La vigna vendemmiata: novelle

Part 7

Chapter 73,874 wordsPublic domain

Allora guardò dall’altro lato della tavola e si trovò innanzi la donna che l’aveva seguito furtivamente quando ritornava dal mercato. Vestiva sempre il lutto, aveva la pezzuola nera sul capo e gli occhi suoi grandi fiammeggiavano di sdegno.

La Gilda non rispose a Carlotta. Guardava Ceccone dall’Orto, fissamente.

Questi non si scompose, la sua faccia gioviale non ebbe un sol guizzo. Disse in tono placido:

— Sei venuta a farmi compagnia, Gilda?

La Gilda, senza mutar volto, come fosse irrigidita, mormorò:

— Imbroglione!...

Allora Ceccon dall’Orto si rivolse a Carlotta che si scandalizzava e riprese:

— La Gilda non si sente bene, forse! Hai fatto il brodo questa sera?

— Sì, padrone!

— Be’, apparecchia per due.

E siccome padron Cecco non disse altro, ogni conversare finì. Rimasero di fronte e l’una pareva volesse distruggere l’altro solo col fiammeggiare degli occhi suoi fissi. Aveva puntato i cubiti su la tavola e si stringeva la faccia fra le palme.

Padron Cecco riprese l’ordine de’ suoi pensieri e nulla perse della sua tranquillità giuliva; ma quando Carlotta si fece alla tavola con una scodella e la pose innanzi alla Gilda, questa si levò di scatto, scaraventò l’arnese in mezzo alla stanza e riprese la via dell’uscio.

Ceccon dall’Orto die’ nel ridere e a Carlotta che gli chiese:

— Ma che ha quell’indemoniata?

rispose:

— È un po’ matta, ma fa ridere! È la seconda volta che la vedo, oggi!

— Badate, padrone, che è della razza dei Giuli!... Badate non faccia uno sproposito!

— E che dovrebbe fare?

— Non si sa mai!... Una donna come quella!...

— Hai paura che mi ammazzi?

— Io non porrei la mano sul fuoco, sapete!... È una donna capace di tutto!

— Ma no!

— Per me, fate quel che volete; ma, se fossi in voi, terrei gli occhi aperti.

— E li tengo chiusi, io?

— Non dico questo. Ma non è prudente lasciarsi accostare così da un’indemoniata come quella.

— Ma credi sia la prima volta? Sarà un anno che mi perseguita così; da quando l’ho lasciata! Le ho offerto del denaro, non ne vuole! Le ho domandato che cosa le abbisognava e neppure mi ha risposto. Che cosa devo fare, allora?... Vuoi che me la sposi?... Una volta mi aspettava o all’osteria o sulla strada; mi capitava fra i piedi ogni due ore e si accontentava di guardarmi malamente. Ora pare voglia stare più comoda, viene in casa; e tu lasciala venire. Che vuoi farci?

— Io la metterei alla porta!

— Ma no, poveraccia!

— Non vedete che vuol farvi dispetto?

— Be’, ti pare che le riesca?

Carlotta si strinse fra le spalle e ritornò ai suoi fornelli brontolando:

— Se se ne accorgono i vostri parenti!

— Credi non lo sappiano?... No, di quella non hanno paura!

E Ceccon dall’Orto rise, divertito dalla lotta che gli si muoveva intorno sorda e continua per il possesso dei suoi beni.

E la Gilda continuò ad apparire, imperturbabile, ogni sera, quando padron Cecco era per mettersi a cena. Entrava per la porta aperta, senza dir parola, senza badare a quelli che potevano essere nella cucina, sedeva in faccia al suo vecchio amante, puntava i gomiti sulla tavola, la faccia fra le palme e così restava mezz’ora e più in perfetto silenzio, guardando a sdegno padron Cecco. Che fosse tuttavia innamorata di Ceccon dall’Orto nessuno credeva, come non si credeva che un qualsiasi interesse potesse spingerla ad agire in sì strano modo; ella ubbidiva unicamente alla sua natura dispettosa, al bisogno di riuscire intollerabile a chi non si era occupato di lei per tutta la vita e le aveva detto addio con la tranquillità con la quale si abbandona un indifferente. Nel sottile groviglio della sua docile perfidia ella aveva cercato e cercava tuttavia la persecuzione più sorda, più continua, più implacabile; quella che esaurisce ogni pazienza e si termina in aspri litigi quando non ceda al peggio.

La Gilda avrebbe dato metà del suo sangue per vedere la faccia di Ceccone travolgersi nell’ira brutale; l’anima sua maligna ne avrebbe goduto come del più bel trionfo; ma come non le riusciva neppure a scomporre per il battito di un secondo la tetragona placidità dell’antico amante, sempre più si incaniva in se stessa, struggendosi dalla bile e pronta ad ogni più sorda lotta pur di riuscire al suo còmpito.

Altro non voleva se non tormentare e l’immutata giocondia di padron Cecco la faceva tormentata.

Ora avvenne che, cadendo l’autunno ed essendo tempo di grande caccia, Ceccon dall’Orto, per imbandire certi suoi germani che aveva uccisi nella palude, convitasse ad un festino gargantuesco tutti gli amici suoi ed i parenti e le donne dei parenti e degli amici. Due cuochi giunsero dalla città in aiuto di Carlotta. L’ampia cucina brillò per le grandi fiammate e sì empì di grassi odori e di un festevole vocìo fin dalle prime ore del giorno.

Si apprestava il banchetto classico romagnolo, ponderoso ed interminato, in cui le portate si succedono e si moltiplicano, si sovrappongono e si ripetono in tale abbondanza da farne sazio un paese.

La brigata incominciò a giungere fin dalla mattina. Ora era un barroccino, ora un calesse, ora un bagherino.

Ogni nuovo arrivato incominciava a gridare fin dalla strada per manifestar la sua gioia e la sua fame.

L’aver fame, molta e bramosa fame, è il complimento più grato all’ospite che convita. E Ceccone accoglieva gli invitati di su la soglia, ridendo e vociando a sua volta, tutto rosso e grasso e colossale che pareva lo specchio dell’uomo che non sa se non la robustezza del proprio stomaco insaziabile come il sepolcro.

La stalla rigurgitò di cavalli e di ciuchi; l’aia fu piena di calessi e di _bagher_; la casa di genti, strillanti come la scimmia e la gazza. Le donne si ritraevano in cucina; gli uomini si adunavano su l’aia. Erano una coorte. E la frase che correva intorno più frequente, a manifestar la bramosia del gregge, era:

— Quando si mangia?

E ognuno faceva sollecitudine ai cuochi e alle donne chè si affrettassero e dessero il cenno che allieta colui che si appresta ad ingozzarsi. Il cenno fu dato che ancora non era il meriggio e l’immensa tavola imbandita fu presa d’assalto. L’orgia bacchica incominciò. Il sangiovese, l’albana, il pagadebiti, la canina, corsero a fiumi giù per le sitibonde gole. L’acqua fu bandita come una cosa immonda; come la compagna dell’anatra e del luccio e dei ridevoli ranocchi. E fra bere e impinzarsi la buona gente romagnola si sentì a suo agio. Il cuore crebbe a mano a mano che lo stomaco si saziò. Tutti si vollero bene e vollero bene alle donne e ai cuochi e ai cani e alle galline che razzolavano sotto la tavola. La nativa scurrilità si elevò di tono. Ogni sporca cosa divertì la brigata, ma sopratutto le donne. Chi le diceva più grasse più era apprezzato dalla compagnia e le risate succedevano alle risate in un assordante baccano. E fra tutte risuonava più alta la voce di Ceccon dall’Orto. Egli non poteva dir cosa, anche fra le più stupide, senza sollevare un clamore di approvazioni e di risate, e, se apriva bocca, tutti tacevano e si protendevano, rapiti.

Ma avvenne che, sul più bello di un enorme boccone, e il simposio volgeva alla fine, padron Cecco stralunasse.

Dapprima gli ospiti risero, credendo che il milionario celiasse; ma quando videro la rotonda faccia del mercante, di vermiglia divenir paonazza e inturgidirsi nelle vene; e videro gli occhi farsi di un subito sanguigni e metà viso stravolgersi in una smorfia orrenda, balzarono in piedi, ammutoliti.

Fu prima una donna che disse piano:

— Gli è venuto un colpo!...

Poi l’attimo dello sbalordimento fu superato e furono in venti a soccorrerlo. Padron Cecco non dava più segno di conoscenza. Gli slacciarono i panni, lo portarono al piano superiore, nel suo letto, e mentre gli uomini correvano per il medico altri andarono per il prete. Tutti lo videro morto. Al baccano smodato subentrò un pavido silenzio.

Ormai si poteva esporre apertamente il proprio pensiero, Ceccone dall’Orto non capiva più.

Ancora fu prima una donna che disse:

— Bisogna cercare il testamento!

E un’altra:

— Non ne ha fatto!

Un brivido corse fra i muti parenti, torvi dinanzi alla morte che poteva carpir loro l’agognata fortuna.

Poi fu come una vandalica intesa e mentre il moribondo rantolava nello spasimo della soffocazione, l’avida muda si gettò sui canterali, sugli armadi, sulle arche, rompendo e devastando nell’ansia della suprema ricerca.

Solo Carlotta singhiozzava muta in un angolo.

Non fu trovata nè una carta nè un soldo e la turbolenta masnada si rivolse a guardare il moribondo, obliqua e sinistra. Su tutti quei volti non era che il lampo dell’odio.

Giunse il medico, intraprese la sua inutile cura.

Gli fu chiesto:

— Morirà?

— Sì.

— Potrà parlare?

— Forse sì.

— Ah!... — Una speranza si fece largo fra la tenebra improvvisa.

Ed anche il prete venne e dietro di lui la Gilda vestita di nero. Aveva la pezzuola calata su la fronte. Passò muta fra l’indifferenza degli astanti, non salutò e non fu salutata. Ristette in piedi, vicino al capezzale, le braccia pendule e le mani incrociate. Sul volto di lei non era se non la sua continua smorfia sdegnosa.

Ora tutti erano intenti a seguire l’opera del medico. Non rifiatavano. Vi fu un punto in cui il rantolo di padron Cecco si affievolì e si spense. Allora le donne mormorarono:

— È morto!...

E già il prete si chinava sul capezzale e dietro di lui la Gilda, quando il morituro ebbe una subitanea scossa, levò un poco il capo, aperse gli occhi:

— Parla, parla!... — susurrarono le donne protese. — Parla!... Potrà far testamento!

E tutti si fecero innanzi togliendosi il cappello e richinando umilissimamente la faccia. Vi fu chi disse:

— Coraggio, Checco!

Ed altri:

— È nulla!... Guarirete, coraggio!...

E i mormorii passavan via col brivido del cuore in tumulto.

Ceccon dall’Orto volse gli occhi intorno, disse:

— Ho sete!

Venti mani si protesero all’arida bocca rossigna.

E Ceccone bevve e tutti lo guardarono assiepandosi intorno a lui e attendendo le sue parole. Fu un silenzio eterno.

Padron Cecco richiuse gli occhi, li riaprì, fissò ad una ad una le facce degli astanti volgendo lentamente il capo. E su tutte le tragiche maschere vide la stessa ansia rapinatrice, velata di umiltà; su tutte, tranne una. Una donna era là con l’anima sua di sempre, col suo dispetto nemico, dipinto sul viso pallido. Padron Cecco la guardò, disse:

— La Gilda!...

E questa, senza scomporsi, senza mutar voce nè tono, come tante volte rispose:

— Crepa, cane!...

Ceccon dall’Orto tentò un sorriso, ricadde spossato sui guanciali; ma poi lo videro muovere un braccio come a chiamar qualcuno e riaprì gli occhi e fe’ segno che il medico ed il prete gli andasser vicini.

— Parla, parla!...

— Fa testamento!... Ha chiamato i testimoni!... Fa testamento!...

Non fu mai ansia più tremenda, forse, neppure in chi attendeva dal giudice la morte o la vita.

Il medico e il prete si chinarono sul morituro.

— Volete parlare?

— Sì... ecco... la mia ultima... volontà!...

I volti erano terrei.

— Vi ascoltiamo — disse il prete.

E il medico:

— Vi ascoltiamo.

— Io... ho piena coscienza... è vero?

I testimoni dissero:

— Sì. Avete perfetta coscienza.

— Allora... (fra parola e parola pareva passasse l’eterno silenzio). Allora... io... in perfetta coscienza... voglio e dispongo che... erede universale... delle mie sostanze... sia...

Boccheggiò. Si udirono quattro bestemmie favolose.

Riprese:

— ... sia... l’unica che non mente... la Gilda... Gilda dei Patrizi...

Ed altro non disse; ma non morì a tempo per non udire la sincerità dei delusi scatenarglisi contro come a nessun uomo mai, nell’odio che impaura ed ammazza.

LA FESTA DEI MIGLIACCI.

I tre norcini si rivolsero a padron Serafino, chè eran per separarsi, e domandarono:

— Dunque è per domani?

— Sì, per domani!

— A bruzzico?...

— Ma sicuro!... Ce ne son tre da governare! Arrotate gli arnesi.

— Non temete che son a filo. Allora saremo da voi prima di giorno. Fate che tutto sia pronto.

— Tutto è in ordine. Arrivederci.

— Non ci pagate da bere?

— No; chè se vi ubriacate non si lavora.

— Anzi!... Si lavorerà più sodo!...

— Berrete domani, chè faremo allegra festa.

— Bene. Vi salutiamo.

— Addio.

Padron Serafino frustò la ronzina e i norcini svoltarono per la viottola dei maceri.

Il livido decembre si assonnava infreddolito, accorciando sempre più le giornate. Si era alla vigilia di San Tomè che prende il porco per lo pè. L’adagio rispecchiava l’usanza dei bisavoli, dei trisavoli; l’antichissima consuetudine di sacrificare, nel giorno di San Tommaso, gli enormi porci satolli di farina gialla e di ghiande. Epperò, nelle case che fiancheggiavano la strada, si vedevan, dalle basse finestre senza imposte, divampanti fiammate e grandi paiuoli sul fuoco e genti in moto a varie opere. Inoltre, nel crepuscolo bigio, passava a quando a quando l’infernale urlìo delle immonde bestie mangerecce le quali, tolte dai catri o dagli stabbioli, e trascinate per le orecchie e per la coda verso il luogo del sacrifizio, impaurite dal fatto inusitato, non potendo altro opporre, tanto strillavano da tòrre di senno l’armato norcino che le attendeva al varco.

Su la bassa pianura corsa dalle fiumane, intenebrata dalla nebbia, dispoglia da ogni vita vegetale, erano quelli gli unici suoni che trascorressero, chè già le pievi disperse avevano suonato l’ave e le strade, aspre di ghiaie, erano deserte. Era la stagione in cui gli uomini più vantano i pregi della mensa e ingioiscono e s’ingollano e si satollano gridando, fra la tavola e il fuoco, negli interminabili conviti; la stagione sacra agli stomachi temprati alle eroiche fami e ai pasti monumentali. Epperò l’ecatombe dei grufolanti quadrupedi si annunziava per un acutissimo stridere ripetuto di casa in casa, fin sotto l’estremo arco della sera, fin dove la zona delle nebbie più si ispessiva fra l’ignuda terra e il cinereo cielo.

Padron Serafino guardava e si encomiava per aver resistito agli aspri rabuffi e alle geremiadi della moglie sua pallida e scarna come il peccato mortale; si encomiava, chè non avrebbe capito mai in quale utile fosse per tornargli una male intesa economia quando non aveva figliuoli a cui pensare, e, se avesse voluto godersi tutto il suo, innanzi di morire, questo era ben fatto! Ma la Bita, che era il ritratto stesso del digiuno e di ogni macerazione, più scendeva negli anni e più si incaniva nella febbre del suo risparmio, quasi che la vita le fosse diventata un malanno e tutto stesse per rovinare nella vecchia fattoria dei Conti. A darle retta si sarebbe mangiato sul pugno, una volta al giorno, pane e formaggio e nulla più; nè i vecchi vini, che hanno nel cuor loro vermiglio la giocondìa del sole, più sarebbero apparsi su la tavola; nè i tradizionali fasti della mensa avrebber dovuto continuarsi. E perchè questo? Perchè tale quaresima se ormai poco più tempo restava al loro godere, chè gli anni eran molti? Portare i suoi _allievi_ al mercato per trarne buon guadagno?... Bene! E poi? Chi l’avrebbe compensato del sacrificio? Forse la Bita co’ suoi vezzi?

E padron Serafino rideva fra sè e frustava la sbilenca ronzina. Ancora vide, nel bigio crepuscolo, le case degli Anselmi, dei Montanari, dei Migi illuminate di fiamma; e udì frastuono di opere e di risa, mentre l’urlìo delle allombate vittime saliva, si spegneva, riscoppiava acutissimo fin oltre i visibili confini della sera decembrina.

Come arrivò alla fattoria, la Bita era su la soglia, attratta dal bubbolìo delle sonagliere, e, ancor prima che padron Serafino fosse disceso dal calesse, domandò:

— Be’, li avete venduti?

— Che cosa?

— Gli _allievi_.

— Sì, li ho venduti.

— Quanto avete preso?

— Centocinquanta marenghi; tre forme di cacio e un piatto di migliacci.

— Volete canzonarmi?

— No, signora Bita!... Non vi par buono il mercato?

— Mi pare che mi manchiate di rispetto!

— Oh!... Guarda!...

Padron Serafino rise, scese dal calesse, chiamò:

— Michele?... O, Michele?...

Il garzone uscì dalle stalle e prese in consegna la ronzina.

— Aspetta, — disse Serafino. — Ho qui qualche cosa.

E si chinò a togliere dal cassetto del calesse alcuni suoi involti.

— E quella che roba è? — domandò la Bita. E padron Serafino, infilando l’uscio di casa:

— Toh!... Sono i marenghi!

La Bita scrollò le spalle. Gridò:

— Più invecchiate e più rimbecillite!

— Già!... Io rimbecillisco, ma tu non canzoni!...

Poi, dopo aver posato gl’involti su la tavola:

— Be’, che cosa si mangia questa sera?

— Niente.

— Come niente?

— Niente, vi ho detto!... È poco, niente?... Niente!...

— Sarai matta?... Ma ti sogni forse ch’io voglia digiunare come te?

— Se avete fame andate all’osteria.

Padron Serafino incominciava a spazientirsi. Si rivolse, guardò in faccia la sua donna irosa e rispose:

— Io non vado nè all’osteria, nè all’albergo, nè.... Basta!... Io sono in casa mia qui; e voglio mangiar qui!... O che storie sono queste?

E la Bita ironicamente:

— Perchè non mangiate i vostri allievi?

— Non t’impensierire, chè domani sarà fatto!... E non sarò solo alla festa!...

— Come?... Domani.... ammazzate?...

— Proprio così!... Domani ammazziamo!...

— Dunque volete farmi tutti i dispetti possibili?

— Prendila come vuoi!

— Vi siete giurato di romperla?

— Romperla o no, io voglio così e così deve essere!

— Peggio di una serva mi trattate!... Ma la vedremo!... Oh, la vedremo come finirà!...

Allora padron Serafino si rivolse, levò la mano chiusa con l’indice teso e incominciò:

— Stammi a sentire, moglie....

Ma in quel che era per catechizzare la recalcitrante compagna, ecco aprirsi la porta ed entrare i tre norcini. Il capomaestro, magro e brucato come l’erbaio delle capre, si fece innanzi e disse:

— Siamo venuti.

Padron Serafino lo sbirciò in tralicio.

— Siete venuti?... O che l’alba spunta alle nove di sera quest’oggi?

E il capomaestro:

— Abbiamo pensato che ne avevate tre, padrone; e siccome si voleva fare il nostro lavoro a modo, e posdomani siamo impegnati, si lavorerà tutta la notte.

Padron Serafino guardò involontariamente la donna sua, ma questa gli volse le spalle grugnendo ed uscì.

— Sta bene, — disse il grosso fattore, e si fregò le mani. — Sta bene. Allora all’opera!

I norcini deposero gli arnesi su la tavola, si tolsero la cacciatora, vestirono i grandi grembiuli insanguinati.

— Siamo pronti, — disse il capomaestro. — Ora chiamate i garzoni che accendano il fuoco.

Animati dalla speranza di un pasto succolento, i garzoni accatastarono in breve, vicino al focolare, una montagna di sarmenti. Fu sgombrata la camera dagli oggetti inutili. Si fece posto al troppolo, a una gran tavola, al sacco del sale e furono fissate alle travi lunghe corde terminate da ganci.

Il capomaestro dirigeva l’opera. Quando tutto fu compiuto, afferrò l’acuminato punteruolo e disse:

— Andiamo.

Padron Serafino e i compagni gli tennero dietro. La cucina chiareggiava per la fiammata altissima. Poco dopo i tre _allievi_ di padron Serafino empirono la notte delle loro urla laceranti e l’olocausto al Dio della fame fu compiuto.

La Bita era scomparsa, ma nessuno si occupò di lei. I norcini e gli uomini della casa erano troppo intenti a sparare e a governare i tre monumentali _allievi_ di padron Serafino perchè avesser la mente ad altro; nè si addiedero del cupo abbaio dei mastini, chiusi in fondo all’aia, nella capanna dell’aratro. Sopraggiunsero le genti del vicinato. Si fermarono sulla soglia battendo i piedi e disviluppandosi dalle mantelle.

— Che si fa lo sdrucio? — chiedevano.

E padron Serafino:

— Chi vuol mangiare, lavori!...

Finirono per essere una ventina all’opera. Chi tagliava, chi tritava, chi insaccava, chi struggeva la stillante grascia, chi si arrovellava agli strettoi a fare i pani di ciccioli, chi, lasciata la mannaia sul troppolo, affondava le braccia nel sacco del sale o drogava il rosso tritume cosparso di grasselli, chi cuoceva i mallegati negli enormi paiuoli, chi apprestava la rosticciana e i migliacci chi adunava le setole, chi i zampetti, le cotenne, il grugno e le gote a far la soppressata. Era un rumoroso tramestio interrotto a quando a quando dal grido di gioia che si leva allorchè si dilemba e si assolca la terra; o quando si accorolla la paglia in tumulto e la bica è disfatta. Per l’indomani padron Serafino aveva convitato i parenti, i vicini, gli amici a far la festa dei migliacci, e il pantagruelico pasto, inaffiato dai vini migliori della fattoria, accendeva il desiderio degli uomini accorsi a prestar mano all’opera gioconda.

I mastini continuavano a latrare sordamente. La Bita non si vide più.

Or come la notte fu verso il suo termine, la stanchezza vinse l’operosa brigata e fu deciso che tutti avrebber riposato un par di ore. Ognuno riprese la propria mantella ed uscì dopo aver fissato l’ora della ripresa.

Ultimi ad andarsene furono i norcini e padron Serafino: quelli entrarono nella stalla, questi salì alla sua stanza. Quando fu al termine delle scale, accese un fiammifero ed aprì cautamente la porta per non ridestare la Bita, ma la precauzione fu inutile perchè la Bita non c’era e il letto era intatto. Non vi pensò più che tanto. Era stanco, aveva sonno. Si tolse le scarpe e la cacciatora, s’infilò sotto le coltri e, dopo un minuto, dormiva. Ma non tanto dormì chè, di repente, balzò sul letto, sbalordito dall’affannosa chiamata del capomaestro;

— Padrone.... padrone.... scendete che hanno aperto la porta, e i mastini....

— Eh? — gridò Serafino. — I mastini?....

— Sono entrati in cucina....

— In cucina?...

— È un guaio!... Un guaio!...

Padron Serafino scese il letto e così in pedùli traversò la stanza e si gettò giù per le scale.

Quando vide il disastro, si portò le mani ai capelli, senza far parola. Anche i tre norcini guardavano, allibiti. Durante il loro sonno qualcuno aveva disciolto i mastini e aveva aperto l’uscio della cucina. Le bestie affamate non avevano chiesto di meglio per darsi alla devastazione. Ora non rimaneva di tutta la faticata opera notturna se non uno sconcio tritume sparso qua e là per terra, sulle tavole, presso la cenere del camino.

Il giorno non era nato ancora. Appena si vedeva un po’ di chiarinella all’estremo levante. E nevicava; nevicava a dolco, a fiocchi serrati, fra un grande silenzio. Ed ecco che, dal silenzio, all’improvviso si levò, leggero e delicato, un canto di voci argentine di bimbi e di fanciulli. Giungeva dall’altro lato della corte, dove erano i magazzini e le stanze disabitate nelle quali dormivano i braccianti alla buona stagione.

Padron Serafino si inorecchì, volse il capo, domandò:

— Che cos’è questo?

I tre norcini si strinsero nelle spalle senza rispondere.

Il canto si levava, con nostalgica dolcezza, dal gran silenzio, e pareva lontano, pareva attraversasse tutto il cielo per giungere fin là, o superasse le volte di un chiuso tempio deserto. Era un’aria antichissima, un motivo liturgico, sacro a Natale ed ai fanciulli dai tempi dei tempi.

Padron Serafino mormorò:

— Cantano la pastorella!

E i tre norcini:

— Sì.

Nella nuova pausa si udiron le parole del canto:

Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo, E vieni in questa grotta al freddo e al gelo....

Padron Serafino non rifiatava, le braccia penzoloni. Entrò Michele, il garzone. Serafino gli disse:

— Dov’è la Bita?

Michele rise e disse:

— È nei magazzini. È tornata un’ora fa. Aveva con sè una ventina di marmocchi. Non li sentite cantare?

— Sì. Anche questa è una novità!

E Michele:

— Si preparano per la notte di Natale.

— E c’è bisogno di prepararsi proprio all’alba?... Sul più bello del sonno?... E i mastini chi li ha preparati?...

Michele si volse da un altro lato.

— Quando sono andato a letto avevo ben chiusa la porta, io!... Chi l’ha aperta?

Eguale silenzio.

— E chi ha sciolto i cani dalle catene?

Michele scoppiò in una risata improvvisa.

— Perchè ridi, stupido?

— Rido.... perchè.... la Bita....

— L’hai veduta?

— Sì....

— E perchè non sei venuto a destarmi?

— Perchè?... Perchè c’è stata lei a far la guardia!...

— Va bene.