La vita comincia domani: romanzo

Part 15

Chapter 153,718 wordsPublic domain

Tra l'insegna d'un ciabattino e quella d'un cordaio vide pendere la frasca metallica d'un'osteria; essa teneva sul marciapiede tre tavolini di ferro, con qualche scranna; v'era gente seduta; ma egli colse il destro d'uno che s'alzava e si pose con placidità frammezzo a quegli estranei. Volse lo sguardo in alto, aspettando che lo servissero. L'orologio del campanile segnava le dieci e cinque; le sfere parevan d'oro sul quadrante diviso dalla lor ombra; un vortice di rondini roteava intorno alla guglia.

L'ostessa, panciuta, con un bel grembiule fiammeggiante, gli portò la gassosa; egli ne bevve un bicchiere d'un fiato, e la trovò eccellente; poi di nuovo riempì il bicchiere e stette a guardare le bollicine che vi salivano scoppiettando. Cominciò ad imbastir mentalmente l'articolo funebre.

«Giorgio Fiesco, nato nel... morto di... oh, di cosa è morto poi? Tisi? Paralisi cardiaca? Mah? C'informeremo. Aveva dunque, -- fece il conto, -- trentanove anni. Laureatosi ingegnere nel... questo non importa; diremo: giovanissimo. Costrusse i ponti di... di... etc., capolavori dell'ingegneria moderna, etc. etc. -- Partì con i primissimi pionieri della civiltà in regioni, etc. -- famosi disastri minerarii, etc. -- costruì diecimila chilometri di strada ferrata... che il diavolo se lo porti... etc.!»

Al suo medesimo tavolino eran seduti tre altri uomini, i quali si credevan di parlar piano, accostandosi l'uno all'altro quanto più potevano, con i gomiti poggiati sul tavolino di metallo; ma invece parlavan in guisa da esser uditi e davano al tavolino certe scosse, che il suo bicchiere di gassosa ne traboccava.

Uno d'essi ripeteva continuamente:

-- Ti dico di sì, ti dico di sì!

E l'altro:

-- Impossibile, impossibile!

Il terzo:

-- Ma che impossibile d'Egitto!

Poi si guardavan intorno sospettosi. Saverio Metello, che per principio soleva dare un grande peso ai discorsi enigmatici, prese un'aria distratta e ricominciò a guardare in alto, verso le sfere luccicanti, verso il balenante vortice di rondini che roteava intorno al campanile. Onde sorprese questo bel discorso:

-- Insomma, vediamo un po': che il professore fosse l'amante.

-- Va vene, va bene, questo lo so, -- ammise l'incredulo.

-- E che fosse incinta, lo sai o no?

-- Si mormora... Ma non bisogna credere a tutto.

-- Insomma, -- esclamò l'interlocutore, che aveva l'aria d'un ricco mercante, -- lo ha detto a mia moglie una persona che bázzica per casa loro; non voglio dire chi, per non compromettere nessuno; ma in una casa è più facile batter falsa moneta che custodire un secreto. E posso aggiungere anche questo: la gravidanza è di qualche mese.

-- Del resto, -- intervenne il terzo, che doveva essere un capomastro a giudicare dal decimetro di legno giallo che gli usciva dal taschino, -- questo fra poco si vedrà.

-- A meno che, -- insinuò il denunziatore con aria sibillina, -- ora che lui, poveraccio, se n'è andato... a meno che, dico, non provvedano altrimenti! Sai bene, i dottori fanno presto... E, dato che sarebbe difficile, per non dire impossibile, attribuirne al marito la paternità... capirai bene a cosa voglio alludere!

-- Insomma, ditene quel che volete, ma io non credo! -- esclamò quegli che pareva un chierico d'avvocato, con la sua vecchia testa grigia e ascetica.

-- Allora sei testardo più d'un mulo! Méttiti bene in mente che, quando una voce corre, qualcosa di vero c'è sempre, poichè dal niente non nasce niente.

-- Se così fosse, guai!

-- Così è. Del resto, come spieghi tu il fatto che quel povero diavolo non aveva chiuso ancora gli occhi e già tutto il paese mormorava la stessa cosa: -- L'hanno?...

-- Sst!... Io non mi spiego niente, ma non credo, -- fece l'altro, caparbio.

-- D'altronde, -- venne a dire quegli che aveva l'apparenza d'un capomastro, -- il primo a lasciarselo scappar di bocca è stato il dottor Paolieri, e l'ho inteso io, con queste orecchie. Eravamo in farmacia, quando sono entrati a dare la notizia della morte. Il Paolieri è saltato su di scatto e, senza riflettere, è venuto fuori con una frase che lascio interpretare a voi: «È morto il Fiesco?... Me lo immaginavo! Se l'avessero lasciato curare a me, che sono un asino, campava un pezzo ancora!» Dopo se l'è rimangiata sùbito, anzi ha dato in escandescenze, dicendo che l'avevan capito male... Ma l'ho inteso io, con queste orecchie, dunque non serve che adesso egli neghi per paura.

-- Insomma, -- concluse l'incredulo, -- volete un consiglio? Sarà quel che sarà, ma state zitti; perchè in queste faccende v'è caso di buscarsi qualche brutta seccatura, ed io, per me, come vi ripeto, non credo.

-- Oh, tu, la sai lunga!... -- fecero gli altri due, come se volessero tacciarlo d'ipocrisia. Poi s'alzarono, ed insieme con altri sopraggiunti entraron nell'osteria.

Saverio Metello aveva ascoltato flemmaticamente, ma senza perder sillaba di quel grave discorso; aveva continuato a darsi l'aria più distratta del mondo, a fissare i voli delle rondini, le sfere dorate che camminavano sul quadrante acceso. La sua faccia restò impassibile, e, quando i tre se ne andarono, altro non fece che sollevare lentamente il bicchiere nel quale scoppiettavano le bollicine, poi tracannare sino all'ultima goccia la fresca bevanda con una specie di lenta voluttà.

Era un uomo calmo, scettico, annoiato, che si risolveva difficilmente a trovare alcunchè d'interessante nella vita, un uomo passato al di là da tutte le sorprese, che odiava il mondo intero, ma con un odio neghittoso. L'udire che un tale poteva essere stato ucciso, gli faceva press'a poco lo stesso effetto che leggere nella quarta pagina d'un giornale l'annunzio funebre d'una persona sconosciuta, od il rialzo od il ribasso della rendita italiana, ch'egli, naturalmente, non era in caso di possedere. Perchè una cosa giungesse ad interessarlo, bisognava che toccasse da vicino la sua propria persona; ed allora quest'essere apatico trovata in sè un'improvvisa e feroce gagliardìa per piombare su tutto quello che poteva essergli utile, come sopra una legittima preda. Il resto faceva meccanicamente, con una specie di disinganno anteriore, con una incolmabile noia. Ora, davanti a tutto quello che aveva udito, non trasse che una piccola riflessione.

-- Adesso capisco meglio perchè Tancredo sia qui.

Supponeva naturalmente che l'ottimo Salvi ne fosse informato, e, con la prontezza che gli era solita nell'intravvedere un affar losco, decise d'avvertirlo in via confidenziale che nel disbrigo di quella faccenda voleva mettere il suo zampino ancor lui.

«Pazienza! Non sarà stato un viaggio del tutto inutile.»

E trasse un enorme sbadiglio.

Adesso il funerale usciva di chiesa; la folla sgorgava dalle duplici porte ingombrando la scalinata; una teoria di fanciulle, con il velo della cresima, portavan i ceri funebri; quel brulichìo di smorte fiamme pareva cancellarsi nel fulgore del sole. Ricollocaron la bara sul carro, tra mucchi di corone, poi di nuovo il crocifero mosse in capo del corteo.

A malincuore, anche il Metello s'incamminò. L'aver saputo eludere le litanie dei preti non lo scampava da quelle de' conferenzieri.

Intanto vedeva Tancredo discorrere con animazione, prodigarsi, fare un grande sperpero d'inchini e di sorrisi. -- «Ha tutte le fortune quel birbante! Capace perfino di ereditare...» E davanti al pensiero che Tancredo potesse ereditare, lo riprendeva un odio feroce contro tutta la specie umana.

Presso il cancello del cimitero si trovaron lato a lato.

-- Olà, bel giovine! -- fece il Metello; -- sono al corrente anch'io, sai...

-- Al corrente?... ma di cosa?

-- Fa pur l'indiano... se ti garba!

-- Uhm, non capisco... -- grugnì Tancredo.

-- In ogni modo, -- concluse il Metello, -- se vuoi che facciamo quattro chiacchiere prima ch'io riprenda il treno...

-- Volontieri.

La bara, portata a spalle, s'incamminò per il piccolo viale: i familiari la seguivano e Tancredo s'affrettò con essi. Quando il feretro fu deposto su l'orlo della fossa, Tancredo si trovò di faccia il Ferento. Entrambi, quasi dimentichi d'ogni altro pensiero, per un lungo attimo si fissarono. Poi Tancredo volse altrove lo sguardo, incapace di sostenere più a lungo la sua bianca tranquillità.

Gli affossatori sollevaron la bara, mentre la folla erasi radunata in cerchio presso il luogo del seppellimento. E qualcosa tuttavia di solenne, di solenne anche per l'incredulo, si rinnovava nell'atto semplice che nasconde per sempre sotto il lenzuolo di polvere una spoglia supina e còrica l'uomo anchilosato, putrescente, nella divina zolla piena di palpito che domani rifiorirà.

Ognuno intanto s'aspettava che parlasse Andrea Ferento, e nel succedersi degli oratori ogni volta si lasciava un più lungo intervallo, mentre tutti lo guardavano con attesa. Ma il Ferento se ne stava immobile, a piè della tomba, con le due mani entro le tasche della giacchetta, gli occhi fissi al coperchio della bara, e pareva che una grande solitudine si estendesse intorno a lui.

Gli sguardi vigili del medico Paolieri non l'abbandonavan un momento, così pure gli occhi d'altre persone disperse fra gli ascoltatori. Egli sentiva con una specie di molestia la tenacità di quegli sguardi e s'accorgeva di farsi continuamente più pallido come se una fredda febbre gli consumasse la faccia. Si avvedeva di quell'attesa nella quale stavan tutti, ch'egli parlasse, ma era ben risoluto a non dissuggellare la bocca. Poi temette che il suo silenzio avesse a parer strano, e da ultimo gli sembrò di parlare infatti, gli sembrò di esser ritto, parlante, gesticolante, su l'orlo di quella fossa, ma di udire che intorno si rideva sgangheratamente, beffando il parlatore, il morto, e la vedova ch'era lontana, lassù, nella sua camera deserta...

I discorsi finirono, la gente non si moveva. Gli si avvicinò il sindaco Berra:

-- Professore, non crede lei pure...

-- Grazie, no! -- rispose il Ferento.

Ma la gente non si moveva; e lo guardavano; tutti guardavano lui. Gli si avvicinò un giornalista ch'egli conosceva benissimo. Paolo Giordano, e gli mormorò alcune parole a bassa voce.

Allora il Ferento comprese ch'era tuttavia «necessario» parlare; guardò con odio la folla, eresse in un terribile sforzo la sua dura volontà, e disse: -- Va bene.

Fece qualche passo avanti, rialzò la fronte luminosa, e le sue labbra obbedienti parlarono.

«Giorgio Fiesco...» -- Limpida suonava la sua voce, senza tradire il convulso che gli torceva l'anima, ed ancora due volte pronunziò questo nome:

«Giorgio Fiesco... Giorgio Fiesco, ingegnere della miniera di Haswill, costruttore del più alato ponte sopra la valle di Cimbra, io t'ho salutato altre volte per morto, quando salpavi dal molo atlantico nel meraviglioso pericolo della tua temerità. Senza lacrime allora, senza lacrime ancor oggi, che non puoi tornare, ti saluto. Altro non facemmo in vita che scambiarci nelle ore più forti una rapida stretta di mano ed uno sguardo chiaro, che vedeva la strada fino all'ultima pietra milliare, che non diceva mai: «Férmati» -- ma diceva tranquillamente: «Arriverai!» Poichè ti conobbi meglio di chicchessia, risponderò in tua vece a coloro che oggi videro cadere su te la pietra del sepolcro. Le tue parole sono queste: -- «Non piangete. Un uomo sereno e stanco è sceso nella morte che non temeva. Non fece che restituire la sua nascita, in un'ora calma. Egli vorrebbe solamente insegnarvi a sciogliere questa parola dal suo dolore, dal suo terrore, dall'inutile angoscia ch'essa propaga in ogni giorno della vita; vorrebbe convincervi che la morte non è una cosa triste, poichè il bene ultimo, l'ultima felicità degli uomini è la pace...

«Sì, Giorgio: io che ti conobbi meglio di chicchessia, mi rammento che pronunziavi queste parole poche ore prima di addormentarti. Ed ora che non àbiti più nella spoglia coricata, il tuo fratello non ti deve che uno sguardo chiaro, una stretta di mano, da compagno a compagno, l'ultima, con semplicità.»

La sua voce solenne, il suo virile aspetto pieno di una tranquilla magnificenza, parvero in quel momento ravvolgere l'uomo ed il sepolcro nella significazione d'un rito. Un rito laico, ma profondamente umano, che il simbolo del vivo compisse verso l'ombra dell'estinto, e che fosse maggiore, più alto, più leale, di tutte le parodie con cui le religioni accompagnano i morti a sepoltura.

Egli era scientificamente un ateo, sapeva i destini della polvere, aveva escluso Dio. Molti, nell'ascoltarlo, si rammentavan le più note pagine de' suoi libri, ed anche se lontani da lui, anche se inadatti a comprenderlo, sentivano raggiare da' suoi occhi una potenza soggiogante, sentivano quasi un'invidia della sua temeraria e mai genuflessa libertà.

Era un evangelista laico, un profeta che non vendeva dal pergamo le formule dell'Assoluto, ma sui frantumi di tutti i Pantheon, delle necropoli e delle chiese, innalzava la deità dell'uomo, dell'uomo autocrate nel mondo, sterminatamente orgoglioso del suo nulla più grande che Dio.

Era un profeta, non perchè avesse donato ancora una volta la inconoscibile verità, ma perchè predicava la scienza come la sola religione degna del tempo futuro, come quella che, svincolato il pensiero da ogni teosofia, da ogni metafisica imbastita su ipotesi arbitrarie o su telai di parole ingannevoli, guiderebbe ogni spirito ai limiti della conoscenza ed al sereno amore della vita.

III

«La vedrò finalmente questa vedova!» pensava Tancredo, camminando in un salotto attiguo alla sala da pranzo, mentre, per la porta socchiusa, intravvedeva la Berta posare su la credenza un bel piatto fumoso.

Egli tornava dall'aver accompagnato alla stazione il suo compare Saverio Metello, col quale aveva per l'appunto scambiate quelle quattro chiacchiere che si erano promesse.

In quel momento entrò la signorina Dora, che, toltasi il cappello ed il velo di crespo, ancor più frivola di giorno e più leggiadra gli parve che di sera.

-- Lei ha fame probabilmente, signor Salvi, -- disse con la sua voce fresca e maliziosa.

-- Peuh... un tantino. Ma non ci pensavo neppure. In queste gravi circostanze...

-- Certo, -- ammise Maria Dora con una boccuccia impertinente. -- Ma ora si va a tavola, non dubiti. -- Poi soggiunse: -- Cosa pensa del funerale? È riuscito grandioso e commovente, non le pare?

-- Quello che il povero Giorgio si meritava, -- osservò Tancredo con aria ispirata. -- E sua sorella come sta?

-- Eccola, -- disse Maria Dora. Ella entrava con sua madre infatti; Maurizio la seguiva con Stefano e con lo scemo. Poco dopo sopraggiunse il Ferento, che lo presentò alla vedova:

-- Il signor Tancredo Salvi, che forse non conoscete.

Ella fece un saluto con il capo, un saluto serio e dolce, al quale Tancredo rispose con una specie di riverenza impacciata.

Quando furon tutti seduti, la Berta mise davanti alla vedova una tazza di brodo; il Salvi non poteva ristare dall'ammirarla tanto, ch'ella teneva costantemente la faccia china. Poi guardava con invidia il Ferento, pensando: «Beato lui!»

Tranne alcune brevi parole di Maria Dora, la colazione passava taciturna. Lo scemo aveva smesso l'abito nero, per indossar di nuovo il suo giubbone quasi giallo, e si divertiva nel battere la stoviglia con la forchetta, il bicchiere con il coltello; poi faceva le boccacce alla Berta, ridendo e tirandola per la sottana ogni qualvolta costei gli passava daccanto.

Verso la fine della colazione entrò Mattia, che aveva da parlar con Stefano, il quale si levò, e uscirono. Marcuccio pure sorse di tavola prima che gli altri finissero, e scomparve. Maurizio si puliva le unghie con uno stuzzicadenti. Quando Maria Dora, che gli era seduta vicino, se n'accorse, gli diede un colpetto con la mano; il giovinotto si mise a ridere. La vedova non voleva neppure le frutte; sua madre le mise tuttavia sul tondo una bella pesca, rossa come un caldo velluto, e che mandava profumo.

-- Mangiate almeno quella pesca, Novella, -- disse il Ferento, che pur tacendo si occupava continuamente di lei.

Ella volse gli occhi a guardarlo, sorrise ed obbedì.

Tancredo aguzzava tutte le sue facoltà d'osservazione, poichè la voce del Ferento, nel parlare con la vedova, lo aveva infatti colpito: una voce così diversa dalla sua consueta, blanda, persuadente, morbida, «una voce -- se la definì Tancredo -- che pareva la carezza d'un innamorato.» E per la seconda volta, ma quasi con rancore, si disse: -- «Beato lui!»

Frattanto s'accorse che Maria Dora e Maurizio si parlavan piano e ch'egli doveva essere appunto la causa de' loro bisbigli. Allora domandò al Ferento:

-- Scusi, professore, quando riprende i suoi corsi all'Università?

-- Fra una diecina di giorni, signor Salvi.

E basta. Non c'era proprio mezzo d'attaccar discorso. A lui pareva che tutto dovesse avere un limite, anche il dolore per un morto, e trovò che in fondo esageravano un poco.

-- Prenderemo il caffè in sala, -- disse Maria Dora. E si levarono.

Tancredo, nel salone semibuio, si sprofondò in una comoda poltrona; di fianco gli misero un tavolino con la chicchera del suo caffè; Maria Dora gli propose la scelta fra un bicchierino di «Chartreuse» ed uno di «Cognac»; Tancredo preferì quest'ultimo per la veneranda polvere che ne affumicava la bottiglia.

La sala -- quella medesima sala ove poco tempo innanzi, durante un chiaro pomeriggio di sole, Novella si era seduta al pianoforte per eseguire una fuga di Bach, mentre il marito l'ascoltava e la guardava protendendo verso lei con un disperato amore l'esausta persona febbricitante -- la sala medesima era come quel giorno fragrante di rose, e come quel giorno il sole vi pertugiava dalle persiane, dissolvendosi traverso la penombra in una striscia di polvere luminosa.

Tancredo si sentiva bene, deliziosamente bene, sicchè, abbandonandosi alla sua natura fantastica, sognava che quella casa fosse la sua propria casa, immaginava di potervi da quel giorno in poi trascinare una vita opulenta e neghittosa, facendosi servire come un satrapo, satollandosi di pasti luculliani, consumando una cantina di bottiglie decrepite, lui, Tancredo Salvi, padrone d'una villa in campagna.

Il Ferento, in piedi su la soglia d'un altro salotto, stava leggendo un giornale; mamma Francesca s'appisolava sul divano; Maria Dora ed il giovinotto discorrevan sottovoce nel vano d'una finestra; la vedova era seduta quasi di fronte a Tancredo, con le due mani poggiate sui bracciuoli della poltrona di velluto scuro, il capo rovesciato sopra un cuscinetto che guerniva la spalliera, sicchè la sua gola bianchissima appariva scoverta come una procace nudità.

Allora Tancredo arrischiò una frase, timidamente:

-- Si ricorda, signora? Io venivo a trovar Giorgio qualche volta in città...

Ella n'ebbe un tremito, come s'egli l'avesse interrotta nel mezzo d'un sogno.

-- Sì, me ne ricordo, signor Salvi...

La sua voce le somigliava: era come la sua gola turgida, come la sua gamba seminuda, come tutta la sua persona, viziata, appassionata, soave.

-- Ma ultimamente era un pezzo che non rivedevo Giorgio.

-- Forse da quando si ammalò?

-- Appunto.

Gli occhi della vedova eran dolci, grandi, fermi: lo guardavano in faccia, ed egli si sentiva vergognoso come un contadino sotto lo sguardo di questa bella donna.

Maria Dora, udendoli parlare, s'avvicinò e mise una mano sul braccio della sorella, poi s'appoggiò con i gomiti su la spalliera stessa ov'ella teneva il capo.

-- Ed ora, -- domandò il Salvi -- lei pensa di rimaner in villa, o forse di fare un viaggio per distrarsi?

-- Non so nulla per ora; non abbiamo ancora deciso nulla.

-- Signor Salvi, -- disse d'improvviso il Ferento, con una voce quasi gaia, -- vuole che facciamo insieme una passeggiata nel giardino?

Egli si levò in piedi con un atto di repentina obbedienza e rispose: -- Volentieri.

Scesero dalla scalinata e s'allontanarono fra gli alberi. Camminando, il Ferento ripiegava con lentezza il giornale, che poi si mise in tasca. Ma d'un tratto e senza preamboli disse:

-- Lei desidera probabilmente saper qualcosa intorno al testamento di Giorgio Fiesco, non è vero?

-- Ecco, no... ossia... -- spiegava Tancredo con impaccio.

-- Dunque: il testamento fu trovato nella sua scrivania ed ora è nelle mani del notaio Garlantini, qui del paese, presso il quale può prenderne visione quando crede. È molto semplice: istituisce la moglie erede universale, tranne un cospicuo legato in terre ai suoceri Landi, perchè poi lo trasmettano alla lor figlia Maria Dora. Qualche ricordo agli amici più stretti: lei non vi è nominato.

-- Ah, benissimo... -- rispose livido il Salvi, che per tutto quel discorso aveva trattenuto il respiro.

-- Ecco: volevo dirle questo, -- concluse il Ferento.

«È un colpo forte, forte, forte...» -- pensò Tancredo. Guardò in terra, in cielo, fra gli alberi, poi soggiunse:

-- Ma, scusi, lei trova giusto?... le pare una cosa giusta?...

-- Sì, -- rispose il Ferento con una voce pacata.

Il Salvi a tutta prima non seppe che dire; quella risposta recisa lo sbalordì.

-- Giusta fino ad un certo punto, -- si permise di osservare. -- Dopo tutto ero il solo parente...

-- Che vuole? Non è sempre la parentela quella che suggerisce gli affetti, e le dico in verità, poichè mi ha domandato il mio parere, che Giorgio Fiesco non avrebbe potuto accorgersi di avere un fratello, o sia pure un fratellastro, se non dopo la sua morte.

-- Ma non era colpa mia se...

-- Via, non le pare che sian discorsi oziosi? Volevo dirle piuttosto una cosa, signor Salvi. Lei è arrivato iersera ed ha creduto opportuno alloggiare in villa, pur non conoscendovi nessuno...

-- È vero, professore; ma era così tardi... poi desideravo...

-- Mi lasci dire. Tutto questo può esser ancor naturale. Ma quello che trovo assai meno lecito è il suo contegno in tale circostanza.

-- Quale contegno, professore? Ho cercato solo di rendermi utile.

-- Quel che trovo assai meno lecito, -- continuò il Ferento senza badargli -- è per esempio la sua dimestichezza improvvisa con persone di servizio, che vanno lasciate in cucina.

-- Ah, lei vuol dire... -- fece Tancredo mordendosi un labbro.

-- Non volevo dirle altro che questo, signor Salvi, e mi perdoni la libertà. Ma siccome la famiglia Landi è molto colpita in questo momento ed io sono il loro amico più stretto, così ho creduto necessario di parlarle chiaramente.

Si era fermato e gli esponeva queste cose con affabilità, con una garbatezza calma e sicura, davanti alla quale Tancredo non seppe che rispondere.

-- Mi scusino... -- mormorò.

-- Nient'affatto, signor Salvi; lei non deve scusarsi affatto.

Poi gli parlò d'altre cose affatto prive d'importanza, tornando passo passo verso la villa.

IV

Da questo colloquio Tancredo intese che le parole del Ferento equivalevano ad un commiato e che perciò era necessario far presto.

-- Non dubitare che mi vendico! -- borbottava a denti stretti, ripreso da un accesso di bile nel pensare alla sfumata eredità. E seduto nella medesima poltrona, in quella profumata sala dove non c'era più nessuno, immaginava con iracondia le sue vendette future. Ma poco dopo entrò lo scemo, s'accocolò in un angolo e, preso l'archetto, incominciò ad eseguire sul violino quell'unica dolorosa Canzone ch'egli sapeva. Arrivato ad un certo punto, s'interrompeva sghignazzando, e ricominciava da capo.

-- «Di', scemo? seguiterai per un pezzo a farmi questo bel concerto?» -- -mormorò Tancredo a mezza voce.

Ma lo scemo, che aveva un udito finissimo, lo intese, o intese almeno l'epiteto, del quale si corrucciò. Scese dalla seggiola, e con il violino in pugno gli venne davanti, minaccioso.

-- Come ti chiami? Chi sei? Cosa fai qui? Vattene!

E con l'archetto gli segnava l'uscio, protendendo sul collo turgido la faccia incollerita. Per prudenza Tancredo si levò in piedi e fece atto di ubbidirgli, ma riparatosi dietro la poltrona cominciò a fissarlo.

-- Dica, professore... non facciamo scherzi! Professor Marcuccio, per carità... si calmi, professore!

Accortosi che quel nome produceva un buon effetto, glielo dispensò a manate: Professore, professore...