La vita comincia domani: romanzo
Part 9
-- Allora, vedi, per una vanità d'uomo, preferisco nascondermi prima di esasperare la sua pazienza e di farle odiare, nel suo disamore, anche la memoria di me. Insomma, se tu hai ne' suoi occhi la bellezza della tua forza, voglio vestirmi d'una qualche bellezza pur io, voglio valermi dell'ultimo potere che mi resta: la bontà, voglio che tu non vinca interamente, intendi? perchè ti odio... sì, ti odio, e più forte, anch'io!... Vedi come tutto questo è meno bello, meno grande che non paresse a te.
Ma, con un atto brusco, Andrea respinse quelle sue parole:
-- No: tutto questo non è vero! Tu vuoi «sapere», solamente «sapere»! Ti fai debole per fasciare la mia forza. Ebbene, poichè lo vuoi, affrontiamo ancora una volta, con vero coraggio, questo pericolo estremo. Siamo sovra un ponte stretto, per dove non si passa in due.
Trasfigurato nel viso, Giorgio lo interruppe:
-- Con vero coraggio, hai detto? Sì, Andrea! sì, Andrea!...
La commozione gli metteva un tremore all'ápice delle dita. -- Sì, Andrea, -- ripetè. -- Ascoltami bene: per tutte le cose umane c'è la parabola, e in capo della parabola nient'altro che un circolo d'ombra. Tutto bisogna che finisca in putrefazione. Anche la nostra amicizia, ch'è stata un bel legame di due anime libere, non potè fare altrimenti. Ed io non te ne incolpo, Andrea: era necessario, doveva essere così. Ma c'è qualcosa che sopravvive a tutto questo, ed è la memoria di quello che siamo stati, tu ed io, là indietro, nella giovinezza. C'è, nella macchina logora, qualcosa, forse un peso inutile, che sopravvive: il cuore... Ed io, se mi sono trascinato fin qui, non è per tenderti una insidia, non è per sapere, perchè ormai più nulla mi è nascosto... ma perchè mi rincresceva morire senza che fosse ancora suggellata con un patto finale la nostra concordia d'uomini, ed è per dirti quel che ora ti dico: Strìngimi la mano, Andrea, lasciamoci da veri amici.
-- No! mai! -- esclamò l'avversario. -- Guarda: io mi metto a ginocchi davanti a te, se lo chiedi, ma non mi tendere la mano... mai più! mai più!
-- A tal punto mi odii?
-- Me odio! me stesso: non te.
-- Tu ingrandisci un piccolo dramma!... una donna, dopo tutto, è una donna... ci ha divisi, ci riunisce: dammi la mano.
L'avversario, l'antico suo fratello, in silenzio lo fissò, a lungo; poi fece una domanda:
-- E se non potessi?... se non potessi più?... Comprendi la forza che racchiude questa parola: «potere»?
-- Le parole son parole... e poi sono anche fantasmi: scàcciali!
Era sorridente, mite; una specie di augusta sovranità gli vestiva le sembianze; v'era, nel suo sorriso, ne' suoi occhi, un non so che d'immateriale, che raggiava dal suo pallore come un sole nascosto. Ora sentiva di essere il più forte, sentiva di poter comandare:
-- Dammi la mano, -- disse; -- ho bisogno di te.
-- Di me? Che vuoi?
-- Aiuto, perchè non vedi come sono debole?... Ho bisogno d'aiuto, e tu solo me lo puoi dare.
-- Che vuoi?
-- La tua mano, dammi la tua mano.
-- Non posso.
-- Puoi, puoi... se ancora ti senti capace di farmi un dono.
-- Lei?... -- balbettò l'avversario, esprimendo in quel solo monosillabo tutto il terrore che gli pervase l'anima.
-- Non lei... un altro dono più bello!... Dammi la tua mano.
Subitamente, con uno scatto, Andrea tese il palmo al suo fratello d'una volta, all'uomo che gli era stato sacro e del quale «conosceva la morte». Tremava, tremavano entrambi, ed entrambi ne impallidirono, quasi avessero compiuto un rito infrangibile con quella stretta di mano che per l'ultima volta li affratellava.
-- Ed ora ascòltami, -- disse Giorgio. -- Il bene maggiore non è la vita, è la pace. Guàrdami negli occhi: vedrai nel fondo l'anima che non mente. Io ti ho perdonato, a te ed a lei; ho messo all'àpice de' miei sogni la vostra felicità, ho soppresso il mio bene per il vostro bene. Poichè vi amate, e poichè la colpa è stata più forte che la vostra onestà, siate felici, voi almeno, che avete nel mondo una felicità possibile. La vita che diviene per sempre inutile a sè stessa deve continuare in un'altra. Ma se l'anima è capace di queste cose grandi, c'è la carne che non vuole, c'è la carne invida, che soffre, che si dispera... Ora ti dico: Andrea, fratello mio, liberami dalla carne trista... dammi un veleno!
-- Un veleno?... -- mormorò esterrefatto l'avversario.
-- Sì, perchè il bene maggiore non è la vita, è la pace. Io ti domando la pace, e, se mi farai questo dono, avrai sciolto verso di me virilmente quel patto che l'amicizia mi deve. Non voglio sconvolgere con una tragedia volgare la tranquillità di questa casa, ma voglio tuttavia morire; sapere che sarete felici... non vedervi più!
Parlava ormai senza che l'altro l'ascoltasse, con una voce opaca e squallida che aveva il colore d'una giornata d'inverno; parlava da una specie di lontananza, da una specie di solitudine, trascinando con monotonia le sillabe, come il vento fa nei prati quando ammulina la neve.
-- Un veleno?... -- disse ancora l'avversario, indugiando nel magnetico stupore di cui lo percosse quella parola.
-- Sì, Andrea... e non impallidirne a quel modo! Io ti parlo d'una cosa semplice; la scomparsa d'un uomo è la più semplice di tutte le cose.
Ora sorrideva d'un sorriso distante; v'era nelle sue disperate parole una tranquillità già divisa dal mondo.
-- Vedi: gettarmi da una finestra sarebbe odioso, ed il mio corpo è così affranto che forse mi mancherebbe il coraggio di farlo, sebbene vi abbia già pensato. Armi non ne ho; quand'anche potessi procurarmene, questa morte rumorosa e drammatica sciuperebbe, come l'altra, il mio disegno. Invece voglio andarmene come se la morte fosse venuta a prendermi qualche giorno prima... Ricòrdati quel che ti ho detto: è un dono che ti domando, e tu solo me lo puoi fare. Me lo devi anzi fare, perchè sono allo stremo e non posso più sopportare nemmeno un giorno di questa tortura. L'amo! l'amo come te, disperatamente, con tutto il furore che può essere nell'agonia d'un uomo... e la carne si ribella al pensiero che sia tua!
Vedi, Andrea, ti parlo come si parla solamente con noi stessi. Il nostro patto è assai più forte che le meschine convenzioni degli uomini: vi sono casi nei quali è più santo dare la morte che salvare una vita. Tu, che senza volerlo m'hai preso tutto, mi devi pure un dono: dammi un veleno!
Ora l'avversario l'aveva ascoltato senza guardarlo, con gli occhi fissi ad un punto magnetico nell'alta ombra, che vedeva egli solo. E quando tacque, seguitò ad ascoltarlo, senza che una linea del suo viso trasalisse, fermo dalla fronte al piede in una sinistra immobilità.
Poi gli si avvicinò lentamente, fissandolo con i suoi diritti occhi, tersi e freddi come l'acciaio, pieni di vampe nere. Disse:
-- La tua domanda è di quelle che raramente un uomo sereno ha il coraggio di fare. Ma essa non mi atterrisce. Interroga bene il tuo spirito prima di rispondermi: Sei ben certo di volere quello che vuoi?
Egli si pose una mano sul petto, aperta, con l'atto sacramentale di chi giura sul libro dell'Evangelo.
E rispose:
-- Io ti chiedo che tu mi dia da morire con la stessa serenità con la quale un giovine impetuoso domanda la battaglia, sicuro di andarvi bene, con la fronte alta, ridendo. E lo domando a te, perchè tu solo, fra gli uomini che conosco, sei capace di farmi un simile dono, appunto senza tremare.
-- Lo credi?
-- Lo so!
Nella pausa che si colmò con l'eco di queste parole, ambedue sentirono il lor cuore accelerarsi fino allo schianto. Poi Andrea lo afferrò per un polso e gli disse rapidamente:
-- Giorgio!.. Io potrei di fatti non tremare anche nel risolvere con semplicità il più grande problema che sia mai sorto nella coscienza d'un uomo. Sono un medico, la mia missione è di salvare: non dovrei poter uccidere. Tuttavia, più d'una volta, ebbi la tentazione di fare spontaneamente quello che oggi mi chiedi, per liberare una vittima dalle crudeltà oziose della morte. Se non lo feci, fu per seguire un pregiudizio, per non saper vincere quella sensazione che odio: la paura. Tempo fa, quando non ero colpevole, se tu mi avessi fatta la medesima domanda, ebbene ti avrei risposto chiaramente: «Hai ragione: devi decidere così. Ti aiuto.» Ma ora c'è qualcosa fra noi che me lo impedisce. La vita di un altro, si può rubarla, prenderla a tradimento forse... ma riceverla in dono come tu me l'offri, no!
-- Andrea, non ragionare!... Noi siamo venuti a quell'ora dove il ragionamento più non regge. Hai dinanzi a te un uomo che ti fu caro, al quale fosti caro, e che soffre, soffre orribilmente... Quest'uomo, con l'anima sua più viva, ti dice: «Senti: ho finita la strada, voglio sparire.» Dunque non discutere. La mia decisione ormai è presa: mi ucciderei da me, in ogni caso, perchè, se tu potessi anche salvarmi come hai fatto per tante creature malate, non mi daresti che il mezzo di soffrire più lungamente. Quello che si chiama l'irreparabile, nè tu nè io potremmo sanare mai più. Invece, tu che sei stato il mio compagno nel mondo, aiùtami!... aiùtami ancora una volta: ho bisogno di te. Voglio andarmene senza insanguinare la casa dove non fui che un ospite, andarmene senza mettere una corona di spine sotto il velo della vedova che lascio... Rimanga fra me e te un segreto: noi fummo abbastanza forti per portarlo sul cuore.
-- Sai cos'hai fatto? -- esclamò Andrea cupamente. -- Mi hai messo davanti agli occhi uno specchio e mi hai detto: «Guàrdati!» Ecco, mi vedo; e sono orrendo!
-- No, sei vivo e difendi la tua vita: questa è la sola differenza fra noi.
-- Ma perchè ti uccidi, tu che sei credente? -- lo interruppe di nuovo Andrea, quasi cercasse di opporre ostacoli al compimento di quell'atto che si rendeva necessario.
-- La mia fede è un'altra, -- Giorgio rispose con serenità; -- il mio Dio non è crudele.
Guardava in alto, come già lontano, già libero da tutte le impurità che insozzano il cuore degli uomini, e gli splendeva nelle iridi azzurre la limpida visione della sua pace ultima, la tranquilla certezza in una fede sua, più grande, più intima, che la predicazione di ogni chiesa.
Poi gli tese le due mani, come per un commiato:
-- Addio... forse mi sei stato più caro che tutto nel mondo... e mi sarai più fedele, se m'aiuti.
L'avversario illividì. Ora, nella sua carne innervata d'acciaio, ripalpitava il cuore dell'uomo, il cuore fragile che s'impaura e che trema, il cuore pieno di gemiti, che si commuove davanti alla bontà.
Su le labbra gli venne una confessione, l'ultima, la più disperata, e fu per dirla:
-- Senti... Giorgio...
Ma un istinto supremo contenne la sua voce, gli ricacciò nel cuore le parole che ne traboccavano, e pensando all'amante, alla quale «doveva il suo delitto», mormorò a fior di labbro, come per chiederlo a sè stesso:
-- Chi l'avrà amata più forte?
Ella s'interpose fra loro, bella com'era, vestita del desiderio d'entrambi, e sentiron ciascuno la sua presenza invisibile, soffersero di lei come se li toccasse con il suo corpo discinto.
Poi Giorgio disse:
-- Tu forse, poichè rimani, mentr'io fuggo. E sopra tutto perchè è tua.
Una memoria di lei trascorse nelle lor vene, sentiron che si apriva tra loro un abisso perpetuo, vasto come la morte. Ancora tacquero, ed attesero, come se nell'indugio fosse una speranza imprevedibile. I loro pensieri correvano con isfrenata velocità per il più vasto campo che vi sia da percorrere, cioè dalla vita alla morte, dal principio alla fine d'una esistenza umana.
-- Dunque? -- disse Giorgio dopo un lungo silenzio.
L'altro attese innanzi di rispondere: cercava in sè un rifugio contro la sua medesima volontà. Infine disse:
-- Una sola domanda, Giorgio. Oseresti fare per me quello che ora mi chiedi?
-- Se ciò valesse meglio che offrirti la mia stessa vita, sì, lo farei.
-- Ma per compiere un simile atto bisogna esserne degni! -- Poi soggiunse brevemente: -- Potrei non esserlo più.
L'anima, ne' suoi occhi, si accusava con una disperata sincerità.
-- Se devi sorpassare un ostacolo di più, vuol dire che mi offri un dono più grande.
-- Ma, Giorgio... -- egli balbettò con angoscia, -- se Novella... se io... se qualcosa che tu non sai... mi tiene alla vita, m'incatena, m'impedisce di punirmi con la stessa mano che t'aiuta, se...
-- Taci, taci... Vi sono silenzi che debbono continuare anche oltre la morte. Una sola cosa mi devi: ubbidirmi, e poi vivere, perchè nessuno lo sappia.
D'improvviso, come se gli balenasse nel cervello un tragico lampo, l'avversario guardò in faccia la morte.
-- Sì? lo vuoi?! -- esclamò.
Colui che fu nella vita il suo fratello senza colpa gli posò una mano sulla spalla, come avrebbe fatto nel posarla sulla pietra d'un reconditorio, e disse:
-- Tutta la mia vita mi sia testimone della risposta: «Sì, lo voglio!»
L'avversario lo prese ai polsi, lo serrò convulsamente:
-- Sia!
Poi si volse: l'armadio carico di boccali traluceva nell'ombra; su la tavola ingombra, il fascio del riflettore traeva barbagli dalle boccette di cristallo, dagli aghi d'acciaio, rilucentissimi.
Il medico, muovendosi a scatti, veloce, attento, ruppe col pòllice la chiusura ermetica di due boccette, ch'eran sottili come cannule di vetro; ne mescolò alcune gocce in un piattello concavo, dove c'era un dito d'acqua, e lentamente, serrando i labbri, ne riempì la siringa. Il liquido, salendo nel tubo di vetro, diede uno sprazzo iridato, simile ad un piccolo sole rosso e livido, che si spense quando fu al sommo.
Allora il medico scosse la siringa per mescerne il contenuto e l'esaminò due volte contro il lume. L'ago minutissimo portava su la punta una scintilla.
Poi la depose su l'orlo della tavola e la guardò.
La guardò come se fosse ormai solo, come se l'irremediabile fosse già compiuto.
Il morituro s'avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente...
-- È questo il veleno?
E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte.
Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro.
Il medico assentì con un cenno del capo, mentre affascinati guardavano entrambi la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come l'acqua.
L'uomo che doveva morire snudò il braccio sinistro rimboccando la manica lentamente: poi torse il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita.
-- Che fai? che fai! -- gridò l'altro per istinto, soffermandolo.
Egli rise, ma d'un riso gutturale, stranamente simile a quello di Marcuccio quando finiva la sua Canzone.
-- Guarda: e non trema... -- disse.
Accennava al suo braccio arido, giallastro, proteso contro il lume, e che tremava tuttavia.
Egli non vedeva quel tremore, l'altro sì.
-- Senti, Giorgio... -- balbettò l'avversario.
-- Come si fa?... -- domandava ridendo quegli ch'era presso a morire.
-- Senti, Giorgio... Giorgio!...
-- Come si fa?...
-- Così!
Rapidamente gli tolse la siringa di mano, e con orgoglio, con la fronte alta, come parlasse a' suoi giudici invisibili:
-- Io! -- disse -- io debbo finire di ucciderti, non tu! Non tu, con la tua mano, ma con la mia -- guarda! -- e anch'essa non trema!
Gli teneva strettamente il polso, aveva l'ago pronto a pungere su la pelle rabbrividita, irta del suo pelo, cupa, fra i tendini tesi.
Poi diede un colpo forte e schizzò dentro il veleno.
-- Ahi!... come fa male... ahi!... dille...
E girò, in deliquio, sui calcagni, urtando contro la tavola, rovesciando il riflettore, che si spense.
Colui ch'era stato il suo fratello ed il suo nemico nel mondo lo sollevò di peso su le braccia e lo portò a giacere nella poltrona
Poi riaccese il lume.
IX
Riaccese il lume per guardare il suo delitto.
Come uno di que' grandi fantocci meccanici che il burattinaio butta sopra una scranna, flaccido e penzolante, quando ha finito di fargli recitare la sua parte, così appariva l'uomo semisdraiato nella fonda poltrona, con il capo recline da un lato, il mento sovra una spalla, le braccia cadenti fuor dai bracciuoli, le gambe divaricate.
Respirava; il suo respiro era visibile, anzi forte.
Ogni tanto un tremito assaliva una di quelle mani ciondolanti, ne scuoteva il polso convulsamente, poi quel tremito correva su per il braccio, dando contro la spalla un urto secco. Parimenti i suoi piedi ogni tanto si squassavano, facendo flettere le ginocchia in dentro come fossero gambe di sciancato. Una ciocca di capelli gli era caduta su la fronte, empiva un'orbita molestando la palpebra chiusa.
L'ombra della poltrona e di quel corpo informe ingombrava il pavimento irraggiato, saliva obliqua per lo zoccolo del muro.
Quando Andrea Ferento ebbe raccolta la siringa, cadutagli a terra nella fretta di sorreggere lo svenuto, quando l'ebbe lavata e rasciugata, ne staccò l'ago sottile, prese un panno e si mise a strofinarlo. Ogni tanto lo provava su l'unghia, quasi per accertarsi che la punta non si fosse rotta. Poi lo esaminò da presso, contro il lume, strizzando l'occhio, e lo mischiò in un mazzo di aghi simili, più grossi e più minuti, ch'erano involti in una carta velina, e li racchiuse dentro una scatola. Riordinò le boccette nell'armadio, avendole tappate con la maggior cautela, poi si volse tranquillo, come se avesse condotto a termine un suo lavoro consueto, e macchinalmente guardò l'ora.
Era di poco trascorsa la mezzanotte; ma egli forse non vide le sfere.
Allora fece automaticamente un giro intorno alla camera, quasi radendo la parete: si fermò presso la finestra, affondò nei buio lo sguardo vacuo, poi retrocesse verso il mezzo della stanza, dov'era coricato il fantoccio tragico nella poltrona profonda, e, fermo in una specie d'insensibilità, rimase a guardarlo.
Respirava: il suo respiro era visibile, tuttavia meno forte.
Guardò l'ora un'altra volta, quasi contasse i minuti che ritardavano la morte.
Un rombo, lontano, vicino, gli saliva nel cervello impedendogli di pensare. Allora poggiò l'orecchio sul cuore del fantoccio e pronunziò queste due sillabe distintamente:
-- Batte.
Gli raccolse le due mani che penzolavano; il contatto della sua pelle gli dette una sensazione molesta, sicchè gli parve miglior cosa lasciarlo stare. Le due mani ricaddero su le cosce, facendo un rumor soffice come se fossero inguantate, e più non si mossero.
Nel suo cervello, qualcuno, forse una voce estranea, pronunziò questa parola quietamente: «La bara.»
Egli da prima cominciò a pensarne il solo nome, poi vide la forma della cassa di legno, infine si rese conto che c'era un morto, una lunga forma stecchita, trasudante un lezzo nauseabondo, che bisognava stendere là dentro, nella cassa di legno, nella bara.
Morti, egli ne aveva ormai veduti un gran numero; e cominciò a ricordarsi dei tanti cadaveri che aveva toccati con la sua mano ferma, sezionati con la sua mano veloce, e rivide certe fisionomie particolari, delle quali si rammentava in quell'attimo con una precisione sorprendente.
A lui, medico, il cadavere non faceva paura; negli ospedali e nelle cliniche s'era avvezzo a parlar forte, a ridere qualche volta vicino ai morti. Ma ora gli sembrò inconsueto, strano, fin questo nome di cadavere; gli parve per la prima volta che morire volesse dire qualcosa più che rimanere immobili e freddi.
Siccome l'uomo spento gli era quasi familiare, concepì mentalmente l'orrore della carogna, poichè gli era occorso di vederne assai meno. E per una di quelle astrazioni del pensiero che talvolta ci avvincono quando siamo fortemente presi dal senso d'un'angoscia non ancor bene determinata, gli passò negli occhi l'immagine di un povero cavalluccio che aveva una volta veduto, quando era studente ancora, nel visitare una scuola veterinaria.
Era un cavalluccio sardegnolo, decrepito, che d'animale vivente non conservava più se non una parvenza macabra e grottesca. Era stato venduto forse da un carrettiere per il valore della sua pelle, perchè, nemmeno a forza di bastonate, non si poteva più mandarlo innanzi d'un passo. La Scuola lo aveva destinato ad un ufficio non comune: quello di servir da paziente in tutte le operazioni che convenisse mostrare praticamente agli allievi veterinari. Su la sua povera pelle, scucita e ricucita chissà mai quante volte, avevan provato e riprovato per ogni verso tutte le operazioni che l'arte chirurgica insegna. Per quel po' di paglia e di fieno che gli davano di tempo in tempo, durante le sue convalescenze, gli avevan aperto il ventre, fessa la gola, semiaccecati gli occhi, recisi i tendini, sforacchiate le spalle, passandovi dentro certi lunghi tubi che parevan aghi da calza infitti in un gomitolo di stoppa. Ad operazione finita, lo ricucivan su alla bell'e meglio, poi lo cacciavano a guarire davanti una mangiatoia semivuota.
Camminava come se avesse le quattro zampe di caucciù, e nell'andare dalla sala operatoria fino alla stalla cadeva tre o quattro volte su le ginocchia insensibili...
Proprio quel giorno ch'egli lo vide, nel mezzo d'un'operazione il cavalluccio morì. E per tutta la sua vita egli non aveva potuto scordar l'orrore di quella povera piccola carogna, su la quale i veterinari armati di bisturi sanguinanti s'erano messi a ridere.
Ora lo rivide, in un lampo fugace, quel decrepito cavalluccio sardegnolo, rappezzato come un mantello da mendicante, ch'era morto legato, senza poter tirare un calcio, rovesciando appena le froge violastre su la dentatura gialla.
Ascoltò.
Respirava; il suo respiro era visibile, ma fioco.
La pelle del viso mutava colore, schiarandosi; la bocca si faceva un po' tumida, gli occhi si enfiavano, benchè serrati.
-- Giorgio...
Egli si provò a profferire il suo nome; non lo disse, ma gli parve di averlo detto: «Giorgio». Questo nome era stato una cosa enorme nella vastità interiore del suo mondo; ma ora pareva un nome strano, stridente, una parola quasi anormale, vuota come una caverna.
Gli sembrava che fosse decorso un tempo immemorabile dal principio di quella sera.
«Che volete? che volete?... Sì, l'ho ucciso!» -- gridava, urlava a' suoi giudici invisibili, ma con la sola voce del suo spirito, -- mentre in verità gli pareva di gridare. Nel suo dualismo interiore si ricordava di averlo ammazzato, e non sapeva se fosse morto; provava uno strazio spaventoso, ed era tranquillo come un ebete; aveva la sensazione illusoria di essere davanti alla stessa persona, che fosse viva e morta nel medesimo tempo.
«Sì, l'ho ucciso; io! Sì, vedete: con questa mano; io, con questa mano; io!» Era immoto, e gli pareva di agitarsi, di urlare, scagliando il pugno contro un'assemblea di avversari, contro un comizio di giudici che l'accerchiassero da ogni parte.
«Fratello, rispondi per me! Lévati e rispondi: -- Non era questo il mio diritto?»
Intanto, nel suo dualismo interiore, l'altra parte di lui spiava minutamente i segni della morte.
«Fratello, rispondi, rispondi!...»
Poi gli parve che la casa si destasse, e tutti accorressero, balzati fuori dai letti sconvolti, le donne, gli uomini, scapigliati, e dietro l'uscio gridassero: «Apri! apri! vogliamo vederlo innanzi che sia morto... Apri!» E lo scemo, fra loro, in una camicia da notte che lo faceva sembrare uno spettro, la guancia poggiata contro il violino, suonava con furia, con strazio, finchè le corde saltassero, la Canzone Disperata...
Erano fuori dalla porta in gruppo, accaniti; squassavano l'uscio, gridando: «Apri!»
L'altr'uomo vigilò, in ascolto, e non intese rumore.
Su la poltrona il pupazzo tragico si torse, come se avesse dentro un perno che gli permettesse di svitare il busto dal ventre, il collo da le spalle, in un modo bizzarro. La bocca s'era messa a ridere, le gengive congestionate schiumavano. Per tutta la lunghezza del collo s'incordava una grossa vena tesa come un elastico: le mani convulse annaspavan nell'aria, i piedi si urtavano, producendo con i tacchi uno scricchiolìo sinistro. Gli colò su la giubba un filo di bava, e il medico lo deterse.
Fuori, dietro i vetri leggermente appannati, brillavano stelle fra gli alberi, come lucciole in un cespuglio. Bella notte, odorata, ingemmata, ch'era piena di lembi d'azzurrità.