La vita comincia domani: romanzo

Part 10

Chapter 103,732 wordsPublic domain

«Quanti anni passeranno?...» -- Anni voi dite?... -- «Sì, anni.» -- Prima di che? -- «Prima che tu ritorni a vivere.» -- Ma non vivo io dunque? -- «No, è un incantesimo.» -- Un incantesimo?...

E l'altr'uomo, il medico, si chinò sopra il cuore del pagliaccio.

Respirava, non più visibilmente, con un affanno lieve.

-- «Ho fame! ho sete! ho sonno! ho voglia di camminare! di fumare, di agitarmi, di ridere!»

Egli si disse queste parole con veemenza, osservò questi suoi propri desiderii con chiarezza. Non poteva invece far nulla di tutto ciò; era fermo, incatenato lì, vicino a quella sembianza d'uomo, sotto il potere di una forza incombattibile, che li stringeva entrambi nella stessa notte.

Fece sogni.

Camminare d'Aprile per la campagna, lungo una bella strada soleggiata, respirando il buon profumo che mandano le siepi cariche di fiori... Scendere giù per un fiume impetuoso, a forza di remi, sentendo l'acqua insorgere gonfia e rapida sotto la chiglia... Addormentarsi in un bosco; vedere i falciatori mietere una messe; balzare in groppa d'un cavallo focoso per una prateria senza termine... Trovarsi preso nel tumulto di una folla, per una strada cittadina piena di fragore e di transito... volare con un treno velocissimo attraverso la doppia fila dei pali telegrafici... essere nella platea d'un teatro, presso i forni d'un'officina... dappertutto, dappertutto, dove ci si muove, ci s'incalza, ci si agita, si vive!...

E gli pareva che mai più, mai più farebbe tutto questo, mai più godrebbe di queste inebbrianti gioie, perchè in quella notte, nel carcere di quelle quattro pareti, era accaduto qualcosa di enorme, qualcosa di finale, che soverchiava tutte l'altre possibilità.

«Sei morto? No, non sei morto? -- Allora non puoi rispondere?... Sì? mi puoi rispondere? -- Che dici? -- Ah, che t'uccida? -- Ma se già t'ho ucciso? -- No? non dici questo?... Allora che dici?... Parla più forte; così non mi riesce d'intendere. Ah... sei tu?... Ma chi sei?...

E l'altr'uomo, il medico, toccava quella fronte già un po' fredda. «No, no... ucciderti non posso! Lo vedi bene che non posso. -- Cos'hai detto? Un veleno? Ripeti; non hai detto un veleno?... Ma che lingua parli? Cos'è questo nome che dici continuamente?... -- Ah, sì... Novella! -- Ma perchè parli a quel modo, come se avessi la bocca piena d'acqua? Novella, hai detto?... Sì, sì...»

E vide la sua faccia bella, null'altro che l'immagine della sua faccia bella, non direttamente, ma quasi rifranta in uno specchio, e lontana, perchè lo specchio stava lontano, e nebulosa, perchè l'aria per dove si mirava era un po' fosca. La vide con i suoi capelli disfatti, così lunghi e folti che la cornice dello specchio non tutti li conteneva, e gli sembrò di volerla guardare negli occhi senza potervi riuscire. Tutte le volte ch'egli cercava d'incontrare le sue pupille, quegli occhi sfuggivano, lo specchio andava sempre più lontano, finiva in un'albore, in una striscia, in un punto...

Rimase un nome, un solo nome, vuoto anch'esso come una caverna, pauroso come un incubo: «Novella...»

E l'altr'uomo, il medico, gli toccava il polso quasi fermo, il polso ch'era divenuto greve.

«Ma io non ho paura! nessunissima paura! Sono libero! Cammino, se voglio; se voglio, rido! -- È notte. -- Ebbene, se è notte, che fa? -- Sono leggero, mi sento agile: posso andarmene dove mi piace! -- Fa buio. -- Che importa? Domattina si leverà il sole; un bel disco rosso, arroventato come la bocca d'un forno. -- Questo è il sole: un bel disco rosso che mi piace assai di vedere.»

Il fantoccio si svitò un'altra volta, e questa volta parve che avesse una cerniera proprio nella schiena e che alcuno gli avesse dato un pugno proprio su la nuca, un pugno che tutto lo percosse. Le braccia, con i pugni serrati, si tesero verso le ginocchia, i due piedi s'allungarono quasi per dare un calcio nel vuoto, il ventre si piegò sotto le costole come un mantice vuoto, e trafitto nel fianco da una specie di pugnalata ultima, tutto il corpo ciondolò da quella parte: il mento gli si confisse obliquo contro la sommità del petto.

Pareva che il burattinaio avesse dato uno strappo così forte da rompere tutti i fili, -- e i fili, schiantando, fecer rumore. Un rumore diverso da tutti quelli che l'orecchio distingue, corto e fioco, ma più persistente che la vibrazione d'un metallo, un rumore atono, pieno di tutti gli altri suoni che insieme producono il ronzìo della vita.

Allora nel fantoccio immobile tutto si trasformò visibilmente: il colore, la forma, il peso, l'abito, l'atmosfera che gli stava intorno: tutto.

L'altr'uomo, il medico, dopo avergli lungamente cercato nel polso un battito che non c'era più, chinò l'orecchio sul cuore del fantoccio, ed arretrando con un balzo pronunziò distintamente questa sillaba:

«No.»

Tutta la casa, fra muro e muro, da' solai tenebrosi alle rombanti cantine, gli parve di súbito invasa da una musica furibonda...

La canzone diceva:

. . . . . . .

«...e vado a cercare altri morti, -- che sono i miei figli lontani...

Cammina: la vita comincia domani, domani, domani...»

X

Ora, svanito il sogno, si ritrovò solo davanti a quel morto. Non più fantasmi assedianti, non più misteriose voci nè musiche immaginarie per la gran casa muta, ma un uomo calmo e logico di fronte ad un cadavere ingombrante.

Con uno di quegli sforzi estremi della volontà, che riuscivano ad incurvare la sua forza come un duro metallo, giunse a ricacciare da sè quella torma di paurose allucinazioni, per affacciarsi con tutta la sua chiarezza mentale ad una sola necessità: quella di nascondere il delitto compiuto e dare alla morte di quell'uomo l'apparenza più naturale. Bisognava, con uno sforzo quasi eroico, annullare il proprio essere sensorio, non vivere per qualche attimo che di cervello; bisognava soffocare il rimorso, il ribrezzo, lo stordimento, la paura, distruggere in sè la memoria, il nome stesso di quel morto, per inscenare il quadro più verisimile intorno alla sua spoglia muta.

Anzi tutto rimuoverlo da quella stanza, sollevarlo su le proprie braccia, e nel buio, senza rumore, traversando il corridoio, portarlo a giacere nel suo letto. Egli vide tutto questo con precisione, come se un altro lo dovesse fare in sua vece; poi sùbito, con quella rapidità d'azione che in lui seguiva il pensiero, comandò a sè stesso: -- «Ubbidisci!»

«Ubbidisci!» In tante ore della vita gli era stato necessario darsi questo comando breve. Ed era, non la sua stessa voce, ma la voce d'un tiranno interiore che glielo gridava contro i timpani, che inchiodava questa parola nella sua volontà a colpi di martello, facendolo tutto vibrare. Avesselo condotto su l'orlo d'un abisso e detto: «Balza!» -- egli, senza retrocedere, avrebbe spiccato il salto. Avessegli detto: -- «Cammina contro mille, perchè necessario è camminare!» -- e contro mille, da solo, senza tremito, avrebbe camminato. Questa voce che in lui dettava era veramente il suo Dio.

Il morto era nel mezzo della camera; la sua goffa ombra invadeva il pavimento, la parete; egli stava in piedi entro quell'ombra, sapeva di esservi, ed anzi gli sembrò d'averne i piedi avvinti, sì che fece uno sforzo muscolare per divincolarsi da lei. Ma l'ombra lo teneva in sè come una preda, l'avviluppava nel suo fermo tentacolo, nel suo mantello d'immobilità.

Pensò allora che bisognava spegnere quell'ombra, anche perchè non si vedesse dal giardino la sua finestra troppo a lungo illuminata; e trattosi da lei con la fatica dell'uomo che vinca una melma tenace, andò alla finestra, onde guardare se fossevi abbastanza lume di stelle per compiere quel che doveva nel buio.

Una effusa chiarità lunare vestiva tra gli alberi una magnolia lucente, ed egli vide in capo dei possenti rami cullarsi quei suoi grandi fiori lascivi e candidi come un seno incipriato, che pareva dormissero su la pigrizia d'un'acqua sonnolenta.

Dietro i vetri chiusi, egli non sentiva il profumo della notte primaverile; ma la fragranza di quei fiori di magnolia, che dall'albero antico e brillante incensavano l'aria come fontane di soavità, gli eruppe in faccia con una larga ondata, salendogli fino al cervello, così fortemente, che il profumo della notte lo stordì. Quella fragranza, quella chiarità lunare su l'albero di magnolia, e tutta insieme quella pace azzurra trascorrente nelle vive arterie della notte, eran ancora immagini delle cose a lui vietate, eran sirene che parevano attrarlo dentro un incantesimo di pace, visioni che lo persuadevano alla dolcezza dell'oblìo.

-- «Sì, puoi spegnere il lume,» -- disse a lui, nell'intimo, la voce del suo vigilante complice.

Retrocesse dalla finestra verso la tavola, spingendosi a forza di scatti, come un animale restìo, e nel posare le dita su la chiavetta del riflettore osservò che il suo polso non era fermo.

-- «Tremi?»

Questa parola ch'egli aveva odiata conveniva ora dunque per lui?

-- «No, non tremo!»

E rapidamente spense il lume.

Ora egli vide cadere dall'alto soffitto una molteplice cortina di mantelli neri, che si srotolavan l'uno dopo l'altro, grevi, enormi, funerei, come una tenebra che rapidamente aumentasse.

Non vedeva più nulla; era solo, sperso, nel silenzio assoluto, nell'assoluto buio.

Con le dita fredde si stropicciò gli occhi, perchè si accorse che quel tenebrore pioveva in lui, non intorno. Allora, in un lampeggiamento di strappi rossi, cominciò a distinguere. A distinguere la finestra che inazzurrava, l'alta parete imbiancata, i mobili fermi, l'ombra... quell'ombra inamovibile. E vide una cosa orrenda: la faccia del cadavere, torta su la spalliera, convulsa in un sogghigno che pareva di riso.

Allora, per la prima volta nella vita, il cuore accelerando e sostando, gli fece conoscere cos'era veramente la paura. S'agghiadò e retrocesse, brancolando con la mano che ricercava il lume.

«Tremi! tremi! tremi!...» -- gli urlava dentro sarcasticamente la voce nemica.

-- «No!»

E si aderse in tutte le sue membra, di scatto, come davanti ad una provocazione. Si sentiva nei polsi, contro le tempie, battere il sangue a fiotti; gli pareva che la camera desse un continuo traballamento.

Poi si provò a guardare un'altra volta verso quel riso che l'atterriva: e lo sostenne.

Non era più riso, ma uno spasimo che aveva in sè, nello stesso tempo qualcosa di selvaggio e d'inerte. Provò a ragionare per darsi animo:

-- «È un morto, -- si disse, -- come ne ho veduti centinaia; il principio della polvere... insensibilità, silenzio, fine.»

Ma non gli pareva che fosse un morto come l'altre centinaia, che non fosse materia senza uomo, che non tacesse, che non fosse finito.

Avendo l'uso di separare il proprio cervello dagli errori della sensibilità, si mosse un'accusa ponderata, osservando: -- «È l'anima tua che gli presti e sono i tuoi sensi alterati che propagano su lui una parvenza di vita. Ma questa è materia che solo pesa; è cosa morta, cioè senza possibilità, e non la devi temere.»

Per analogia gli riapparve, come in una visione distante, il cavalluccio sardegnolo morto nella sala operatoria fra i veterinari che ridevano.

-- «Bada, -- lo avvertì la voce -- che il tempo corre.»

Infatti ebbe la sensazione immateriale di qualcosa che continuamente correndo fosse continuamente più in là del pensiero; questa cosa era il Tempo. E smarrendosi nella sua fuga immensa, piccola e vana cosa gli parve il suo delitto, che non poteva nemmeno sospendere d'un attimo quel perpetuo volare.

Gli avvenne di supporre che gli uomini, quasi per dare un senso al Tempo, avessero immaginato Dio.

Questa osservazione, sorta in una specie di pausa interiore, gli sembrò logica; ma in essa v'era quel nome di tre lettere, che lo accese di ribellione, quantunque insieme s'accorgesse ch'era semplicemente una parola.

-- «Dio: la gran fiaba del mondo!... Ma tu che fai? sogni?»

Possessore di sè, cauto, vigile, s'appressò all'uscio in ascolto; girò la chiave nella serratura, lentamente, perchè non stridessero gli ingegni; aperse uno spiraglio, v'appressò l'orecchio. Il filo d'aria gli produceva sul timpano una specie di ronzìo. Non altro romore si udiva per la casa dormente: appena quel rombo imprecisabile che nasce dalla presenza d'esseri vivi entro i muri d'un edificio.

Uscì nel corridoio, giunse fino al pianerottolo, ed un senso di libertà quasi gioconda entrò nelle sue fredde vene, come quando si riacquista il respiro dopo un principio di soffocazione.

-- «Bada... -- egli suggerì a sè medesimo -- le tue scarpe...»

Scricchiolavano. Un rumore minimo, che gli parve grande. Strisciò a passi lenti fino all'uscio della camera di Giorgio; l'aperse con cautela, ma interamente, per aver libero il passaggio allorchè tornerebbe con il cadavere su le braccia. S'avvicinò al letto per studiare in qual modo ve lo avrebbe disteso. Vedendo l'incavatura nei guanciali sovrapposti ed il solco profondo che la persona dell'infermo aveva lasciato nel lenzuolo, già gli pareva di recarlo su le braccia e di sentirne il rigido peso, che gli faceva scorrere dentro l'arterie pulsanti una vena di freddo sottile.

Perchè la deposizione gli riuscisse più facile, rimboccò la coltre fino a mezzo il letto, poi cautamente rifece il cammino, strisciando lungo il muro, trattenendo il respiro, vigile e pauroso come un ladro.

-- «Se alcuno scendesse quand'io passerò col mio carico?...»

-- «Fa presto! -- gli comandò la voce. -- Fa presto!»

Rientrò nella camera dov'era il morto, e s'attendeva quasi a trovarvi una trasformazione, o suppose, per mo' d'assurdo, la cosa più inverosimile: che il morto non ci fosse più. Era invece nella medesima positura, di sbieco traverso la poltrona, con il capo torto su la spalliera, le braccia pendenti, i pugni chiusi, le gambe unite per le ginocchia, simili a gambe di sciancato. Che orrore!... Come già era lontano entro la morte quel miserando corpo! Ed ora bisognava sollevarlo, avere il coraggio supremo di reggerne il peso contro il suo petto... Che orrore!

Provò ad avvicinarsi; ma gravitò indietro, quasi resistendo ad una mano che gli avesse dato un urto per spingerlo su di lui.

Allora, in quel punto, si ricordò che le sue scarpe scricchiolavano; e cavatele in fretta, cercò a tastoni presso il letto le pantofole di feltro. Si vide pronto, e gli parve d'un tratto che mai non avrebbe saputo varcare quella breve distanza. Sbarrò gli occhi e su le iridi provò una sensazione di freddo; si mise a considerare l'ipotesi che il coraggio gli venisse meno, che le sue braccia mancassero di forza per sollevare quel peso; un gran terrore s'aperse in lui, vuoto e freddo come un'enorme voragine.

-- «C'è dunque una cosa che tu non sappia osare? -- No, impossibile! -- Tu, che non credi alla divinità della morte, vacilleresti ora come una femminuccia? Chi mai t'impedisce di sollevarlo? Il Soprannaturale forse? -- Non c'è Soprannaturale!... Avanti!»

Alle sue ginocchia disse: «Avanti!» -- al suo piede feltrato, e lo disse più fortemente al cuore che batteva.

-- «Ti perdi e la perdi... Chi?... Lei!»

Allora la vide, che dormiva nel suo letto, immersa nelle sue trecce allentate, o forse che vegliava, sollevata sui guanciali, con il viso fra i palmi, a sua volta pensierosa di doversi uccidere.

-- «Avanti! È necessario!»

Si ribatteva questa parola dentro il cervello, senza tuttavia riceverne alcun senso di necessità. Gli pareva di camminare, ed era sempre fermo, gli pareva d'esser giunto presso il cadavere, di sollevarlo, ed un senso d'orrore lo faceva retrocedere, senza che si fosse mosso. Mentre così perplesso vacillava cercando di riafferrare la sua volontà impossente, parvegli udir rumore.

Si risovvenne di quegli usci aperti e l'istinto fisico della propria salvezza fu quello che lo sospinse.

In un baleno, si curvò sul morto... ma gli stridevano i denti; le braccia gli si erano indurite nelle giunture, pesavano come fosser piombo, e gli doleva d'un dolore acuto, fra vertebra e vertebra, la spina dorsale.

Però s'era detto e si diceva:

-- «O ch'io lo porti, o ch'io muoia!»

S'inginocchiò: fece, nel sollevarlo, uno sforzo maggiore del necessario, ed il corpo scosso gli traballò contro il petto, quasi cercasse d'avvinghiarlo in un abbraccio macabro. Aveva contro la bocca una spalla del morto, ed uno di quei gomiti acuti gli premeva su le costole come per resistere alla sua stretta brutale. Sentiva su l'avambraccio il peso del capo riverso, e su lo stinco e sul polpaccio, mentre s'alzava, i colpi di quei calcagni penzolanti.

-- «Lo porto! lo porto!»

Chiudeva gli occhi per terrore; li apriva per veder la strada.

-- «Così lieve? No, così greve. -- Perchè ragiono? -- Avanti! Passeremo per l'uscio? -- Sì, di sghembo. -- E se cade?...»

Allora serrava le braccia. Gli sembrò che il morto lasciasse nella poltrona qualcosa di sè. Pur tenendolo forte, si volse a guardare. Duplice lo rivide: com'era innanzi e com'era, supino, sul catafalco delle sue braccia.

In quel momento s'accorse di non tremare più; fece un passo, poi un altro, poi molti, e pose un'attenzione estrema nel non urtare contro l'uscio. Diceva continuamente, a fior di labbro, quasi per aiutarsi nell'opera:

-- «Sì, sì, sì...»

Sporse prima il capo del cadavere, indi passò con tutto il corpo. Nel corridoio bisognava camminar obliquamente, ma la strada era facile.

«Sì, sì...»

E nell'andare gli venne in mente che Marcuccio era innamorato della Berta...

Ogni tanto i calcagni duri battevano contro la sua coscia; quel gomito confitto nel suo petto gli dava estremamente noia. Non poteva ben comprendere se andasse in fretta o piano, ma la strada gli parve lunga, e non trovava l'uscio. Tuttavia, dalla soglia di quella camera una velata chiarità filtrava nel corridoio notturno, ed egli finalmente la vide.

-- «Sì, sì...»

Gli sporse dentro i piedi, quindi passò con tutto il corpo; l'adagiò malamente sul letto e si volse rapido a rinchiuder l'uscio. Una specie d'ilarità silenziosa gli eruppe dall'anima; quasi ebbe voglia di beffarsi del suo terrore vinto; si toccò, una dopo l'altra, le braccia, poi la fronte, ch'era un po' sudata.

-- «Salvo!»

-- «Non ancora, -- gli suggerì la voce: -- svéstilo.»

Già, bisognava svestirlo. Doveva essere morto nel suo letto, senza urlo, solo.

-- «Svèstilo»

-- «Sì, lo faccio, guarda: ora è facile!»

Il morto era coricato in obliquo su la larghezza del letto; le gambe sovrapposte gli pendevano in fuori. Egli s'inginocchiò su lo scendiletto e gli tolse le scarpe, adagio, come se avesse tempo da perdere; gli tolse anche le calze, e con ordine le ripose dov'erano di consueto.

Una bella striscia di luna rischiarava meglio di un candelabro; in quel chiarore azzurro si vedeva ogni cosa distinta, ma quasi ravvolta in un contorno d 'irrealità.

Gli sbottonò i calzoni, glieli tolse, dopo averlo sollevato con fatica; li piegò, li mise a cavalcioni d'una seggiola, dov'egli era solito porli quando si ricoricava. Non s'era messo mutande: le due gambe giallastre, aride come due lunghi batacchi, percorse da un rilievo di tendini che parevan funi tese, erano fredde di quel freddo particolare che si distingue da ogni altro, ed al quale non v'è parola che somigli tranne la parola: «morte».

Le due ginocchia parevano intorneate da una chiazza d'ombra; le cosce ischeletrite, simili a quelle d'un paralitico, mostravan più dell'altre membra i segni della consumazione.

Ed egli, che lo svestiva ormai senza paura, s'indugiò per un attimo a considerare quella virilità estinta, rievocando nel bagliore d'un lampo l'immagine sensuale della donna che il morto aveva posseduta. Gli sembrò ch'ella stesse con loro, muta, in un angolo, e si svestisse ignuda, sbarrando i suoi chiari occhi pieni di voluttà per assistere in tutta la sua bellezza all'epilogo della lor tragedia umana.

Egli traeva da questo pensiero un tale senso di ribrezzo e d'ansietà, che ne aveva l'anima oppressa; e tuttavia perdendo la nozione del tempo, gli pareva di poter compiere quella sua lugubre faccenda con la maggiore lentezza. Si preparava oculatamente un alibi morale, badando a non scordare la più piccola cosa, a non lasciare in quella camera dove Giorgio doveva esser morto alcunchè d'inspiegabile o d'inconsueto.

Allora, sbottonatagli la giubba, sollevò il cadavere, prima sovra una spalla, poi su l'altra, poi su entrambe insieme, per fargli uscire dalle maniche le braccia che incominciavano ad essere, non solo inerti, ma rigide.

Questa operazione gli prese tempo; ed anzi egli rischiò di lacerare la stoffa. Ma quando l'ebbe finalmente liberato da quella casacca di lana, ed il morto fu rimasto in camicia, egli provò novamente un senso di liberazione, poichè gli pareva d'esser vicino al termine del suo crudele officio. Ormai non gli rimaneva che da stenderlo sotto la coltre e comporre il letto come se naturalmente vi fosse morto.

Ma una voce interiore gli consigliava senza tregua: -- «Osserva, osserva bene...» -- quasi per evitargli una distrazione possibile, una di quelle minime dimenticanze che son talvolta la chiave de' più oscuri delitti. Egli faceva, nel riflettere, una certa fatica, uno sforzo quasi muscolare nel convergere tutta la propria attenzione su questo solo intento, mentre per istinto il suo pensiero cercava di sbandarsi altrove.

Allora egli andò verso la finestra, per esaminare nella maggior luce quella casacca di lana, quasi ch'ella potesse conservare un segno qualsiasi, un'impronta, una macchia di bava, uno strappo, un odore indefinibile, una piega. L'esaminò per tutti i versi, più volte, l'odorò: sprigionava un sottile odor di canfora, e null'altro, si ch'egli si mise a riflettere dove l'infermo la tenesse di consueto.

-- «Nell'armadio, mi pare... Sì, nell'armadio, piegata... non ti ricordi? -- Infatti.»

Allora la piegò di rovescio, con le maniche in dentro, poi nel mezzo, indi, appianatala come si conviene, andò all'armadio, e la ripose ove si ricordava benissimo di averla tante volte veduta.

Nel frattempo s'accorse di ansar forte; allora cominciò a fischiettare, piano piano, fra i denti, come per accompagnare la sua faccenda e far qualcosa che gli paresse naturale.

Rinchiuso lo sportello, si guardò in giro. Non rimaneva più nulla da fare, tranne che occuparsi del letto e del cadavere buttatovi sopra di traverso. Con la fronte raccolta in una mano, cercò d'immaginare come lo avrebbe ritrovato il mattino, entrando, se davvero durante la notte, senz'alcun testimonio, si fosse spento. Non gli riusciva di vederlo bene, anzi lo vedeva in mille guise. Allora cercò di raffigurarsi nella sua memoria di medico altre morti che fossero avvenute in congiunture simili. Certe fisionomie di cadaveri, dimenticate da tempo, gli si affacciarono alla mente, quasi fossero sembianze note.

-- «Si muore in tanti modi...» -- pensò. Poi gli parve inutile riflettere e non volle frapporre altro indugio.

S'avvicinò al letto. Siccome le coltri erano già rimboccate, non durò fatica nel farle scorrere sotto il corpo giacente, per poterlo distendere fra i due lenzuoli. Diede una spiumacciata sui due cuscini, e, preso il cadavere per le caviglie, sollevò le gambe su la proda, indi sospinse tutto il corpo nel mezzo del letto e ve lo distese. Il capo s'era insaccato fra i guanciali, ond'egli risollevò di peso tutto il busto, lasciandolo poi ricadere, affinchè la testa prendesse nel cuscino la sua positura naturale. Poi raccolse le due braccia, e non sapeva dove metterle. Provò in diversi modi, fece varie ipotesi, ma nessuna lo soddisfaceva.

Da ultimo pensò che la sinistra dovesse far l'atto di respingere le coltri e la destra portarsi alla gola come per vincere una soffocazione.