La vita comincia domani: romanzo
Part 7
Il Paolieri s'appressò al letto; prese macchinalmente il polso del malato, gli toccò la fronte, gli rovesciò un labbro per guardargli le gengive. E questo fece due volte. Poi gli scoverse il petto ed ascoltò il cuore; gli mise una mano sul fianco per esaminare il fegato e gli premette l'intestino.
Nel fare quel che faceva da anni, tante volte al giorno, come nel compiere le pratiche d'un mestiere assiduo, dimenticava perfino la sua soggezione e la presenza stessa di quel gran medico. Faceva tutto ciò con coscienza, assumendo nella sua faccia ruvida un non so che di grave, quasi d'intelligente.
Poi lo ricoverse con delicatezza: ancora una volta gli guardò le gengive, le membrane interne degli occhi, a lungo, e di tutto quell'esame non fece che dire:
-- Già... già...
-- Le pare? -- disse Andrea, attentissimo.
-- Già... come lei diceva, Professore... non si tratta che di un grande prostramento... l'iniezione gioverà.
-- Sì, facciamola.
Fu allora che il malato aperse gli occhi e stupitamente li guardò. Due, tre volte li aperse, non potendoli tener fermi; e li guardava l'un dopo l'altro, attonito, cercando.
Mosse le labbra, forse per dire un nome... Quale nome?
Certo quello solo che amava, quello inestinguibile, che per lui non moriva nella morte: Novella...
Appunto era venuta su la soglia ed aspettava, tutta bianca.
VII
Il malato si levò ancora dal letto e parve per alcun tempo godere di un benessere nuovo. Siccome i giorni si facevan caldi, sua moglie lo accompagnava durante il pomeriggio sotto un pergolato a riparo dal vento, e là sedevano, rimanendo per lunghe ore insieme. Ogni tanto li venivan a trovare o Maria Dora o gli altri della casa, e la giornata passava quasi rapida, nonostante l'inerzia di quella calda primavera. Talvolta capitava su Maurizio, a parlar della sua caccia o dei campicelli di suo padre, che li aveva laggiù, verso valle, con una piccola cascina. Ed erano allora lunghi discorsi, che il malato ascoltava con un sorriso benevolo, mettendovi qualche parola ogni tanto, sempre con dolcezza.
Il Ferento andava, tornava, dalla città in villa, sin tre o quattro volte per settimana. Il malato gli diceva continuamente, con un sorriso calmo: -- Perchè mi curi? Tanto è inutile...
Ma si sentiva più felice quand'egli era lontano, quando poteva restar solo con lei, senza che nessun estraneo interrompesse con la sua presenza quella specie d'intimità nuova ch'era nata fra loro. Dopo la crisi terribile, pareva che il male volesse dargli una tregua, una di quelle tregue ingannevoli che talvolta precorrono l'agonia.
Egli rimaneva lungamente a guardarla, con un sorriso pallido su le labbra, gli occhi un po' velati, come se non fosse mai sazio del suo bel viso e volesse portar seco nella morte la più compiuta immagine di lei. L'anima sua traboccava di dolcezza, e, quasi per comunicarle questo senso d'amore, ogni tanto allungava la mano a carezzar la sua mano; le diceva una timida parola d'affetto, con l'esitazione d'un innamorato che parlasse per la prima volta. Ella era triste, accasciata, stanca; tutti i sintomi della maternità travagliavano il suo corpo; la opprimeva una disperazione taciturna davanti a quel pericolo che ogni giorno si faceva più prossimo. Che sarebbe stato di lei, di loro, se non avesse potuto più nascondere, prima della sua morte, quella vita inconfessabile?
La sua morte? Ma chi le aveva mai detto ch'egli dovesse morire?
Infatti, per una specie di graduale suggestione, s'era già quasi avvezza a questo pensiero come all'attesa d'un fatto inevitabile, d'un'ora imminente, e per vari giorni, senza volerlo, senza ben sapere cos'attendesse, era vissuta nell'aspettativa da un attimo all'altro di quel grido che la chiamerebbe lassù, nella camera semibuia, presso il letto dov'egli rimarrebbe disteso...
Il giorno anzi dell'ultima crisi, udendo il suo rantolo, aveva creduto, senza volerlo, provandone anzi un orrore immenso, che il momento inevitabile fosse venuto, e rimanendo come in croce, là, nel corridoio, attendeva che alcuno, forse Andrea, nell'uscire da quella camera le dicesse con uno sguardo: -- Sai...
Ma ora lo vedeva sorridere, camminare, parlare... lo spettro funerario s'era di sùbito arretrato, e mentre in addietro quell'avvenimento le pareva lì lì per succedere, ora non lo immaginava neanche più; non aspettava più quel grido. E nell'esame interiore che ognuno suol compiere di sè medesimo, s'accorgeva con terrore di averlo desiderato.
La sua morte? Ma chi le aveva mai detto che dovesse morire?
«Forse fra poco, forse fra qualche anno...» Vagamente le pareva di aver intese una volta queste parole su la bocca di Andrea.
E allora qual'altra possibilità rimaneva per lei -- e non per lei sola -- davanti a questo nodo inestricabile che nulla poteva troncare? Qual dramma scoppierebbe nella casa il giorno in cui la sua maternità divenisse manifesta? Non era forse uccidere, ma d'una morte più barbara, quell'uomo dolce che l'amava? Ed il suo padre che farebbe? e la sua mamma, e la sua fresca sorella che direbbero di lei? Ecco: la casa, il nome sottomesso allo scorno della gente. Una creatura nata nella tragedia, senza padre, senza diritto a vivere... E Andrea? e il loro amore?...
In quelle ore d'ozio, stando seduta presso il marito che non moveva gli occhi da lei, senza tregua ella si rivolgeva nella mente queste domande affannose, lasciandosi cullare da un'inerzia totale delle membra e dello spirito, come una povera creatura che, perduta ogni speranza di salvezza, si lasci travolgere senz'alcuna resistenza verso l'urto che la dissolverà.
E tuttavia, nascosto nell'anima, impreciso, indefinibile, aveva quasi un filo di speranza... di speranza in quell'uomo così risoluto e così certo, che le pareva capace di soverchiare tutte le impossibilità; in quell'uomo che le aveva detto una notte, una notte d'amore: -- Così ti amo, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «Più forte».
Ella non ne aveva compreso il senso, non aveva nemmeno cercato di comprenderne il senso; ma era come una sensazione di forza che aleggiasse intorno a lei, una potenza incontrastabile che avesse radici profonde in quel suo petto virile.
Non si parlavano più che a rari intervalli, di sfuggita. Egli era più che mai taciturno; quando non doveva tornare in città, passava le giornate chiuso nella sua camera, trasformata in una specie di laboratorio, fra i libri di scienza e le ampolle delle sue misteriose medicine. Soltanto a lunghe distanze di giorni, talvolta, nel cuore della notte, quando la casa era tutta spenta, ella scivolava giù dal letto per andare a lui, per temprare in quell'animo forte il suo stanco dolore.
Tutto gli raccontava, tranne, per un pudore involontario, le parole di quel pomeriggio, quand'ella era seduta presso il cembalo ed una striscia di sole feriva obliquamente la stanza, piena di polvere viva. Ma nelle sue reticenze tuttavia si era tradita più di una volta. Finchè, un giorno, egli non fece che prendere le sue mani, poi, senza farle violenza, ma con quella voce che aveva ogni potere su lei e che pareva rimproverarle il silenzio come un disamore, le domandò:
-- Perchè mi nascondi qualcosa? perchè non mi dici tutto quello che sai?
Ella non tacque oltre. A faccia china, gli ridisse tutte le parole, una per una, tutte.
Egli notò solo che l'infermo l'amava tuttora d'una passione d'amante, e che dal suo dolore traspariva una orrenda gelosia.
-- Dimmi, ed hai sentito che ti amava? che ti desiderava... proprio così? Dimmi!
Elle ebbe, nel ricordo, una specie d'ira.
-- Perchè vuoi che lo dica? Sì, ho sentito il suo desiderio caldo come una febbre avvinghiarmi, soffocarmi... ed ho avuta per un attimo la tentazione di gridargli in faccia: «No! làsciami... làsciami... perchè infatti, è vero, lo amo!... sì, lo amo con tutta la gioventù delle mie vene!... lui amo: Andrea. Non farmi più mentire!» -- E per un momento, con una specie di crudeltà voluttuosa, tutto quello che vi è d'immondo in me, nel mio cuore pieno di tormento, nella mia carne piena di vizio, mi ha fatto sentire l'odio, un vero odio, contro questa creatura malata che m'incatena al suo letto come un'infermiera, che si trangugia la mia gioventù come una medicina, mentre là, fuori appena dalla finestra, c'è il sole, c'è l'aria, c'è il vento... ed io vorrei lanciarmi a quella finestra e gridarti: Sì, vieni, vieni!... préndimi! pórtami via!...
Egli ascoltava senza dir motto, chiuso in una rigida impenetrabilità, come se ascoltasse piuttosto la voce del suo proprio cuore che non la voce di lei. Vedendolo pensare così profondamente, lo chiamò per nome, indi lo scosse, poichè le parve che una sofferenza fisica gli alterasse la fisionomia.
-- Guárdami, Andrea... Che hai?
Con un gesto vago della mano egli scacciò la torma dei pensieri che l'assediavano, e disse:
-- Idee!... null'altro che vuoti fantasmi!
Su la sua fronte, divisa dalla ruga profonda come una ferita, ella passò, per diradarne l'ombre, la sua mano lieve.
-- E non li puoi disperdere, tu che sei così forte?
-- Disperdere? Anzi, no! Bisogna invece discutere con essi, poichè veri e temibili fantasmi sono quelle ombre che la nostra coscienza non osa prendere di fronte, alle quali non osa dire: «Tu ti chiami, per esempio, rimorso; per esempio, delitto; per esempio, morte.» Poichè, vedi, la nostra coscienza è talora un senso involontario di giustizia, ma più spesso è una paura dell'anima davanti alla felicità. Molte volte un atto infinitesimale di coraggio basterebbe all'uomo per risolvere tutto il problema della sua vita... e non l'ha! Pensa che schiavi siamo, noi che poniamo quasi sempre i nostri desideri là, dove questa paurosa coscienza ci impedisce di giungere.
Poi fece una pausa, e guardò negli occhi la donna che amava, colei che portava nel grembo il lor figlio concepito, e quasi tremando le domandò:
-- Novella, se un giorno tu sapessi che nel lontano passato io commisi una colpa orrenda... se tu sapessi d'un tratto che sono macchiato, che porto nel mio cuore un suggello d'infamia incancellabile... cosa diresti allora di me? cosa faresti per punirmi, Novella?
-- Che importa? -- ella rispose: -- questo non è vero...
-- Ma, se fosse vero?... -- incalzò l'amante: -- Rifletti bene: «Se è vero?»
Ella sorrise, lo abbracciò, divenne scherzevole, quasi volesse allontanare quel pensiero molesto.
-- Ne avresti orrore, -- egli concluse. -- Anzi, non mi ameresti più.
-- Oh, -- ella fece, -- come sei pazzo!
Gli fece passare le dita fra i capelli, ravviandoli, quasi adoperasse un pettine fino. I capelli spartiti risorgevan ondosi, con una specie di ribellione, dietro il solco delle sue dita.
-- Cosa può importare a me quello che avresti fatto? Io non ti giudico: ti amo.
-- Sì?... e la sapresti perdonare, dimenticare, la mia colpa? anche se fosse la più grande?...
Ella s'avvinghiò a lui, forte, per comunicargli traverso le vene quella verità che stava per dirle, e con un filo di voce, poichè vi son cose che van dette piano anche quando si è soli:
-- Senti... -- bisbigliò, -- qualsiasi cosa tu faccia, ora, e nel passato, e sempre, penserò che quella cosa è giusta, e che fai bene... perchè ti amo fino a trasformarmi nella tua propria volontà e sono in te più fortemente che il tuo stesso cuore...
Egli premette le labbra contro la sua gola calda, e rise, d'un riso convulso che lo faceva trasalire, illuminandolo di gioia come un repentino sole.
-- Ora, -- disse perdutamente, ora ti possiedo per la prima volta come volevo, e più nulla -- ricórdati! -- più nulla ci saprebbe dividere.
Senza busto, con i capelli raccolti da un pettine solo, ravvolta in una vestaglia di seta che la fasciava senza nasconderla, con i piedi scalzi nelle pianelle di raso orlate d'ermellino, il pizzo della camicia che si arruffava nell'incrociatura, ella raccolse contro di lui tutto il calore del suo corpo innamorato, sentendosi a poco a poco disperdere in un oblìo voluttuoso, come se al di là da tutte le angoscie, da tutte le servitù cui la vita incatena, ella non volesse più rimanere altro che l'amante, l'innamorata, la femmina perdutamente sua, nè volesse ormai conoscere altra disperazione oltre quella de' suoi baci ubbriacanti nella complicità e nell'ebbrezza d'una notte d'amore...
Allora, con la mano che brancolava in cerca del suo tepido grembo, egli sentì nel ventre non piano trasalire -- o così gli parve -- la forma della creatura.
VIII
-- Il diritto a dare la morte... -- profferì a sè stesso Andrea Ferento, con una voce che pareva misurare ogni sillaba di quel dilemma inesorabile, mentre teneva sospesa contro il lume una fialetta colma d'un liquido senza colore, trasparente come l'acqua, che però tramandava dalla sua purezza un non so che di poderoso e di sinistro. Non sprigionava intorno a sè un colore nè un odore che bastassero a definirlo, ma una specie di possibilità nefasta: la virtù del poter uccidere; come l'acqua invece tramanda l'innocenza ed esprime l'innocuità. La luce della lampadina accendeva una piccola raggiera sul vetro dell'ampolla; questa rifrazione bruciava le sue dita, pareva investire d'un riverbero tutta la tragica persona dell'esaminatore.
Egli era solo, nella sua camera chiusa, tra gli alti scaffali carichi di libri e l'armadio vetrato, che lasciava intravvedere, un sopra l'altro, parecchi ordini di vasi medicinali. La tavola da lavoro, ingombra di scartafacci, di provini, di siringhe, di storte, di bottiglie tappate, era d'ácero nudo, e per la sua larghezza ingombrava quasi un terzo della stanza. Dentro una specie di nicchia, fatta come un'arcata, ch'entrava per mezzo metro nello spessor del muro, il letto era disposto nel senso della parete; una tenda vi cadeva sopra a baldacchino, senza coprirlo interamente.
Egli portava sopra l'abito una tunica di tela greggia che gli scendeva sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone come un saio da monaco; l'alta sua persona prendeva in quella veste una apparenza ieratica.
Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose dei gelsomini.
-- Il diritto a dare la morte... -- profferì una seconda volta, con maggiore lentezza, Andrea Ferento. -- Uccidere! La parola bella e terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu non puoi uccidere perchè non puoi creare,» -- predicarono i remoti Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria: «uccidere?»
Dalle origini stesse della vita l'uomo non fece che stabilire limiti. È inteso: c'è un male, c'è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come e da chi?
Ah, ecco, intendo! All'estremo, all'ultima pietra milliare della comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete messo, -- è incredibile! -- questa parola che fa tornar da capo: «Dio». Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non esser uomini, mentre l'averla concepita come uomini vuol dire semplicemente aver dato un nome, null'altro che un nome, ad una sensazione d'impossibilità.
In voi non trovo la mia strada, Evangelisti.
Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia vita vuole una morte.
Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili, sono davanti a un'agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto nascere, e la mia sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo che si prolunga.
O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel sepolcro? Non ammettete l'uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè stesso, l'uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d'una sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo l'ostacolo che lo divide dalla sua felicità?
Chi me lo impedisce?... Cristo? -- Cristo era un uomo come me: io non gli credo. La legge? -- La legge è stata fatta da uomini come me; non rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più scaltro: la évito. Forse la coscienza? -- Essa è paura, è viltà, è un terrore atavico dell'uomo: bisogna insegnarle a volere con inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini, è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti, senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la natura stessa non avesse riservato all'uomo la possibilità di propinare una morte nascosta? Che sarebbe l'amore in sè medesimo, se per lui non fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho amata una donna non mia e l'ho resa madre: mi trovo nell'impossibilità di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto. Lascerò ch'ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei?
Forse avrei dovuto, quando ne sentii nascere il primo palpito, soffocare in me questo inevitabile amore. Ma tutto si può fare al mondo, fuorchè non amare ciò che si ama.
Ora, contro il diritto a vivere di queste due creature, che sono ormai la mia sola ragione di essere, sta un'agonia, sicura ma tenace, lenta ma irremediabile... Due giovinezze davanti ad un sepolcro, due ricchezze davanti ad una miserrima povertà. Fra queste cose, il coraggio della mia mano, la stilla invisibile di un veleno, il martirio nascosto della mia coscienza... Ebbene, in tale dilemma, è più onesto concepire la coscienza come una schiavitù paurosa, che rifugge dal delitto per il solo terrore de' suoi fantasmi, o concepirla come un coraggio efferato, che avvinghia quei fantasmi e li soffoca per la felicità di chi ama?
O voi, che invisibili e presenti squassate intorno alla mia coscienza i vostri mantelli neri, ascoltate ancor questo dalla mia voce che non trema: -- Io feci olocausto di me stesso al mio amore d'uomo, al mio dovere di padre, e se, per giudicare un colpevole, può esservi un altro giudizio che non l'oscuro confessionale o la teatrale aula d'una Corte d'Assisi, questo giudice libero mi dirà: -- «Tu sei stato un anarchico ed un santo. Se puoi, vivendo, sopportare il tuo delitto, la sua potenza medesima ti assolve. Di fronte ai mediocri taci e nascondi, perchè i mediocri mai ti comprenderanno.»
Allora, nell'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, udì suonare la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.
Questa canzone diceva:
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, -- mi stringe il collo con le mani...
«Cammina!... -- mi dice ridendo -- la vita comincia domani.
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va? -- Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome: l'Inutilità.
«-- Sei stato in un letto odoroso -- con lei che giaceva supina,
«tremante, sperduta, tremante -- nel solco del letto profondo...
«Perchè, se non vuoi che ti picchi, -- mi hai fatto tremare nel mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, e vado a cercare altri morti, -- che sono i miei figli lontani...
«Cammina: la vita comincia domani, domani, domani...
La Canzone approssimava, tragica, lugubre, nel silenzio della notte, finchè, dietro l'uscio, si spense. Allora egli udì le nocche dello scemo, che rideva, battere contro la porta, dicendo: -- Aprimi.
Andrea, rapidamente chiuse nell'armadio le minuscole ampolle dei veleni che stava esaminando; poi non rispose, non aprì.
-- Apri dunque! -- sollecitava lo scemo, girando la maniglia. Ma la porta era serrata nell'interno a chiave.
-- Che vuoi?
Sorda e cocciuta la voce ripeteva: -- Aprimi!
Allora Andrea girò la chiave nella serratura e si ritrasse per lasciarlo entrare. Marcuccio, col manico del violino stretto nel pugno, la bocca torta da quel suo riso obliquo, s'avanzò fin nel mezzo della camera guardandosi attorno, poi disse:
-- Novella piange.
-- Come lo sai?
-- Piange, -- ripetè l'altro con iracondia.
-- Come lo sai, domando?
-- L'ho veduta io, per la toppa. Sì, l'ho veduta. È nella sua camera, seduta in un angolo, e singhiozza.
-- Ebbene? -- fece Andrea dopo una pausa.
-- Volevo dire che piange, -- ripetè costui, ingrossando la voce.
-- Allora tu guardi per le serrature?
-- Sempre.
-- Perchè?
Accentuando il suo riso atono, egli fece con la mano un gesto vago:
-- Per la serratura ho veduto la Berta in camicia, molte volte... La Berta si lega le calze con due nastri rossi, quassù... -- e segnava l'alto della coscia.
Andrea lo fissò negli occhi, attentamente, con un senso di maraviglia e di pietà.
-- Non puoi dormire, Marcuccio?
-- Sono le notti lunghe della primavera... gli uomini che han qualche sogno nell'anima non possono dormire. -- Poi fece schioccare le labbra e soggiunse: -- Mi piacerebbe dormire con la Berta. Senza che lei se n'accorga io la vedo ogni sera per la toppa, quando si spoglia. È grassa.
-- Allora, -- disse Andrea severamente, -- hai guardato per la toppa anche al padiglione di caccia, alla Boscaiola, una volta...
Marcuccio si mise a ridere con sguaiatezza e contorse la bocca.
-- No: sono salito sulla tavola di pietra ch'è da un lato, e, stando in piedi, ho potuto guardare in giù, verso l'interno della capanna. Sì, e c'era Novella...
-- Non è vero!
-- Sì, che c'era! -- incalzò lo scemo. E segnandolo a dito soggiunse: -- Con te.
-- Bada, Marcuccio! guai se lo ripeti!... -- esclamò Andrea, afferrandogli ruvidamente le mani.
-- Novella era quasi nuda, e tu... ahi! non mi far male!... tu la coprivi con le margherite che avevate raccolte... ahi!.. sul petto... ahi!.. la coprivi...
-- Guai a te, se ripeti queste cose bugiarde! Hai visto male. Io non c'ero. Lei neppure non c'era. Intendi?
E forte lo scuoteva per le braccia, mentr'egli, caparbio, insisteva nell'affermare.
-- Intendi?...
-- No, no... tu eri! lei era! Ed erano belle... com'erano belle quel giorno... le margherite... ahi! ahi! sorelluccia... le margherite!...
Allora Andrea lo afferrò per le spalle, in guisa da fissarlo ben negli occhi e disse:
-- Ascolta, Marcuccio. Tu, quel giorno, hai veduto un sogno; ed i sogni non si devon mai ripetere ad alcuno, perchè il parlarne porta disgrazia, m'intendi? E guai, guai a chi li racconta, i sogni!...
Parlava imitando il suo linguaggio, per essere meglio inteso; lo scemo apriva la bocca attonitamente:
-- Ah, sì?...
-- Certo. E se tu narrerai queste cose bugiarde, io dirò a tutti che bisogna bruciare i tuoi libri, perchè sono falsi. Così non avrai alcuna gloria. Capisci, Marcuccio?... la gloria!...
Egli tremava, tremava, e balbettò:
-- Sì, la gloria... Ma se non dico nulla?
-- Di che?
-- Dei sogni...
-- Allora, Marcuccio, tu avrai... -- Ma in quel mentre, udendo rumore, Andrea si volse: -- Chi è?
La voce di Stefano rispose:
-- Sono io: Stefano. Si può?
-- Entrate, entrate.
-- È la Canzone di Marcuccio che mi ha fatto scendere. -- Poi disse con un sorriso indulgente: -- Oh, conversate sempre di cose profonde, voialtri pensatori!
-- E tu sempre ci disturbi, padre Stefano! -- affermò con sussiego lo scemo.
-- Ti credevo già coricato, Marcuccio, quando invece udii la tua canzone.