La vita comincia domani: romanzo
Part 12
Allora quel lampo ch'egli voleva subito vedere negli occhi dell'amante, le traversò le pupille, facendole stringere più forte il braccio che gli teneva e soffermando il suo tremito in un'altra sospensione, ma vertiginosa, della vita. Ora soltanto aveva guardato, aveva potuto guardare al di là da quella morte.
Si nascose ancor più contro la sua persona e disse all'amante, con una specie d'insidia: -- Ho paura...
Egli ebbe un atto d'amore, d'amore casto, e le posò su la fronte le labbra che l'amavano. Ma quel bacio era per rassicurarla, per proteggerla, ed egli cercava d'essere immemore, onde il suo bacio non rasentasse la colpa.
Alte, nel miracolo della notte, le stelle, così numerose che parevan nel deserto cosmico una bufera di polvere in combustione, infuriavano di splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo frantumatosi nella sabbia, quando vi sfólgora il sole. Ciascuna era un lampo ed era un mondo, ciascuna mesceva la sua fiamma, propagava il suo rogo nella raggiera dei mondi vicini.
La notte bruciava ne' suoi vertici, aveva, sopra il suo fosco edificio invaso d'ombre una cupola incendiata; l'eternità era espressa in luce, l'infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.
Avvinti, si affacciarono verso la notte che roteava; e come se il moto dei mondi li afferrasse in un fantastico volo, tutto quanto avevano in sè di greve, d'umano, di turpe, si sciolse in una specie d'annientamento. Entrambi si sentiron così lievi, da credere che la lor materia purificata salisse come fumo, così lievi, da perdere fin la memoria di sè, ma non la memoria d'essere in quel volo congiunti e non la certezza dell'amore che li portava, come liberi spiriti, nell'apoteosi del cielo roteante.
La capacità buia delle lor anime diveniva un cerchio di stelle: nei lor sensi ricolmi d'oblìo una sorda felicità sgorgava come un canto...
Allora ella chiuse gli occhi ed incominciò a sognare. Un sogno era il suo, dove la morte già era passata oltre; la morte non era più che una parola remota, un volo d'ali nere lontananti senza rombo, nell'oblìo. Qualcosa d'indefinito, e pur di grande, le fluiva nell'anima, già troppo simile ad una paurosa felicità. Non sapeva d'essere precisamente una donna liberata, padrona di offrirsi con pienezza, con veemenza all'amore, ma le pareva che un'altra sua simile, una sua sorella interiore, avesse già cominciato a vivere in un'atmosfera inebbriante, a spaziare in una libertà senza confini, e di lei sentiva battere il cuore gaudioso nel viluppo del suo cuore atterrito. Una bocca, non la sua propria bocca, nascostamente in lei rideva, ma d'un riso involontario; questa esultanza temuta invadeva l'emisfero notturno, percorreva la materia come un'oscillazione lucida, fiammeggiava nell'ombra, cantava nel silenzio, volava nell'infinito, fra le stelle, come un turbinìo di polvere d'oro...
Ella era piena fino alla gola di felicità e di spavento: non sapeva quale fosse più forte, non sapeva in cosa la gioia fosse dissimile dal terrore.
E poichè nessuna commozione dello spirito può non avere le sue latenti radici nella carne che portiamo, ella si sentì colmata in ogni vena d'una felicità sensuale che l'affaticava come un godimento soverchio e le stordiva il cervello, quasi avesse da poco soggiaciuto ai più violenti baci. La stessa catena li stringeva; questa catena era fatta dal lor medesimo silenzio, era tanto più serrata quanto più s'impaurivano di doverla subire. Creature ultrasensibili, affratellate dalla diuturna colpa, egli avvertiva ogni tremito nella sua compagna, ella ogni tremito in lui.
Sapeva di far male stando così aggrappata contro la sua spalla, sentendo l'aspra muscolatura dell'òmero e del fianco virile premere contro la sua persona, entrarle quasi nella carne discinta: però da lui non si poteva staccare, quasichè il contatto le fosse indispensabile per proteggersi dalla paura. Egli a sua volta, pervaso da quella tepida morbidezza, non sapeva respingerla nè interrompere con un moto qualsiasi quella troppo soave corrispondenza, ed anzi gli pareva necessario di avvincersi a lei, di mescersi con lei totalmente, per investirla del suo delitto, imbeverla della sua colpa ed avvogerla quasi d'una inconsapevole complicità, poichè sentiva che mai, mai più potrebbe farlo, se non tosto, se non nell'ambiguo silenzio di quell'ora notturna, lì, nella camera dov'egli aveva ucciso, a pochi passi dal morto.
Questa coscienza divenne così forte in lui, che ad un certo momento premeditò d'assoggettarla ad un amplesso, perchè una comunione anche fisica fosse tra loro in quell'attimo di spasimo e di terrore, quand'egli, tenendola fra le braccia, palpitante, come nella stessa prigione del suo delitto, le direbbe su l'orlo della bocca, nell'umido bacio più ansante, le direbbe nel fuoco del piacere, così da insozzarla per sempre, le direbbe in guisa ch'ella dovesse o morirne o riderne, «ch'egli stesso, proprio da sè, con la sua mano, volontariamente, lo aveva ucciso...»
Non era questo un legame di complicità che l'avrebbe con lui serrata, per sempre, nel nodo micidiale? Non era questa una profanazione ch'equivaleva all'aver veduta con i suoi propri occhi l'opera criminosa, ed esservi stata consenziente, anzi all'aver data la morte con una più sottile crudeltà? Non avrebbe in tal modo portato anch'ella il cadavere su le braccia? ora e per sempre, il cadavere su le braccia?...
Gli pareva che fosse tra loro una disparità incolmabile: quel morto appunto, che a lui solo doveva la morte, che per sempre giacerebbe nel suo solo cuore. Insieme la incolpava d'essere così bella, per lui così bella, da rimaner femmina ed amante anche in quell'ora nefanda, così bella da far sì che il profumo della sua carne viva soverchiasse l'odore nauseabondo del cadavere, l'odore immaginario, che ad intervalli credeva di sentir effondersi nell'aria contaminata. Anzi egli non sapeva scindere una cosa dall'altra: il nudo corpo di lei si vestiva d'un lenzuolo funebre, come, ne' suoi occhi allucinati, la visione macabra del morto non poteva in alcun modo separarsi dalla profana immagine della sua nudità.
-- «Se tu mi ami, -- le diceva senza dirlo, -- e se vuoi che t'ami, devi entrare nel mio delitto, farti orrida come io sono, mescolarti con me nel suo feretro, sapere quel che so. Bisogna che tu veda presenti, com'io li vidi, i suoi occhi quando si spensero, e che tu senta nei timpani, inscindibile fra tutti i rumori delle cose, quel rantolo che gli strozzò la gola quando il veleno gli giunse al cuore. Perchè, se io non t'avvinco al mio delitto, forse tu mi odierai...»
E la notte passava immemore, nell'alto cielo, con fulgori che parevano tralucere da un continuo dissolvimento. Era quasi una canicola notturna; l'oceano mondiale pareva una sola onda frantumata in milioni di brillanti. Ma ella era per lui più vasta che l'immenso infinito, e gli affluiva per ogni senso nello spirito, colmandolo di un totale oblìo. Per poter ragionare, chiudeva gli occhi davanti al pericolo della sua bellezza, tentava di sottrarsi a lei, come al potere d'una droga meravigliosa, che lentamente l'ubbriacasse. Non vederla, non udirla, recidere i sensi bisognava, per non cadere in lei come in un vortice senza fondo, per non amare al di là d'ogni cosa la sua dolce bocca umida, i suoi labbri cosparsi di peccato.
Allora, per quella particolare incoerenza la quale talvolta ci sospinge a fare il contrario di ciò che pensiamo, si volse e la guardò. La guardò con sospetto, come s'ell'avesse potuto sorprendere i suoi pensieri, tanta era l'affinità che li stringeva. Ne' suoi limpidi occhi non vide alcuna lacrima, e solo vide il riflesso della notte stellata che dentro vi splendeva come in un puro cristallo. Ella guardò lui medesimamente, con quel sospetto femminile che traluce dagli occhi della donna turbata; e rattennero entrambi il respiro, quasi temessero che la sensazione del loro fiato li spingesse ad un bacio. Ella fece un atto, come se avesse freddo, e si fasciò la vestaglia intorno alla gola, dove il disegno delle vene, tra la pelle bianchissima, tesseva una illuminata ombra. In quella luce obliqua egli vide brillare come fosse d'oro la vellutatura bionda che le nasceva sul principio del collo, intorno alle radici dei capelli. Il suo profilo si disegnava nella vetrata in una macchia di fulgore.
Non mai, non mai come allora comprese la sua bellezza, comprese che la sua bellezza era una cosa malata e lasciva, tutta commisturata di vizio, d'odore, di tepore, e, mentre la guardava, immaginò il pericolo che un altr'uomo la possedesse.
Da che l'amava non aveva mai conosciuta gelosia nè creduto ch'ella potesse da lui dividersi; -- ma ora che aveva ucciso, per una strana successione d'idee comprendeva che questo fatto poteva strapparla dal suo possesso, far sorgere un'avversità imprevedibile, anche s'ella dovesse non conoscere mai la sua colpa, ma per il solo fatto che ciò era; -- e vedendo l'uomo che la toccherebbe, di furore, di spavento rabbrividì.
Nell'assedio d'un tal pensiero, subitamente l'attrasse, quasi per custodirla; e furon così vicini ad un bacio ch'egli sentì su le labbra il calore della sua bocca. Il suo dolce seno gli tormentava il petto con insidia; l'ampiezza del suo bacino l'accoglieva in sè, quasi che ritta non fosse, ma supina, e le braccia, le sue lente braccia, facevano quel nodo stanco e forte che contiene l'amore.
-- Tu... -- egli disse, quasi cercando fra le parole una via di salvamento, -- hai compreso tu quello ch'è accaduto?
Ella solamente rispose: -- Taci... -- abbassando le palpebre, come quando non si osa, per una specie di superstizione, dare un nome preciso ad una troppo grande felicità. Ma insieme si pentì del suo silenzio.
-- Ora l'ho compreso, non prima: ora che tu mi baci.
-- Lo amavi? -- egli chiese repentinamente, quasi godesse della propria crudeltà.
-- Sì, come un povero amico, ed anzi come una schiava rassegnata... -- Poi riflettè e soggiunse: -- Forse non lo sai?
Egli tacque; la sua fronte s'incise di una ruga profonda.
-- E tu? -- ella fece dopo una pausa.
-- Io? che?
-- Lo amavi?
Egli si raddrizzò, come faceva quando gli era necessario chiudere la sua volontà riottosa in un'armatura di metallo, e disse recisamente, con impeto:
-- No! l'odiavo!
Ella n'ebbe un brivido, un brivido che la curvò, come per un bacio datole su la nuca.
-- Avrà sofferto, credi?
-- Nulla o poco; era composto.
Allora l'immagine del morto le assediò il pensiero, e lo vide, steso ma calmo: appena appena un po' di saliva agli angoli della bocca, un po' di gonfiore nelle palpebre chiuse... La morte non le parve che una totale stanchezza, e, per la prima volta dopo quell'annunzio, vide nei propri occhi la spenta fisionomia di lui.
Questa visione le fece comprendere ch'ella pure non lo amava, poichè, nel guardarlo, più che il dolore poteva in lei un senso di raccapriccio fisico, nel quale involontariamente si rammentava d'essere stata baciata da quella bocca. Onde fece un movimento, uno sforzo, per respingere da sè tutto questo; -- ma la visione tornava.
Improvvisamente, un'altra volontà che la sua le fece dire: -- Andiamo a vederlo...
-- Sì?... vuoi?... -- mormorò egli, come côlto in fallo.
Ma intanto pensò ch'era opportuno accertarsi un'ultima volta di quanto aveva compiuto e giudicare da lei, da lei ch'era la più fidata, l'impressione che gli altri ne avrebbero.
-- Andiamo, -- fece risolutamente. E non si mosse,
-- Sì... -- ella rispose, restando immobile a guardarlo con gli occhi sbarrati.
Egli si fece violenza, la prese per mano, e mutamente si avviarono.
-- Fa piano, -- egli diceva, -- che nessuno si desti...
Non certo ella faceva rumore; ma scivolandogli appresso, nell'ombra, quasi nascosta dietro la sua persona, compiva uno sforzo muscolare per vincere la volontà restìa.
In lei rombava un grande frastuono; la notte parevale sonora. Curvi entrambi, addossati l'uno all'altra, comunicandosi per la mano serrata la paura ed i sussulti, scivolavan come ladri lungo la parete, sostando, ascoltando, raggruppati in sè stessi, pavidi, con le ginocchia tremanti.
Il breve tratto parve loro una lunga distanza, e man mano che andavano, avrebbero voluto ritornare. Vicino a lei, anch'egli si sentiva meno forte che solo. Pure la trascinava, o gli sembrava di trascinarla, sentendo il suo peso riluttante.
-- Andrea...
-- Che hai?
-- Non andiamo...
Eran presso l'uscio e sostarono.
-- Perchè?
Ella non rispose; in quel buio non osava stargli presso nè lontana.
-- Tremi anche tu... -- ella disse.
-- Io?... No! -- egli rispose, irrigidendosi, contraendo i muscoli, per non tremare.
La luna mandava ora fin lì un albore tenuissimo, che prima era parso tenebra.
-- Non aprire...
-- Sì, apro...
Girò la maniglia e sospinse l'uscio.
Non súbito videro il letto, ma il chiarore azzurro del fascio di luna che imbiancava la camera funeraria d'una chiarezza livida, piena d'irrealità.
Poi d'improvviso videro il letto, videro la faccia supina, che a loro sembrò -- tanto la temevano -- si fosse mossa e li avesse guardati.
-- Non andargli vicino... -- ella balbettava, -- non posso...
Ma egli, lì, di fronte all'opera che aveva compiuta, riacquistava il suo coraggio; e s'avvicinò al letto trascinandola.
Il raggio di luna vestiva il cadavere dal piede alla fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità. Non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e freddo pareva di quell'algida luce che somigliava stranamente al colore della sua carne, al gelo della sua materia spenta.
-- Vedi, -- egli disse, -- com'è tranquillo?
Ma ella non rispose, forse non l'udì, assorta com'era nel guardarlo, con gli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.
Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come fosse piombo.
La luce azzurra gli metteva intorno alla fronte, lungo le radici dei capelli, una specie di scintillamento; dal suo viso pareva trasudasse un umor luccicante; un fiotto di saliva faceva due piccoli grumi agli angoli della bocca; il labbro superiore avanzava su l'altro, dando alla fisionomia del morto un non so che di camuso. Qualche macchia d'un tetro color giallastro invadeva la scarnezza delle guance; gli occhi non facevan ombra; le ciglia parevano ingrommarsi. Ogni tanto avevano entrambi la sensazione ch'egli respirasse, poichè la morte non pare immobile, finchè si muove negli occhi nostri l'incredula paura con la quale noi la guardiamo.
Egli voleva parlarle, ma indarno cercava nella mente un pensiero da comunicarle; si sentiva sperduto in una specie d'annientamento cerebrale. Ebbe voglia di sedersi a piè del letto e di vegliarlo, in attesa d'un fatto imprevedibile, o forse d'un suggerimento che salirebbe a lui, nello spirito, stando presso quel morto. Allora si accorse dell'estrema fatica fisica ond'era oppresso; gli parve d'aver sonno, ma un infinito sonno ed oblioso, in quella notte così limpida.
Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto; si stringeva le braccia contro il petto, incrociate per i polsi, con le mani sotto la gola, il capo sovr'esse piegato, gli occhi attentissimi. Poi allungò la mano, quasi volesse toccarlo; invece lambì la coltre, lievemente, ritraendola con velocità.
-- Giorgio... -- profferì, non per chiamarlo, ma quasi per riconoscere se veramente fosse lui.
Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza dell'altro, mandargli un ultimo saluto, comunicargli una dolce parola, toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte che non ricordava più... Adesso aveva rimorso, un orrendo rimorso ed una infinita voglia di piangere per lui; adesso le pareva necessario di fargli conoscere il suo dolore, e dirgli, se pur non udisse: -- «Povero, povero amico mio, forse non mi perdonerai... no, certo non mi perdonerai!...»
E s'avvide che s'erano lasciati senza una parola di commiato, senza un bacio, nè una confidenza, nè un secreto, senza una di quelle parole conclusive che fanno meno buia la morte a chi vi sprofonda ed a chi guarda morire. Si ricordava di lui, ch'era buono, ch'era malato, ch'era un povero essere debole, triste, soave, che a lei voleva bene come forse nessuno al mondo, e come forse nessuno al mondo per lei, per lei sola, soffriva... Si ricordò la pazienza disperata, il disperato amore che appariva nelle sue chiare pupille quando la guardavano, e la dolcezza paurosa della sua voce quando parlava con lei, l'amore di cui l'aveva circondata quell'essere morente, la beatitudine grande che lo trasfigurava se appena, quand'eran soli, ella gli avesse detto una parola buona...
In quel momento il suo proprio amore non esisteva più; non si considerava più come la schiava di quell'infermo inguaribile; provava solo un rimorso angoscioso di non essere stata con lui nell'ultima ora, quando il suo pensiero fuggente l'aveva cercata ed il suo cuore cessante l'aveva con sè trascinata nel silenzio della morte...
«Sì, mi hai chiamata e non c'ero! hai voluto vedermi, e non c'ero! hai voluto forse confidare, a me sola, un ultimo desiderio, e non t'ho potuto ascoltare... Anzi tu sei morto «sapendo!» Oh, come devi aver sofferto, povero cuore! Sì, eri buono, mi tutelavi, mi carezzavi con la tua anima dolce; da te non ho inteso mai, mai, che parole d'amore... Ed io non t'ho fatto che male! io non ho fatto che ucciderti giorno per giorno, senza volerlo... Sì, sono stata infame, povero amore, e non mi perdonerai!...»
Si curvò, protese di nuovo la mano per accarezzarlo, e tuttavia non osando, gli passò con la mano sopra il volto in un rapido gesto, che pauroso era solenne.
Poi, di schianto, cadde presso il letto, a ginocchi, e pianse.
Quand'egli vide la donna genuflessa ed il cadavere supino, gli parve che un legame li unisse, che una simiglianza fosse tuttavia tra le lor dissimili positure, ed offeso da quella concordia che gli era nemica si aderse contro di loro con una ferma violenza, levando tanto più la fronte, quanto più l'amante sua la curvava nella vergogna nel rimorso e nelle lacrime per il morto.
Ella era inginocchiata sopra un ginocchio solo; su l'altro teneva un gomito e nei palmi la fronte.
Ora, dal lenzuolo inazzurrato, il manto lunare cadeva su lei stupendamente; la bellissima sua nuca scoperta era densa di capelli quasi fulvi, che brillando si arruffavano. Pur così accasciata, il suo dorso conservava una mirabile elasticità; la gamba su cui stava inginocchiata, uscendo fuor dalla balza della vestaglia scopriva il bianco malleolo ed il tendine teso, che s'allentava nella rotondità del polpaccio.
Quasi tutto il piede era fuori della pianella, e si vedeva il tallone roseo svanire in un incavo profondo verso le dita flesse, che tenevan ritta la calzatura piegandosi contro l'orlo d'ermellino.
Nel medesimo tempo egli guardò il morto e gli parve straordinario che vicino ad un cadavere si trovasse una cosa tanto profana ed avesse, nell'atto che compiva, una qualsiasi comunanza con lui.
Voleva parlarle, chiamarla; ma un senso di rispetto più forte non gli consentiva di muover labbro. Ascoltò con una specie di rancore taciturno, ed intese che pregava.
Sì, dall'atto delle sue labbra e dalla ferma sua genuflessione indovinò che l'amante pregava. Dunque non sarebbe mai la sua complice, non crederebbe mai che all'uomo sia lecito far morire. Anzi, poichè pregava, qualcosa v'era di non distrutto fra la sua bella gioventù e quella morte infinita, qualcosa v'era in quel silenzio, di più sacro e di più forte che l'amore, poich'entrambi avevano creduto nella parola inverosimile: «Dio».
Allora si trasse indietro, e pensò ch'ell'avrebbe trasalito per la paura di rimaner sola in vicinanza del morto. Ma ella non si mosse, non s'accorse, non ebbe un solo tremito nella persona. Investita così dal raggio lunare, prosternata com'era davanti al letto funerario, pareva una monaca seminuda, che, in una notte piena di stelle, si fosse trascinata con delirio verso il marmo dell'altare, affinchè la pietra del sacrario purificasse la sua carne disperata. Ed egli non udiva più nemmeno il bisbiglio della sua preghiera, nè più vedeva il suo petto muoversi, la nuca trasalire, il tallone roseo staccarsi od avvicinarsi al tacco della pianella: ma due sole immobilità perfette occupavano la stanza, un solo raggio le ammantava nel suo fermo splendore.
-- Novella... -- egli chiamò sommessamente.
La sua propria voce lo ferì come la voce d'un estraneo, senza che le due creature si movessero. Le andò vicino, ed invece di chinarsi, attese.
Era tramortita; ma da presso egli vedeva le sue spalle trasalire insensibilmente. Stando così piegata in avanti, con la fronte che quasi toccava il lenzuolo, la prima vertebra spinale formava tra le piane scapole un forte rilievo; il fascio lunare non impediva che presso l'attaccatura del collo le sue bianche spalle fossero piene d'ombra.
Poi d'un tratto la vide roteare sul ginocchio piegato, allentar le braccia ed accasciarsi a terra come un peso inerte, senza quasi far rumore. La pianella scappò via dal piede roseo, fece un piccolo salto, si rovesciò. Era scoverta fino a mezzo il petto; i calmi seni formavano, sollevando la camicia, una profonda incavatura.
Dopo di lei fissò il morto, e gli parve strano che la sua faccia non si fosse chinata fuor dalla proda, per guardare in giù.
«Vedi? -- mormorò in lui una voce estranea. E gli parve di ridere nel cuore sarcastico, ma d'un riso che non gli saliva fino alla bocca.
«Vedi?»
Gli parve che alcuno avesse aperto l'uscio. Senza maraviglia si volse e guardò.
Su l'uscio batteva tagliente l'ombra d'uno stipite; null'altro che l'ombra d'uno stipite. La maniglia luccicava.
Un usignuolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo stordiva. Gli parve che stesse a cantare, lì, sul davanzale. Si volse e guardò. Ma la pietra del davanzale frammista di selce non mandava che lampi ed il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante nell'immensità.
«Uuh!... Fi! Perchè canti? Vattene.»
L'usignuolaccio saltava.
Era proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore contro le foglie sonore.
«Vedi?»
Un filo d'aria notturna passò su di lui, percorse la lunghezza del letto, soffiò tra i capelli radi del morto, li scompose. Poco dopo una vasta nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il filo che portava quel fascio d'elettricità, e, fattasi buia la stanza, egli si sentì serrare nella caligine come fra due pareti che si chiudessero.
«Vedi?»
E la nuvolaglia se n'andava piano piano; il raggio tornava, più mite, poi più forte, parendo invadere la stanza e colmarla, come un fiume...
Allora si chinò su l'amante, la prese per un braccio, la scosse. Ella sbarrò gli occhi, guardò intorno, si risovvenne, lo prese ai polsi e con tutta la forza delle due mani congiunte s'aggrappò a lui per sollevarsi.
-- Via... via... -- balbettò quando fu ritta. E lo sospingeva indietro col peso della sua persona, chiudendo gli occhi, come se non volesse volgersi per riguardare il morto. -- Via... portami via!
Egli vide lo scendiletto sconvolto e l'accomodò con la punta del piede, resistendo per un poco all'urto dell'amante; poi si lasciò respingere.
Uscirono.
Camminando senza cautela rifecero il breve cammino, tenendosi avvinti, quasi tornassero dalla consumazione d'un delitto e andassero impuni, lievi, a goderne la preda. Su l'uscio, nell'entrare in quell'altra camera, che a lor parve gioconda, involontariamente si baciarono. Ell'aveva nella gola un riso singhiozzante, negli occhi una febbre luminosa, nelle vene un battito celere che le soverchiava il cuore. A lui pareva di averla rubata quasi dalle mani d'un avversario più forte, o trascinata via da un incubo, via dal talamo di un altro che gliel'avesse rapita.