La vita comincia domani: romanzo

Part 8

Chapter 83,817 wordsPublic domain

-- Coricato? ah! ah!... È una notte d'Aprile; vorrei camminare, camminare, in mezzo alla foresta e lungo il fiume, con il mio violino su la spalla, improvvisando canzoni. Ma ho paura dei cani!... E tutte le donne che non dormono, in queste notti di primavera, scenderebbero dal letto con i capelli sciolti, per camminare a piedi scalzi dietro di me... ma ho paura dei gufi. Vorrei camminare, camminare, per la foresta e lungo il fiume, suonando sul mio violino la canzone più bella che so, e trascinandomi dietro le donne seminude... Ma ho paura dei vampiri. Uh!... i vampiri dalle ali di feltro, che succhiano sangue, sangue... La sai, padre, la Canzone dei Vampiri? No?... Ascolta...

E ritraendosi lentamente, con un passo d'automa, urtò l'uscio con la schiena e scomparve nel buio del corridoio, ricominciando a suonare sul violino singhiozzante la sua Canzone Disperata, che a poco a poco, per l'alte camere, in una lugubre risata si spense.

. . . . . . .

«Se corri, -- mi dice, -- «si arriva stasera o domani mattina...

«Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...»

. . . . . . .

-- Povero me! -- proruppe Stefano con un gesto di sconforto. -- La sventura s'è abbattuta su la mia casa.

-- Non disperate, Stefano. Voi credete in Dio, non è vero?

-- Sì, fervidamente.

-- Pregatelo, voi che potete pregare! Io credo in me stesso più fermamente che in Dio, e nella volontà umana più che nel miracolo. Quindi penso che per resistere alla sventura abbiamo un solo rimedio: il nostro proprio coraggio.

Ma Stefano scosse il capo, e cominciò a guardarlo come se volesse dirgli qualcosa. Certo, per essere venuto a quell'ora nella camera di Andrea, uno scopo lo guidava e quei perplessi discorsi parevano la ricerca d'un esordio.

-- A proposito di Giorgio, -- disse infine, -- cosa pensate voi? Che stia proprio molto male?

Andrea, forse per nascondere il suo disagio, metteva in ordine una quantità di cose, andando dagli scaffali alla scrivania, frugando nei cassetti, rimovendo libri.

-- L'eterna domanda! -- esclamò nervosamente. -- Se sapeste che poca cosa è la scienza d'un medico davanti ad un problema così complesso come la vita d'un uomo!

-- Ma io vedo che muore! -- interruppe Stefano soffocando la voce.

-- È un'opinione, la vostra; null'altro che un'opinione, -- rispose freddamente Andrea, stringendosi nelle spalle.

-- No, non ingannatemi, Andrea! Benchè vecchio, sono ancora un uomo e voglio sapere la verità. Ditemi, ditemi la verità... Il suo caso è disperato?

-- Non ancora, ma è grave.

-- Sapete? Giorni sono mi ha detto quasi allegramente: Bisognerà che un momento o l'altro diamo un'occhiata ai nostri affari, papà Stefano, perchè è sempre meglio essere previdenti.

-- Questo non mi riguarda! -- esclamò Andrea con asprezza. -- Se è di questo che dovete parlarmi, io non voglio saper nulla!

-- Oh, Andrea!... non crederete, per l'amor del cielo, ch'io voglia fare un calcolo qualsiasi... no, vi giuro! Ma ho due figlie, un figlio ed una moglie vecchia; ora voi sapete bene che la casa, le campagne, tutto quanto, appartiene a Giorgio.

-- Questo non mi riguarda, ripeto. Giorgio è un uomo onesto, penserà da sè stesso alla moglie.

-- Ma Giorgio ha pure un fratellastro, un uomo dissoluto e rapace, che gli ha dato già troppe noie cercando in mille guise di estorcergli denaro.

-- Insomma, Stefano, -- egli lo interruppe, -- se bene comprendo, voi desiderate che in un modo qualsiasi m'interponga presso Giorgio per fargli fare testamento, o per sapere se lo ha fatto e come lo ha fatto... Non è vero?

Fece una pausa, guardando Stefano, che abbassò il capo senza rispondere.

-- Ebbene, sentite: ho molto affetto, molta venerazione per voi, padre Stefano; capisco anche la ragione, del tutto giustificabile, che v'induce ad un tal passo. Ma di questo non parlatemi, vi prego. Fate quel che volete, ma io non ci voglio entrare. Anzi vi dirò una cosa, recisamente: vicino a Giorgio, nè preti nè notai, a meno che non li chieda egli stesso. E non parliamone più.

-- Perchè tanto calore? Non vi ho mai veduto eccitarvi così.

-- Bisogna lasciare un'anima libera, padre Stefano, sopra tutto vicino alla morte. Io non mi occuperò di queste cose, e credo che Novella sia dello stesso parere.

-- Lo è, infatti... Ma questo, in un certo senso, è anche sorprendente!

-- Niente affatto, padre Stefano. L'ora della morte è quella della riconoscenza o del rancore: bisogna che l'uomo si risolva da sè all'una od all'altra cosa. E Giorgio ha la mente lucidissima. Infine, ancora una volta, questo non mi riguarda! Solo una cosa vi dirò: Fin quando io viva, nè voi nè i vostri figli avrete mai nulla da temere.

-- Oh, siete migliore di me, Andrea! -- esclamò con effusione il vecchio, -- ed ora mi vergogno...

-- Di nulla! Voi pensate ai vostri figli; è più che umano. E lasciamo questi discorsi. Risponderò invece alla vostra domanda con sincerità: -- Il caso di Giorgio è grave; molto grave. La mia opera può darsi che non basti; è forse opportuno chiamare altri medici. L'ho detto a lui stesso, ma egli rifiuta.

-- E chi può salvarlo, se voi non potete? -- esclamò Stefano alzando le braccia. -- Poi, che serve? Io vedo bene che muore, povero Giorgio... e noi vecchi sappiamo riconoscere di lontano la morte. Bah!... buona notte, Andrea! Se stesse male, chiamatemi; buona notte.

Andrea rimase lungo tempo fermo dietro l'uscio, ascoltando quel passo tardo che saliva pesantemente i gradini; poi tornò a sedere presso la tavola ingombra, si raccolse nei palmi la fronte, che gli doleva, e mentre nell'immobile silenzio gli battevano forte le vene dei polsi, lasciò che il suo cuore, come un nembo di polvere, si allontanasse nella vertiginosa bufera.

Il riflettore elettrico, vôlto sul microscopio, traeva dal polito metallo un barbaglio fermo, continuo, che si propagava su le piccole siringhe di cristallo, su gli aghi affinatissimi, sui molti arnesi lucenti che ingombravano la scrivania.

A poco a poco una stanchezza fisica maggiore del suo tormento lo sopraffece; i gomiti gli scivolaron dall'orlo della tavola, piano piano; la fronte si affondò nella piega dell'avambraccio; cadde in sopore. Da lunghe notti rimaneva con gli occhi sbarrati, nel buio, insonne fino all'alba, con il cervello assediato dall'assiduo pensiero; ma vi son momenti nei quali il corpo affranto, che ha fame, che ha sonno, che ha bisogno d'oblìo, soverchia lo spirito e lo salva da tutte le sue calamità.

-- Odimi, Andrea...

Era entrata Novella, senza far rumore, e si chinava su lui.

Egli sobbalzò atterrito, si eresse in piedi, con gli occhi pieni di spavento, e fissandola ripeteva:

-- Che c'è? Che è stato?!

-- Nulla... parla piano... Perchè ti guardi attorno? Che fai? Sognavi? Sì, eri stanco, ed io t'ho svegliato, povero amore...

Allora egli prese la sua mano, la strinse, la baciò quasi con riconoscenza. Era felice che fosse stata lei a destarlo, non altri, e che non venisse per portargli qualche notizia temuta.

-- Ah, sei tu, sei tu... -- la guardò, le sorrise; -- ma ora, non rimanere... sii buona. Forse potrebbe udirci. È imprudente, molto imprudente quello che fai!

-- Mi scacci sempre...

-- Non ti scaccio, non dire questo. Ma, vedi, è pericoloso... Lavoravo e mi sono assopito. Poi ho l'intuizione che stanotte Giorgio, non dorma e sorvegli...

-- Sì, ora me ne vado; ma prima... Come sei pallido, mio amore...

-- Sono stanco.

-- Prima dimmi perchè da qualche giorno mi lasci tanto sola, non mi parli, non mi guardi, e si direbbe quasi che tu faccia il possibile per allontanarmi da te.

Egli ricadde su la seggiola, si compresse contro le tempie i due pugni che tremavano:

-- Taci, taci.

-- Cosa t'ho fatto, io? Non vedi come sono disperata?... non mi ami più?

Allora egli esclamò con un selvaggio impeto di passione:

-- Da qualche giorno ti amo più che mai! più che mai! non lo senti?... Ma sei tutta vestita d'ombra e non ti posso toccare.

Ella rispose, appassionata:

-- Chiudi gli occhi un momento, per non vedermi, e báciami, báciami!...

Curvata su lui, la sua gonna gli avvolgeva le ginocchia, i suoi capelli gli toccavano la fronte. In quel bacio ella mormorò:

-- Che faremo?...

Egli le rispose, all'orecchio, con un bisbiglio ch'era solamente un álito: -- Aspettare.

Ella voleva interrogarlo, ma l'amante si ribellò:

-- Silenzio!... E lasciami solo. Se io non ti chiamo, non tornare.

Ella ubbidì; si ritrasse. Ma nell'orecchio le suonava quella parola grande, minima: -- Aspettare.

-- Vai nella sua camera? -- egli chiese ancora.

-- No; ho paura. Da me sola, ho paura. Non è stato mai così dolce... mi prende le mani, le bacia... e le mie mani divengono fredde.

Così dicendo le nascose dentro le pieghe della gonna, quasi avesse ancora su la pelle quella sensazione di ribrezzo che tutta la raggelava.

-- Ogni tanto mi carezza i capelli come un bambino... non è stato mai così dolce.

Egli, senza batter ciglio, l'ascoltava, la guardava.

-- Sai? Un'ora fa si è assopito, tenendomi una mano fra le sue. Non c'era lume nella stanza, però dalla finestra veniva luce abbastanza perch'io vedessi la sua faccia. Che orrore!... Mi stringeva la mano con una forza convulsa, il suo viso era fermo in una contrazione di dolore. Sognava, e ogni tanto, dagli angoli della bocca, gli usciva un fiotto di saliva... Che orrore! Poi ha rovesciato un occhio indietro, uno solo, senz'iride, ed è rimasto così... Pensai che fosse morto, volli sciogliermi da quella stretta e non ebbi forza, volli gridare e non potei... perchè quell'occhio senz'iride mi fissava e la sua bocca morta sembrava ridere del mio terrore...

-- Basta, basta!

Poi entrambi sussultarono, avvertendo rumore da una camera vicina, che poteva essere quella del malato. Novella cautamente si sporse fuori dall'uscio in ascolto, e sparve nel corridoio scivolando lungo il muro. Egli rimase nel mezzo della camera, diritto, pronto, perchè udiva un passo avvicinarsi, un passo che gli era noto.

-- È lui... -- pensava. Ma non gli rimase tempo ad alcuna riflessione, perchè Giorgio aperse l'uscio e si fermò su la soglia, cadaverico, vacillante. Rimasero a guardarsi un attimo, poi Andrea disse:

-- Ti senti male?

Giorgio scosse il capo.

Era interamente vestito, portava una giubba di lana rossiccia, intorno al collo uno scialle avvoltolato. Si avanzò nella camera con un passo malfermo, poi tese l'índice verso l'uscio e disse:

-- Chiudi a chiave la porta, ti prego.

Attonito, Andrea non si mosse.

-- Chiudi la porta; voglio rimanere solo con te.

Macchinalmente, quasi piegandosi ad una forza incontrastabile, Andrea ubbidì.

Quando s'intese il rumore della chiave nella toppa, e furon soli, di fronte, viso a viso, e fu passato qualche attimo d'un silenzio mortale, Giorgio disse con voce spenta:

-- Novella era qui.

-- No.

-- Era qui.

-- Ossia, -- corresse Andrea confusamente, -- passava per il corridoio... si è fermata un momento a parlarmi. -- E soggiunse dopo una pausa: -- A parlarmi di te.

Poi avanzò verso Giorgio una vasta poltrona di cuoio, spingendola per la spalliera; l'infermo vi si lasciò cadere, premendosi le due braccia sul petto quasi per comprimere un dolore inesprimibile.

Ma d'improvviso, dopochè i suoi occhi febbricitanti si furon incontrati con gli occhi aspri e fermi del suo fratello antico e per qualche tempo l'ebbero vigilato in silenzio:

-- Andrea!... -- esclamò con accento d'indulgenza e di sconforto estremi, -- Andrea non mentire più! È inutile, poichè muoio... non mentire più!

L'altro si curvò, si radunò in sè stesso, come un aggredito che sta per raccogliere tutte le sue forze in una disperata difesa, poi, dibattuto fra la verità inconfessabile e la menzogna insostenibile, si ritrasse meccanicamente nell'alta ombra che l'armadio propagava dal muro, e muto vi stette, guardando fissamente terra, in attesa della parola che li avrebbe separati per sempre.

-- Hai paura di me, o mi odii? -- Giorgio gli domandò, ergendosi a fatica sui bracciuoli della poltrona.

E poichè l'altro taceva, lo incalzò: -- Non puoi rispondermi? Non vuoi che ci si guardi a viso aperto? I tuoi occhi, una volta, sapevano fissare!

V'era nella sua voce un sarcasmo, anzi una sfida manifesta, contro la quale, di colpo, l'avversario si raddrizzò. L'uomo che non s'era mai piegato, che non aveva mai temuto, comprese di doversi avventare contr'essa, come soleva, nel mezzo di tutti i pericoli, con spavalderia.

-- Fra noi, -- rispose, -- mi pareva migliore il silenzio.

La sua voce non aveva alcun tremito: fu dura, fredda, lucida come una lama ben affilata. Con più dolcezza, quasi con affetto, l'altro ripetè la domanda:

-- Hai paura o mi odii?

-- Nè una cosa nè l'altra, Giorgio.

-- E allora?

-- Sento la distanza insormontabile che ci divide, sento che siamo ridotti ad essere due semplici automi l'uno di fronte all'altro, e che parole, fra noi, non ci devon più essere.

-- No, Andrea. Per te, che prosegui nella vita, questo divenir automa è un giuoco di qualche ora; per me, che la finisco, è un gioco assurdo. Ho radunate le mie poche forze per venirti a parlare: non impedirlo, se ti ricordi che abbiamo avuto sempre coraggio.

Una luce tetra splendette nella faccia dell'avversario.

-- Ebbene, -- disse, avanzandosi dall'ombra, -- se così vuoi, sia!

-- Non come due nemici, Andrea, -- lo pregò l'infermo con un sorriso triste. -- Sì, è vero, il passato è in frantumi e le memorie son ragnatele che val meglio spazzar via... Ma c'è qualcosa nel mondo che può essere dolce ad un uomo, e questo è la certezza di aver amato un altr'uomo con tanta purezza d'affetto, che per quanto egli ti faccia male, per quanto il destino te lo avventi contro come un inconciliabile nemico, tu non lo possa veramente nè interamente odiare mai. Questa è la prima cosa che volevo dirti.

Andrea non battè ciglio, non si mosse, non rispose parola.

-- Ti ricordi?.... -- ricominciò il malato, con una voce quasi lontana. -- Abbiamo tutto diviso fraternamente nella vita, come dividevamo insieme -- ti ricordi? -- nella nostra camera di studenti, su quel tavolino zoppo, le nostre povere cene. Poi, quando bruciò la miniera di Connigan Gate seppellendo trecento uomini, e la Compagnia mi cacciò come responsabile del disastro, per un anno vissi nella tua casa, e devo a te solo, -- sì, lasciami dire: a te solo -- se ho potuto per una seconda volta ricominciare la strada.

-- Visto che facciamo i conti, io ti devo altrettanto e più! -- Andrea lo interruppe con voce irritata.

-- Ora ti rivedo! -- esclamò Giorgio, scuotendo con un sorriso il capo. -- Riassomigli, contro di me, a quello ch'eri nel Comizio Romano, davanti a coloro che ti accusavano di averli traditi, di aver venduta la causa loro a chi ti prometteva il potere... E tu eri là, pallido ma sorridente, con le braccia incrociate, contro il tumulto, contro gli urli, contro gli insulti, finchè ne hai preso uno per la gola, uno che inveiva più da presso. Questo atto di coraggio fece il silenzio intorno a te. Allora ti lasciarono parlare. Mi ricordo. Pareva che tu foggiassi le parole in un sonoro metallo e le piegassi con la forza de' tuoi pugni prima di scagliarle in pieno petto contro gli avversari, contro il semicerchio muto che lentamente oscillava; e c'era in te qualcosa di magnetico, d'elettrizzante che dominò la folla, che li vinse, ad uno ad uno, e poi tutti, finchè ti vidi preso nel mezzo, come in un'immensa mareggiata d'uomini, d'uomini clamorosi e deliranti che ti portarono in trionfo... Dimmi, Andrea, non sei più quello di allora?

Un cerchio di rossore accese la fronte dell'avversario; ne' suoi occhi una vampa splendette.

-- Il medesimo sono, e più forte! -- disse con ira; -- poichè le più disperate battaglie sono certo quelle che dobbiamo soffocare in noi.

Camminava per la camera nervosamente, come un uomo da tutte le parti accerchiato, il quale voglia fendere nella calca a fronte bassa per aprirsi un varco. Poi disse con impeto:

-- Senti: non mi giustificherò. Il nostro patto è rotto. Se vieni per interrogarmi, rifiuto, -- se vieni per accusarmi, rifiuto, -- se anche vieni per perdonarmi, rifiuto. È inutile tradurre in parole oziose quello che l'anima di due uomini risoluti non può nè tollerare nè mutare.

Giorgio volle interromperlo, ma egli con un gesto lo trattenne:

-- Lasciami dire: nè tollerare nè mutare. Mi hai rammentata un'ora temeraria della mia vita, quando, per ambizione o per ingenuità, credevo si potesse far del bene alla folla trascinandosela dietro con la magìa della parola, come un branco imbrigliato, ed avevo in me difatti questo genio demagogico, questa potenza istrionica della quale ora mi rido. Più tardi compresi che il bene si fa nell'ombra, da soli, piegando la fronte sui libri, o con le braccia nude fino al gomito, medicando l'anima dell'uomo e la sua carne piena di contaminazioni. Ho lasciato gli altri urlare; ho camminato più in alto, per la mia strada. Ora, ti ho detto, sono il medesimo e più forte. Ora sono riuscito a comprendere che nel nostro vincolo, nel nostro patto d'amicizia umana mancava tuttavia una possibilità: quella di sentir nascere in noi l'odio, l'odio fraterno, il più terribile che vi sia.

Mi hai posta una domanda poco fa: se ho paura di te e se ti odio. Io fui debole un momento e risposi: Nè una cosa nè l'altra. Ma ho mentito. E poichè mi rammenti le ore di coraggio ch'ebbi nella mia vita, con quel medesimo coraggio ti rispondo: -- Sì, ti odio!

Ne' suoi occhi metallici brillava una sinistra luce; la sua bocca rise, paga d'aver esclamata la verità.

-- Ora ti preferisco, ora che non menti più! -- Giorgio rispose, con un orgoglio pacato. -- Vorrei essere ad un altro tempo della mia vita per accettare le tue parole come una bella sfida.

Andrea scosse il capo:

-- Forse non mi hai compreso.

-- Sì, ti ho compreso. Volevi dire che tra uomo ed uomo tutto è caduco e distruttibile, tutto può mutare improvvisamente, per un caso fortuito, perchè appunto noi siamo esseri caduchi e mutevoli, schiavi anzi tutto del senso che ci dómina con vera tirannia.

Ma l'altro non cessava dallo scuotere il capo duramente, finchè l'interruppe:

-- Volevo dire che il mio odio per te, Giorgio, è una specie di rimorso taciturno, è una specie di lealtà ultima, che nascondo a me stesso, e nella quale mi rifugio, dopo aver lottato inutilmente, con ogni mia forza, contro il destino che ci separava. È un odio, sì; ma tale che se potessi, dando la mia vita, redimermi dinanzi a te, o farti un bene qualsiasi, anche minimo... senza esitare, senza riflettere, la darei!

-- Allora perchè nasconderti fra queste parole? Smàscherati! Dà un nome a tutto questo: il suo vero nome!

-- No, no! -- rispose Andrea con forza; -- parliamo di noi, solo di noi. Come ho rispettata sempre la tua fede, che non potevo dividere, tu rispetta la mia volontà, perch'essa è la sola coscienza degli uomini senza fede. E pensa che il confessarmi a te mi sarebbe forse dolce, come per voi è dolce confessare le vostre colpe ad uno che vi assolverà. Io non voglio il tuo perdono. Ma invece ti dirò apertamente: Sì, l'ho amata!... Era nel mio destino d'uomo... l'ho amata.

Queste parole parvero gravi, come l'affermazione d'un reo che dicesse al suo giudice: -- «Sì, ho ucciso.» E Giorgio, sopraffatto, come se al di là da quelle parole non vi fosse che l'immenso nulla, chinò la fronte in silenzio. Una lunga pausa durò fra loro, nella quale permaneva un'eco diuturna, ch'entrambi udivano risuonare nella loro vastità interiore. Poi Andrea riprese:

-- Vedi, e ho lottato! Con tutta la forza che ben mi conosci, ho lottato per estirpare da me questa ubbriachezza. Ma non mi fu possibile. Tutto si riesce a stritolare nella tanaglia della nostra volontà, non questo amore che imbeve la carne, lo spirito, e ci vieta persino quell'atto estremo di ribellione che tronca tutto: la morte.

-- Lo so, -- rispose Giorgio profondamente. Poi, levatosi con fatica dalla poltrona, s'avanzò verso di lui, fin quasi a toccarlo:

-- Lo so. Dal primo giorno che l'hai guardata con amore lo seppi. Era... vuoi che te lo rammenti?

-- A che serve, Giorgio? È lontano...

-- Infatti. E già sarebbe stata una grande sciagura che l'amassi tu solo, -- proseguì Giorgio, scandendo lentamente le sillabe. -- Ma lei pure ti amava... e questo era l'irreparabile! Ti amava in silenzio ancor prima che tu lo sapessi.

Andrea scosse il capo in segno d'incredulità.

-- Prima, assai prima... perchè forse non è mai stata veramente mia. Ma per me bastava che non fosse d'altri; e guai se avessi creduto, in un modo qualsiasi, di poterla ricuperare! Perchè allora, vedi, il mio odio sarebbe andato oltre il tuo, e per quell'istinto che ogni essere ha, di voler difendere il proprio bene anche fino al delitto, io, credente, mi sarei dannato, ma avrei messo il mio amore, poich'era grande, più in là che Dio. Senonchè ti amava troppo... ed era inutile tentare.

-- Tu avresti fatto questo?... anche questo? -- mormorò Andrea.

-- Sì! e puoi non dubitarne se ripensi alla mia vita. Eppure io credo in Dio; anzi questa fede, che tu in fondo schernivi col tuo silenzio, mi ha salvato dalla recita e dalla colpa inutile. Perchè, sai, vi può essere altrettanta bellezza in un delitto grande come in un grande perdono. Io vi ho perdonati; non con la bocca, non con le parole che tu alteramente mi rifiutavi or ora, ma col mio spirito, con la mia fede, con tutta quella estrema vita che si àgita in me. Bada: non cristianamente, ma umanamente vi ho perdonato: non per misericordia, ma per riflessione, non per comprarmi il paradiso dei preti ma per la vostra felicità.

-- Per la nostra felicità?... -- disse Andrea, con maraviglia, con sospetto.

-- Sì; e non mi credere un santo per questo: non lo sono. Uomo, avrei voluto vivere, e per vivere mi sarebbe stato necessario difendermi da te. Ma che sono ormai? Una macchina disfatta... neppure: un pugno di materia logora che fra poco si dissolverà. Davanti a me finisce quella striscia di sole che si chiama la vita, e se i deboli, se gli avari, se i timidi, appunto verso la fine s'abbrancano con maggior disperazione ai beni che lasciano quaggiù, io, poichè sono stato un forte come te, un orgoglioso come te, ne faccio abbandono senza odiare quelli che possono vivere ancora, ed umanamente, con pace, dico loro: Il diritto è vostro... continuate.

Dopo aver velocemente riflettuto, Andrea esclamò:

-- Le tue parole sono troppo grandi per un uomo: io non le credo.

-- Le parole sono grandi forse, non la verità che nascondono, -- gli rispose con lentezza il suo fratello d'una volta. -- Le più serene filosofie, le rinunzie più sante, celano spesso nel fondo un acerbo rancore contro la vita. Così di me. Allora sarò più piccino, mi denuderò, guarda: È un corpo questo che mi rimane? Ho forse una speranza di risanarmi, di ricominciare? No! Il mio martirio non può essere che più lungo o più breve, ma non altro che un martirio; e la scienza non inganna quel presentimento della morte che penetra tutte le vene, quand'essa già si trascina carponi nella nostra ombra. Si levi e mi prenda! Che serve il vivere in una poltrona, coperto di scialli, nutrito di medicine, soffrendo torture fisiche e morali, facendo ribrezzo agli altri ed a me? Poi, compréndimi bene, io amo una donna come tu l'ami, sapendo invece che la spavento. E la desidero qualche volta, io sfinito, come la desideri tu, vivo e forte. Ma tu la puoi baciare... io no! tu puoi darle ancora un brivido... io no! -- e tutto questo, lo riconosci ora? è meno grande che non sembrassero le mie parole.

Parlava concitato, scuotendo i pugni, rosso nel viso d'una tragica vampa; indi spense la voce, che divenne piena di sarcasmo contro sè stesso: