La vigna vendemmiata: novelle

Part 5

Chapter 53,988 wordsPublic domain

Nell’antro funzionava e ansava e ardeva la fucina. E dall’alba primissima al declinare delle ombre serali, era un grande travaglio sotto l’albero fulminato.

Da centinaia di anni la famiglia dei Venchi conduceva il cantiere e l’opera era trasmessa di padre in figlio co’ suoi gelosi segreti, come la vita e il nome e le virtù della razza.

Ora era maestro dell’arte, Alessandro, il vecchio di più che settanta inverni e non aveva questi se non un figliuolo: Samuele, ed erano soli nella loro casa senza donne. Vivevano essi senza parlarsi mai, tanto l’uno aveva preso dell’altro e l’anima e il costume ed erano come estranei nella casa degli avi tutta deserta e muta sulla loro bocca muta.

Tornavano a notte, l’uno dopo l’altro e salivano alle loro stanze opposte. All’alba la casa si richiudeva nel suo silenzio.

Mangiavano sul pugno, al lavoro, seduti sopra un toppo di ancudine o sul tronco di un’acacia o di un olmo e il loro pasto era breve come il respiro. Non bevevano che al pozzo, ricurvi su la secchia traboccante. I loro garzoni non ricordavano ch’essi avessero parlato mai a confidenza neppure per l’attimo. S’intendevano per monosillabi, senza guardarsi.

Sapendosi uguali in tutto: e nella forza e nel volere, cercavano evitarsi perchè la devozione sacra del figlio non venisse meno e non venisse meno l’affetto che li legava. Andavan paralleli, pronti a morire l’uno per l’altro finchè il caso non li ponesse di fronte per opposte volontà.

La sommissione di Samuele era stata cieca sempre; aveva seguito il consiglio e il comando, si era concessa e prona e pronta al sacrificio. Non mai un giorno senza lavoro; non mai un’ora di gioioso abbandono. Egli si era piegato come il ferro sul fuoco; era stato stretto e costretto come la ruota nel cerchio, come il timone fra le chiavarde: si era dato passivamente con tutta la sua forza.

D’altra parte, tale era stata la vita del padre sotto il dominio di nonno Samuele. La consuetudine degli avi si manteneva uguale negli anni nè poteva esser discussa, nè diminuita: era sacra e fatale.

Il figlio era del padre come cosa e non come creatura e questi poteva disporne a suo piacimento. La salda compagine della famiglia richiedeva tale disciplina. E Samuele si era aggiogato come tutti coloro che erano stati innanzi a lui nel tempo e avevano creato il prestigio di un’arte e di una tradizione; aveva accettato il loro còmpito come il cieco legno che si costringe tra le ferramenta e va ad obbedienza finchè non sia ultimamente consunto. Ma la morte era lontana tuttavia per il giovane gagliardo e la vita non poteva continuare sì cupamente monotona fino al punto in cui uno si appacia col suo destino e si dispone all’ultima ventura.

Aveva egli un cuore tumultuoso, una forza non per anco provata, un desiderio solare che a quando a quando si ridestava per accenderlo di una radiosità senza confine. Se una sola era la via battuta, s’egli non andava che dalla casa deserta all’antro fumoso e da questo alla casa quando il sonno incombeva; se era chiuso fatalmente, come l’astro, nel suo circolo eterno e doveva seguire l’ombra del padre e coprire le stesse orme a capo inchino e non fiatare e non domandare e non essere mai; se, come gli arnesi della fucina, non doveva servire che ad un ufficio, l’anima sua, nel suo alto silenzio, vedeva, s’irraggiava per mille aspetti giovanilmente in una sua trepida adorazione portentosa.

Era il mondo, a quell’anima chiusa, come un canto sconfinato e magnifico, come un ignoto adorabile, come una gioia senza fine e senza principio, e una purità senza travaglio. Dalla sua costrizione, dal suo isolamento sorgeva l’ignaro con raddoppiata energia a illuminare della sua sconfinata passione le cose indifferenti.

Maestro Alessandro nulla pensava di questo. La giovinezza sua era stata impassibile. Egli non aveva conosciuto se non una ragione fisiologica alla quale era bastata una donna qualsiasi, quella che gli avevano data in moglie e ch’egli aveva accettata come si accetta un pastrano quando fa freddo; nè poteva supporre che altro fosse il desiderio del figliuolo.

Avere una donna in casa era necessario; non potevano continuare la loro vita sbandata e Samuele doveva sposare. Ora maestro Alessandro sapeva già di una donna ricca e perfetta massaia, che avrebbe fatto della casa un paradiso; anche avrebbe dato figli sani e robusti perchè non era giovine ed era ben squadrata chè fra anche e spalle raggiungeva l’ampiezza di un bue, e gli piaceva benchè non l’avesse mai guardata in viso; ma che importava il viso? Una donna si sposa per quello che vale e non per la sua bellezza e la bellezza è vana e crea fastidi e può portare a mal fine un marito.

Se era brutta, come aveva sentito dire, tanto meglio; la sua povera moglie era quasi gobba, eppure gli aveva partorito un fior di figlio, chè Samuele era saldo come l’incudine. E più di questo non si poteva desiderare.

Ora una sera, chiusa che fu l’officina e partiti i garzoni, maestro Alessandro, contro il costume suo, chiamò Samuele e gli si pose a fianco. Il loro parlare fu breve:

— Samuele, tu devi prender moglie!

Il giovine levò gli occhi sul volto del padre e non rispose.

— A venticinque anni è il tempo giusto. Le cose si fanno alla spiccia. La Venusta degli Antoni è già pronta. Io le ho parlato.

Samuele ebbe un fremito ma si rattenne. Chiese a voce soffocata:

— E che vuole da me?

Maestro Alessandro si fermò a squadrare il figlio e la sua faccia si aggrottò come il monte a sera:

— Come che vuole? Di che mondo sei? Dovete sposarvi!

Samuele guardò il padre negli occhi con insolita fermezza e sbiancò tremando.

Rispose:

— No.

E il vecchio:

— No che cosa? Che ti frulla per il capo questa sera.

— Io non la voglio!

— Non la vuoi?

— Ho detto no!

Fu fra i due un torbido silenzio, poi maestro Alessandro alzò a violenza il pugno vigoroso ma non colpì; si rivolse e riprese la strada. Samuele gli tenne dietro. Camminarono sempre a fianco, a capo chino. Erano di pari statura; ambedue forti ad un modo: l’uno più agile, l’altro più nodoso; il frassino e la rovere. Sulla soglia della casa deserta maestro Alessandro si fermò e nelle parole che disse era un monito sinistro, la voce rauca tremava nel singhiozzo dell’ira:

— Tieni bene a mente quello che ti dico, ragazzo! In questa casa c’è una volontà sola ed è la mia. Non pensare a disubbidirmi e bada a te!

Ed entrarono e la casa tacque sul loro angosciato riposo.

Dopo non molti giorni ogni formalità era compiuta. Maestro Alessandro aveva lasciata l’officina per recarsi in città e nessuno seppe la ragione del suo viaggio. La seppe Samuele, una sera di domenica, quando il padre gli disse:

— Ora verrai con me.

— Dove?

Maestro Alessandro continuò:

— Il permesso è preso; non c’è nulla che si opponga. Posdomani tutto sarà fatto e la Venusta sarà con noi, nella nostra casa. Tu puoi scegliere l’ora che ti piaccia meglio per sposare.

Samuele guardava il padre co’ grandi occhi larghi e bianchi e immobili. Il suo volto era quello di chi impietra.

Disse maestro Alessandro:

— Hai inteso?

— Sì!

— Perchè mi guardi così?

— Per nulla.

— Allora va, mettiti la veste migliore. La Venusta ci aspetta!

Samuele non si muoveva.

E il vecchio gridò:

— A chi parlo?

— Che vuoi? — fece Samuele.

— T’ho detto di ripulirti che ci aspettano a casa dei Grandi. E fa presto!... E cammina senza storie prima ch’io ti rompa la faccia!

E ancora l’abitudine antica lo tenne e l’anima sua fu muta in fondo al suo buio. Samuele andò, si vestì come in sogno e seguì il padre senza parlare.

A casa dei Grandi li aspettavano. C’era una tavola imbandita e nel basso focolare, in fondo alla stanza, ardeva una fiamma altissima. Samuele non vide se non quel dolce bagliore e non udì le voci e gli auguri, nè vide la donna attempata che gli parlava sorridendo. Una volta ch’egli fissò quel volto piatto dal gran naso broccuto, rise come un ebete e a tutto ciò che gli fu chiesto non rispose. Poi cominciò il festino e la volgarità.

Erano pigiati intorno ad una grande tavola, seduti su due lunghe panche e le donne mangiavano in disparte, presso il focolare come bestie accosciate, il viso sui piatti fumanti. Solo una gli era al fianco e lo stuzzicava e rideva a rovescio come una caldaia che bolla, ed egli vedeva la larga bocca dai denti gialli aprirsi e vociare e ingoiare, e vedeva i piccoli occhi porcini e le guance sudanti, floscie come l’otre vuoto.

Maestro Alessandro più non si curava di lui; nessuno gli poneva mente chè l’accolta era intenta ai bisogni suoi voraci. I grandi vassoi di carni e di legumi eran finiti d’assalto e gli ampi boccali si vuotavano a gran furia. Solo, più aumentava l’ebbra bestialità dell’accolta, più, quella che gli sedeva a fianco, lo pigiava e lo infastidiva con la sua voce rauca e Samuele cominciò a guardarla in volto senza fiatare.

E la donna chiese:

— Perchè non mangi?... Ti vergogni della tua sposa?...

E rideva, rideva interrompendosi a quando a quando per saziare la sua voracità flatulenta.

— Hai sonno, di’?... Dormi ancora per questa notte chè domani non potrai dormire!

E, sotto la tavola, gli si stringeva da presso, sempre più tenacemente, come la mignatta e il nodo scorsoio e le cose che soffocano e che dissanguano.

— Non mi vuoi bene?

Silenzio.

— Non ti piaccio?

Egli la guardava con una sua tragica smorfia e pensò come mai potevano uscire tali parole da quella bocca sconcia, irte di peli le labbra e il mento piatto. Ed ella rideva e si accalorava da sola, scambiando per timida inesperienza il silenzio dell’uomo e più le piaceva il giuoco, e più le cresceva la foja quanto più le sembrava e fresco e timido il frutto nuovo sul quale avrebbe morso con la furia della sua maturità brutta ed ingorda.

E ancora gli diceva accostando a quella di lui la faccia bestialmente accesa:

— Quando mi conoscerai mi amerai. Io so l’arte di farti morire d’amore! Non mi guardare se non sono bella chè ti piacerò più del sole!

E la gente ubriaca cominciava a bofonchiare. Poi qualcuno più acceso, gridò:

— O Samuele, stringitela dunque quella tua vecchia gallina!... Non vedi come ti guarda?...

E l’idea piacque sì che l’accolta l’impose urlando.

La Venusta protese le labbra e baciò sul collo Samuele. Questi la respinse col gomito a violenza.

E disse la donna:

— Abbracciami, non siamo sposi?

Maestro Alessandro, in capo alla tavola, teneva la testa china sul suo piatto; allora un giovinastro gli gridò:

— Diteglielo voi, maestro, che s’abbraccino!...

E la gente:

— Su dunque, diteglielo, maestro!

Il vecchio levò gli occhi che si scontrarono in quelli del figlio suo, nè mai più torbida luce si incrociò per gli spazi nelle orrende tempeste. Maestro Alessandro chinò la testa. Allora l’anatroccola infojata abbrancò al collo Samuele e lo attanagliò come la morsa stringendo la viscida faccia contro quella di lui.

Scoppiò una risata omerica e la voce incomposta degli ebbri di vino incitò la Venusta a tutto osare.

Anche le donne si accostarono alla tavola, scapigliate, e battevan le mani. In breve si formò intorno un cerchio di brutale concupiscenza e Samuele vide l’assieparsi e il chinarsi delle facce oblique e vide gli occhi accesi di fosco ardore e le vene turgide e gli aspetti bestiali, nè più resse a tale supplizio.

Allora ciò che l’anima sua pura aveva contenuto irruppe, schiantò ogni costrizione.

— Va via che mi fai schifo, puttana!

E afferrata la donna alla cintola l’arrovesciò sconciamente su la panca e si tolse dall’incubo.

Il clamore si spense d’un subito. Non fu intorno che un’incertezza paurosa e gli occhi corsero dal volto del padre a quello del figlio.

Samuele non guardò la gente, di nulla si curò se non del suo immenso desiderio di libertà; non fu al mondo, per lui, se non la sua fiera volontà che non avrebbe umiliata mai più, e sentiva una gioia altissima in quella subita conquista.

Già era per uscire quando si levò, aspra ed imperiosa dal silenzio, la voce di maestro Alessandro:

— Samuele?...

Il giovane si rivolse torvo.

— Che vuoi da me?

Il vecchio fece per slanciarsi ma un urlo lo trattenne. Allora si passò le grosse mani su la pallida faccia sconvolta e gridò:

— Va, va, che saprò dove trovarti!

E nessuno più disse parola. Sentivano l’approssimarsi dell’orrore. Erano i Venchi di una feroce razza lupigna che nulla raffrenava. Gli uomini chinarono la faccia; le donne udivano già per l’aria fosca di tenebra le urla della folle paura.

E quando il vecchio fece per uscire nessuno gli si oppose: era sul suo volto cadaverico la risolutezza che umilia chiunque la guati. Uscì, lo guardarono finchè la porta non fu rinchiusa, ascoltarono il suo passo finchè non si perse e allora si udì l’implorazione della donna offesa; schiantò il silenzio come un singhiozzo:

— Correte gente, correte che non si debba udire un simile spavento!

Quelle parole agghiacciarono i cuori e gli anziani si mossero incurvi, senza fiatare.

Ora Samuele attendeva il padre nella casa sconsolata. Una lampada fumigava sulla tavola. Più non aveva misura il tempo, più non era nè tempo nè spazio, ma una cupa eternità senza voce.

Camminava il giovine ascoltando il tonfo del suo cuore scatenato e ad ogni scricchiolio sussultava rivolgendosi alla porta.

Poi si udì cigolare la porta e si udì il passo del sopravveniente. Furon l’un contro l’altro come due spettri. Nè l’uno dei due piegò; nè parevano tanto forti da superare quell’orrendo silenzio.

E il vecchio si accostò al muro e ne distaccò la doppietta. Si udirono gli scatti delle molle congegnate.

Samuele non fiatò, non si mosse, non distolse gli occhi torvi dal volto del padre. Erano ai due lati opposti della stanza.

Maestro Alessandro puntò lentamente l’arme nera. Era nel suo volto sparuto la contrazione di un’ira senza limite, la terribilità del delitto.

E allora parlò e disse:

— Inginocchiati!

Il figlio ubbidì e s’aperse le vesti, nè le sue mani tremarono.

E il vecchio:

— Farai ciò che voglio?

Samuele non rispose.

Il fucile s’abbassò verso il petto scoperto.

— Rispondi!...

Si udì un gemito, una voce strozzata, uno spasimo angosciato di supremo dolore e la pallidissima faccia sbiancò ancor più nell’orrendo singhiozzo.

— Rispondi! — gridò più forte l’ossesso.

Allora parve che tutto l’essere veemente e tutta la ribelle gagliardia del giovine si liberassero nel grido; ed egli parlò stravolto, senza più lume negli occhi:

— Puoi ammazzarmi, ma non puoi costringermi!

— Tornerai dai Grandi?

— No!...

— Chiederai scusa?

— No!...

— Mi ubbidirai?

— No, no, no!...

E in così dire fece per lanciarsi innanzi, cieco nel suo furore; ma appena aveva levato il ginocchio che un colpo rintronò e il giovine dal fiero viso stramazzò riverso come cosa inanimata: gli occhi al cielo e la bocca torta.

Poi un urlo fu nella casa desolata e un urlo più alto nella notte grande, chè gli anziani sopraggiungevano correndo.

Ma tutto era vano ormai. Il tragico fato dei Venchi era compiuto per l’eternità.

LA GAZZA.

Il semplicista non fece troppe parole; guardò Mezzalana, gli tastò il polso, gli rovesciò le palpebre e scrollò il capo.

— Be’, cosa dite? — mormorò Mezzalana.

— Cosa debbo dire? — rispose il semplicista.

— C’è pericolo?

— Non la vedo chiara.

— Che cosa c’è.... Un tumore?

— No, è il male della lucciola.

— Della lucciola?... Non l’ho mai sentito ricordare.

— Be’, ve lo dico io.

— Siete sicuro di non sbagliarvi?

— Se non mi credete, perchè non chiamate il dottore?

— Il dottore?... Vuol esser pagato!

— Allora state zitto se non volete spendere!

Mezzalana alzò le spalle e mormorò:

— Starò zitto!

L’empirico riprese la mazza che aveva appoggiata al muro, si chinò alla secchia ricolma che era appoggiata sul pozzale, bevve e, asciugata la bocca sulla manica della giacca, si avviò all’uscita dell’aia.

Mezzalana non era contento e già si pentiva del palancone che aveva dato al semplicista per la sua visita; due soldi valevan bene un lungo discorso, s’egli li valutava alla stregua della sua rabbiosa avarizia; così, come vide l’uomo andarsene tranquillamente senza aggiungere parola, gli gridò dietro:

— Be’, non mi dite altro?

L’empirico si fermò e, volgendosi a mezzo, rispose:

— Non ve l’ho detto il male che avete?

— Sì, ma che cosa debbo prendere per guarire?

— La cassa!

— Che cosa?...

Allora Zibaldino, che stringeva tuttavia a dispetto, nel palmo della mano, la scarsa mercede e voleva far notare all’avaro la sua spilorceria, grugnì:

— Dite un po’, pretendereste forse ch’io perdessi tutta la mia giornata per due soldi?

— Due soldi son due soldi — rispose Mezzalana; — costano fatica e voi li guadagnate con delle chiacchiere!

— Ah! sono chiacchiere le mie?

— Non avete mica imparato la vostr’arte vangando la terra!

— Allora perchè mi chiamate se sono chiacchere?...

— Perchè vi contentate di poco.

— Siete uno sciocco!

— Io sarò uno sciocco, ma due soldi son due soldi!... E per due soldi dovreste parlare un po’ di più!...

Zibaldino scuoteva il capo da destra a sinistra squadrando il cocciuto bifolco; poi si decise e parlò chiaro:

— Be’, già che volete farmi parlare: volete proprio saperla tutta?

— Sì.

— Allora vi dico che avrete ancora tre giorni da campare!

— Tre giorni.

— Sì, tre giorni. E ve la dò lunga!...

Mezzalana si guardò attorno, si calcò la _galosa_ fino alle orecchie e mormorò:

— Basta!... Ho capito!...

— Vi saluto — fece Zibaldino.

— Addio — rispose Mezzalana; ma l’empirico non era giunto ancora sulla strada che il vecchio gli gridò dietro:

— Avete detto che è il male della lucciola?

— Sì, della lucciola!

— E non ci sarebbe qualche erba?

— Sì, l’_erba cagnina_ che fa bono ai cani!

— Dite davvero?

Zibaldino non rispose più. Si avviò per la riva del fosso, e camminava forte.

Mezzaluna corse sulla strada, stette in forse un secondo, poi chiamò:

— O Zibaldinoooo?

L’altro affrettava il passo dinoccolato, il cappello sugli occhi e le mani in tasca.

— O Zibaldinoooo?... Non mi sentite?...

Sì! Chi lo sentiva?... Era indispettito. Svoltò per la prima viottola e non si vide più. Allora Mezzalana si grattò un orecchio e incominciò a pensare. Era troppo chiaro che il semplicista si era preso giuoco di lui. Forse con tre palanche avrebbe parlato un po’ più e si rimproverava di non aver arrotondata la grassa mercede. Ma tale rimprovero non resse alla sua critica feroce. Tre palanche per un chiacchierone che veniva a guardarvi negli occhi o a tastarvi il polso? Bisognava essere milionari per darsi a spese simili. E negli occhi che cosa ci vedeva, la fede di nascita?... E a che serviva tastare il polso se egli sentiva male dentro, nel _cassone_, fra il cuore, lo stomaco e la milza? Spendere due soldi per sentirsi ripetere la bella verità che bisognava morire!... Tante grazie! Credeva forse che Mezzalana non sapesse.... Però aveva solo settant’anni. Che cos’erano settant’anni?... Suo padre era morto a ottantasette e suo nonno a novantaquattro. E aveva sentito dire dalla buon’anima di sua madre che un loro vecchio antico era giunto alla bella età di cento e quindici anni. Oh, sì!... Così bastava!... Dice: — Era ridotto come un uccellino!... Be’, e se era magro, e se mangiava poco non era fra i vivi ugualmente?... Perchè il tutto sta a non dover andarsene troppo presto; per il resto che cosa importa?... Anche se uno non si muove più da una sedia, basta veda....

E qui lo colse un pensiero amaro: e se per davvero egli non avesse potuto veder più?... A settant’anni! E gli pareva di trovarsi di fronte a una smisurata ingiustizia se pensava alla morte alla sua età. Si spinse la _galosa_ sulla nuca; si avviò per l’aia ciondolon ciondoloni; prese una forca appoggiata a un pagliaio e la portò nella capanna. Il cane corse ad annusargli le gambe; lo scacciò.

Una subita incredulità lo invase. Ogni dubbio ne fu travolto. Ma che morire!... A dar retta a certa gente sì, che si sarebbe morti venti volte il giorno. L’ora segnata era nel libro di Dio, non poteva conoscerla faccia d’uomo sulla madre terra. Il nostro destino era ben al disopra dei tetti delle case, in fondo al cielo, e se qualcuno fosse potuto andare e ritornare di lassù dove corrono le stelle, oh! allora gli si sarebbe potuto credere ad occhi chiusi. Ma un chiacchierone che sapeva l’arte di comporre qualche pillola, dove doveva togliersela la misteriosa scienza della vita e della morte? Perchè andava pei boschi, la notte?... Perchè dicevano che l’avevan veduto parlare coi fantasmi?... Chiacchiere che non valevano le sue belle palanche! Richiuse la capanna e si avviò al pozzo.

Era ben vero che non si sentiva bene! Era vero, perchè negarlo?... A volte gli sopravvenivano certi mancamenti che, se non trovava appoggio, andava ruzzoloni per le terre, come gli era accaduto varie volte. E la vista gli si annebbiava sempre più e non aveva appetito. Almeno avesse mangiato!... Fin che si mangia si campa. Ma no, niente!... Appena qualche boccone e stentato che doveva far fatica ad inghiottirlo! Questo era il brutto! Già, perchè con lo stomaco non si ragiona e se lo stomaco sciopera.... Il male della lucciola?... Uhm?! Non l’aveva sentito ricordare mai. Ma che c’entrava la lucciola? Non era mica il tempo dei grani ed egli non soffriva di nessun fenomeno luminoso!

Forse era un tumore. Già se lo sentiva addosso, a porgli mente; si sentiva come una cosa rotonda gravitare fra il cuore, lo stomaco e la milza, e nè Zibaldino, nè tutti i professori della terra potevano saper questo perchè, a voler ragionare, il male è di chi lo ha e chi non ne soffre non ne può sapere proprio nulla.

E tale convinzione gli si accrebbe e gli si perfezionò per quanto più tempo prese a considerarla. Definito il male, pensò al rimedio. Un rimedio doveva esservi. La sua ostinata volontà di vivere non poteva rassegnarsi all’idea dell’inguaribile; così, siccome un poco se ne intendeva di semplici, si dette a rimuginare tutte le virtù delle erbe e da un angolo occulto della sua memoria gli tornò alla mente questo: che cioè l’erba _piastrella_ aveva la virtù di sciogliere i nodi che si formavano nel corpo degli uomini in seguito a cadute o a stregonerie. Ci voleva adunque l’erba _piastrella_ la quale non si trovava nei campi o lungo i fossi, ma nella pineta lontana. Doveva essere raccolta di notte, durante l’interlunio perchè non perdesse le sue proprietà. In quanto all’interlunio il periodo era propizio; in quanto alla notte.... Si grattò un orecchio. A questo punto qualcuno scarpicciò dietro le sue spalle.

— Come state, Mezzalana?

Gettò un’occhiata in tralice. Era Pignòla, la sua vecchia moglie. Non le rispose.

Pignòla veniva per l’aia con un paniere.

— O Mezzalana, non mi date mente?

Mezzalana volse il viso burbero.

Quando fu vicina al marito si fermò a guardarlo da sotto in su, seria seria, col paniere infilato in un braccio, e nel paniere pigolavano una ventina di anatroccoli appena sgusciati dall’ovo.

— Che cosa volete?

— Vi ho domandato come va!

— Io non lo so! — fece Mezzalana.

— È venuto Zibaldino?

— Sì. Non lo avete visto?

— Non l’ho visto. Be’, che cosa vi ha detto?

— Che debbo morire!

— Sarà matto?!

— È quello che dico io!

— Non gli darete mica retta?...

— No, per Dio....

— Volevo ben dire!...

E tacquero. Mezzalana si guardò i piedi; Pignòla raccolse i pulcini che tentavano di guizzar via dal paniere. Poi Pignòla soggiunse:

— Non sapete neppure la razza del male?

E Mezzalana:

— È una razza cane!

Pignòla scosse la testa:

— Questo sì!

Passò una pausa.

— E sapete che cosa ha avuto core di rispondermi quando gli ho domandato un rimedio?

— Che cosa ancora?

— Mi ha risposto che la medicina era la cassa!

— Dite sul serio?

— Non vedessi più la faccia de’ miei figli!

Pignòla aggrottò le ciglia e scagliò la sua maledizione:

— Facesse Iddio che toccasse a lui!...

E, lanciato che ebbe l’anatema, si dette a rincorrere gli anatroccoli che erano guizzati fuor dal paniere e scorrazzavano per l’aia.

Mezzalana l’aiutò. Quand’ebbero compita l’opera, Mezzalana disse:

— Sapete che male è?

— No.

— È un tumore!