La vendetta di Zoe

Part 28

Chapter 283,910 wordsPublic domain

Sull’angolo del Borgo S. Biagio alla strada di S. Lucia in due edifici posta di facciata, un superbo palazzo da una parte e un’umile casetta dall’altra, stavano aperte due finestre e ad ambedue delle persone che con ansietà stavano fissando lontano, più lontano che arrivasse la vista nella strada, per vedere chi veniva a quella volta; nel sontuoso palazzo era una donna, giovane, bella di tremenda bellezza, pallida come un avorio, con labbra rosse come il sangue che spiccia dalle vene, con occhi lucenti d’una fiamma infernale; dietro lei un uomo maturo, calvo, dal pelo rosso che le parlava ed a cui ella, tutta presa dall’attenzione che metteva a guardar nella strada, non rispondeva neppure: nella casetta un uomo giovane, robusto, dall’aspetto fiero, anzi in quel punto feroce, bianco anch’egli come un cadavere, una ruga profonda solcata nella fronte, le guance contratte: a due passi da lui una donna seduta, tremante, che stringeva al suo grembo tre bimbi e pregava e piangeva in silenzio.

Udito da Pietro Carra il suo tremendo disegno, la moglie no, non avea potuto smuoverlo da esso; non l’aveva tentato neppure a lungo, perchè conosceva il carattere del marito, perchè una vendetta la desiderava anche lei, e le pareva che il su’ uomo erigendosi a giustiziere e vendicatore degli oltraggi fatti a sè e a tutto un popolo, si elevasse a una grandezza che a lei ne imponeva, che ella doveva ammirare. Si mise a pregare, e la vista dei bimbi che le si serravano intorno fece che non potè trattenersi dal piangere.

Pietro le aveva narrato tutto. La sera stessa di quel giorno che egli aveva ricevuta dal principe la sanguinosa offesa per cui il suo onore esigeva imperiosamente vendetta, gli era stato ricapitato misteriosamente un biglietto che diceva:

«Se come crediamo, siete uomo d’onore, se siete un degno parmigiano, voi non tollererete l’affronto fattovi senza vendicarlo. E vi ha chi ve ne faciliterà, ve ne porgerà i mezzi. Trovatevi questa sera alla tal ora nel tal luogo e seguite l’uomo che vi verrà presso a dirvi: «il giorno della giustizia è venuto.»

Il sellaio si era trovato, era stato condotto alla segreta congrega, e là aveva udito che s’egli facesse il colpo avrebbe avuto una vistosa somma a sua disposizione, e i seguenti mezzi di scampo: alcuni complici appostati per la strada ch’egli avrebbe percorso fuggendo, a facilitargli il passo e sviare i persecutori se ne avesse avuti, un comandante di posto alla guardia di una porta della città, il quale non avrebbe badato a lui mentr’egli passasse, fuor di quella porta a un trar di pietra un carrozzino con un eccellente cavallo, su cui egli sarebbe salito, e tutte le altre disposizioni che già sappiamo pensate e prese all’uopo.

Pietro rifiutò sdegnosamente la somma; non voleva il prezzo del sangue; accettò tutto il resto. Tutte le opportune intelligenze furono subito stabilite all’uopo.

Il giorno prima di quello in cui siamo col nostro racconto, il sellaio aveva ricevuto un altro biglietto.

«Domani alle quattro pomeridiane passerà sotto alle vostre finestre. È il momento: tutto è pronto; la strada che avete da percorrere, la porta per cui uscire, la sapete. Coraggio! Si conta su di voi!»

Egli si era subito recato dal suo amico l’armaiuolo e lo aveva pregato di portargli il domattina a casa parecchie lame di pugnale con semplici manichi di legno da adattarsi a quella che egli avrebbe scelto: e si raccomandava perchè gli recasse le migliori possibili e non dicesse motto a nessuno.

Nella bottega sarebbe stato imprudente fare l’esame e la scelta dell’arma. Ludovico era venuto, Pietro aveva preso la più acuta, ben temprata lama a spigoli, e l’aveva fatta fermar bene entro il manico di legno; aveva imposto con giuramento il più gran segreto all’armaiuolo, e poi avvoltolata l’arma nel suo mantello, la teneva lì presso sopra una seggiola a un passo dalia finestra.

Le quattro erano suonate: fra i diversi passeggieri che spuntavano e percorrevano e sparivano per la strada che veniva a quel crocicchio, non uno che avesse pure una somiglianza con colui che tanto ansiosamente s’aspettava. La Zoe aggrottava in modo sempre più fiero le sopracciglia e rispondeva meno che mai alle parole di sir Tommaso; Pietro Carra si mordeva le labbra e bestemmiava fra sè. La moglie del sellaio pregava con maggior fervore. Ah! forse la poveretta pregava che quell’uomo, cui pure ella odiava, non venisse!

Se mancava, pei congiurati tutto era perduto; sir Tommaso avrebbe parlato e operato; si sarebbero fatti arresti e ogni cosa non avrebbe tardato a essere scoperta; se il duca veniva e il colpo falliva... ma si aveva fiducia nella forza, nel sangue freddo, nell’odio di Pietro Carra.

Ma non veniva!

Nell’elegante sala della baronessa Muldorff, un ricco pendolo, che suonava a ogni quindici minuti, battè le quattro e il quarto; la pseudo baronessa chiamò la governante.

— La carrozza è pronta? — le disse a bassa voce.

— Sì.

— Ebbene, va e porta subito in essa fin da ora il sacchetto dei valori. Mi ci aspetterai; fra venti minuti al più tardi ci sarò anch’io.

La governante partì.

Zoe era decisa, se fra un quarto d’ora il duca non fosse comparso, di abbandonar la partita; avrebbe con un pretesto qualunque lasciato solo sir Tommaso nel salotto e sarebbe scappata.

Ma a un punto vide trasalire l’uomo che stava alla finestra di facciata; si sporse in fuori e mandò anch’essa una piccola esclamazione.

— Che cosa c’è? — domandò l’inglese chinandosi egli pure sul davanzale a guardare.

— Il duca! — disse la donna coi denti stretti, ma facendo un grazioso sorriso.

Al fondo della strada vedevasi Carlo III di Borbone venir giù tranquillamente colla sua andatura dinoccolata, la testa in aria, agitando secondo il solito il suo frustino: al fianco gli camminava l’Anviti.

Pietro Carra si ritrasse vivamente dalla finestra: si coprì la faccia con tutte due le mani, e se le premette con forza insistente; poi d’un balzo fu alla seggiola dove erano il mantello e l’arma: impugnò questa, si gettò il mantello sulle spalle, si calcò il cappello in testa e prese l’aire verso la porta.

Pallida come una morta, gli occhi rossi, le labbra livide, gli si drizzò innanzi sua moglie.

Egli l’afferrò pur colle braccia immantellate, la strinse, ne baciò la fronte, gli occhi, la bocca.

— Giurami che sarai sempre degna di me, che farai degni di me i miei figli.

Ella non rispose che con un singhiozzo.

Pietro, con quella medesima frenesia, abbracciò i suoi figli, li baciò, li depose a terra, li respinse dalle sue gambe dove si serravano.

— Addio! — gridò con voce soffocata, e fuggì.

La donna cadde in ginocchio.

LXIII.

Carlo III dei Borboni di Parma se ne veniva giù della strada ridacchiando al solito coll’Anviti, squadrando con aria prepotente gli uomini, con isfacciata domestichezza le donne che incontrava per via. Quelli salutavano umilmente e si tiravano in mezzo della strada facendo largo, queste chinavano gli occhi e affrettavano il passo; egli lanciava dietro agli uni e alle altre qualche insolenza, qualche grossolano epigramma, qualche complimento offensivo come un’ingiuria.

A un punto il principe alzò gli occhi e vide alla finestra del palazzo laggiù la Zoe che si sporgeva in fuori a guardare verso di lui, a guardare proprio lui, a salutarlo da lontano con un cenno, con un sorriso.

— Ah ah! — esclamò ridendo, — la briccona ci aspetta con molta impazienza... Che diavolo di donna quella lì!

Si avvicinava sempre più a quel palazzo e teneva il viso rivolto in su a guardare la finestra.

— To’, guarda, — disse a un punto fra schernitore e disgustato, — c’è alle spalle della Zoe quello scimmione di sir Tommaso... Quell’animale è sempre il medesimo, malgrado gli annetti... Ma gli leverò io la voglia di averci il suo ripesco dove l’ho io stesso!

La faccia sempre più levata, fece un cenno mezzo scherzoso, mezzo imbizzito alla Zoe e all’inglese; in quella un uomo col cappello a cencio calato giù fin sul naso, avviluppato in un mantello le cui pieghe gli coprivano il volto, camminando ratto nella direzione opposta a quella che aveva il principe, si cacciò framezzo a costui e al colonnello Anviti che lo accompagnava, e passando urtò violentemente il duca.

Questi, che tutto inteso a guardare la donna al primo piano e farle cenni, aveva appena travisto quel passeggero, sentì come un fortissimo pugno datogli al ventre e abbassando il viso e lo sguardo, di subito incollerito, fece a percuotere col frustino l’insolente che lo aveva urtato; ma quell’uomo ratto scantonava lì presso e il duca poteva appena scorgerne ancora i lembi del mantello.

— Villano! — gridò il principe agitando il suo frustino inutile: — aspetta...

L’Anviti, che guardava pure in alto, non potè veder meglio l’audace aggressore di quello che aveva visto il principe.

— Che cos’è stato? — domandò.

E il duca nell’impeto della bizza, rosso ancora in viso:

— Uno scellerato che mi ha percosso... qui...

E portò una mano all’inguine.

L’Anviti prendeva l’aire per rincorrere quel petulante, quando il principe lo fece fermarsi con una specie di grido soffocato:

— Ah!... Colonnello!... Anviti!...

Questi si volse, Carlo III era diventato subitamente bianco come cencio lavato, rotava gli occhi con aria spaventata, si serrava il ventre con tutte due le mani e vacillava sulle gambe.

— Non fu una semplice percossa, — disse: — quel birbante mi ha ferito.

Levò dalla pancia una mano per sorreggersi al muro vicino: quella mano grondava di sangue, e lasciò la sua impronta sulla parete. Ma questo appoggiarsi non avrebbe bastato a tenerlo in piedi; il principe barcollò maggiormente e sarebbe caduto, se l’Anviti non si fosse affrettato a raccoglierlo fra le sue braccia.

— Ah! — gemette il ferito con un soffio appena di voce e le labbra che tremavano: — per me è bella e finita.

— No, no. Altezza: — disse l’Anviti, mentre volgendosi ai pochi passeggeri che si trovavano nella strada in quel momento li richiedeva d’aiuto.

Ma i cittadini, cui la curiosità faceva fermare, si tenevano alla larga, incerti di quello che era avvenuto e timorosi di poter capitar male accostandosi.

L’Anviti, che pareva aver perduta la testa, gridava a tutti coloro che stavano guardando con occhi larghi a dieci passi di distanza:

— Presto!... Un infame ha ferito Sua Altezza... Correte... pigliatelo... arrestatelo... ammazzatelo.. Correte pei gendarmi... correte per un medico... alla Corte... alla Polizia... Aiutatemi a trasportarlo in qualche luogo.

Nessuno si moveva.

Un uomo venne correndo in aiuto del colonnello; era sir Tommaso W...

Dalla finestra a cui stavano egli e la Zoe avevano visto l’uomo dal mantello passare in fretta presso al principe, ma l’atto era stato compito così rapidamente, che non s’erano accorti del colpo dato. La donna credette un momento che sul migliore il coraggio fosse mancato a quell’uomo ed egli fosse fuggito senza nulla tentare; ma quando vide il duca fermarsi, vacillare, sollevare la mano sanguinante, ella capì che finalmente il suo lungo, feroce desiderio era soddisfatto, e drizzandosi della persona mandò un’esclamazione che poteva sembrare di meraviglia, di terrore, di addoloramento ed era di gioia crudele. L’inglese si accorse anch’egli di quel ch’era avvenuto e mandò, lui, un vero grido di affanno e di spavento; poi si precipitò giù per le scale a volare in soccorso del ferito.

— Ah, sei tu... Tommaso? — balbettò, vedendolo, il duca colle labbra livide e gli occhi smarriti. — M’hanno conciato per le feste.

Fra tutti due, l’Anviti e il W..., sollevarono il principe; nessuno venne ad associarsi alla pietosa opera loro.

— Lo portino di sopra da me, nella mia casa per intanto! — disse alle loro spalle una voce di donna.

Era la Zoe, che discesa ancor essa, guardava attentamente, fisamente, la faccia scialbata, i lineamenti contratti, gli occhi spaventati del principe.

I due cortigiani accettarono il suggerimento dell’avventuriera e trasportarono su nel quartiere di lei il sovrano trafitto.

Quando fu adagiato sopra un sofà in quella medesima sala, dove pochi giorni prima il suo frustino, che doveva riuscirgli così fatale, aveva segnata una riga rossa sul collo della donna, questa, che sola aveva conservata la freddezza della sua ragione, disse ai due uomini:

— E ora non conviene perder tempo, correte a chiamare un medico ed avvertire la duchessa.

— E un’altra cosa ancora: — aggiunse sir Tommaso: — mandare ordine subito che si chiudano tutte le porte della città e non si lasci più uscir nessuno senza che dia buon conto di sè.

Il duca, che giaceva abbandonato col capo sui cuscini, stringendosi sempre colle mani la squarciatura del ventre, da cui traverso le dita gocciava abbondante il sangue a macchiare la seta del sofà e il tappeto persiano del pavimento, il duca aprì un momento gli occhi che teneva semichiusi e agitò le labbra sempre più allividite, come se volesse parlare; tutti tre i presenti chinarono le loro orecchie sul giacente, ed egli con voce che appena poteva sentirsi, susurrò a stento:

— Sì... arrestate colui... a ogni modo... voglio almeno sapere da chi mi viene il colpo.

Zoe fece uno strano, quasi feroce sogghigno, ma nessuno lo vide: il conte Anviti giurò che egli e i suoi gendarmi non avrebbero avuto requie finchè non avessero posto la mano su quel sacrilego, e sir Tommaso prese il cappello per correre a dare gli ordini accennati.

— Correte presto — aggiunse la Zoe, — correte dal Pancrazi; egli saprà far tutto il meglio che si può.

L’Anviti e l’inglese volsero uno sguardo al principe che aveva richiuso gli occhi e gemicolava sommesso.

— Ah non temete: — riprese con calore la donna: — veglierò io sull’augusto infermo, e mi sento capace di fargli una prima fasciatura alla ferita io stessa.

Ella accompagnò, quasi spingendoli, i due cortigiani fino alla soglia della sala, ne richiuse l’uscio alle loro spalle, poi si volse a guardare il principe che respirava affannosamente, gli occhi sempre chiusi. Erano soli essa e lui; gli occhi della donna sfavillarono della loro luce infernale, e a passi lenti quella terribile odiatrice si accostò alla sua vittima.

Un’altra donna intanto lì presso, nella casa di faccia, spasimava di pena, di ansietà, di spavento: la moglie di Pietro Carra.

Era rimasta in ginocchio accasciata, con intorno i bambini che piangevano, sbalordita, tramortita; ma subito il pungente pensiero l’assalse di sapere quel che avveniva: avrebbe voluto alzarsi e mettersi alla finestra, ma gliene mancavano le forze, sentì che le sarebbe fallito il coraggio: si drizzò un po’ così della persona e tese quanto poteva le orecchie a udire, a cogliere ogni menomo rumore che salisse fino a lei dalla strada. Primamente le parve avvertire delle esclamazioni, poi un susurro che veniva crescendo, poi uno scalpito sempre più numeroso di passi e un vocìo di ciarle animate: qualche cosa era successo; e in questo qualche cosa le pareva di non notare nulla che le annunziasse la più temuta delle disgrazie, l’arresto del suo uomo. Si fece animo, si alzò lentamente, lentamente si avvicinò alla finestra; ardì gettare nella strada uno sguardo.

Innanzi al portone del palazzo abitato dalla Zoe, innanzi al muro su cui s’era stampata la mano sanguinosa del duca, intorno ai piccoli guazzi di sangue in terra si era venuta raccogliendo una calca, che discorreva, gesticolava, con meraviglia, con animazione, con nessuna menoma apparenza di dolore. Da quelle parlate così vivaci che lì si facevano, una frase giunse sino all’orecchio della povera donna e la consolò tutta; essa diceva:

— Il feritore è fuggito, e non lo piglieranno sicuro!

La donna prese i figli suoi, li trasse a sè e abbracciandoli stretti nascose la sua fra le loro testoline innocenti.

LXIV.

La Zoe, rimasta sola col principe ferito, s’accostò adunque a passi lenti verso di lui, circuendolo col suo sguardo pieno di maligno trionfo e di odio feroce.

Si fermò a un passo di distanza, si curvò innanzi verso il giacente che ansimava cogli occhi richiusi, e con voce esageratamente affettuosa e melliflua, che contrastava orribilmente colla malvagia espressione della fisonomia, domandò:

— Come si sente, Altezza?

Il principe scosse lievemente il capo abbandonato sui cuscini, sulla cui fronte il sudore dello spasimo imperlava la cute e bagnava le ciocche dei capelli arruffati, fece un sogghigno pieno di amarezza disperata che si convertì in una smorfia di dolore, ma non aprì neppure gli occhi e non rispose altrimenti.

— Voglio sperare che la ferita non sarà molto grave, — continuò la donna col medesimo accento: — e V. A. sarà conservata all’amore de’ suoi sudditi.

Carlo III sentì forse in queste ultime parole l’ironia del concetto, ironia che pure da chi parlava era stata dissimulata nella voce? Il vero è ch’egli socchiuse gli occhi e saettò d’una ratta sguardata la donna: ma questa aveva in quel punto chinato il viso verso la ferita che il duca seguitava a serrarsi colle mani, ed a lui fu così nascosta ancora la maligna gioia di lei. Le palpebre grevi non tardarono a ricadere sulle pupille stanche già appannate, che cominciavano a vedersi calare dinanzi il velo d’una nebbia.

— Lasci che io esamini la sua ferita, — ripigliava la Zoe, scartando intanto subito con una certa forza le mani del duca: — qualche cosa me ne intendo: e chi sa che prima ancora della venuta del medico io non possa farle alcun che da recarle giovamento.

Con agilità e prestezza degna veramente d’una mano di donna, sbottonando, sciogliendo e tagliando i panni addosso al trafitto, pose a nudo il ventre del principe e raccapricciò di ribrezzo e di orrore. Dalla ampia e profonda ferita, non più contenuti, uscivano e visceri e sangue e materie: non potendo vincer subito quel primo senso di orribile ripulsione, ella si arretrò d’un passo con un’esclamazione soffocata: il duca aprì di nuovo, a stento, gli occhi, volle parlare, ma agitò vanamente lieve lieve le labbra livide e nessun suono ne uscì.

La Zoe gli tornò presso presso.

— Vuol dirmi qualche cosa? — domandò sempre coll’accento amorevole, chinandoglisi sopra.

Il principe, che aveva richiusi gli occhi, mosse ancora poco poco le labbra senza poter mandare una voce.

— La parola non le vien più? — continuò la donna sempre nella medesima guisa.

L’infermo fece segno che era davvero così.

Allora quella donna feroce cambiò affatto accento e lo fece compagno alla scellerata espressione del volto e degli sguardi.

— E non ti tornerà più la parola, o disgraziato! — esclamò in uno scoppio di trionfo feroce: — e io posso parlare impunemente, perchè ciò che udrai ora da me non lo potrai più ripetere a nessuno.... fuori che alla morte, la quale fra minuti verrà a prenderti, fuorchè a Dio, se pure esso esiste.

Carlo III ebbe una scossa in tutto il corpo; spalancò quasi spaventato gli occhi, ma la vista del volto di quella furia gli fece paura e s’affrettò a richiuderli; tentò ancora parlare, ma non gli venne fatto più di prima, e ogni suo sforzo si consumò in un gemito doloroso.

— Sì, — continuava la donna, — io me n’intendo abbastanza di ferite per dirti che la tua non ti lascia che pochi minuti di vita: e in questi pochi minuti io voglio pure soddisfare il desiderio che hai manifestato testè: quello di sapere da qual mano ti viene il colpo, e di morire almeno conoscendo chi devi ringraziare del servizio. La tua morte l’hanno desiderata moltissimi; può dirsi tutti i tuoi sudditi di cui tu hai fatto sempre sì barbaro governo; l’hanno voluta, meditata e preparata parecchi, anche di quelli che t’accostavano, che erano presso a tua moglie... Vuoi che te ne nomini uno?... Il conte X...

Il duca fece di nuovo un movimento, e di nuovo venne a piegare le labbra già quasi irrigidite l’amaro sogghigno di poc’anzi.

— Ma tutti costoro, forse, non sarebbero approdati a nulla, se una volontà più tenace, un’arte più accorta, un odio più accanito non fossero venuti a raccogliere gli sparsi conati, a indirizzare, guidare, decidere, eseguire: e quest’odio, quest’arte, questa volontà, tu li hai incarnati dinanzi in questa donna che da più di sette anni matura la sua vendetta.

Nuovo movimento nel moribondo, sulla cui fronte s’adombravano leggermente i sensi di terrore, di rabbia, di spasimo che dovevano tormentargli l’animo e a cui non poteva in nissun modo dare manifestazione nè sfogo.

— Tu domanderai a te stesso: vendetta di che?... tu avrai certo obliato tutto; non ricorderai che un giorno io mi trascinai ai tuoi piedi supplicandoti per la vita d’un uomo... d’un uomo che era il mio unico amore, che era tutto il mio bene, che era il mio Dio.... e che tu hai riso di me, mi hai schernita colle tue oltraggiose piacevolezze, colle tue principesche scurrilità, colle tue oscene insolenze, e che quando fosti stanco di ridere del mio dolore e delle mie lagrime, mi hai fatta scacciare dai lacchè proprio come una donna perduta, come una creatura abbietta che sporcasse l’onorabilità, la santità della tua casa che tu facevi ricettacolo dei tuoi vizi infami. Vedi! Da quel momento, io mi sono trascinata pel mondo, aggravandomi la coscienza di ogni male, d’ogni scellerato inganno, d’ogni delitto, sempre fissa la mente a uno scopo solo: vendicarmi di te. Sono andata a cercare dappertutto nemici tuoi che fossero capaci d’essere stromento della mia vendetta. Da quel momento sai il mio sogno quale fu sempre? Quello d’un’ora come questa: di poterti avere qui, meco, moribondo, e io accompagnarti l’anima al passo fatale colle mie imprecazioni, colla mia maledizione, che riunisce e concentra le maledizioni di tutto un popolo.

Si fermò un momento come per pigliar fiato: il principe era diventato ancora più pallido, le ciglia abbassate gli tremavano un poco, le labbra avevano delle leggere contrazioni, le rughe della fronte parevano incidersi più profonde: erano gli unici segni esteriori che potessero avere lo spasimo, la collera, la disperazione che tormentavano orribilmente, con dolori d’inferno, quell’anima innanzi allo spavento della morte.

La donna ripigliava:

— E quel momento è venuto!... Non ho creduto mai in Dio finora.... Sai che comincio a crederci, poichè vedo esauditi i miei voti?... Io t’ho fatto uccidere, Carlo Borbone, ma vuoi tu conoscere di chi sia la mano che t’ha così rabbiosamente colpito?... Quella mano sei andato tu stesso a suscitarla con quel tuo ignobile frustino con cui me pure hai percossa, qui, pochi giorni sono: quella mano fu di Pietro Carra.

S’udì in questo punto rumore di passi e di voci nelle stanze vicine. Zoe si drizzò della persona, strinse al seno le braccia incrociate e disse con una crudele ironia:

— Vengono! Saranno i tuoi cagnotti. Or via, parla e denunzia i tuoi uccisori, e abbi il piacere almeno di morire sapendoti vendicato.

L’uscio si spalancò ed entrarono solleciti il colonnello Anviti e il medico di Corte.

— Altezza! — gridarono ambedue precipitandosi verso il malato: — come sta?

Il duca sollevò a stento le palpebre, guardò l’uno e l’altro con pupille velate, ma non potè nè far cenno, nè pronunziar parola.

— Tutti i provvedimenti son dati perchè il tristo sacrilego assassino non possa sfuggire: — disse l’Anviti, mentre il medico esaminava la ferita. — Pancrazi ha fatto chiudere tutte le porte, e intanto mi ha incaricato di pregar subito V. A. a dirci se potrebbe indicare qualche connotato di lui.

Carlo III scosse con moto appena visibile il capo.

Il medico si alzò, si volse all’Anviti, e con un cenno del capo e un moto delle spalle significò che non c’era la menoma speranza.

— Le faccio subito una fasciatura, — disse frattanto, — e per ora non bisogna moverlo di qui.

Aveva appena finito queste parole, che l’uscio s’aperse ed entrò un gentiluomo.

— La duchessa, — disse, — mi manda a prendere notizie di S. A.: e coll’ordine di farlo trasportare subito a palazzo.

Quel gentiluomo era il conte X.

Il duca gettò verso di lui di mezzo alle palpebre socchiuse uno sguardo strano.

— Scusi, — rispose il medico: — per ora S. A. non si può trasportare.