La vita comincia domani: romanzo

Part 14

Chapter 143,659 wordsPublic domain

-- Tuo fratello? Ah!... ah!... -- E rideva tenendosi le due mani sul ventre. -- Ma chi è tuo fratello?

-- Mio fratello Giorgio, che è morto... quello che è morto... -- spiegava Tedo con indulgenza. Ma lo scemo si rannuvolò, dubitando forse che il forestiero si gabbasse di lui.

-- Ora ti mando al manicomio perchè sei matto, -- fece, seriamente.

-- Già... già... -- lo blandiva Tedo con dolcezza.

-- E ti faccio legare perchè sei matto!

-- Già... già... «Ma cominci anche a seccarmi!» -- disse fra i denti, guardandolo in malo modo. Per fortuna tornarono in quel mentre Maria Dora, Stefano ed il fattore Mattia.

-- Avete pronta una carrozza? -- domandò lo scemo. -- Bisogna portare al manicomio quest'uomo ch'è diventato matto.

Il buon Tancredo sorrise con benevolenza, per mostrarsi alieno dal ricevere scuse; poi disse:

-- Oh, mi creda, signor Landi, è stato per me un vero strazio il ricevere quel telegramma! Se non erro ne' miei calcoli, quel povero Giorgio non aveva che trentasette anni, è vero?

-- Quasi trentanove, signor Salvi, -- corresse Maria Dora, che lo guardava con un semiriso.

-- Appunto, appunto... Ed in che modo è morto?

-- È morto di notte, solo, nel suo letto.

-- Ha sofferto?

-- Forse no; pareva tranquillo. Il professor Ferento crede sia morto nel sonno.

-- Quel professor Ferento era il suo amico intimo, non è vero?

Egli aveva posto a caso la domanda, e solo perchè gli avevano ricordato il nome del Ferento. Ma s'accorse che la sua domanda non pareva loro altrettanto naturale, anzi osservò che il padre e la figlia s'erano guardati velocemente, con una certa perplessità.

-- Erano amici sin dall'infanzia; erano quasi due fratelli, -- Stefano rispose.

«Perchè mai -- pensò Tancredo -- s'erano guardati a quel modo?»

E nella mente gli tornò la sembianza di Andrea: una bella testa violenta, rigida, precisa, come un'arma d'acciaio bene affilata. -- «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»

Così gli aveva detto nel riceverlo, senz'altre parole.

-- Senta, e la moglie? -- fece il Salvi dopo una pausa.

Di nuovo il padre e la figlia si guardaron in faccia rapidamente, quasi cercasser di nasconder l'uno all'altro il lor medesimo pensiero. Maria Dora, che stando seduta e ferma teneva i piedi allacciati l'uno all'altro fuor dalla balza della gonna, macchinalmente li disciolse; poi di nuovo li annodò; Stefano trasse di tasca la pipa e ne battè il fornello sul tallone per farne uscire un po' di cenere.

-- Eh, capirà... -- Poi disse, molto in fretta: -- Desolata, desolata... Neppur lei non è stata felice, povera figliuola!

«C'è qualcosa nell'aria che non mi sembra naturale... -- rifletteva Tancredo. -- Non saprei cosa, ma certo il mio buon fiuto non m'inganna.» E gli parve che questo senso d'innaturalezza divenisse più immediato, più avvertibile, quando il Ferento appariva, o quando nei discorsi altrui fosse pronunziato il suo nome. Con quell'istinto particolare degli uomini che son usi a vivere di mezzi equivoci ed a speculare su le debolezze altrui, Tancredo s'accorgeva di respirare in un'atmosfera non limpida e gli pareva che un non so che d'ambiguo stringesse tutti gli abitatori di quella casa funesta.

Andrea si era seduto presso la tavola, sotto la luce dell'alto lampadario, e celermente leggeva un fascio di telegrammi, passandoli poi a Stefano con un moto meccanico.

Tancredo guardava quell'aspra fisionomia, gli pareva di temerla, ma insieme di sentirsene avvinto. Nel vederlo, comprese la fama che di lui correva, sentì con esattezza d'essere di fronte ad un uomo insolito, uno di quegli uomini destinati a produrre avvenimenti estremi e che raggiano da sè un fascio di potenza, benefica o dannosa, che li ricinge di solitudine come insieme li avvolge di splendore.

Molto spesso Tancredo aveva udito pronunziare il nome di Andrea Ferento. Era un uomo che, da un lato, riempiva di sè la vita scientifica del paese, dall'altro, con veementi libri, ne scuoteva le forze intellettuali; e quantunque avesse da parecchi anni abbandonata la battaglia politica, non ancor sopiti si eran gli odî acerrimi e gli amori tenaci ch'egli aveva suscitato e suscitava intorno a sè, agitando bandiere. In verità era piuttosto un pensatore che un tribuno, piuttosto un banditore d'idee che un uomo di parte. Nato con un cervello d'autócrate, amava per istinto la ribellione, amava la guerra del pensiero nuovo contro il pensiero antico, del domani contro la vigilia, dei rinnovatori contro i sofisti.

Dalla sua cattedra d'Università, nelle vibranti pagine de' suoi libri, egli cercava di rappresentare con immagini vive l'enorme fantasma del suo pensiero; logico, freddo, preciso, libero da influssi mistici come dalle pastoie di qualsivoglia sistema, non curava l'uomo soltanto per guarire la materia, bensì per indovinarla, e vedeva il problema della conoscenza umana ridursi grado per grado ad una catena di scoperte scientifiche.

«_Uno scienziato sarà il Dio dell'umanità ventura..._»

Tancredo Salvi si ricordava confusamente di aver letta questa frase nel «_Dio lontano_» -- il libro del Ferento che, per la sua forma accessibile anche ai profani e per il suo contenuto suggestivo, si era più largamente divulgato nel pubblico; libro d'anarchismo e d'irreligione dov'egli cantava la Divina Inutilità.

E Tancredo ripensava queste pagine, mentr'era intento ad osservare quella fronte salda, maestosa, que' fini e lunghi sopraccigli pressochè non curvati, che stavan sopra gli occhi violenti come segni di volontà. Guardava la bella capigliatura, leggermente striata di bianco, l'orecchie di lui, piccole, ben raccolte contro il cranio, quasi prive di lobi, effeminate quasi nella sua maschilità. Considerava il mento saldo, la guancia ben contornata, la bocca dissimile dagli altri lineamenti, anch'essa un po' lieve, un po' delicata, in quella maschera così bene impressa di virile fermezza. Era vestito di scuro; semplicemente, ma con uno studio di eleganze quasi dissimulato, e si vedeva una camicia di lino, freschissima, con i polsini chiusi da quattro cerchi di zaffiri, «che gli stavan -- pensò Tancredo -- molto bene, molto bene...»

Gli tornò in mente la biondina, ch'era così leggiadra nel suo lieve abito nero, e poi l'altra, ch'era di sopra, la sua cognata vedova, l'erede...

Come costei fosse veramente, non ricordava più; gli parve solo che fosse molto bella, null'altro; che fosse alta, con le trecce d'un bel colore bruno dorato... null'altro. Le rade volte ch'era stato in casa di Giorgio, questi l'aveva ricevuto frettolosamente, nel suo studio, ed egli lo rivedeva sempre nell'atto di aprire con un certo mazzo di chiavi che si toglieva dalla tasca dei calzoni lo sportello d'una cassaforte massiccia e tenebrosa. Poi rinchiudeva meticolosamente la serratura... tric, trac... una quantità di ordigni che scattavano, e Giorgio tornava presso la scrivania, piano piano, senza guardarlo, senza dir nulla; cercava una busta, vi metteva dentro alcuni biglietti di banca, ingommava, bagnando il dito in una spugnetta, e gli posava la busta lì vicino, su l'orlo della scrivania, perch'egli la prendesse. Tutto questo in silenzio, molto piano, con una delicatezza tediata ma dolce. Poi si rannicchiava nel suo seggiolone, senza guardarlo, sfogliando un libro o qualche lettera, in attesa che se n'andasse.

«Addio, Giorgio... Grazie.»

«Addio.»

Suonava il campanello; un domestico, il quale forse aveva l'ordine di star fuori dall'uscio, entrava sùbito, l'accompagnava. Una volta, su lo scalone, incontrò la moglie. Tancredo si trasse da parte, le fece un grande inchino; ella curvò leggermente il capo e gli passò davanti con un fruscìo. Per lo scalone, dietro di lei, rimase un odore freschissimo di violette...

-- Signor Salvi, mi perdoni, -- fece d'un tratto il Ferento; -- lei non era tempo fa nella redazione d'un giornale ebdomadario che si chiamava, mi pare, «Il Bisbiglio»?

Tancredo sobbalzò come se l'avesser côlto in fallo, e, cosa non frequente in lui, divenne leggermente rosso.

-- Appunto, -- rispose impacciato. Ma sembrandogli che il dire «appunto» fosse poco, soggiunse: -- Appunto, per servirla.

-- Vedo.

E si mise a tamburellar con le dita su la tovaglia. Dopo aver riflettuto, gli domandò ancora:

-- Il giornale continua?

-- No, è cessato.

Andrea trasse di tasca un bellissimo astuccio d'oro ed accese una sigaretta.

-- Fuma? -- domandò, avanzando verso Tancredo l'astuccio aperto.

-- Volentieri, grazie.

Parlarono ancora un poco, poi Stefano andò a chiamare la Berta, perchè accompagnasse il signor Salvi nella sua camera.

Il poveraccio aveva fame; una fame dolorosa, iraconda. Nel suo cervello non faceva che riddare una visione pantagruélica di buone cose mangerecce; per di più, dalla prossima cucina filtrava, intorno alle sue narici vellicate, un odor proditorio di roba masticàbile. Tutte le rinunzie morali erano per lui più facili che quella di un pranzo, e l'idea della notte insonne, con i crampi allo stomaco, gli incuteva un terrore inesprimibile. Rimase un attimo in dubbio se confessare al vecchio i suoi tormenti, poi non ebbe il coraggio e si rassegnò. «Amen...» -- concluse fra i denti, e mosse per le scale, dietro la ragazza che ad ogni gradino si puntava la mano sul ginocchio, dondolando. La sua nuca tonda e fulva, allacciata da un nastro di velluto, s'increspava, nel salire, come il collo carnoso d'una cagnetta mops.

Quando furon sopra, ell'aperse l'uscio di fondo nel corridoio e, mentr'egli stava per entrare, lo guardò con il suo riso di contadina furba e sciocca.

-- Eccola servita. Questa è la sua camera.

Teneva una mano su la maniglia; con l'altra, paonazza, reggeva il lume.

-- Come vi chiamate, ragazza?

-- Berta, mi chiamo. Perchè?

-- Tanto per saperlo, ragazza. E vi trovate bene in questa casa?

-- Peuh... non c'è male.

-- Ci siete da un pezzo?

-- Due anni. Buona notte, signor Salvi.

-- Avete fretta?

-- Ho sonno, sa... Sono in piedi dalle sei; pare niente, ma è lunga.

-- Avete pranzato voi? -- fece Tancredo impulsivamente.

-- Eh... certo!

-- Io no.

-- Lei no? -- disse la Berta, senza soverchio stupore.

-- Proprio no.

Fece due lunghi passi, le andò presso, le diede un leggero pìzzico su la manica:

-- Fammi un piacere, brava ragazza. Se mi còrico a stomaco vuoto, sarà un inferno. Tu, in cucina, devi certo avere qualche avanzo. Vallo a prendere; fa quest'opera buona e non ci perderai nulla.

-- Ma io, signore, non ho ordini.

Tancredo comprese che bisognava ricorrere a mezzi estremi; si cercò nel taschino del panciotto e ne trasse un gruzzolo di monete: argento e rame. Scelse un bel pezzo da due lire e lo fece scivolar nel palmo della domestica, dicendole:

-- Questo è per te.

Bisognava che avesse una fame diabolica per dare quella mancia da scialacquatore.

-- Senta allora... -- propose a bassa voce la Berta, -- non dica nulla ed io le porto quel che ho.

-- D'accordo. E cosa mi porti?

-- Quello che c'è: forse un'ala di pollo, forse qualche fettina d'arrosto freddo, con un po' di pane.

-- Ottimamente! -- rispose Tancredo. E in attesa della cena se ne andò alla finestra per guardare il paesaggio. Ma nella inoltrata ora notturna faceva buio in lontananza, il paesaggio non c'era. Si vedevan soltanto alberi e stelle, prati e nuvole. Forse la luna era dietro il tetto, e lentamente sormontava la casa. Nella facciata non vide che finestre spente; una sola immergeva nei lucenti alberi del giardino il suo fascio di luce rossastra, propagava nell'ombra un colore torbido, che si diradava. E Tancredo rivide le quattro torciere agli angoli della bara, le sottili vampe che si staccavano dalle fiammelle con un guizzo, la testa nera del morto sopra un cuscino di seta, il bottone d'oro che premeva la camicia scoppiante...

Finalmente udì la Berta bussare all'uscio.

-- Ma s'accomodi, signorina! -- egli esclamò giovialmente.

La Berta comparve con un vassoio carico d'ogni ben di Dio, tutto sovra un sol piatto insieme: carne, ossa di pollo, frantumi di formaggio, pere, patate fredde. A lato, un tozzo di pane, mezza bottiglia di vin nero, posate, saliera e tovagliolo. Per la contentezza Tancredo non seppe trattenersi dal farle una carezza su la guancia; ella si mise a ridere col suo riso di scioccona, e rimase in piedi vicino alla tavola, mentr'egli cominciava il suo festino.

-- Sièditi e fammi compagnia.

-- Vuole?

-- Sì, sì.

Ella sedette presso il lavabo, sopra una seggiola di paglia.

-- Che buonissima roba, mia bella ragazza! Sei tu che fai in cucina?

-- Proprio io, per servirla.

-- Allora tu fai tutto in questa casa?

-- Eh, no! Mi aiutano. C'è un'altra donna che lava i piatti, una che scopa, e due uomini che vengono la mattina per i mestieri grossi. Da sola non potrei, le pare?

-- E ti trattan bene?

-- Non c'è male. Se non fosse quello scemo che mi pizzica...

-- Bel tipo!

-- Ma sa che la notte è capace di starsene magari un'ora davanti alla mia porta? Per fortuna che chiudo a chiave! Ho paura, sa...

-- Cosa vuole il babbeo?

-- Eh... lei capirà bene cosa vuole! -- spiegò la Berta facendosi rossa.

Tancredo ammiccò verso lei con il fare d'un uomo che se ne intende:

-- Ah, sì?...

-- Ma, già!

-- Porco! -- esclamò Tancredo con la bocca piena. Poi soggiunse:

-- Tu probabilmente hai un altro innamorato...

-- Ho uno che mi parla, si sa...

-- Uno che ti sposa poi? -- fece Tancredo paternamente.

La Berta assentì col capo, seria, seria.

-- E quando?

-- Quando avrà fatto il servizio militare.

-- Ahi!...

-- Perchè dice «Ahi»?

-- Così per dire. Ma ti consiglio di non fidarti troppo in ogni modo; perchè gli uomini che non hanno ancor fatto il servizio militare sono tutte canaglie.

-- Questo lo so.

-- E quando l'hanno fatto sono peggio di prima.

La Berta si mise a ridere.

-- Oh, allora!...

-- Allora cerca di non farti infinocchiare, perchè sei una bella ragazza e sarebbe un vero peccato.

-- Eh, eh... -- cantilenò la Berta, accompagnando la sua cantilena con un largo gesto, -- la so lunga io... non c'è pericolo!

Tancredo mangiava scrupolosamente, raccogliendo le briciole.

-- Dimmi un po': e la signorina Dora non ha nessuno che le parli?... -- fece, con un'aria furbesca, strizzando l'occhio.

-- La signorina Dora?... oh, no! Ci sarebbe Maurizio, quello dei cani, che certo la sposerebbe volentieri, ma lei non lo vuole. Anzi lei... -- e fece una pausa repentina.

-- Lei?... cosa? Di' su!

-- Niente, niente; non son mica pettegola io...

-- Lo so che non sei pettegola, -- rispose Tancredo per lusingarla; -- ma io sono un uomo serio e con me puoi parlare liberamente.

Placata la fame, s'accorse che gli si offriva un mezzo facile per sapere molte cose.

-- Dunque la signorina vuol bene ad un altro...

La Berta strinse la bocca per non rispondere, ma gli angoli delle sue carnose labbra parevano dire di sì.

-- Povera signorina!... -- sospirò la Berta. -- È tanto una brava ragazza! Allegra, buona, un vero angelo!

-- Glielo si vede in faccia ch'è buona, -- disse Tancredo, attento. -- E perchè non lo sposa quest'altro a cui vuol bene?

-- Se si potesse avere tutto quello che si vuole al mondo!... -- esclamò la Berta, con sapienza.

-- È uno qui del paese?

-- Non è di qui, ma ora è qui da un pezzo... o per lo meno vien tutte le settimane.

-- Ho capito, -- fece Tancredo. «Guarda, guarda...»

Sbucciava una pera, distrattamente, pensando a quel proverbio fiorentino del cacio con le pere...

-- Sicchè, al professore Ferento, la signorina Dora non piace? -- domandò, per accertarsi che fosse proprio lui. La Berta strinse di nuovo la bocca, e questa volta gli angoli delle sue labbra dissero di no.

-- Il professore... -- mormorò la ragazza, con intendimento.

Tancredo non volle aver l'aria d'interessarsi troppo alla cosa, e tacque. La Berta fece un nodo coi nastri del suo grembiule, poi lo disfece; ma intanto rideva.

-- Il professore...

-- Già... già... -- malignava Tancredo, benchè non sapesse ancor niente. -- Ah, sì, eh?...

Ammiccava, guardandola in faccia con gli occhi penetranti e studiandosi d'indovinare quelle sue reticenze.

-- Ah, sì eh?... -- rifece ancora una volta, come se avesse ormai capito.

-- Io non dico nulla, -- premise la Berta, -- perchè non sono pettegola, e di quello che succede in casa non parlo mai per abitudine... Ma, tanto, lo sanno tutti, dal portalettere al capostazione, e lo sapeva perfino quel povero diavolo ch'è morto.

-- Ah, sì eh?... -- Un pezzo di formaggio gli rimase fra i denti, masticato a metà. «Guarda, guarda, guarda... -- mormorava tra sè. -- Che razza di faccenda è questa?»

-- Guai se dovessi parlare!... -- esclamò la Berta. -- Sa, per i signori c'è un'altra morale che per noi: fanno e disfanno quel che vogliono; tutto va sempre bene.

-- Dici davvero che il professore sia l'amante...

-- Oh, io non dico niente, per sua buona regola! Ma, guardi, lo sanno tutti: lo sa la signorina Dora, lo sanno i miei padroni, ossia il signor Stefano e la signora Francesca, lo sa il fattore, il prestinaio, il macellaio, il falegname, il curato, il sindaco... lo sanno tutti insomma, e quasi quasi crederei che lo sappia perfino lo scemo!

-- Diavolo! -- esclamò Tancredo, rannuvolato. Poi emise una sentenza che gli pareva insieme scaltra e doverosa:

-- Molte volte si racconta quello che non è.

-- Eh!... -- scappò a dire la Berta, -- se avessi tanti biglietti da cento quante sono le volte che li ho veduti con i miei occhi!

-- Tu?

Egli s'era fatto così buio che la ragazza se ne impaurì.

-- Per l'amor di Dio! -- supplicò, levandosi in piedi, -- non mi comprometta... Ho parlato senza volerlo, perchè mi pareva che lei sapesse già... Mi raccomando, signore...

Tancredo si levò, e, venutole presso, le diede un'altra carezza su la guancia, ma questa volta paterna.

-- Sta tranquilla, ragazza. Sono un uomo serio, ti ho detto; e per conto mio sarà come se non avessimo nemmeno discorso. Ti basta?

-- Grazie, signore. -- Poi soggiunse: -- Posso portar via i piatti?

-- Sì, ho finito.

Accese un mezzo toscano e cominciò a camminare, avanti, indietro. -- «Guarda, guarda, guarda...»

Nonostante la confusione dei suoi pensieri, s'accorse che bisognava tenersi buona quella domestica, e gli parve che due lire fosser poche per tutto quello che aveva saputo da lei. Si cercò nel taschino e prese un'altro franco.

-- Sei una ragazza a modo mio! Tieni.

Ella stava per caricarsi il vassoio su le braccia, e guardò attonita la moneta che gli luccicava tra l'indice ed il póllice.

-- Non si disturbi ancora...

-- Oh!... -- egli fece, con aria principesca, -- bazzécole!

Ma non appena fu solo, Tancredo pensò che la fortuna d'un uomo consiste alle volte nel trovare il bandolo d'una matassa molto arruffata, e mentre si piegava sul davanzale per rinchiudere le persiane, lungamente i suoi occhi affascinanti rimasero avvinti a quel fascio di luce rossastra, a quel lento fiume di polvere che scaturiva dalla finestra del morto.

II.

Alle nove precise il funerale mosse giù per il viale carrozzabile che traversava il giardino.

Da un lato del féretro mamma Francesca e Maria Dora scendevano insieme; dall'altro, papà Stefano, tenendo sottobraccio il figlio scemo. Maurizio, Mattia, la piccola Natalissa, il giardiniere, seguivan per primi il carro funebre, con gli occhi rossi di lacrime, accasciati da un semplice ma spontaneo dolore.

Solo, pressochè isolato in capo del corteo, camminava Andrea Ferento, a capo nudo, bianco ma impassibile. Aveva impartito gli ordini con una voce breve; poi, quando il carro si mosse, guardò rapidamente in alto, verso una finestra chiusa, dove la cortina ricadde; volse uno sguardo rapidissimo su le persone che aveva intorno, e s'incamminò dietro il carro.

Tutti, per un rispetto simultaneo, lo lasciaron solo.

Dietro lui si muoveva il corteo bisbigliante, numeroso d'un centinaio di persone, che dal borgo eran salite a casa Landi, o v'eran giunte coi treni del mattino, poichè la morte del Fiesco era stata annunziata in città la sera innanzi dalle ultime gazzette con frettolose necrologie.

Tancredo Salvi scendeva tra il sindaco Berra ed il medico Paolieri; studioso di ben recitare la sua parte in quella estrema cerimonia, faceva pompa dell'alta persona e del suo maestoso dolore.

Fuor del cancello era una ressa di contadini, che al passaggio del féretro cominciaron a biascicar preghiere; alcuni s'inginocchiavano su la proda erbosa del fossatello, e, passato il carro, si raddrizzavan in piedi senza ripulirsi le ginocchia dalla polvere.

Il cielo era limpido, l'aria ventilata, un ridere di pannocchie sbocciava nella biondezza dei campi, scaturiva dalla terra umida una fragranza di mietitura, e quel corteo funebre camminante per la strada polverosa pareva in contrasto singolare con l'allegrezza del mondo.

Di là dalla svolta il borgo apparve, con i suoi tetti rossi e decrepiti, che, accesi dal sole, ripercotevan nell'azzurrità un dondolìo balenante.

La strada maestra si lanciava diritta nel mezzo della borgata, piegando a valle, di là dall'estreme case, per il declivio della collina. Su l'ingresso del borgo due lunghe siepi di curiosi attendevano il funerale.

E il carro camminava piano piano, con un rumor soffice di ruote nella polvere, nereggiando nel soverchio splendore della mattinata, cullandosi nella nenia dei salmi ecclesiastici e nel bisbiglio che faceva sotto il gran sole quel corteo camminante.

Altri uomini frattanto s'aggruppavano intorno a Tancredo, al sindaco Berra ed al medico Paolieri; fra gli altri un certo giornalista che Tancredo conosceva benissimo, perchè appartenente come lui a quella brigata clandestina di galantuomini matricolati, che vivon per così dire di tutte le professioni altrui, grattando e scovando per ovunque l'aria sappia di corrotto, e che stanno con gli orecchi tesi fra le quinte della commedia cotidiana, pronti a balzar fuori come bracchi affamati sul primo espediente che loro cápiti a portata di mano. La sua professione confessabile era quella di giornalista, e faceva il redattore estemporaneo di quei giornaletti effimeri nati per vendere il lor silenzio, talvolta per fomentare uno scandalo, per farsi complici d'una equivoca speculazione, talvolta per servire gli odii o per lusingare le ambizioni d'un uomo potente.

La sua età poteva essere di quarant'anni, il suo nome: Saverio Metello. Tancredo si maravigliò di non averlo prima veduto.

-- Che diavolo, Metello? Cosa fai qui?

-- Mi manda la «Voce», -- rispose il Metello; -- come vedi, sono costretto ad occuparmi anche della necrologia... Che porco mestiere!

Tancredo sospirò e prese un'aria di cordoglio melodrammatico.

-- Vedo che ti sei messo in lutto, -- scherzò il Metello. -- Che uomo elegante!

Allora lo sdegno di Tancredo proruppe:

-- Diavolo, non lo sai? Giorgio Fiesco era...

-- Cos'era?

-- Ma, per bacco, mio fratello! -- Poi corresse: -- mio fratellastro.

-- Cáspita, è vero! E non ci avevo pensato! Ti giuro che non mi era neanche passato per la mente! Scusami, veh... Condoglianze!

-- Oh! figúrati... -- fece il Salvi. E tuttavia prese un'aria leggermente sostenuta.

Il corteo, giungendo nella piazza ingombra di folla, si fermò davanti alla Chiesa; Tancredo, facendosi largo nella ressa, camminò dietro la bara. Il Metello invece, dopo aver osservato con uno sguardo ironico il suo camerata Salvi, trasse fuori di tasca un largo fazzoletto, e piegatolo a sciarpa se lo mise intorno al collo, poichè sudava. Poi volse uno sguardo circolare per la piazza, cercando un'osteria dove potesse almeno bere una gassosa.