatori li chiamano ancora _Adelaide_ e _Comingio_, e ne raccontano le avventure secondo il commovente romanzetto onde tanto si deliziavano giovani e vecchi. In altra cella son le figure di Don Ercole e di Ferdinando III, entrambi camuffati da monaci che giocano a carte. Ritratti più fedeli dei due personaggi non offre nessun monumento della Sicilia. Nelle frequenti visite fattevi col Principe di Butera dal 1799 in poi, S. M. riconosceva siffatta somiglianza, e non poteva trattenersi dal ridere vedendosi convertito in trappista, lui così acerbo nemico del silenzio, rumoroso nel parlare, sghignazzante nel ridere.

Idillio perpetuo di anime innamorate, la villa Valguarnera era la reggia tra le case principesche della verde vallata. I padroni vi tenevano corte bandita di cavalieri e di dame, di amici e di vassalli, di servitori e di valletti, ai quali offriva comoda residenza in ampie stanze, grandi saloni con quadri, pitture ed ornamenti, un teatro artisticamente decorato ed orti e frutteti e boschetti e giardini pensili e logge e cortili e fonti e statue e quella Montagnola che è la più deliziosa delle colline, il più giocondo asilo della pace e della poesia. Man mano che si va su pei larghi avvolgimenti di quella vetta, l'occhio si perde, tra i due promontorî, nella vista del mare turchino, nelle lontananze cerulee, nelle varietà di colori distribuiti su ruvidi macigni, e di fughe e degradazioni di luce per valloncelli e falde e costiere; e nel salire un amorino impone col dito sulle labbra silenzio; un genietto ti sorride lietamente, una Diana ti invita alla caccia, una baccante ti danza e un Polifemo fistoleggia quasi per farti cantare l'arietta del Metastasio scolpita ai suoi piedi:

Se scordato il primo amore....[527]

[527] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, pp. 47-48.

A tanta profusione di ornamenti e di doni di natura il gusto dei patrizî spese tesori. Gli artisti più illustri vi tornarono sempre, chiamati a gareggiare di affreschi, di tele, di sculture, di ornati, che attestavano non solo il merito loro, ma anche il senso squisito dei signori che li chiamavano e largamente li retribuivano.

«Ma oh! quale contrasto all'atticismo della Valguarnera è la farnetica villa di Palagonia!» esclamava Rezzonico della Torre un giorno che recavasi a Bagheria insieme col Pretore di Palermo Duca di Cannizzaro, col Principe di Grammonte cognato di lui e col Duca Calvello (19 agosto 1793).

La triste fama di essa gli era giunta a traverso le pagine quasi incredibili dei viaggiatori che l'avean preceduto. Egli conosceva Brydone e Riedesel, Houel, de Saint-Non, e forse de Borch e Bartels. Ma il Cannizzaro ne ricordava altri, e più d'una volta avea sentito raccontare del gentile Vicerè Caramanico, -- che avealo tenuto a pranzo, -- d'un valente poeta e naturalista tedesco, il quale pochi anni innanzi vi si era fermato pieno di sbalordimento, ripetendo non si sa che frasi di sdegno e di orrore. Evidentemente parlava di W. Goethe, recatovisi nella primavera del 1787[528].

[528] Le impressioni d'allora del Goethe si trovano conservate nella _Italienische Reise_ (lettera del 9 Aprile 1787), la quale, come è risaputo, non venne pubblicata prima del 1816-17.

Ora la fama era inferiore al vero circa i mostri della villa. Rezzonico trovava il viale spogliato di moltissimi gruppi e busti e vasi che preludevano a quelli fiancheggianti all'abitazione. Erano stati 200 e ne trovava appena metà, che riddavano all'occhio e alla fantasia di chi li guardasse.

«Sembravami il castello di Circe o di qualche fata, che di lemuri, di larve, di farfarelli popolando loggie e tetti ed archi e viali godesse atterrire, deludere, affascinare i pellegrini con istrani ludibrj infernali, ed apparenze grottesche di uomini, di animali e di mostri insieme accoppiati e misti. Qui vedi sopra un sol corpo annestate più teste umane e ferine, ciclopi non solo triocoli ma sestocoli, orecchie d'asino, di capra, di cinghiale e tempie d'uomini affisse, demoni che abbracciano streghe o suonano violoni, e vanno imbacuccate di larghe parrucche e di folte ricciaje anuti, cercopitechi, policefali, gerioni e pagodi indiani...»[529]. E se hai forza di resistere, vedi un uomo che cammina su due teste e sopra un piede, con occhi sul collo; e una testa collocata a mezzo lo stomaco, e una testa di toro sul corpo di un uomo appoggiantesi sulla coda d'un pesce[530].

[529] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, p. 45.

[530] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. II, p. 216.

Completava tanta aberrazione di spirito del fondatore Gravina e del suo discendente Ferdinando juniore la palazzina, nella quale di sopra, di sotto, di fronte, ai lati, di dietro sei immensurabili specchi milliplicavano capovolti i visitatori e le visitatrici, con effetti indecenti. La fantasia e la mano di cento artisti e di cento artigiani erano state esaurite nelle multiformi decorazioni interne arrampicantisi su per gli angoli delle pareti, per gli stipiti delle aperture, fino alle volte, tempestando di rabeschi disordinati, di frutti e conchiglie sciupacchiate in mostriciattoli paurosi, il più piccolo spazio che rimanesse libero. V'eran sedie di inestimabile valore, di dorature eleganti e di marmi torno torno al soffice piumaccio: chi spensieratamente vi si adagiasse, sentiva spilli ed aghi acutissimi.

Centomila scudi furon buttati in tanta follia: e quando l'opera parve compiuta, il Principe Ferdinando non cessava di ripetere soddisfatto «di avere avuto al mondo l'abilità di dar supplemento alla creazione degli animali lasciata imperfetta da Domeneddio»[531]; ciò che dava piena ragione al Meli di comporre l'arguto epigramma:

[531] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, pp. 165-66.

Giovi guardau da la sua reggia immensa La bella villa di Palagunia, Unni l'arti impietrisci, eterna e addensa L'aborti di bizzarra fantasia. «Viju, dissi, la mia insufficienza; Mostri n'escogitai quantu putia; Ma duvi tirminau la mia putenza, Ddà stissu incuminciau Palagunia»[532].

[532] Meli, _Poesie: Epigrammi_, I, p. 101.

Eppure quelle statue, parto di menti inferme, chi sa non debbano, nel concetto creatore, raffigurare dei nobili contemporanei, tra' quali la misantropia o la stravaganza dei Palagonia non trovava comunione!

Durante la villeggiatura, gli annoiati della vita cittadina ricevevano in queste loro reggie; e l'abituale splendore della città sfoggiavano pure nei lauti pranzi, nelle brillanti conversazioni, nei giuochi arrischiati, nei passatempi cavallereschi. Pei giardini, per le tenute pare ancor di sentire l'eco tarda ma sempre lieta del nitrir dei cavalli, del sonare dei corni, dell'abbaiar delle mute, del richiamo dei bracchieri e dei fischi e bussi delle battute di caccia, come delle sonagliere dei cocchi principeschi, al chiudersi del secolo, superbi della presenza di Re Ferdinando.

FINE DEL VOLUME PRIMO

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (diari/diarî, giudizi/giudizî, seguito/seguìto e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura sono stati inseriti nelle note, dove non presenti, i numeri di pagina relativi al testo richiamato nelle note stesse, nella forma {p. nn}. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

9 -- la via Albuquerque [Alburquerque] son testimoni 56 -- che nessuno getti fuori di casa immondezze [immodezze] 112 -- giunti alle più insopportabili [isopportabili] prescrizioni 125 -- La segaligna [segalinga] statua di Carlo V 175 -- da piogge violente [violenti] 250 -- che le venivan presentati [presentanti] 293 -- Tra le malattie in voga predomina [perdomina] 300 -- nota 411 -- era il Principe di Roccaromana Capua [Capoa]