La vita comincia domani: romanzo
Part 13
Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio dell'alto suo ramo il cantore solitario snodava, buttava i suoi gorgheggi con impetuosa magnificenza, come, nell'aria, brillando, lancia i suoi gettiti una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le vellicassero il ventre viscido per farla ridere o si fosse ubbriacata fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.
-- Dammi a bere... -- ella fece, comprimendosi il petto soffocato: -- brucio di sete!
-- Acqua? egli disse. -- Non ho che acqua.
-- Sì.
Prese la caraffa, il bicchiere, lo riempì fino all'orlo, poi, stillante, lo porse alla sua bocca. Ella ne ingoiò un sorso avidamente, facendo gorgogliare l'acqua nel deglutirla; poi guardò l'amante:
-- E tu non hai sete?
-- Sì; dopo.
-- No, bevi, -- ella fece, prendendogli la mano che teneva il bicchiere e spingendola verso la sua bocca. Egli ubbidì. Bevve con ingordigia, con ira, due volte, poi guardò il bicchiere vuoto.
-- Ancora ne vuoi? -- diss'ella.
-- Non più. -- Respirò forte, soggiunse: -- Lo sai ch'eri svenuta?
Ma ella si coverse gli occhi, piegò il mento sul petto, e, come chi si ritrae da una visione paurosa:
-- Non parlarne... -- pregò. -- Che orrore! che orrore! Ho bisogno per un momento di scordarlo... Non parlarne più!
Egli rimise a posto la caraffa, si andò a sedere sull'orlo del letto, curvo, stanco, tenendo le mani allacciate, fra le ginocchia, la fronte china.
Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò vicino alla finestra, guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.
Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore; incominciava un dondolìo sonnolento per le alte cime degli alberi; dentro, nelle frasconaie, qua e là, un fruscìo prolungato, uno strepito scorrevole, come se vi rimbalzasse in mezzo, tra foglia e foglia, una lentissima pioggia di sabbia.
Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l'albero gigantesco, un grande fiore di magnolia sfasciarsi repentinamente, cadere giù, lembo a lembo, ciascun petalo roteando come una spola, finchè si posava disfatto su la ghiaia luccicante. Quel fiore, lo sfacelo di quel grande fiore, l'assorbiva interamente, e, senza ben comprenderne il perchè, non poteva ritrarsi dal guardare l'opulento ramo, che per quella caduta seguitava a dondolarsi oscillando, e quel fiore sparso, rotto in frantumi, che giaceva sotto il vasto albero, come una bianchissima porcellana spezzata.
E vide un piccolo rospo che vi saltellava nel mezzo, traversando la ghiaia.
Senza volgere il capo ella chiamò per nome l'amante; ma egli non si mosse.
Allora, affacciandosi ancor più, si mise a guardare, nella facciata bianca della casa, quella finestra poco lontana, dietro la quale, ma in fondo, contro l'opposta parete, c'era un uomo che dormiva per sempre nel letto illuminato, nel sudario del raggio lunare, di fronte alla magnificenza delle stelle.
Vide, o le sembrò, che ne uscisse un fumo azzurro, torbido, il quale navigava per la notte, sperdendosi; e intimorita si ritrasse, onde non respirare nel vento neppure un átomo di quel fumo.
Andò vicino all'amante, gli pose una mano sui capelli. Egli non levò il capo, non disse parola. Ed ella, tacendo, prolungava la sua carezza con una specie di voluttà, indugiando nei caldi capelli, un po' chinata su la sua pallida fronte. Infine disse:
-- Che ora è? tardi?
Egli guardò l'orologio, distrattamente:
-- Le tre passate.
-- Hai sonno?
-- Non ho sonno; e tu?
-- Nemmeno. Guàrdami!...
Andrea levò gli occhi. Entrambi, nel fissarsi, parvero maravigliati.
-- Che faremo? -- ella disse, tremando fin nell'anima.
-- Non so.
Stava ritta fra le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le spalle; egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e, senza toccarla, sentiva tuttavia l'impressione della sua pelle fresca e giovine, sentiva il profumo della stoffa tenue somigliante all'odore stesso di lei.
-- Tu l'amavi! -- gli esclamò d'un tratto, con iracondia, senza levare il capo.
-- No... taci...
-- Sì, lo amavi! ora l'ho visto! lo so... -- egli disse caparbio.
Novella si chinò presso l'orecchio dell'amante, quasi baciandolo, e bisbigliava di continuo:
-- Taci... taci...
Subitamente egli serrò le braccia intorno alle sue reni e l'attrasse, alzando la bocca verso la bocca di lei, che lo cercava.
-- Sei mia, ora?
Ella rise, non colle labbra soltanto, ma con tutta la persona, con tutta l'anima rise.
-- Rispóndimi!
-- Sì... sì!
-- Ma per poco... -- egli fece, tetro.
-- Come?
-- Ho detto: per poco. Adesso non c'è più divieto, e allora...
-- E allora? -- ella interrogava con la medesima voce.
Poi gli prese la faccia tra i palmi, e, quasi per soffocare ogni parola, su la bocca, affannosamente, lo baciò.
E rimasero avvinti in quel bacio, disperati, sitibondi, colmi fino alla gola di orrore e di amore, sentendo che in quella voluttà esecrata una coscienza invisibile, quasi, un Dio, li malediva...
. . . . . . .
... poi, lontano, per l'ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti, quasi una colonna di fumo, che soffiasse non da un incendio ma da un gelido remoto mare, e videro per l'universo effondersi quella specie di scolorimento, quel brivido, quella bianca tenebra che precede il salire del giorno.
Un grande velario, di mussola o di tulle, passava su le migliaia di stelle per diminuirne lo splendore; una chiarità nasceva nell'oriente concavo; la notte a poco a poco s'incanalava in quella zona pallida, lasciando portare dal vento le sue gonfie spirali di fumo.
Piccole stelle morte, randagie, vi cadevano dentro, scomparivano, lasciavan un solco impercettibile nello spazio dov'erano a migliaia; le grandi costellazioni, luminose come navigli notturni, affondavan nell'oceanica immensità; la luna colava a picco imbiancandosi nella voragine d'una nuvolaglia simile ad un cratere.
Lontano, all'alba sopravveniente, un gallo cantò.
Ilare, mandava in alto la sua chiacchierata pretensiosa, lisciandosi forse il bel pennaggio lustro, come una donna mattiniera, che alla finestra péttini cantando la sua liscia capigliatura.
Entrava, con l'odor fluviale dei narcisi, con l'abbrividire delle foglie che si destavano, un'ondata d'aria fredda, quasi visibile, che faceva il giro della stanza, come un vortice...
Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la fasciò sino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli occhi pieni d'ombra disse a lei che non parlava:
-- Dormi?...
SECONDA PARTE
I
Tancredo Salvi arrivò il giorno appresso in villa, non appena gli ebbero telegrafato ch'era morto il suo fratellastro. Giunse in tempo esattamente per i funerali, ma sopra tutto per aver notizia del testamento: il che gli stava molto a cuore.
Dalla prima giovinezza, dal tempo lontano in cui Giorgio Fiesco era partito dalla casa del patrigno in cerca di fortuna per il mondo, non s'erano quasi mai riveduti, nè alcuna fratellanza era tra loro, bensì per costumi e per indole una invincibile avversione. Venuta a morte la madre comune, Tancredo aveva brigato in mille guise per contendere a Giorgio la meschina eredità, e dopo aver dato fondo a quel denaro, d'ogni espediente viveva tranne che del suo proprio lavoro. Lo si era veduto alla Borsa e nei mercati, farsi mezzadro d'affari equivoci o pericolosi; lo si vedeva nelle bische, nelle bottiglierie, su gl'ippodromi, un po' male in arnese, ma tuttavia giocondo.
Più tardi s'era messo in un certo giornalismo di pettegolezzi e di raggiri, che sfioravano il ricatto; aveva inoltre aperta un'agenzia d'informazioni secrete, una di quelle tante che pullulano per i sinistri vicoli delle grandi città.
Non ancor quarantenne, alto, forte, un po' calvo, con la faccia quadrata e sbarbata, il colorito plumbeo, gli occhi profondi, una fronte malvagia, la tempia destra fiaccata come da un pugno dato in una creta molle, quest'uomo esprimeva nella sua rozzezza un non so che d'intelligente e di maestoso, un non so che d'amaro e di buffo, che prima insospettiva la gente, poi talvolta faceva sorridere chi avesse a trattare con lui.
Giuntagli ora la notizia della morte di Giorgio Fiesco, Tancredo non aveva indugiato in lunghi dubbi, e cacciate alla rinfusa le sue poche robe in una sacca sfiancata, empitosi di mezzi toscani il portasigari sdruscito, contate nel voluminoso portafogli le poche centinaia di lire ch'erano pressochè tutto il suo bene, aveva chiamato con robusta voce la serva-consorte che gli faceva da massaia, e le aveva dato l'ordine di far scendere la sua borsa in portineria.
Nel treno che lo portava dolcemente, per una sera ventilata, traverso le campagne fragranti, egli cominciò a sentirsi ravvolgere da un senso di vera beatitudine, quasi avesse l'intima coscienza di volare leggermente incontro alla fortuna.
Pensava: -- «Se mi capitasse di azzeccarne una finalmente! -- Centomila lire!... Cosa sono centomila lire per il mio povero fratello? Dopo tutto siamo nati dallo stesso grembo! Lo so: c'è la moglie; ma non hanno figli. Centomila. Poi sono curioso anche di conoscere l'amico intimo, il gran professore... Centomila.»
E questa parola numerosa, interminabile, con uno strascico di zeri tondi e roteanti che parevano intessere nell'infinito la chioma d'una straordinaria cometa, gli turbinava intorno, moltiplicandosi nel cielo, finchè lontano si disperdeva in una striscia ondeggiante, o forse nel pennacchio di fumo che la vaporiera si lasciava dietro camminando.
Adesso il treno correva diritto per la rasa campagna, disegnando nella seguace ombra il traforo bianco dei finestrini. Veniva dalle pingui zolle un odor fertile di semenza matura; su l'estremo válico dell'orizzonte il disco paonazzo del sole affondava come un rotondo vomero nella terra lampeggiante.
Allora Tancredo fece un sogno, che non era del tutto un sogno e che appunto lo seduceva per la sua possibilità.
Un notaio, alto, allampanato, con gli occhiali a stanghetta, una voluminosa cravatta nera, leggeva il testamento del morto in una grande stanza dove c'erano molte persone attente. Lui, Tedo, se ne stava in un angolo, dietro tutti, ma seduto in una poltrona molto comoda, e guardava in alto, verso il lampadario, distrattamente... «Lascio mia moglie erede universale de' miei beni, con un legato di L. 100.000 ( -- dico centomila -- ) a Tancredo Salvi, mio fratello di madre, e...»
Tutte quelle persone attente si voltavano a guardare lui, ch'era tuttavia distratto, ma non poteva trattenere un certo risolino involontario che gl'increspava gli angoli della bocca. E il notaio seguitava a leggere con la sua voce fastidiosa come il ronzìo d'una vespa:
«Legato A... -- legato B... -- legato C...»
La vedova se ne stava seduta poco lontano da lui, pallida, nelle recenti gramaglie, e co' suoi grandi occhi pieni di torbide ombre insidiosamente lo guardava.
«Scritto di mio pugno, da me testatore, in piena coscienza di...»
Era il notaio che finiva di leggere il testamento, con la sua voce nasale ma ronzante; poi si nettava gli occhiali a stanghetta dentro un enorme fazzoletto blu...
Subitamente il quadro di quella grande stanza piena di persone attente si cancellò dal suo cervello; ma vide bensì la vedova, di sera, che saliva le scale con un candeliere in mano, forse per non trovar pace nella coltre insonne ove si contorcerebbe la sua profumata e vedovile solitudine...
. . . . . . .
Alla stazione, quando giunse, nessuno l'attendeva. Chiamò l'unico vetturino che già stava per volgere il suo cavallo, e di galoppo traversarono il borgo addormentato. A quell'ora le case degli artigiani eran buie: solo mandavan lume un paio di taverne, la bottega del farmacista, l'invetriata del caffè. Quando giunse a villa Fiesco, il cancello era chiuso ed il vetturino cominciò a schioccar di frusta. Uscì fuori dalla casa rustica la piccola Natalissa, e con la sua vocina di capinera da lontano gridò:
-- Vengo sùbito.
Nell'alta casa una finestra s'aperse; confuse ombre vi si affacciarono, e s'udì sopra gli alberi del giardino la voce di Maria Dora che domandava:
-- Chi è venuto, Natalissa?
-- Un forestiero, -- gridò la bimba. E da brava donnina già grande prese la sacca dell'ospite, lo accompagnò per il viale fino alla scalinata.
Maria Dora, Stefano, la Berta stavano sul limitare, in attesa. Nessuno fra loro conosceva Tancredo, se non di fama, e vedendo quello sconosciuto avanzarsi tranquillo dietro la bimba del giardiniere, a tutta prima non seppero immaginare chi fosse.
Egli pensava tra sè: -- «Questo è il momento grave. Occorre una certa presenza di spirito...»
Giunto a mezzo della scalinata, si levò il cappello e disse, fermandosi:
-- Io sono Tancredo Salvi.
Maria Dora, senza rispondere, scappò dentro a dare la notizia. Papà Stefano alquanto impacciato, gli rispose:
-- Non eravamo preparati alla sua visita, signor Salvi.
Tancredo salì con disinvoltura gli ultimi gradini.
-- Mi scusino; arrivo in questo momento; non feci che balzare nel primo treno; sono ancora sotto il colpo dell'orribile notizia... vengo per rivedere il mio povero fratello. Grazie, grazie, d'avermi avvertito!...
E metteva nella sua voce robusta una specie di affannosa riconoscenza, mentre col palmo della mano faceva l'atto di rasciugarsi una lacrima. Stefano non sapeva che dire; se ne stava irresoluto, squadrandolo.
-- Allora lei desidera pernottare qui? -- mormorò infine, accennando alla sacca da viaggio che Natalissa aveva posata sopra una seggiola.
-- A meno che non rechi troppo disturbo... -- disse Tancredo con umiltà. -- Volevo scendere all'albergo, ma non conosco il luogo, e, sopra tutto, il desiderio di veder súbito il mio povero fratello m'ha spinto a venir qui.
-- Mi perdoni un momento, -- fece Stefano; ed entrò nella casa. Mentre stava per salire, incontrò Maria Dora con il Ferento che scendevano.
In quel mentre apparve Marcuccio sul limitare della sala.
-- Chi arriva? Ospiti? Ma che c'è? Forse un ballo?
Nessuno gli rispose. Stefano tornò su la veranda e disse alla Berta ch'eravi rimasta:
-- Va sopra in fretta e prepara una camera al secondo piano, l'ultima. -- Poi disse a Tancredo: -- Entri pure.
Egli avanzò con circospezione, guardandosi attorno, quasi temesse d'andar incontro ad un agguato. Vide il Ferento, Maria Dora, Marcuccio, e, non sapendo che fare, fece un inchino. Il Ferento lo squadrò da capo a piedi, con uno de' suoi sguardi rapidi che investivano come un urto; il Salvi sogguardò lui con una delle sue occhiate oblique, che accerchiavano come un laccio.
-- Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? -- disse il Ferento. -- E desidera vederlo?
-- Appunto.
-- Venga: la condurrò.
Bisognava traversar la sala e Marcuccio stava su l'uscio, attento. Si trasse da parte per lasciar passare il Ferento, ma súbito si rimise traverso la soglia, in guisa da sbarrarne l'adito. Allora Tancredo, per non urtarlo, si fermò di botto, guardando in faccia quasi con timore quel lungo giovinotto sbilenco, dai capelli corti, vestito con panni che gli cascavan di dosso, il quale invece, nel fissarlo, rideva. Tancredo non poteva comprendere perchè mai quel personaggio gl'impedisse di passare. E lo scemo ad insistere:
-- Chi sei? Dove vai? C'è un ballo forse?
Andrea tornò indietro, e preso lo scemo per un braccio lo costrinse a togliersi di mezzo. Poi disse:
-- Marcuccio, sono le dieci: va a dormire.
Costui tirò fuori un grosso orologio d'argento e si mise ad ascoltarlo, poi ad osservarlo, contando le ore su le dita. Non gli tornava il conto.
-- Eh!... -- gridò appresso al Ferento, -- non sono le dieci!... una di più! C'è un ballo forse?
Allora Tancredo, nel salir le scale, si risovvenne che Giorgio Fiesco aveva un cognato scemo.
«E adesso mi tocca pure di vedere un morto... -- pensò. -- Non è piacevole. Con questa fame da lupo!»
Giunti sul pianerottolo, Andrea lo avvertì:
-- È già nella cassa perchè si decomponeva, ma la cassa non è chiusa e lo potrà vedere.
Tancredo avrebbe voluto rispondere a quel celebre scienziato in maniera degna della propria eloquenza, ma non trovava parole adatte, perchè l'idea di entrare così precipitosamente nella camera d'un morto gli scompigliava tutte le facoltà.
Il corridoio era buio; da una porta nel fondo si diffondeva una striscia di luce.
«Dev'essere là il morto... -- pensava. -- Purchè non mi lascino solo davanti alla bara...»
-- Venga, venga, -- disse il Ferento, fermo su la soglia della camera funeraria.
Tancredo si avanzò. Vide per prima cosa un letto vuoto, senza federe nè lenzuoli, con un pannolano sopra la coltre, da capo a fondo cosparso di fiori; poi vide una vecchia in una poltrona, che pregava, ed era mamma Francesca; indi una contadina, un contadino, ed un ragazzone di vent'anni, un bifolco nero come il carbone, seduti lato a lato, contro il muro, e che pregavano anch'essi. Da ultimo vide, nel mezzo della stanza, posata per terra fra quattro candelieri gocciolanti, la bara, coperta da un lenzuolo. Il coperchio stava poggiato verticalmente contro il cassone del letto.
Intorno alla bara il pavimento era cosparso di fiori; egli cercò di non camminarvi sopra. Intorno alle quattro torciere si ravvolgevan spirale da ramoscelli fioriti; le fiamme piegate dal vento si allungavan come lingue vibrátili; ogni tanto se ne staccava una specie di vampa nera, che pareva guizzar via nell'ombra, di qua, di là, velocissima.
«Ora, che faccio?»
Di levare il lenzuolo da sè, proprio con le sue mani, Tancredo non aveva cuore; si chinò sopra il catafalco, restando immobile, come se recitasse una preghiera. Il lenzuolo era teso; non lasciava trasparire affatto il rilievo del cadavere.
«È lì sotto e non lo vedo... povero Giorgio! Era tuttavia un buon uomo; quasi quasi potrei davvero piangere... Sebbene si fosse press'a poco estranei, certe cose la natura le comanda. Siamo figli della stessa madre: questo conta, per bacco! Poi, che male mi ha fatto? Qualche soldo me l'ha sempre dato, anche molti, per dire la verità... Era un brav'uomo. Certo non sentiva troppo i legami della fratellanza, ma questo è un difetto che gli si può anche perdonare, adesso ch'è morto. Io stesso, per dire la verità, non sono proprio uno stinco di santo... Su, vediamolo, poveraccio!»
Ed allungava la mano per sollevare il lenzuolo; ma la mano titubante gli si fermava a mezza strada.
«Diavolo!... E dire che non avrei paura di quattro malandrini!»
Si fece animo e si chinò. Quell'odore di cadavere e di naftalina lo stomacava, serrandogli la gola. Tuttavia prese un lembo del lenzuolo e cominciò a sollevarlo.
Allora si avvicinò la contadina, e inginocchiatasi all'altro lato della bara:
-- Volete vederlo, signore? -- domandò. -- Peccato che ora si guasta.
E piano piano sollevò il lenzuolo, come dal viso d'un bimbo che non si voglia destare.
Tancredo per poco non dette un urlo, tanto al vedersi quella faccia era spaventosa. Livida egli la vide, ma di una lividezza quasi nera, con l'orecchie, i due zigomi, le mandibole chiazzate di macchie vinose, gli occhi tumefatti, che parevan marci, la bocca enfiata, guasta, non chiusa, che lasciava colare dagli angoli, tra i peli della barba, un umore viscido e luccicante, il quale serpeggiava dentro il collo come una tortuosa lumacatura. Aveva intriso il colletto e disamidava lo sparato convesso, nel quale brillava la capocchia d'un bottone d'oro, simile ad un chiodo mal confitto, che rattenesse a fatica lo sforzo del torace gonfio. Pareva che l'abito nero lo infagottasse per una farsa macabra, per un ultimo ballo sotterraneo, dove comincerebbero i vermi a strisciare nella sua carne spenta, a propagarsi, a dondolarsi piano piano, su la musica d'un valzer lento...
Ma la contadina lo tastava senza orrore, con le sue brune aride mani che lo avevano rivestito da capo a fondo; poi lo ricoverse con il lenzuolo, mentre si udiva la preghiera dei due uomini salir di tono, quasi per vincere il sonno che li schiacciava, in quel silenzio soffice come il feltro, nella greve lentezza della notte che passava. Entrò allora un prete, che sedette vicino a mamma Francesca, parlandole piano, ma continuamente.
Tancredo retrocesse contro il muro e strisciò fin presso la soglia. Pensava: -- «Povero Giorgio!... Non ho mai veduto nulla di più spaventoso che la sua faccia! Come lo può toccare quella donna?»
E si mise a guardarla con ammirazione. Ella era tornata su la seggiola, stava immota, con gli occhi fissi, le mani congiunte nel grembo. Il giovane bifolco, cedendo al sonno, di tanto in tanto le piegava il capo su la spalla, ed ella con un urto lo faceva sobbalzare. Il Ferento era scomparso; Tancredo non sapeva che fare; cominciò a spaventarsi di dover passare in quella camera l'intera notte. Quel cadavere gli aveva dato un tal brivido, che ancora ne provava su l'epidermide una sensazione di gelo, e guardava le fiammelle de' cerei sventolar nell'aria come bandieruole che si sfioccassero. Cominciò a scorgere nel vano della finestra un gran disegno di alberi, che ogni tanto si piegavano rumoreggiando, come larghe ondate.
«Ma cos'è questo? Un paese di morti? Non si ode la voce d'un cristiano. Diavolo!... Quasi quasi era meglio che non venissi.»
Il prete ogni tanto si cavava di tasca la tabacchiera, e di nascosto ne prendeva un pizzico, tirando su.
«Porco!» -- disse fra sè Tancredo, che non amava i preti.
Maria Dora venne su l'uscio in punta di piedi, senza badare a lui.
-- Don Domenico, vuol prendere una tazza di caffè?
Il calmo prete sorrise alla fanciulla, e con un cenno le rispose di sì. Aveva un bel faccione, allegro lucido sostanzioso come un piatto ben condito; era lì per fare il suo mestiere, per vegliare un morto, come in altre occasioni gli toccava battezzare, maritare, assolvere, ossia far credere all'uomo in qualche modo che la vita sia davvero una cosa santa.
-- E tu mamma, vuoi nulla? -- domandò Maria Dora, carezzandole il capo.
-- Nulla: ripósati un poco. Dora.
La fanciulla tirò il prete per la sottana, si mise a parlargli piano, ed uscirono. Tancredo li seguì.
La vista di una bella tavola sparsa di chicchere, con una grande caffettiera fumante, una grossa torta inzuccherata, gli allargò il cuore. Ma si tenne in disparte, perchè nella sala v'era molta gente ch'egli non conosceva. Solo ravvisò lo scemo, e gli sorrise come ad un amico. Finalmente Stefano ebbe la compiacenza di dirgli:
-- Se vuol prendere un caffè, s'accomodi, signor Salvi.
Poi, ad uno ad uno gli ospiti se ne andarono, e per ultimo anche il prete si levò, dopo avergli offerta una presa di tabacco. Stava per alzarsi egli pure, quando lo scemo gli comparve dinanzi:
-- Come ti chiami tu? -- fece di punto in bianco, squadrandolo con una severità inquisitoria.
«Càspita! che faccenda è questa? -- pensava Tancredo; -- il mentecatto mi dà del tu?» Rispose:
-- Mi chiamo Tancredo Salvi, per servirla. E lei?
-- Io sono il professor Marcuccio Landi: celebre. Non lo sai?
«Càpperi!»
-- Cosa dici?
«Ma guarda! ora mi lascian solo col matto!... Non vorrei che per caso gli saltasse la mattana!»
Poi soggiunse, con un inchino:
-- Tanto piacere di conoscerla, signor professore!...
Entrò la Berta per sparecchiare la tavola. Súbito lo scemo le si fece intorno e cominciò a darle noia. La ragazza, posato il vassoio, fuggiva intorno alla tavola rotonda; e lo scemo a saltellarle dietro, co' suoi lunghi passi barcollanti.
-- Ma, dica, professore... cosa fa? -- esclamò Tancredo. Marcuccio ristette, e puntando l'indice contro la ragazza:
-- Costei mi ama, -- disse,
-- Davvero? Ha buon gusto!
La Berta si mise a ridere e scappò via. Da quel sorriso Tancredo arguì che una corrente di simpatia fosse nata fra loro. Lo scemo cominciò a dondolarsi, e di nuovo a considerare l'estraneo con attenta curiosità.
-- Cosa vieni a fare in casa nostra?
-- Io?... Sono venuto per vedere mio fratello.