Part 6
— Ne siete sicuro?
— Sì. E ci vuole l’erba _piastrella!_
— L’erba _piastrella?_... Che cos’è?
— Come, non la conoscete?... Non sapete se faccia bene?...
— Io no....
Allora Mezzalana guardò la moglie di sbieco e brontolò:
— Già l’ho sempre detto che siete un’ignorante!...
La Pignòla non ribattè, era abituata agli sgarbi del suo signore e padrone, nè si riteneva degna di un trattamento diverso. Quand’era ancora giovine erano state famose bastonature ch’ella aveva inscritto nel capitolo dell’amore e della gelosia e che l’avevan fatta orgogliosa del suo uomo di fronte alle compagne; da vecchia il bastone aveva ceduto l’impero alle violenze ed ella prendeva queste come quelle, con l’intima fierezza di una donna che si sente amata.
Senza scomporsi adunque, e per nulla offesa tirò di lungo, entrò nella capanna e scomparve.
Come Mezzalana fu solo, raccattò uno stecco che vide in mezzo all’aia, lo portò nella catasta delle legna perchè nulla doveva andare disperso, poi si fermò, la testa bassa, tutto assorto in un pensiero.
Così ristette alquanto e, quando si riscosse, la sua decisione era presa.
Egli stesso sarebbe andato in pineta, durante la notte; avrebbe raccolta l’erba che conosceva e sarebbe ritornato innanzi l’alba.
A compire il viaggio gli bastava il suo ciuco. Nessuno doveva saper nulla della decisione presa, neppure la Pignòla.
Però, siccome un certo dubbio gli rimaneva in fondo all’anima e capiva di mettersi in un grave rischio, chè il viaggio non era corto, e poteva coglierlo un malore lungo la strada, decise che, prima di partire, avrebbe preso le sue precauzioni. E tali precauzioni erano d’indole affatto particolare. Entrato nel nuovo ordine di idee si affrettò verso la casipola, entrò nella stanza terrena e gridò a Pignòla che era curva su gli alari:
— Questa sera si deve cenar presto!... Spicciatevi!
— Devo cuocere la minestra? — domandò Pignòla rivolgendo la faccia.
— Sì, cuocete!
— E i ragazzi?
— Fatevi alla siepe e chiamateli. Sono nel campo?
— Sì.
La Pignòla andò e tornò, presta come la lepre. Aggiunse legna al fuoco e una grembiulata di canàpuli, accese la lampada, andò ad attingere il vino nel boccale, cosse la minestra.
I figli e le figlie di Mezzalana entrarono senza pronunciar parola e sedettero sulle panche disposte ai due lati della tavola.
La Pignòla si spicciò, la minestra fu servita. Mezzalana non toccò cibo, ma nessuno gli pose mente se non fu la vecchia Pignòla. Questa che, dopo essersi pienata la sua verde scodella, preso il nero cucchiaio di legno, si era seduta sopra un sacco di farina, in disparte, a consumare il suo pasto, guardava a quando a quando il marito e mangiava di mala voglia. Poi non potè resistere e disse:
— Mezzalana, non avete fame?
Il vecchio non rispose. E la donna:
— Non fate bene a star sempre digiuno! Vi guasterete la salute!
Mezzalana grugnì in sì malo modo che la vecchia Pignòla abbassò l’insolcata faccia su la scodella e non parlò più.
Compìto che fu il pasto, tutti salirono al piano superiore e Mezzalana rimase solo; allora, come udì spengersi a mano a mano ogni fruscìo, si tolse le scarpe, staccò la lampada appesa sotto una trave e andò ad assicurarsi che tutte le porte fossero ben chiuse. Si fece poi alle scale e stette in ascolto. La sua gente dormiva affranta dalla stanchezza. Ciò piacque al vecchio, il quale si guardò attorno ancóra, chè lo teneva l’eterno sospetto di essere spiato. Stava per compire qualcosa di sacro, qualcosa che gli era come un misterioso rito verso il suo Dio sonante. E per tale rito al quale, dai lontani tempi della sua immemorabile giovinezza, egli si era tenacemente votato, dormiva solo, in uno stambugio attiguo alla cucina e nessuno vi entrava se non Pignòla, rarissimamente, quando il consorte suo non poteva levarsi dal letto.
Entrato che fu nel _Sancta sanctorum_, tirò il catenaccio, posò la lampada sopra una sedia e, presa una piccola scala a piuoli, l’appoggiò ad una trave e vi salì. Nel corpo di detta trave, per mezzo di certi suoi nuovi congegni, egli aveva aperto un rifugio capace di contenere comodamente le cose che voleva riporvi; e tale rifugio era sì ben chiuso che, dal basso, nessuno avrebbe potuto sospettarne l’esistenza. Vi salì adunque, ne tolse la chiusura, l’ispezionò e come fu sicuro dell’affar suo, vi depose la sacra mercanzia ch’egli aveva presa antecedentemente da un ripostiglio praticato nel muro, dietro l’arca. Compìta ch’ebbe la faccenda, ridiscese, portò la scala altrove, uscì su l’aia a specular la notte. Era sereno. Tempo calmo. Il Carro saliva nello spazio verso i sommi cieli, con le sue sette stelle. Allora, trasse dalla stalla _Simone_, l’attaccò alla carretta e se ne andarono per le strade silenziose verso la pineta marina.
E l’alba non ancóra era per nascere quando Mezzalana e _Simone_ ritornavano con l’erba _piastrella_. Ma se _Simone_ era tranquillo circa la sua sorte, altrettanto non lo era Mezzalana, chè sentiva il suo male crescergli dentro a dismisura e arroncigliarlo e morderlo e tormentarlo con lena sempre maggiore dilagando dal confine suo consueto a tutto il corpo. Il nodo maligno, confinato fra lo stomaco, il cuore e la milza si moltiplicava, tanto che Mezzalana aveva ferma fede di sentirlo crescere dentro di sè e radicarsi per ogni dove fino alla cima delle dita. Epperò un certo sudor freddo gli bagnava la fronte e il petto; e il dolore lo toglieva di senno.
Fermarsi no, e correre non poteva. Inoltre l’austera indifferenza di _Simone_ tanto lo inaspriva che, nelle rare tregue alla sua sofferenza si vendicava con certe gigantesche legnate le quali avrebbero atterrato un toro, non che un ciuco. _Simone_ si limitava a ritrarre un poco la parte offesa, che era quella dove la coda s’impianta, e tirava di lungo senza commozione nessuna, come se l’ossa sue e le carni fossero del più saldo metallo. Tutt’al più levava il muso e raggrinziva le froge in quella diabolica risata muta che solo gli asini sanno. Comunque fosse, la distanza fu superata e Mezzalana giunse alla sua casa.
Già cantavano le capinere e il cielo si tingeva di rosa. Le finestre erano chiuse tuttavia. La sua gente dormiva. Bene: tutto era riuscito secondo il suo piano; ma il più gran male sorse quando egli tentò di scendere dalla carretta nella quale si era disteso fra l’erba _piastrella_. Non vi riuscì. Solo che avesse tentato di sollevarsi gli sopravveniva tale spasimo da togliergli la luce. Frattanto _Simone_, che non si sentiva più dominato dal morso, se ne andava per l’aia a suo piacimento e avrebbe senz’altro rovesciata la carretta e Mezzalana nella buca del letame, se il vecchio egoista non si fosse dato a gridare:
— Pignòla?... O Pignòla?...
E appena aveva levata la voce angosciata dal male che una finestra si aprì e fra un vaso di basilico e un geranio fiorito apparve la scarmigliata testa della donna.
Si guardò intorno, domandò:
— Che cos’è?
— Vieni!... — urlò il sofferente.
— Siete voi, Mezzalana?...
Il vecchio le rispose con un’imprecazione classica tanto che Pignòla, di un sùbito ridesta, si tolse dalla finestra, chiamò i figliuoli e corse nell’aia.
Dopo Pignòla giunse Stecco, il figlio maggiore, e Mezzalana fu preso e portato nel suo stambugio ad attendervi l’ora dell’ultima passeggiata.
Tornò Zibaldino; giunsero le attinenti vestite di nero; i figliuoli e le figliuole non andarono ai campi.
Zibaldino disse:
— Chiamate il prete. Tira lo sgambetto!...
E, fra quanti erano nella camera, solamente una donna incominciò a piangere e fu Pignòla. Si tirò la pezzola su gli occhi e si perse, non seppe più far nulla. Ella soffriva davvero perchè si era affezionata al suo aguzzino e le doleva di vederlo partire per la dimora vegliata da una croce.
Mezzalana non parlava più. Aveva una gran sete, beveva sempre, tanto che Stecco disse:
— Diventerà una botte!... — E lo guardò morire perchè la morte era una cosa nuova per lui e gli procurava una certa sensazione strana.
Giunsero altre attinenti abbrunate; ne fu piena la camera e la cucina, tantochè quando il prete fu sulla porta dovette farsi largo per entrare.
Mezzalana fu unto, ma non se ne addiede e il prete ripartì senza avergli tratto una sola parola di bocca. Non che il morituro fosse fuori di senno, ma non parlava, non badava a nessuno, gli occhi fissi al soffitto e le mani conserte sul petto.
Solo ad un punto, quando già la sera stava per ritornare, le donne che gli eran vicine, l’udiron mormorare:
— Li vedo.... li vedo!...
E volsero gli occhi intorno e si guardarono stupite. La Pignòla si fece innanzi, stranita:
— Ha parlato?
— Sì.
— Che cosa ha detto?
— Ha detto che li vede!
— Li vede?...
E un terrore superstizioso invase le donne che guardaron per l’aria e temettero di vedere a loro volta una paurosa apparizione.
Da quel punto Mezzalana incominciò ad agonizzare; ma ebbe un’agonia gaia, senza scosse, senza grida o stravolgimenti, senza orrori. Se ne andava per il suo destino, come una stella in fondo ai cieli e pareva fosse contento. Il suo viso si illuminava sempre più, si componeva in una pace gaudiosa come se la morte gli parlasse dentro con parole amorose, narrandogli di un riposo eterno in un paese sonante di un infinito tintinnìo metallico.
Non erano, le stelle, sì grandi quanto uno scudo d’argento?... E bene erano di argento e d’oro le belle monete di Dio!... D’argento e d’oro.... cosparse per l’immensa contrada dove non è neve, o pioggia, o solleone: ma solo l’Eterno Patriarca, e gli uomini che non hanno peccato, e le inutili vergini, e i poppanti, e i santi impolverati, e gli uccelli!... Forse la morte gli additava la contrada celeste e la fiumana sonante perchè Mezzalana più si accostava al valico e più sorrideva. E come fino a quel punto non aveva parlato, incominciò a parlare e le donne lo ascoltarono abbrividendo perchè esse vedevano la morte ben diversamente.
Mezzalana adunque non tolse più gli occhi dal soffitto o, con maggior precisione, dalla trave nella quale era richiamato il suo cuore e, come l’aria veniva a mancargli sempre più, incominciò da prima a borbottare, sì che nessuno intese ciò che diceva, poi scandì le parole.
— Io li vedo.... nessuno li vede!... Sono là.... là.... bianchi.... gialli.... neri!... Duemila, quattromila!... — E una grande luce gli si distendeva sul volto. — Quattromila.... diecimila.... die.... ci.... mi.... la!...
Le donne si portavano le mani alla faccia; gli uomini si stringevano alle pareti e il panico superstizioso cresceva.
— Nessuno li vedrà.... nessuno li toccherà!...
Allora una donna piccina, ossuta, che più tremava di sacro orrore, levò la faccia rigata di lacrime e gridò:
— Vede gli angeli!...
Quel grido si ripercosse in tutti i cuori e ne trasse un’emozione violenta. Di un sùbito tutti furono convinti della stessa verità e si inginocchiarono e nascosero la faccia. E la piccola donna gridò:
— Muore come un santo!... Ha la grazia del Signore!... È un santo!...
Le lugubri prefiche ripeterono:
— È un santo!...
E tutti piansero, toltone i figli di Mezzalana, che non credettero a niente perchè ricordavano troppo bene la vita, le prepotenze, le angherie e la sordida avarizia del padre. Ma Pignòla era fra le più convinte; Pignòla piangeva e perdonava tutto perchè aveva amato.
E Mezzalana morì mormorando:
— Li vedo!... Li vedo!...
Era notte quando se ne andò dal mondo, tantochè le ammantate, che rimasero a pregare presso la salma di lui, videro in realtà un grande chiarore nella notte e gli angeli che portavano in cielo l’anima di San Mezzalana.
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Ora, quando il vecchio non fu più nel suo stambugio, i figli suoi gettarono all’aria tutto e cercarono e frugarono senza trovar neppure un centesimo. E la voce corse per il contado:
— È morto e non ha lasciato niente!... È una famiglia alla miseria!...
Qualcuno susurrò ch’egli avesse dotato del suo un convento delle montagne.
Comunque fosse, anche Pignòla morì e i figliuoli vendettero la casa e si dispersero per il mondo. Dieci anni dopo, quando al fatto non si pensava più, volendo il nuovo proprietario della casa ampliarla, cominciò con l’abbatterne una parte e un giorno, in cui i muratori erano intenti a far discendere una trave dalle mura disfatte, avvenne un prodigio: questa trave si aperse e lasciò cadere un rivolo; una pioggia di monete d’oro e d’argento.
Furono conte: erano diecimila lire, quelle stesse che il vecchio avaro aveva nascoste lassù prima di andarsene a raccogliere l’erba _piastrella_ e che avevano illuminata la morte di lui.
Ma il fatto non fu risaputo che da pochi; e ancóra si parlò per le veglie della santa morte di San Mezzalana, mentre i figli di lui andavano poveri e raminghi per le vie della terra.
L’EREDITÀ.
Il grande niveo armento riprendeva le vie della campagna, chè già era prossimo il mezzodì e fin dall’alba soave si era accolto nel campo alberato giungendo e dalle foci remote e dai colli inghirlandati di mandorli.
Ora l’inegual tocco dei campani, il grido dei biolchi, il fondo muggito dei bovi si disperdeva lungo le vie maestre e le viottole; si allontanava verso i chiusi e le stalle prossime e remote, dal mare alla montagna. E non restavano, nel campo alberato, se non i ritardatari, i mercanti, coloro che attendevano a riscuotere o a pagare, e qualche disperso che era giunto senza saper che volere e così se ne tornava maledicendo, curvo su le pediche innumerevoli dei trascorsi.
Non per anco dalle rogge torri e dai campanili sereni era disceso lo stormo delle campane del meriggio; nè dalle piazze della bianca città si era levato il volo delle colombe al consueto richiamo; ma presso era il punto dell’ora che divide il giorno fra i due crepuscoli e i bifolchi cercavano, nel cammino dell’ombra e nell’arco solare, il tempo alla sosta ed al sonno.
Già le osterie intorno al mercato rigurgitavano di genti, di grida e dell’acciottolìo che riempie quei luoghi quando la fame degli uomini impera; già chi non aveva se non il suo pane nei tasconi della cacciatora, lo traeva e lo addentava in pace, seduto ad un’ombra, in disparte, e molti si affrettavano, accesi dal caldo e dal vino, verso gli stallatici rigurgitanti a riprender la brenna o il ciuco e a partir sotto il sole per le remote case.
Non uno era solo sul proprio barroccino o sul calesse dal mantice stinto, chè lo attendeva per la via una comare, un capoccio, un amico, un conoscente a domandargli ospitalità al suo fianco e le brenne arrancavano malinconiche.
Scarse eran le ombre, violentissimo il sole, accecante il bagliore delle strade, i nembi della polvere, densi come la nube turbinosa.
E sempre suonavan campani, muggivano buoi, gridavano e sibilavano biolchi astati, dietro le disciolte mandre dei vitelli, i quali, impauriti da un nulla, si sbandavano e invadevano i campi e le vigne e le maggesi in una scalpitante scorribanda tempestosa.
Uomini e fanciulli e cani si lanciavano all’inseguimento mentre, ubbidienti alla mano di un bimbo, reggente la corda della nasaiola, i giganteschi buoi seguivano le prode dei fossi ponendo nel sole l’acceso bagliore dei loro fiocchi vermigli.
La fiumana si disperdeva; morivano i suoni lontanando nell’afa meridiana; il niveo armento disceso con l’alba alle soglie della bianca città ricinta da floridi orti, ritornava verso le foci silenziose e verso le vigne degli armoniosi colli. Il campo del mercato era quasi deserto, ma ancora vi si trattenevano i mercanti, e i capocci, e i sensali.
Eran conclusi gli ultimi patti, risolti i più tardi dubbi fra un intermesso scrosciar di bestemmie e un vociare e un tendersi di mani avvinte e squassate dalla furia dei sensali e tanto più s’incaniva la baraonda quanto più era presso il termine del mercato: ma padron Cecco rideva. La sua rotonda faccia gioviale non era punto commossa dall’impeto di coloro che gli si stringevano intorno nel passionato desiderio di concludere l’affare col re del mercato; le parole, le promesse, le esaltazioni, le grida, non turbavano la sua sorridente impassibilità. Ascoltava tranquillo, lasciava che i venditori e i sensali si sopraffacessero nella iperbolica esaltazione della merce, non troncava mai a mezzo un discorso, non discuteva; solo, quando si era al concludere, ripeteva l’offerta fatta fin dal principio:
— Quaranta marenghi!
— Ma, Dio mi faccia morire, se Paolino della Tuda non me ne ha offerti quarantacinque!...
E padron Cecco:
— Dovevate darglieli!
— Un paio di buoi che porterebbero via una casa!
E un sensale:
— Padron Cecco, quarantadue marenghi e non se ne parli più!... Qua la mano!
Cecco dall’Orto rideva.
— Allora dite che non volete farne nulla!...
E il venditore ai sensali:
— Dio mi faccia perder la vista e ch’io non veda più i miei figliuoli se non mi offrivan di più questa mattina!... Due buoi senza difetto!... Grassi che sembran da macello!
— Qua la mano, padron Cecco; quarantadue marenghi e pace è fatta!
— Quaranta marenghi!
La disputa si accendeva, traviava in qualche velata insolenza, ma Cecco dall’Orto non perdeva contegno e misura essendo convinto che, per l’offerta avanzata, gli avrebber condotte le bestie fino alla sua stalla lontana.
Così avvenne. Il patto fu conchiuso e fu versata una parte del prezzo.
La gente sapeva, d’altra parte, che se Ceccone dall’Orto, il mercante milionario, aveva stimato che un par di buoi non valesse più che tanto, non sarebbe stato possibile elevarne il valore perchè il parere di Ceccone imperava per tutti i mercati della grassa terra fruttifera.
Ed anche gli ultimi preser la via del ritorno. Non rimaneva, fra la scarsa ombra degli alberi, allineati attorno attorno al campo, se non qualche miserrimo ciuco che fiutava la polvere. I bifolchi e i sensali si sbandarono. Padron Cecco s’avviò solo verso lo stallatico a riprender la cavalla e già stava per uscire su la via quando si vide alle terga una donna in gramaglie che lo seguiva. Si rivolse mediocremente incuriosito. La donna si fermò e fece per calarsi la pezzuola su gli occhi, ma Ceccone disse ridendo:
— Oh! La Gilda!...
La donna levò gli occhi torvi su la rotonda faccia gioviale del mercante e non parlò.
E padron Cecco:
— Mi cercavi?... Sei a piedi?... Vuoi salire con me sul barroccino?...
— No, non voglio!
— Be’!... E allora?...
— Allora, sempre così!... — gridò la donna.
— Sempre così.... sempre così!...
E gli occhi di lei, accesi di sdegno, dopo aver squadrato una seconda volta il giocondo colosso, si rivolsero altrove; ed ella prese una strada diversa e si allontanò rapidamente.
Padron Cecco sorrise e, abbassata un poco la testa, appoggiandosi a quando a quando sul suo rozzo bastone da fattore, si avviò allo stallatico. Quivi trovò gli amici mercanti e, come era consuetudine sua, chè avrebbe preferito digiunare anzichè mangiar solo, li convitò alla sua mensa.
Partirono al trotto serrato dei cavalli iniziando ben presto la gara fra i singoli corsieri; tutti affannati, impolverati, sudanti; ebbri dei buoni guadagni e del caldo e dell’amore delle facili femmine lascive, sempre soggette e dimesse, come i nivei bovi al curvo giogo di salice.
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Così la vita a Ceccone dall’Orto, l’astuto bifolco alunno della fortuna. Egli era cresciuto in ricchezza e in gagliardia da quando, abbandonato l’aratro fra le maggiatiche, lasciate le costumanze degli avoli, e l’antico podere, troppo violentato dall’adunco vomere perchè potesse dare buon frutto, si era dato a bazzicare pei mercati e a intessere i suoi primi imbrogli ben riusciti.
Allora non aveva che la sua giocondità, un discreto acume per gli affari ed una furberia malandrina. Aveva anche l’arte di piacere agli uomini benchè gli fossero tutti ugualmente indifferenti. La fortuna lo adocchiò. In quel tempo egli poteva giuocare tutto per tutto; la prigione non lo spaventava nè l’opinione che i suoi simili potevano farsi sul conto di lui. Sapeva che il danaro rinnova le coscienze stinte e che la gente indignata non rivolge il proprio furore là dove l’oro ristagna e la sua giocondità non si oscurò per un attimo solo. Tentò un colpo canaglia. Gli riuscì. Mandò all’aria una famiglia di onesti sciagurati e da un giorno all’altro si trovò possessore di trentacinquemila lire. Aveva ciò che gli abbisognava per dare alla propria attività il largo campo necessario.
Da quel tempo gli scrupoli suoi furono anche minori, se ciò era possibile, e siccome natura lo aveva fatto di solida tempra ed egli poteva tranquillamente non dormir le notti, mangiare poco e a furia, resistere per giorni e settimane, alla baraonda dei mercati senza risentirne stanchezza, non si risparmiò. Volle da se stesso il massimo sforzo per il maggior risultato e l’ottenne. In pochi anni la sua fortuna decuplicò e siccome il denaro, fra le sue mani, ad altro non serviva se non ad accrescersi di continuo, Ceccone dall’Orto si trovò a possedere, su la sua cinquantina, quattro milioni e mezzo. Ma il patrimonio accumulato non gli fece mutar gusti nè abitudini; egli rimase il rozzo bifolco che era il giorno in cui aveva gettato la marra e abbandonata la famiglia per seguire il suo destino dissimile. Come non mutò la foggia del vestire e la casa e sempre fu contento della sua cacciatora di _mezzalana_ e del suo stambugio disadorno fra i campi, così i desideri suoi non si accrebbero per altre vie. Gli era gioia spadroneggiare pei mercati, far ribotta quanto più sovente poteva, cambiare le sue grosse amiche gioconde che non conoscevan sospiri. Non aveva famiglia. Gli eran compagni, nella casa solitaria, due garzoni e una cuoca. La stalla e la cucina erano le sue sale.
Ottuso ad ogni sentimento, di qualsiasi natura esso fosse, non aveva provato mai commozione nessuna nè per sè nè verso i suoi simili. Amava la sincerità brutale; le cose che hanno un volto e una parola cruda. Pel resto la sua nativa diffidenza di bifolco e di mercante si esplicava nel suo immutabile riso.
Assediato dai suoi parenti, che il suo patrimonio cospicuo faceva delirare, Cecco dall’Orto rideva; perseguitato da ogni sorta di gente, losca nella sua umile devozione, non ne era vinto. Nessuno mai aveva avuto da lui un solo scudo. Ceccon dall’Orto rideva.
Tale era il re delle sonanti adunate, l’astuto bifolco squadrato a gagliardia; gran mangiatore e grande amatore al cospetto dei compagni suoi bercianti che sempre gli erano da presso.
Ora egli non pensava alla morte più che non pensasse a impoverire e benchè i parenti suoi innumerevoli sempre gli stesser d’intorno, quasi a ricordargli la fragilità della sua materia, non eran riusciti tuttavia a far sì che padron Cecco testasse. Egli sapeva che le sue amiche e le genti alle quali dimostrava qualche simpatia erano osservate, circuite, minacciate chè, nel novero dei suoi parenti, v’era qualcuno del suo conio, pronto a qualsiasi prova pur di riuscire dove mirava; sapeva che ogni sua parola detta era vagliata e soppesata, che ogni ora della sua vita era a conoscenza de’ suoi devotissimi aguzzini, che non poteva far cosa che non fosse risaputa e tutto questo in attesa della sua bene augurata morte; ma non mutava volto nè anima, nè la giocondità di lui era per annebbiarsi menomamente. Anzi il giuoco lo divertiva. E se qualcuno fra i più arditi gli faceva osservare talvolta che un uomo dell’età sua avrebbe dovuto pensare a disporre de’ suoi beni, rispondeva ridendo:
— Fra tutti voi, davanti alla morte, io mi chiamo Ultimo!
Ora quel giorno, dopo aver fatto ribotta con i mercanti amici suoi, se ne stava seduto, verso sera, innanzi alla tavola apparecchiata attendendo che Carlotta ritornasse dall’orto e gli apprestasse la cena, quando udì qualcuno che si rimuoveva sotto il portico. Non vi pose mente. La porta era spalancata, ma padron Cecco non levò gli occhi a guardare. Pensava ad un suo nuovo raggiro. Così non badò a chi entrava nella cucina e solo alzò il capo quando udì la voce di Carlotta dire:
— Oh!... Come mai vi si vede, Gilda!...