La vendetta di Zoe

Part 29

Chapter 293,176 wordsPublic domain

— Ordine preciso della duchessa: — replicò il conte: — e io devo obbedire. Capirà anche lei, dottore, che il duca di Parma non può essere lasciato qui dentro.

Gettò tutt’intorno uno sguardo di disprezzo che andò a fermarsi sul volto della Zoe impassibile.

Il ferito, benchè il medico affermasse esservi pericolo che morisse per via, fu trasportato a palazzo.

LXV.

Carlo III Borbone, duca di Parma, giace sul suo letto riccamente incortinato nella sfarzosa camera del sontuoso appartamento entro il palazzo reale. È vivo ancora, ma lo direste morto, tanto è di color cereo, tanto è immobile la sua fisonomia, sì lieve è il rifiato che esce dalle sue assottigliate, sbiancate labbra semiaperte.

Nessuno conserva la menoma illusione sullo stato dell’infermo, nè anche lui; il medico ha affermato che può spirare da un momento all’altro, che certo fra un’ora quello non sarà più che un cadavere.

Il vescovo, risaputa la terribile notizia, ha subito mandato detto che si sarebbe affrettato a venire egli stesso a recare al principe gli ultimi conforti della religione, e lo si aspetta.

Intorno al letto stanno taciturni, colpiti, abbattuti, i soliti cortigiani, adulatori del principe sano, petulante, prepotente, beffeggiatore, fra cui primi l’Anviti e l’inglese W... È la loro fortuna, è la loro potenza che muore eziandio con quell’uomo di cui si sente appena il rifiato in quel letto.

Il pesante penoso silenzio che regna in quella camera è interrotto a un punto da un movimento che ha luogo nelle stanze vicine. È alcuno che s’avvicina: è una voce di donna dall’accento imperioso che impartisce comandi; nell’udire quella voce coloro che si trovano intorno al letto del duca si guardano con una espressione vaga di sospetto, di timore, di ansiosa aspettazione; il moribondo medesimo ha udito quella voce ed ha avuto nelle sopracciglia, nei lineamenti del viso, una leggiera contrazione. L’uscio si apre e si presenta una donna di bassa statura, grassa, dal viso grosso, pallida, con capelli biondicci, la bocca sdegnosa, una incontrastabile aria di severa e fiera autorità, un’espressione di superbo malanimo: la duchessa.

Tutti s’inchinano, tutti volgono a terra gli occhi quasi vergognosi e intimoriti. Ella fa scorrere su tutti uno sguardo altiero, sprezzante, imperioso, e si viene accostando lentamente al letto del marito moribondo.

Questi volge verso la duchessa le pupille già offuscate dal velo della morte vicina, e per un istante quelle pupille si animano e mandano uno sprazzo di luce, che incontra il freddo sguardo dei grigi occhi di lei. La principessa non si scuote menomamente, non un tratto della sua larga faccia borbonica si commuove; tranquilli i suoi occhi si sviano da quelli del morente e si posano freddi come acciaio sui cortigiani, ai quali essa parla in francese e coll’accento di chi oramai è e sa di essere padrona:

— Signori! Vi comando di lasciare questa camera.

S’inchinano umili, ma indugiano ad ubbidire, e sir Tommaso W...., più audace, risponde:

— Perdono Altezza: ma il nostro dovere....

— Il vostro dovere, — interruppe la duchessa, fredda, pacata, ma non meno imperiosa, — è di ubbidire a questo primo ordine che vi dà la reggente del ducato di Parma a nome di suo figlio il duca Roberto.

Escono uno ad uno, e partendo gettano uno sguardo al duca, l’ultimo sguardo ch’egli ne riceverà, ed egli li accompagna con un’occhiata che è l’estremo addio che possa dare a quei suoi compagni di vizio, di dissolutezze, di prepotenze.

Rimasero soli il duca moribondo e la duchessa pallida, fredda, severa.

— Monsignore l’arcivescovo sarà qui a momenti, — disse la duchessa con accento impassibile: — pensate a Dio!

Il duca, che teneva gli occhi vitrei fissi sul volto della moglie, abbassò le palpebre.

— Volete voi dirmi qualche cosa in questi momenti solenni? — soggiunse col medesimo tono la principessa.

Egli scosse lievemente il capo e fece un piccol moto colla mano come per indicare che non poteva dir nulla.

Essa si avvicinò ancora un poco e soggiunse sommessa:

— Io vi perdono tutto, duca!... Possano tutti quelli che avete offeso perdonarvi del pari.

E s’allontanò, e uscì da quella camera, lenta, austera, solenne, come un’incarnazione della giustizia.

Il moribondo rimase solo: mentre nella stanza vicina si radunavano i principali della Corte, e dei loro discorsi animati, benchè fatti a bassa voce, arrivava fino a lui il susurro quasi misterioso.

Chi può dire lo spasimo tremendo di quei momenti, lunghi come secoli, ratti come baleni, in cui quell’uomo condannato al sepolcro, nella piena attività della vita, nel pieno vigore della giovinezza, nella esuberante petulanza d’una indole ardente e temeraria, sentiva avvicinarsi la morte, aspettava coll’orrore nel midollo delle ossa, respiro per respiro, la morte, vedeva nelle tende seriche del letto, nel raggio filtrato di luce fra le cortine delle finestre, nei rosoni del tappeto, nelle procaci mosse di statue di donne nude in bronzo e in porcellana onde erano ornate le mensole, nel luciore dell’oro, vedeva le occhiaia affondate, vuote della morte!

Non aveva che trent’un anno, e moriva; si sentiva in quel paese onnipotente, ogni suo volere, ogni suo capriccio era legge, e moriva; aveva ancora nelle orecchie il suono delle adulazioni maschili e femminili, nelle fibre il fremito d’ogni voluttà che s’era procacciata a prezzo di vergogna d’oneste famiglie, a prezzo di lagrime e anche di sangue d’innocenti, e moriva!

Sì, stava per morire; non c’era da farsi la menoma illusione: l’aveva subito sentito egli stesso, l’aveva letto nel turbamento del medico, nello sguardo freddo della duchessa, glie l’avevano affermato le parole severe di lei, l’abbandono in cui lo si era lasciato da tutti i suoi più fidi, da quelli che erano ossequenti e plaudenti testimoni e compagni delle sue follie. S’affacciava a quel buio spaventoso del di là della tomba, e tremava, e avrebbe voluto ritrarsene, e sentiva l’orribilità dell’inevitabile scuotergli ogni nervo, agghiacciargli ogni vena.

Aveva egli pensato a Dio? Chi lo sa? Forse non l’aveva creduto prima che un’invenzione buona per tenere i popoli soggetti, per atterrire insieme e consolare i poveri, i pusilli, gli oppressi. Aveva egli creduto a una giustizia? No certo; la giustizia l’aveva veduta solamente nel trionfo della sua propria prepotenza, nell’abbassamento de’ suoi nemici. Ora questi due Enti fanno sentire alla sua anima presso ad abbandonare quel corpo squarciato, la paurosa grandezza della loro esistenza. Gli appare alla ragione intimorita il Dio che punisce gli oppressori, che vendica le vittime; gli lampeggia all’occhio smarrito la spada di fuoco della giustizia, innanzi a cui sono uguali tutti i tristi, principi sul trono e assassini alla macchia, conculcatori di lei colla porpora e offensori dei suoi precetti coi cenci; tutti quelli che, per l’iniquità delle loro opere, furono dai fratelli maledetti.

La maledizione dell’uomo gli suona come l’accusa innanzi alla giustizia, innanzi a Dio. E quante maledizioni non sono sorte, non sorgono, non sorgeranno ancora contro lui principe, contro lui in questo istante medesimo che muore, contro lui morto, preda il corpo dei vermi nella fossa e l’anima dei rimorsi nel luogo di dannazione! Gli par di sentirle, quelle voci che lo maledicono! Gli par di vederli, coloro che con ira, con odio, con furore le pronunciano. Certo! Ecco una processione di esseri, — di spettri, — che sorge laggiù, laggiù, nel buio che comincia a circondare ed avvolgere il suo spirito, che si viene disegnando sempre più netta, che s’avanza, che viene a passare lenta lenta, un dopo l’altro, innanzi a lui, come le immagini de’ re nella visione di Macbet. Hanno tutti visi accesi, hanno sguardi di fuoco, hanno lo sdegno nella piega delle labbra, imprecano e maledicono tutti, — imprecano a lui, maledicono lui. Li riconosce man mano: è una povera fanciulla disonorata colla violenza, che è morta di dolore; è un’altra che, peggior sorte, si è rassegnata all’infamia; sono padri di famiglia tolti ai loro cari per gemere in carcere, sono uomini offesi nel decoro, nell’interesse, nell’onore, nella libertà, nella vita; è un onesto provveditore a cui egli in un momento più feroce d’una delle sue cieche bizze tolse la vita con un potente calcio nel ventre[1]. Egli rivede la scena: era una contesa di poca importanza per fornitura di fieno ai cavalli del principe; l’impresario osò dire innanzi a lui le sue ragioni: il Borbone gli sferra un calcio nella pancia che lo manda rovescio per terra. Due giorni dopo l’infelice aveva lasciato alla miseria sulla terra una vedova e due bambini in bassa età. Quell’uomo, quello spettro si ferma più a lungo degli altri innanzi al morente; gli addita il suo ventre tumido, nero, coll’impronta del calcio principesco, e sogghigna. Là dove egli aveva percosso quel povero padre di famiglia, è venuto a percuoter lui il ferro del suo assassino!

Vorrebbe fuggire quella vista: non può. Tutte le maledizioni si uniscono, dànno un suono solo, come un coro che gli manda alle orecchie un clamore insopportabile: vorrebbe sottrarvisi; non può. Un ardore tremendo gl’invade le viscere; gli pare che è già quello delle fiamme infernali: ha una sete che lo strugge, e non c’è nessuno a dargli da bere, e non può chiamare: vive ancora, vive intensamente in quei minuti d’agonia, perchè soffre immensamente, ed è già preso dalle ombre e dall’immobilità della morte!

Si spalancano gli usci. Traverso la nebbia che offusca i suoi sguardi d’agonizzante scorge lumi accesi, una pompa di abiti sacerdotali e una processione di figure che s’avanzano: tutt’intorno ode un mormorio di preghiere, ma in esso non un accento d’affetto, non una parola di perdono; ed è di questo che egli avrebbe bisogno, ed è una simile parola che gli pare darebbe al suo tormento alcun sollievo, alla sua agonia qualche dolcezza, al suo affanno qualche barlume di speranza.

L’arcivescovo s’inginocchia e prega, — pregano tutti, colle labbra; il cuore non vi si associa: gli sguardi che s’appuntano a quel letto incortinato non hanno il bagliore d’una lagrima, non esprimono che una curiosità stupita senza simpatia.

Una contrazione è passata sul volto del principe e poi il capo è ricaduto più chino sulla spalla. L’arcivescovo si alza, si accosta, esamina il giacente, e poi dice al corteo inginocchiato:

— Il duca Carlo III ha cessato di vivere.

LXVI.

Il duca di Parma non fu pianto da nessuno. La duchessa, assumendo la reggenza a nome del figliuolo ancora bambino, congedava i ministri del marito e cominciava il suo proclama colla famosa frase: «Essendo piaciuto a Dio onnipossente di chiamare a sè l’amatissimo nostro consorte e sovrano Carlo III.» Quello che era piaciuto a Dio non dispiacque neppure al popolo, il quale sperava più umano reggimento.

Per iscoprire l’assassino del duca, si intraprese dapprima un processo. Parecchi furono arrestati come sospetti, ma in breve tutti poterono provare la loro innocenza, vennero messi in libertà e non se ne parlò più altrimenti.

La moglie di Pietro Carra passò una settimana in grande angoscia, ma ricevette poi da Genova una lettera in cui il marito le annunziava che sano e salvo stava per imbarcarsi alla volta dell’America. Tutto era andato a seconda, giusta le precauzioni prese; egli aveva potuto uscire di Parma prima che l’ordine arrivasse di chiudere le porte, aveva trovato il carrozzino pronto e nulla più lo aveva arrestato nè impacciato nella fuga. Assicurava di nuovo che, appena si trovasse in possibilità di mantenere la famiglia, avrebbe scritto perchè andassero tutti a raggiungerlo e mandato anzi i denari occorrenti per sì lungo viaggio. Manifestava intanto la speranza che Matteo Arpione non mancasse alla promessa che gli aveva fatta, e sarebbe venuto in soccorso della donna e dei bambini.

Matteo in verità non fallì alla data parola. Il giorno dopo la morte del duca, egli era stato messo in libertà coll’ordine di abbandonare subito il ducato e di non rimetterci più i piedi. Il Pancrazi medesimo, il quale durò ancora un poco nel suo ufficio di direttore di Polizia, gli fece la solenne intimazione e seppe usare tali e sì efficaci parole da persuadergli ch’egli non avrebbe mai dovuto lasciarsi sfuggire il menomo cenno di quanto aveva potuto apprendere o sospettare di quella tragedia. Dalla famiglia del sellaio non si lasciò nemmeno vedere, ma le mandò una buona somma prima di partire. Aveva chiesto del conte di Camporolle e pregato gli si concedesse di parlargli; eragli stato risposto che il conte verrebbe egli pure fra pochi giorni liberato ed espulso dallo Stato, ma che frattanto a nessuno si sarebbe permesso di vederlo.

Matteo potè per altro parlare colla donna di governo di Alfredo e la pregò di fare in modo da distogliere il padrone di venire a Torino. Tornato in quest’ultima città, l’Arpione apprese con istupore la morte del conte padre di Valneve e parve gli rincrescesse di non essersi trovato a quel punto nella capitale del Piemonte. Intese con molto interessamento che erano venuti in quell’occasione da Milano i marchesi Respetti-Landeri e fece di tutto per informarsi se fra il conte padre di Ernesto, e l’altro Ernesto figliuolo del marchese Leonzio Respetti fosse intravvenuta qualche segreta conferenza. Seppe ogni cosa da Tommaso, chiaccherone come tutti i vecchi; la conferenza c’era stata; ma quando ebbe saputo del pari che tal conferenza non aveva avuto effetto di sorta in nessun atto del marchese, Matteo che conosceva certe cose ignorate da tutti, conchiuse che il segreto di cui egli era a parte, seguitava ad essere un segreto per tutta la famiglia dei Sangré e pei Respetti-Landeri.

Sei mesi dopo, la moglie del Carra riceveva dal marito lettera e denari per cui era chiamata e poteva recarsi anch’essa a raggiungere colla famigliuola il marito al di là dei mari.

Quella medesima sera in cui Carlo III cadeva trafitto, la prima carrozza a cui si permetteva con licenza speciale di uscire dalla porta di Parma, portava via una donna ancor giovane, pallida, dallo sguardo cupo, di occhi infernali, dalle chiome rossigne, dalle labbra color di sangue. Era la Zoe a cui era venuto un ordine di partir subito. Era suo desiderio e obbedì volonterosa. Il suo compito era finito. Partì alla volta di Milano; si perdette nella schiera vergognosa e miserabile delle cortigiane cui l’età precipita alla decadenza; meteora sanguinosa, percorsa la sua orbita fatale, andò ad estinguersi nella miseria e nell’infamia.

Alfredo di Camporolle, fu posto in libertà due giorni dopo, coll’intimazione anche lui di sfrattare dal territorio parmense. Avrebbe voluto venire subito a Torino, ma non osò: gli pareva di avere indosso un peccato da vergognarsi di cui non s’era ancora potuto lavare: aveva vissuto in un ambiente così strano, così torbido, così impuro che credette esserne tuttavia intinto e non esser degno di presentarsi alla soglia del santuario domestico dei Valneve, dove la sua fantasia scorgeva pur sempre brillante di luce quasi celeste il vago profilo della bellezza verginale di Albina. Andò a Genova, e di là scrisse cartelli oltraggiosissimi di sfida all’Anviti e a parecchi altri de’ cagnotti ducali; non n’ebbe neppure risposta. Ernesto di Valneve, cui teneva informato per lettera d’ogni suo passo, cui aveva pregato di venire a fargli da padrino, quando ne fosse il caso e che aveva accettato; Ernesto gli scrisse mettesse l’animo in pace, essere inutile sperare ancora una riparazione da quella gente, aspettasse dal caso o meglio dalla provvidenza l’occasione di una soddisfazione.

Ma al giovane il pensiero dell’insulto subito e non vendicato rimaneva sempre in mente come un rimorso. Passò quasi un anno. Il Piemonte si accingeva coraggiosamente alla spedizione di Crimea. Un’ispirazione venne ad Alfredo e la scrisse subito all’amico piemontese: «Voglio arruolarmi nell’esercito sardo e partire per la guerra contro la Russia. Il fuoco delle battaglie mi laverà ogni macchia, mi darà il battesimo di valore, di cui mi sento degno.»

Ernesto Sangré approvò dimolto quell’idea.

«Io pure fo parte di quella spedizione: ho l’onore di comandare la prima compagnia del primo battaglione dei reggimenti di campagna. Se non ti rincresce troppo non essere che un semplice fantaccino sotto i miei ordini, io potrei farti arruolare in questa che naturalmente mi pare la più bella, la più brava compagnia, e quella che avrà da farsi più onore di tutte.»

Come è facile a pensarsi, Alfredo accettò con gran gioia questa proposta, che effettuava un suo vivissimo desiderio; e affrettatosi a consentire, pochi giorni dopo giungeva finalmente in Torino, in quella Torino che aveva tanto desiderata, dove un segreto intuito gli diceva avrebbe avuto importanti avvenimenti la sua vita, si sarebbe deciso un giorno il suo destino.

Ma questa volta, egli non vi fece che un breve soggiorno, e la maggior parte del tempo che ci passò, lo visse nella caserma e in piazza d’arme all’istruzione militare. Fu però presentato da Ernesto alla famiglia, ed ebbe la fortuna di vedere tre o quattro volte la figura da Beato Angelico di Albina. La persona di lei non ismentiva il ritratto; la realtà non era da meno dell’immagine concepita dalla fantasia. Era qualche cosa di puro, di superiore, di caro, di adorabile. Non era ancora una donna, ma non era più una bambina: un modello d’angelo. Tutto era grazia, tutto candore, tutto serenità intorno a lei: una testina bionda, sopra la quale si cercava involontariamente il nimbo d’oro, dietro la quale vi pareva veder sempre lo sfondo del più bell’azzurro del cielo. Alfredo non le disse forse più che una dozzina di parole, non ne udì dalle labbra di lei neppure altrettante; ma l’immagine che già ne aveva incisa nel cuore s’impresse più profonda e più precisa, ma la soavità melodica di quella voce si stampò per non cancellarsene più nella più segreta e sacra parte della sua memoria.

Una persona vi fu che molto si commosse, che molto si spaventò della determinazione presa da Alfredo di andare a guerreggiare in Crimea, che tutto fece per levarlo da quel proposito, e questa persona fu Matteo Arpione.

Ma ogni suo tentativo rimase inutile innanzi alla fermezza di volontà del giovane. Pregò, pianse, invocò la memoria del padre e della madre di lui; nulla potè commuovere Alfredo, che finì per iscacciare di nuovo dalla sua presenza il vecchio e non permettergli più assolutamente di venirgli a parlare.

Quando il corpo di spedizione dell’esercito piemontese s’imbarcò a Genova, si potè notare un uomo, un vecchio, che il giorno in cui partì il primo battaglione del primo reggimento di campagna, stette continuamente sul molo, che seguitò collo sguardo umido di pianto le barche da cui i soldati erano condotti ai battelli, che tenne fissi gli occhi sul bastimento in cui prese luogo quel battaglione, che stette immobile a contemplarlo finchè esso si perdette all’orizzonte, che poi si riscosse, si asciugò le lagrime che gli calavano lente e come inavvertite giù delle guancie e tornò in città col passo e l’aspetto d’uno che abbia perduto il più caro oggetto dell’amor suo.

Quell’uomo era Matteo Arpione l’usuraio.

Il duca di Parma cadeva assassinato il 26 marzo 1854; la partenza del contingente piemontese per la guerra di Crimea avveniva negli ultimi giorni di aprile del 1855.

Saltiamo a piè pari quasi quattro anni da quest’ultima data e riprenderemo la miglior parte dei nostri personaggi e le fila del nostro dramma nella primavera del 1858.

FINE DELLA VENDETTA DI ZOE.

_Un altro romanzo, intitolato_ IL SEGRETO DI MATTEO ARPIONE, _darà il fine di questa storia_.

NOTE:

[1] Questo orribil fatto successe a Torino quando Carlo allora figliuolo del duca di Lucca vi militava.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.