La vita comincia domani: romanzo
Part 11
Quando volle ricoprirlo, vide ch'era nudo fino alla cintola, e dopo averlo inguainato nella camicia fin sotto le ginocchia, raccolse le coltri, gliele buttò addosso. Quella ventata scompose i capelli ad entrambi. Si ravviò i suoi, lentamente. Le coltri si posarono sul morto con un disordine uguale, ond'egli cercò il suo braccio per portarlo verso la gola; insieme gli sbottonò il collo della camicia, per secondare quell'atto. Poi si allontanò di qualche passo ad osservare l'effetto che faceva.
Non c'era in verità nulla che potesse far nascere un sospetto.
-- «D'altronde, -- disse con lucidezza, -- la commozione di quelli che lo vedranno domattina non lascerà campo a troppe indagini. E súbito sarà smosso: bisogna solamente rincalzare la coltre sotto il materasso.»
Lo fece, da un lato e dall'altro, cominciando ai piedi, per quel tratto che non doveva mostrare alcun segno di disordine; anzi lo fece con tanta cautela quanta se ne usa nel comporre sotto le coltri una persona cara, prima che le si dica: -- Dormi.
A piè del letto la seggiola s'era obliquata, lo scendiletto era scomposto: raddrizzò la sedia, tese il tappeto, s'avvicinò al capo del morto, quasi volesse dirgli:
-- Ho finito.
Notò allora sul tavolino da notte l'orologio e la catena d'oro che splendevano; avvertì l'assiduo celere battito del meccanismo, che dianzi non udiva. Nella caraffa di cristallo brillava l'acqua lucida. Vedendo l'acqua ebbe sete.
-- «Addio.»
Formulò questa parola: «Addio», senza sapere come gli venisse alle labbra, senza quasi comprendere perchè la diceva. Questa parola, queste due sillabe, gli apersero nel cuore uno squarcio di dolore enorme, e gli parve di non poterlo abbandonare, perchè ora, quel morto, non lo temeva più: lo amava.
Lo amava, ed era il suo fratello antico, e si chiamava Giorgio; non era stato ucciso dalla sua mano: era morto, era lì, nel suo letto di morte.
Senza credere, senza saperne il perchè, gli pose una mano su la fredda fronte, e non con lo spirito, ma con le labbra disse:
-- «Pace.»
La luna, salita al suo culmine, versava per tutta la camera un incantesimo azzurro, fasciava la coltre del morto in un velo d'irrealità.
XI
Nel breve tratto che percorse dalla camera di Giorgio a quella dove l'aveva ucciso, il suo delitto gli parve già remoto nel tempo, già retrocesso in una di quelle lontananze mentali che l'anima ismemorata varca in un baleno. Sicchè, nell'aprir l'uscio, quella poltrona rimasta nel mezzo della camera l'urtò quasi nel petto, come una realtà impreveduta, e fu sì forte il suo stupore, che da prima non osò inoltrarsi.
-- «Io sono Andrea Ferento: un uomo che sa di avere ucciso, -- raccontò a sè stesso. -- Un uomo che dovrà vivere congiunto con la memoria di questo atto incancellabile.»
-- «Ebbene? -- si rispose; -- la vita prosegue nella sua necessaria vicenda: il cadere d'una piuma d'ala non turberebbe altrimenti l'equilibrio immutevole delle cose. La terra non fa che ingoiare una bara di più. Ora la tua strada è sgombra: cammina!»
Gli avveniva molto spesso di dialogare fra sè medesimo come fra due personaggi discordi, quasi per appurare da qual parte di sè fosse la ragione.
La strada è sgombra?... Sì, gli pareva; sgombra e facile, certa e radiosa. Bastava ormai rimuovere da' suoi passi l'ostacolo più immediato: quella poltrona che propagava intorno a sè una così pesante ombra, quel mobile di legno e di cuoio che pareva contenere nelle vuote braccia l'estremo fantasma del suo delitto. Bisognava insomma, dopo tanto coraggio, non vacillare nella propria incoerenza, non attribuire a quella «cosa», nè alle altre che son prive d'anima, un significato umano.
E fattosi animo, afferrò l'inerte mobile per le due braccia vuote, lo sospinse con una specie d'iracondia nell'angolo dove abitualmente stava, robusto e quasi benevolo, in attesa di reggere una stanchezza. Poi, sentendo il bisogno d'un felice respiro, aperse intera la finestra e s'affacciò verso la notte imbrillantata, che adagiava su la terra calma i suoi fantastici padiglioni di stelle.
Tante ve n'erano e così folte, da parere uno sterminio di mondi luminosi, una polvere cosmica in ardore, una fosforescenza d'atomi dispersi dentro una sfera di cristallo. Le bianche vie planetarie, le immense fiumane del cielo straripavan di luce in praterie stupendamente azzurre, tendevan dall'uno all'altro emisfero un miracoloso arco siderale, che pareva navigar nell'infinito come una vela gonfia d'immensità.
Cos'era la fine d'un uomo in quella eterna bellezza? Cos'era più, in quel silenzio parlante, il piccolo silenzio d'una bocca suggellata? Cos'era il senso d'una parola umana dentro quella trasformazione perpetua, che andava dall'inconoscibile verso l'ignoto, travolgendo seco infinite agonìe, facendo scoccare innumerevoli vite nel fulgore d'un istante?
Fibrule, atomi, pulviscoli, o uomini, perchè urlate? Cosa scaglierete di voi contro questo immenso andare? O fuscelli nella bufera, o piume nel vortice, cosa importa mai all'Assoluto, che voi diciate: -- Vivere... -- che voi diciate: -- Morire?...
Stelle, stelle... vertici di splendore accesi al sommo del nostro pensiero, faville irradiate da noi, parole che brillano!... distanze forse immaginarie chiuse nella nostra pupilla, ombre forse di una luce invisibile, cancelli d'oro invarcabili della umana prigionìa!...
O piume nel vortice, o fuscelli nella bufera, cosa può essere il vostro lieve schianto nella ecatombe universale che il Tempo divora camminando, come un affamato mai sazio?
L'oblìo, l'oblìo, l'oblìo!... più dolce fra tutte le cose, poichè vuol dire non conoscere, non affaticarsi a conoscere, ma passare...
Gli parve che tutto il mondo in quell'attimo avesse un colore di miracolo, e solo percepiva, con una specie di attenta gioia, il fluire del Tempo. Egli lo sentiva trascorrere in sè come l'acqua traverso un filtro; aveva chiara la sensazione che una parte del proprio essere, forse la più immonda, si sperdesse così nell'infinito, e gioiva di questa purificazione con una lunga e lenta voluttà.
Il Tempo era un nettare che l'uomo beveva per dimenticarsi dell'attimo anteriore, per allontanarsi dalla sua spoglia vicina.
Poi, quando si fu ristorato in quell'aria balsamica e si fu cullato quasi per ozio in questi erranti pensieri, d'un tratto gridò a sè medesimo:
-- «Non sei che un istrione! Cerchi di recitare la vita perchè hai paura di viverla! No, la tua parola è un'altra, più bella che «Dimenticare...» La tua parola è: «Potere!»
Aspirò un largo sorso di quell'aria vivida, così gran sorso quanto spazio era ne' suoi polmoni capaci, e ripetè a sè stesso con la forza di una intimazione:
-- «Sì, potere! Potere con gioia!»
Allora la faccia di colei che amava gli risalì nell'anima come la ghirlanda del suo peccato, e gli parve che affiorasse nel suo pensiero da una profondità quasi remota, per essere la sfera, il cardine, intorno a cui roteava tutto lo splendore dell'universo.
Ella era veramente, nel suo spirito, sovrana ed unica: più in là che il senso delle cose, più in là che la negazione. Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. S'era preso d'amore e l'amava, senza mai tentare una ribellione qualsiasi contro l'ebbrezza che questo perdimento gli dava. Se tutta la sua vita d'imperio, d'indagine, di lotta, era contro una dedizione così assoluta, se la sua fredda mente poteva sorridere di questo piccolo nome: «l'amore» -- un altro spirito nel suo spirito, un altro cuore nel suo cuore, s'eran lasciati stravincere da lei, e non insidiosamente, ma d'un tratto, e non con il terrore di perdersi, ma con un senso di barbara felicità.
L'amava!... era pieno il mondo di questo amore esultante!... le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore! Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed infinita che il credente riassume in Dio.
L'amava! era immischiata ne' suoi sensi come il profumo nella musica della primavera... l'amava come si ama un assurdo, come si professa una follìa.
Allora subitamente si sovvenne de' suoi dolci capelli, della sua tepida bocca lasciva, degli occhi suoi, non timidi e non forti, che parevano continuamente mutar colore, soffrendo quasi la gioia di una contenuta voluttà; si risovvenne delle sue bianche spalle, che tramandavan l'odore d'una soavissima cipria e parevan simili a grandi ventagli sparsi di rugiada scintillante. Cominciò a seppellirsi piano piano sotto la memoria delle sue carezze, con l'oblìo di chi s'addormenta sotto una pioggia insensibile di fiori. Ogni ombra, nella notte infinita, conteneva per i suoi occhi una lontana sembianza di lei.
D'un tratto, nel pensiero, lucida, gli emerse una certezza:
-- «È mia!»
Comincerebbe da quell'ora tragica un patto indistruttibile fra loro. Egli poteva dirle, doveva dirle senza indugio, che nulla più li separava dalla troppo attesa felicità. E bisognava inoltre chiamarla, per vegliare insieme quella lunga vigilia, soli, serrati, muti, nell'ambigua vicinanza della morte, nel chiarore delle stelle.
Era stato verso di lei così nemico in quell'ultimo giorno, ch'ella certo non avrebbe osato avventurarsi fino alla sua camera come faceva nelle trascorse notti, quando l'infermo s'addormentava, o talvolta nelle ore vicine all'alba.
-- «La chiamerò.»
E si mosse.
Ma lo turbava il pensiero di trovarla nel suo letto, spogliata, e gli parve a tutta prima inverosimile di potersi ancora una volta ritrovare con lei, parlarle, dirle sopra tutto quella parola ch'era necessario dire. Tuttavia giunse fino alla sua porta, l'aperse, intese il rumore del suo corpo, che al lieve cigolìo dell'uscio si volgeva nelle coltri.
-- Dormi?... -- egli domandò soffocatamente.
-- Sei tu, Andrea?... Dormivo appena.
-- Lévati.
Ella riconobbe nella sua voce un non so che d'insolito.
-- Che fai su l'uscio? Entra.
Egli ubbidì; ma rimase immobile, un passo oltre la soglia. Sollevata sui cuscini, ella invece lo chiamava a sè allungando un braccio.
-- Cos'è accaduto?
Andrea rispose:
-- Nulla.
-- Sta male?
-- Chi?
-- Ma... Giorgio...
Egli fece una lunga pausa prima di rispondere, poi disse ancora:
-- Lévati.
Ella respinse le coltri, e scivolando giù dalla proda cercava coi piedi bianchissimi le pianelle sul tappeto.
-- La mia vestaglia... dammi la mia vestaglia, -- lo pregò, per non mostrarsi ritta in camicia. E soggiunse: -- Là, sull'attaccapanni.
Allora egli la vide, la prese e gliela portò. Ma invece di vestirla, ebbe voglia di avvolgerla, così com'era, in un bacio iroso. Non lo fece. Ella si fasciò nella vestaglia, e guardandolo dubitosa, interrogava:
-- Che hai? Che c'è?
-- Vieni, -- egli disse volgendosi; -- vieni.
Lieve, movendo un fruscìo di seta che nel silenzio pareva sonoro, lo seguì, scivolandogli appresso, finchè furon entrati nella sua camera, ove si chiusero.
Là v'era più luce, ed ella così alterato lo vide, così livido, con gli occhi tanto sbarrati, che non pareva più lo stesso uomo. L'afferrò per le braccia, impaurita:
-- Che hai? Che hai?
Egli volle sorridere, ma la sua bocca si contorse in una smorfia, e tacque.
Fino allora egli non s'era trovato che solo. Ma ora, come gli pareva strano aver dinanzi un testimone! Come diversamente suonava la parola «morte», nel passare come un'eco dentro il proprio silenzio interiore, o nel doverla comunicare con la bocca, in forma d'annunzio irreparabile, ad un orecchio che l'ascolti!
«Morte...» due veloci sillabe, cinque segni dell'alfabeto, che hanno il più vasto senso di tutta la comprensione umana. Parola che nulla distingue dalle altre quando la si pronunzia come un'immagine, ma che diviene fredda, greve, assoluta, quando è detta in testimonianza del cadavere, quando si abbatte come un'ala senza volo su la materia che giace...
Allora ne misurò in sè stesso tutto lo spavento, e gli parve che, più del fatto, fosse impossibile a dirsi la parola. Ma questa risonava dentro il suo cervello, immensa e micidiale, come il rumore d'un grande stormo di corvi che invadessero l'aria buia.
Sentiva nel medesimo tempo l'orrore della tragedia e il turbamento della sua presenza feminea, della sua bellezza così poco nascosta, che gli pareva oltremodo impudica, in quella camera, in quella cornice di morte.
Ancor prima di parlarle, capì che da quell'annunzio ella si sentirebbe scaturire nell'anima involontariamente una paurosa gioia... Ma egli qual gioia ne avrebbe, ora e mai più, egli che doveva da solo portare il peso dell'orrendo segreto?
Le lunghe maniche della camicia da notte, apparendo fra quelle più ampie della vestaglia, le scendevan sino ai polsi, li serravan in una frangia di pizzi; anche sul petto, lungo la scollatura, una trina frivola biancheggiava intorno alla seta; quell'odore del lino tenuissimo ed il vestigio di non so qual profumo impregnatosi nella stoffa parevano stringere la bella creatura in un cerchio d'impurità. Era troppo soave, troppo feminea, per ascoltare la morte.
Chiuse gli occhi e la dimenticò. Ma insieme i lievi pizzi della sua manica gli toccarono la fronte.
-- Che hai? -- gli domandava l'amante, carezzandolo. -- Parla; mi fai paura.
Ed anche nella sua voce continuava quel profumo, quel respiro d'impurità. Egli ebbe un momento la tentazione di farla patire, d'infliggerle un tormento che fosse uguale al suo; ma l'amava, l'amava, era tutto il suo mondo, la vita era piena di lei... Che bel colore avevano le sue guance, come d'un rosato avorio, d'una madreperla venata!... Che dolce disegno, che rossa umidità per le sue labbra! E ne' suoi capelli ed in tutta la persona, dalla fronte al piede, che terribile fascino sensuale, che infinita voluttà!...
-- «Ora, -- egli pensava, -- è mia.»
L'uomo brutale, che non conosce argini al suo desiderio di possesso, in questo pensiero s'innebriò. Gli corse per le vene, quasi facendo rumore, una potenza nuova, gli battè contro i timpani una musica violenta, piena di vittoria; nelle sue pupille fulse un raggio di luce. Con forza, quasi la ghermisse ad alcuno che fino allora gliel'avesse contesa, la strinse nelle sue braccia e la serrò contro il suo petto virile, fortemente, lungamente, senza dirle nulla, in una specie di convulsione, per appalesare su lei questo pensiero: «È mia!»
Ell'amava la sua forza, e si rendeva piccola, si lasciava tutta ravvolgere dalle sue braccia, sopraffare dalla sua violenza, carezzandolo senza far mossa con il suo corpo di velluto. E sentiva con gioia le mani dell'amante farle un nodo quasi doloroso fra le cedevoli spalle, mentre, con la faccia rovesciata sotto il calore della sua bocca, si sentiva percorrere dal suo respiro come da un maraviglioso bacio.
Che piccola cosa era per lei, in quell'attimo, tutto il resto del mondo! Com'era sua fino all'ultima vena, senza pensiero, senza lotta, senza dubbio, sua con felicità!
-- Mi ami?... -- bisbigliò. Ella non poteva sospettare altra cosa che l'amore, non cercava che di accrescere la sua gioia, parlandone, costringendolo a parlarne. Ma egli stava muto; aveva un non so che di crudele su gli orli della bocca, nel riso che gli scopriva i denti lucentissimi.
L'attrasse, la portò con sè vicino alla finestra, perchè gli pareva di allontanarla dalle cose circostanti affacciandola verso la notte libera.
-- «Griderà, -- pensava -- se io le dico...»
E preparò la mano per soffocare quel suo grido. Voleva dirlo súbito, e gli pareva tuttavia non possibile a dirsi.
Ma il suo viso parlò prima della bocca, le sue pupille arsero d'una luce quasi nefasta.
-- Odimi... e non gridare! Odimi!...
Le teneva ora le tempie, il viso, fra i due palmi, serrato; era curvo su lei per afferrarla nella sua tragica volontà.
-- Non gridare... bada! Una cosa terribile... bada!
E scandì queste parole inesorabili: -- «Tuo marito è morto.»
Più veloce che nel dirlo, e prima di compiere l'intera frase, le attirò la faccia contro il cavo della propria spalla e col braccio le avvolse il capo come d'un manto, per soffocare il suo grido.
Non intese che una specie di rantolo nella sospensione totale del respiro. Allora, sciogliendola da quella stretta, le si curvò presso l'orecchio, e lentamente, con una specie di misura, disse un'altra volta:
-- È morto: l'ho trovato nel suo letto... morto.
Ella barcollò, sopraffatta. Un enorme stupore tenne per un istante immobili tutte le linee del suo viso. Poi si sciolse da lui quasi per istinto e retrocesse nel vano della finestra, urtando contro l'invetriata aperta, senza dare il grido che si mozzò nella sospesa vita.
Dietro lei, come un placido specchio, il vetro acceso dalle stelle raccoglieva lo splendore della sua nuca, l'ombra confusa de' suoi capelli, che immersi nel pieno raggio divennero scintillanti. Fra loro, in quella pausa, restò uno spazio vuoto, che parve il limite necessario fra le lor anime distanti.
Poi ella fu presa da un tremito, e balbettava come nella febbre parole incoerenti; cercava di ripetere a sè stessa quella frase indicibile, quasi per esaminarne il senso, per radunare davanti all'anima spaventata l'inafferrabile verità.
-- Morto?... è morto?!...
Ed ancor prima che il dolore potesse scenderle fino al cuore, un velo di lacrime le bagnò copiosamente la faccia. Lacrime che si staccavano dagli occhi fermi, cadevan come grosse gocciole senza lasciare un solco; poi, di súbito, cessarono. Allora si mise a ridere d'un riso convulso, e torceva le braccia verso di lui, forse per afferrarlo, forse per allontanarlo da sè, mentre la sua bocca ridente balbettava:
-- No!... non è vero... no! Dimmi che non è vero!
Egli le prese i due polsi, forte, quasichè avesse una irosa gelosia del dolore che vedeva in lei, e disse un'altra volta, scuotendola:
-- Sì, sì, è morto.
In quella scossa, in quel disordine subitaneo, la vestaglia s'era slacciata; si vedeva la camicia lieve scenderle fin su gli stinchi politi; l'ombra del suo corpo ne traspariva, come da un velo tenue che tradisse l'intera nudità; i seni spaziosi, contenenti nella lor distanza la doppia increspatura delle trine, calmi e pur quasi violenti nella loro ertezza, di qua, di là pungevano con l'oscuro vértice il finissimo lino.
Egli n'ebbe, anzichè turbamento, una specie di dolore fisico al sommo della fronte, alle radici dei capelli, e nei polsi, e nell'arterie del collo, dove batteva più celere l'impetuosa vita. Gli pareva che sopra le corde vigili de' suoi nervi corressero due sensazioni diverse, che si mescevano e s'uccidevano insieme: una era un brivido, ma di terrore, per quel fantasma del morto; l'altra era un brivido, ma di gioia, che gli veniva dalla bellezza di lei, dall'immagine del suo corpo seminudo -- e questa era senza dubbio la paura più forte.
Tutto aveva saputo vincere nella vita, e, fin dove può la comprensione dell'uomo, tutto ridurre al piccolo senso effimero, al piccolo valore transitorio d'un fenomeno umano; tutto, ma non la forma di quelle sue membra femminili, ch'erano per lui quasi una tentazione soverchiante, quasi un bene che andasse oltre la possibilità del suo medesimo desiderio, e fosse una specie di potenza maravigliosa, calamitosa, alla quale avrebbe tentato invano di sottrarre il suo spirito e la sua carne.
Quand'ella passava, o s'appressava, od un'eco portava la sua voce, o per un filo d'aria si diffondeva il suo profumo, od il suo nome fosse detto da alcuno, o per avventura gli accadesse di vedere inattesamente un oggetto suo, ne riceveva nell'anima e per le vene un tremito che gli faceva male, che gli dava una specie d'inquietudine oscura, di desiderio affaticante; quand'eran soli, quando la baciava, e pur quando nella brevità delle furtive notti ella era nelle sue braccia perduta d'amore, invano cercava di bere dentro quel cálice un sorso che fosse pari alla sua sete, o che potesse, per un poco almeno, placare l'ansia che lo struggeva di lei, spegnere la febbre incontentabile che gli faceva dallo stremo nascere un desiderio più forte.
L'amava, sì, ma più grande forse di questo sentimento era il terrore di non poterla amare abbastanza, la paura ch'ella valesse più di quanto poteva il suo desiderio da lei attingere. Breve gli pareva il tempo, la gioia dell'uomo fugace, inane la forza dell'uomo, -- e la sua bellezza infinita. Onde l'amava con dolore, con disperazione, come un uomo che si accorga del tempo veloce, e tema, in ogni attimo trascorso, di avere dimenticata una felicità.
Ecco, ed egli s'accorse che davanti all'annunzio di quella morte il suo primo impulso era stato un rifiuto, era stato -- o gli pareva -- un immenso dolore. Ella dunque non voleva che fosse morto. Il suo cuore d'amante non le aveva per prima cosa fatto splendere negli occhi un lampo sinistro di gioia. No; ell'aveva detto per prima cosa: -- «Non è vero! Non è vero!...» Per prima cosa ell'aveva tentato quasi di farlo rivivere, anzi aveva retrocesso da lui, da lui s'era sciolta, quasichè sentisse per istinto l'orrore della sua mano micidiale.
Egli misurò velocemente le conseguenze più lontane di quello che immaginava, e giunse a non avvedersi del cammino che quella rivelazione faceva nella mente oppressa dell'amante, precisandosi a poco a poco, divenendo per gradi una verità immediata e dandole agio di misurare a sua volta il senso reale di quelle due parole così repentine: -- «È morto.»
Súbito ella non aveva compreso, od almeno era stata una sensazione così forte, che l'aveva solo accerchiata senza trovar ádito in lei. Ma ora lo vedeva: per comprendere, lo vedeva. Era fermo, steso, freddo, non moverebbe mai più la mano per chiamarla, non direbbe mai più: -- Novella...
E guardando queste immagini, s'avvicinò di nuovo all'amante. Gli afferrava ora un braccio, si premeva contro di lui, rifugiandosi nella sua forza, nascondendo presso quel ruvido cuore di maschio la sua tremante anima.
Poi cominciò a mormorare:
-- Perchè è morto? Perchè?
Ella esprimeva male il suo pensiero; voleva domandargli: -- Come? dove? quando? in qual maniera, per qual ragione è morto? E dov'è? -- Anzi lo disse:
-- Dov'è? Ma súbito si ristrinse a lui con più tremito, quasi temendo che fosse lì vicino, lì per intorno, e che nel volgere gli occhi dovesse vederlo d'improvviso.
Egli spiegò, senza batter ciglio:
-- L'ho trovato immobile nel suo letto; l'ho chiamato: non s'è mosso: l'ho toccato: era freddo.
Ella disse ancora, ma lo disse altrimenti:
-- No...
Il buon odore del suo petto empiva di fragranza il respiro dell'amante.
Senza saperne il perchè, ella ebbe la sensazione che bisognasse non dir nulla ad alcuno, tacere, non svegliare la casa e mantenere nascosto fra loro, come una involontaria colpa, quell'orrendo secreto. Ma appunto perchè aveva questa sensazione, fu tratta a pensare il contrario, a credere che si dovesse gridare, far rumore, chiamarli tutti; balbettò:
-- Il babbo...
Egli le prese forte una spalla:
-- No, taci.
-- Perchè?
Non sapeva rispondere; disse:
-- Aspettiamo.
Ora ella non piangeva più; aveva solo un tremito nervoso dai calcagni alla nuca, e nella gola gonfia un nodo che ogni tanto si scioglieva per rinserrarsi più forte. Andrea s'accorse ch'ella potrebbe avere un qualsiasi dubbio intorno a quel divieto, e cercò di spiegarle perchè fosse conveniente aspettare.
-- Più tardi li chiameremo, -- disse. -- Ma ora sono così stordito, che non potrei parlare con altri se non con te. Anzi tu pure...
-- Sì, sì, io pure... -- ella si affrettò a dire, quasi contenta di esaudirlo e di sentire infatti come lui.
Ma egli non trovò la spiegazione sufficiente e soggiunse:
-- Ho voluto prima dirlo a te, perchè stamane, quando lo vedranno, bisogna che noi siamo preparati; noi due che...
-- Sì, sì, hai ragione.