La tratta dei fanciulli

Part 8

Chapter 83,706 wordsPublic domain

S’immagini ognuno lo stupore, l’allegrezza, la follia che lo invasero, quando il servo del signor De-Mauve gli portò la lettera che conosciamo... Egli non sapeva trovarsi più, non poteva spiegarsi come suo padre avesse così presto scoperto il suo ritiro, e dicesse per giunta di saper tutto; molto meno poi concepiva come un uomo rigido e severo quale il signor De-Mauve potesse scrivere quel «ripareremo» pieno di tanta bontà e di tante promesse. Comunque, Gabriele vedeva la cosa bene incamminata e suo padre mezzo preparato, il consenso certo, l’avvenire felice, e dava per la sala balzi di gioia. Correva da Stefanella a leggerle e rileggerle la lettera, la commentava con lei e fabbricavano insieme tutti i castelli in aria della primavera e dell’amore.

Gabriele non volle indugiare un minuto ad ubbidire all’invito paterno, e baciata sulla cima dei capelli la sua Stefanella, si mosse per Parigi.

— Ma tornerai presto — gli disse trattenendolo per mano la fanciulla, subitamente assalita da un inesplicabile timore.

— Stassera stessa! a qualunque costo... A rivederci... È uno scherzo della nostra felicità che nell’atto di venire si trastulla a disturbarci. Ma ti lascio qui l’anima mia.

E con queste parole balzò in carrozza e si fe’ condurre alla casa di suo padre.

Questi lo attendeva nel suo studio. Quando lo vide entrare gli andò incontro per stringergli la mano, e modellando le labbra ad un sorriso affabile, insolito su quella bocca, gli disse:

— So tutto, ma compatisco e perdono... Stefanella sarà tua... un giorno... Ora non potresti sposarla... Prima devi farti un nome ed una carriera...

— Padre mio! — balbettò Gabriele metà sorpreso di quella bontà, metà spaventato da quella sentenza.

— Sì, Gabriele... Io proteggerò la fanciulla, la terrò per mia figlia... finchè tu ritorni.

— Ritornare?... dovrei dunque partire?

Il padre fe’ cenno col capo di sì...

— Oh mai, proruppe il giovane.

— Allora la perderai... Io non darò mai il mio consenso al matrimonio di un ragazzo con una bambina. Fàtti uomo, matura nel lavoro il tuo proponimento, acquista un grado ed un titolo sociale e allora io benedirò la vostra unione, senza guardarmi addietro, senza cercare se la fanciulla sia una zingara o una contessa, senza chiedere nemmeno dove sia nata...

— Ma... quanto dovrebbe durare questo esiglio di prova?..., si peritò a dire Gabriele che già cominciava a guardare la proposta di suo padre sotto un nuovo aspetto...

— Oh!... un paio d’anni al più... Ma forse anche meno. Ciò dipenderà da te....

— E Stefanella? Chi penserà ad essa?

— Io, ti dico. Non ti fidi della parola di tuo padre? Io, finchè sarò vivo... il mio testamento, se morissi.

— E... dove dovrei andare?...

— Parte stanotte istessa lo stato maggiore generale della spedizione di Crimea... Io ho già potuto ottenere che tu come baccelliere in matematica ed istruito nelle lingue orientali, avresti potuto seguitarlo come aggregato volontario. È il principio d’una strada che ti può condurre lontano. In Francia l’impero è militare ed è la sciabola che comanda. Tu sarai alla guerra e non la farai; gli stati maggiori non vanno alla mitraglia. È uno splendido e sicuro avvenire che ti preparo e... e Stefanella come corona dell’edificio.

Gabriele stava ad ascoltare rattenendo i battiti del cuore, a testa bassa, cogli occhi fissi sul pavimento, quasi cercandovi un’ispirazione... Alla fine dopo una pausa proruppe:

— E dovrei partire stanotte?

— Stassera fra due ore....

— Senza rivedere Stefanella.... Oh questo è impossibile....

— Dovrai forse fare anche questo sacrificio. Tu non puoi tornare a Romainville; non hai che il tempo per fare i preparativi del viaggio e recarti a visitare il colonnello X.... che sarà il capo della tua sezione.

— È impossibile come un delitto, replicò Gabriele....

— Ma è anche impossibile far due cose insieme.... facciamo una prova, se lo vuoi. Mandiamola a prendere.... Essa potrà ancora venire in tempo almeno per salutarti.

— Verrà in tempo?... chiese Gabriele, e voi me lo assicurate?

— Te lo assicuro. Manderemo i migliori nostri cavalli... in un’ora e mezza non vuoi che siano di ritorno?

— Me lo promettete, padre mio?

— Te lo prometto.... Ora scrivimi un biglietto per la fanciulla.

— Non sa leggere, fece Gabriele abbassando gli occhi; basterà gli diciate di venire in nome mio a casa vostra. Ella sa che io sono venuto qui.

— Sta bene, faremo così.... e chiamato lo stesso servo che aveva portato al mattino il biglietto a Gabriele, gli diede tutti gli ordini necessari per questa seconda spedizione....

— E, ventre a terra, soggiunse De-Mauve quand’ebbe finito.

Gabriele non poteva ancora rendersi conto di quello che gli accadeva o stava per fare, e in mezzo al vortice di dubbi, di ragionamenti e di terrori nel quale nuotava, un dilemma chiaro, inesorabile, minaccioso sormontava e diceva: «O restare e perdere Stefanella, o partire e conquistarla».

E intanto che nella agitata mente cercava indarno un’uscita, una fuga a codeste tenaglie nelle quali si sentiva da poche ore serrato, faceva macchinalmente quelli che suo padre chiamava i preparativi del viaggio e andava a far visita al suo futuro colonnello.

Questi lo accolse oltre ogni dire cortesemente e, dietro un cenno impercettibile che il signor De-Mauve gli fece, disse:

— Sono ben felice d’avervi con me, signor Gabriele. Vi prendo subito per mio segretario e passerò io stesso colla mia carrozza a prendervi per condurvi alla stazione.

In tutte queste bisogne, l’ora era già passata; non c’erano più che pochi minuti e Stefanella non era ancora arrivata. Gabriele era sopra brage ardenti: protestava che non sarebbe partito senza vederla, che sarebbe stato un tradimento, che avrebbe messo sossopra il mondo.

— Fanciullaggini, rispondeva il padre; non mancano che venticinque minuti e ce ne vogliono già quindici per arrivare alla stazione. Fra poco il colonnello sarà qui colla sua carrozza.... lascieremo ordine che Stefanella sia condotta alla stazione. Verrà a salutarti là.

— Salutarla!... salutarla non basta.... voglio chiederle quel che pensa di me.... come sopporterà questa partenza improvvisa.... questa lunga lontananza, se mi amerà anche lontano.

— È qui il colonnello interruppe il padre, sentendo il fragore d’una carrozza in cortile.

— O Stefanella, replicò Gabriele correndo alla finestra.

— Il signor colonnello X, annunziò un servo.

Il colonnello entrò frettoloso senza attendere, dicendo:

— Partiamo!... partiamo, signori, non abbiamo un minuto da perdere.... _Milizia_ vuol dire _puntualità_, e chi arriva ultimo in guerra perde sempre.

E così dicendo si voltava per uscire di nuovo.

— Siamo a’ suoi ordini, signor colonnello.... Vero, Gabriele? rispose De-Mauve pigliando pel braccio il figliolo e traendolo verso la porta.

Gabriele non ci vedeva più: non aveva forza nè di resistere, nè di parlare, nè di risolversi; andava come un automa giù per le scale, come un automa fu messo in carrozza e portato di carriera alla stazione della strada ferrata del Mezzogiorno.

Durante la strada però aveva ripresi i sensi e la volontà e smontando davanti alla porta della stazione si piantò col piglio il più risoluto in faccia a suo padre e al colonnello e disse:

— Signor colonnello.... io non posso partire, se non ho veduto almeno un istante una fanciulla che amo. Mio padre me l’aveva promesso, e se egli non può adempire questa promessa io pure ritiro la mia parola.... e resto!... Non ci sarà forza umana che mi faccia smuovere da questo proposito.

La dichiarazione era categorica, e il volto, la voce, il gesto di chi la faceva non parevano ammettere replica. Da ogni accento si sentiva parlare il proposito della disperazione.

— Ecco Stefanella!... fece il padre voltandosi ad accennare una carrozza che arrivava in quel punto in mezzo a molte altre alla stazione.

— Ed ecco il segnale della partenza, fece il colonnello; signori io vado.... resti chi vuole.... il dovere anzi tutto.

Stefanella in quel momento scendeva da carrozza. Gabriele s’era slanciato incontro a lei e lì, in mezzo a quella folla di soldati, di cocchi e di cavalli, l’abbracciava stretta e le diceva:

— Devo partire.... ma per tornare.... per esser tuo per sempre.... Stefanella non capiva nulla, ma si sentiva svenire di dolore e aveva appena la forza di articolare una parola:

— Partire.... partire....

— Sì... ma tornerò.... addio.... mi vorrai sempre bene?

Stefanella non parlava più; le labbra illividite le tremicchiavano convulsamente, ma non poteva cavarne un solo accento. Rispondeva col capo automaticamente di sì.... ed era bianca come una morta.

L’ultimo squillo della partenza suonò. De-Mauve lo fece intendere a Gabriele, il quale alzati gli occhi in faccia a suo padre e coll’accento della più profonda ambascia gli disse,

— Voi la proteggerete, padre mio.

— Lo giuro, disse De-Mauve, col tuono solenne d’un santo.

Allora Gabriele, sferratosi dalle braccia della sua vergine, montò sul convoglio e partì. Stefanella lo intravide allontanarsi, diè un gemito leggiero come quello d’una colomba percossa nel mezzo del cuore e cascò priva di sensi.

De-Mauve la fece raccogliere e portare nel legno col quale era venuta: sussurrò una parola al suo cocchiere e, montato in un’altra carrozza, disparve.

Stefanella risensò soltanto quando la carrozza si fermò e le fu detto di dover discendere per montare in un altro legno. Essa era come ebete e macchinalmente ubbidì. Solamente quando fu nella seconda carrozza chiese al cocchiere che chiudeva lo sportello:

— Dove mi conducete?

— A casa vostra, disse sogghignando il sinistro auriga, e partì anch’egli al galoppo.

XXIV.

Era notte. Le case passavano via nelle tenebre innanzi alla rapida carrozza e non permettevano alla fanciulla di orientarsi. Vedeva però abbastanza per capire che faceva una strada diversa da quella ond’era venuta, e in cuor suo dubitava.

A un tratto, giunta in un luogo ampio e deserto che pareva una piazza, la carrozza si fermò e Stefanella fu fatta smontare. Ella smontò replicando ancora al cocchiere:

— Dove mi conducete?

— A casa vostra, ripeto, fece il cocchiere collo stesso sogghigno e additando le negre e luride muraglie dello stabilimento Maubert che si rizzava di fronte....

La fanciulla aprì gli occhi; osservò, riconobbe il luogo, formulò colla rapidità del terrore disperato un ragionamento, congiunse mentalmente le cause agli effetti, la partenza di Gabriele al suo ritorno in quell’orrido chiostro, e tramortì di nuovo....

La poveretta non si era sbagliata: svegliandosi, anzi svegliata dalla ruvida scossa dell’aguzzino, si trovò in uno dei covili della spelonca Maubert.

— Su, contessina... svègliati che sei aspettata a far nottata altrove.... T’abbiamo fatta venir qui solo per regolarità della ricevuta... ma il tuo collegio d’ora in poi è un altro... e ci si sta allegri.... vedrai! È un bagordo di giorno e di notte.... ma un pochino più di notte.... Prima però devi mettere giù questi fronzoli.... Sono dell’amministrazione e non deve essere frodata.... e così dicendo accennava i pendenti, la gonnella e gli altri ornamenti del vestito di Stefanella.

Essa ascoltava ancora, ascoltava sempre senza rendersi ragione di quello che le accadeva. D’altronde le emozioni che l’avevano percossa da un’ora in poi erano state così forti, che la facoltà di intendere e di sentire era in lei spenta.

— Spògliati dunque, fece l’aguzzino. Sì, spògliati!... O che questi gingilli sono suoi?... presto!... su!... presto, dico!... e già le poneva le mani sul corpo per levarle di dosso le vesti che madama Mouchard le aveva fatto fare per la pubblica rappresentazione. Stefanella corse colla mano a far riparo al suo seno, ma fu indarno; l’aguzzino, aiutato dalla Pica, sempre pronta ai martirii altrui, ridusse brutalmente ignuda la povera vergine e gettandole ai piedi un cencio di vecchia gonnella che avea coperta una morta del mattino, le disse:

— Mettiti questo ora, e partiamo. Se in collegio ne guadagnerai, ti vestirai di nuovo.

Stefanella si coperse di quel funebre drappo che le avevano dato e al secondo comando dell’aguzzino si mosse per partire. Di fuori aspettava la stessa carrozza che l’aveva condotta; ella vi fu fatta montare; vi si posero ai fianchi l’aguzzino e la Pica e partirono insieme per un’altra meta ignota.

XXV.

Nella notte stessa in cui accadevano questi avvenimenti, Carluccio entrava per la porta di Montreuil a Parigi. Aveva promesso tornare a vendicare Stefanella e scioglieva la sua promessa. Per tre mesi aveva covato e maturato il suo disegno, tacendo, dissimulando, mentendo, divertendo la folla, mostrandosi contento, adulando i suoi padroni, entrando nelle loro grazie, conquistando la loro fiducia, divenendo il beniamino della compagnia, colla stessa astuzia, la stessa segretezza e la stessa pertinacia con cui il negro condannato alle piantagioni d’America e col quale aveva, meno il colore, tanta comunanza di dolori e di servitù, medita la fuga e la consuma.

Ma fuggire per Carluccio non era difficile; difficilissimo invece era fuggire senza essere raggiunto ed arrestato. Però tutto il problema per il Calabrese consisteva nel mettere fra sè ed i suoi padroni almeno 24 ore di strada. Invece la fortuna gli arrise tanto che egli potè mettervi tutto l’oceano.

Infatti la sua compagnia vedendo dimagrare ormai gli affari in Francia, aveva deciso andare a tentare la fortuna in quel paese dove vanno tutti i disperati, in America. Ed eccola tutta raccolta sul ponte di un battello a vapore che dovea partire la notte stessa dall’Havre per Nuova York. Carluccio capiva che non aveva più un minuto da perdere e guai per lui, se il bastimento fosse salpato: egli non avrebbe forse più riveduto la Francia. Però il tentativo, che aveva fino allora protratto di giorno in giorno per renderlo più sicuro, decise compierlo quella notte, a qualunque costo.

La partenza era fissata per le 11, ma fin dalle 10 tutta la comitiva del saltimbanco era già a bordo, sdraiata qua e là sul ponte e quasi tutta addormentata. Quello che pareva dormire più profondamente era Carluccio; egli s’era cacciato fra le gomene e le àncore di prua e non lo si vedeva nemmeno. I marinai erano attenti ai preparativi della partenza, i saltimbanchi russavano e nessuno badava a quel ragazzo, rannicchiato in mezzo agli ingombri del bastimento. Ma Carluccio non dormiva e dagli occhi socchiusi sorvegliava tutti i moti della gente che aveva d’intorno. E allora, quando si vide ben solo, côlto il destro, si calò per la corda dell’àncora giù in mare, e nuotando sott’acqua fin che fu in mezzo ai bastimenti del porto, andò a riuscire poco lontano da esso, alla riva. Mentre toccava terra, il bastimento si metteva in moto e usciva a tutto vapore dal porto. La mattina vegnente, svegliandosi in alto mare il saltimbanco cercò di Carluccio nella sua nicchia e non lo trovò più.

Carluccio intanto aveva fatto quasi venti miglia sulla strada di Parigi. Avendo meditato lungamente la fuga, aveva anche potuto mettere assieme tanto di denaro che gli potesse bastare per le spese del viaggio. Così, senza incidenti notevoli, giunse, come dicemmo, la notte del sesto giorno alle porte della capitale.

Prima, unica sua cura, era naturalmente cercare di sua sorella, e per abbreviare le ricerche, decise muovere di filato verso lo stabilimento Maubert, dove pensava o l’avrebbe trovata ancora o avrebbe raccolti gl’indizii della sua nuova dimora. Però, entrare nello stabilimento non gli pareva prudente, potendo avvenire che, invece di liberar la sorella, cadesse egli stesso in un agguato e tornasse prigioniero. Risolse quindi aspettare sull’angolo della piazza che qualche persona a lui nota gli passasse vicino.

Poteva essere alla posta da circa mezz’ora quando vide arrivare una carrozza, arrestarsi poco lontano dalla casa Maubert e scenderne due persone, un uomo e una donna. Carluccio dal suo nascondiglio tese gli occhi e gli orecchi per scoprire chi erano, e non tardò a riconoscere il capo aguzzino e la Pica. Egli si sentì rimescolare il sangue, ma poichè i due parlavano, egli raccolse tutto il suo fiato e stette ad udire.

— Anche la Calabrese è andata, disse la donna.

— E tutto per merito tuo, rispose l’uomo con un sorriso che pareva tolto a prestito dal demonio.

— Merito del mio odio, replicò la Pica, intanto che faceva un passo per entrare nello stabilimento.

Carluccio aveva udito abbastanza e con uno slancio si trovò in faccia ai due interlocutori prima ancora che essi avessero potuto capire donde era sbucato.

— Voi parlavate di Stefanella — urlò il giovine — dov’è Stefanella?

— Carluccio!... — sclamarono insieme i due sorpresi.

— Sì!... Carluccio che viene a chieder conto di sua sorella e vi strozzerà qui entrambi, se non gliela rendete. E compiendo coll’atto la parola afferrava i due per la gola, uno per mano e li atterrava sotto il suo ginocchio. L’aguzzino e la Pica rantolavano dentro il pugno di Carluccio come due volpi prese alla tagliola, ma il furente atleta non lasciava loro alcun attimo di respiro e li investiva con quest’unico grido: — Mia sorella?... dov’è mia sorella?...

L’uomo resisteva ancora e non fiatava, ma la Pica più debole e ormai esausta di forze, accennava colle labbra palpitanti di voler parlare. Carluccio, essendosene accorto, allentò la mano e le lasciò tanto respiro quanto le bastasse per poter pronunciare la parola. E per udirla meglio, abbassò l’orecchio sulla bocca della sua prigioniera e stette ad aspettare. Di lì a poco colla voce affiochita d’una morente la fanciulla balbettò un nome mostruoso che strappò a Carluccio un urlo di orrore e gli fece ribollire nel sangue le fiamme, fino allora signoreggiate, del furore. Egli rivide ad un tratto le persecuzioni della Pica, il suo spionaggio, le verghe inflitte a sua sorella ignuda, tutti i patimenti e le vergogne di cinque anni, e lasciando per un istante il collo dell’aguzzino che teneva colla sinistra, afferrò con ambe le mani la gola della donna e con una stretta finale e disperata le fece schizzar fuori gli occhi e la vita. Poi, senza nemmeno più pensare all’altro suo prigioniero, si alzò e si diede a correre forsennato nella direzione che la parola della Pica gli aveva indicato.

Egli non ignorava, per fama, quell’orrendo luogo e dopo una breve corsa vi si trovò di faccia.

XXVI.

Può il liberatore salire la scala della gogna per strapparne la vittima, può la giustizia avventurarsi nelle rôcche del delitto per atterrarlo? Deve la filosofia umana gettare lo scandaglio in tutti i misteri e la patologia sociale mettere il cauterio su tutte le cancrene?... È egli vero che la virtù stia nel _conoscere_, e che soltanto dal cozzo del male e del bene emani quella scintilla che nella morale è verità, e nell’arte è poesia? Se tutto ciò si può, se devesi, se è vero, se Omero dipingendo Troilo fa amare Achille, se Edipo rappresentando Fedra fa comparire Ippolito, se Dante descrivendo l’inferno fa desiderare il paradiso, se Lady Macbeth fa pensare a Giulietta, se il peccato di Fantina rende più sublime l’innocenza di Cosetta, se Cristo che si circonda di lebbrosi e di peccatori sale tant’alto da parere divino, allora l’arte è governata dalle stesse leggi della morale ed essa ha il diritto di spaziare dappertutto, dove lo può il bene per combattere il male, la luce per diradare le tenebre, l’ideale per circoscrivere il reale, lo spirito per conquidere la materia. Dappertutto, ma ad una sola condizione: che essa non perda mai il pudore delle ciglia e della parola, che la sua veste quanto più s’inoltra nel fango tanto più sia casta e severa, che essa illumini tutte le miserie di questo mondo, ma dal posto delle stelle.

A queste condizioni, con questo intento, la nostra musa seguirà a occhi bassi e inorridendo i passi di Carluccio affinchè possa dire scendendo le orride scalèe: «ho liberato dall’ignominia uno spirito immortale».

La porta s’era spalancata davanti a Carluccio come davanti al primo che passa. _Poichè il primo che passa è il cliente._

Appena dentro udì un gran tumulto per le scale e uno scambio di urli, di bestemmie e di singhiozzi e indi a poco una fanciulla atterrita e scarmigliata corrergli incontro a precipizio, inseguita da un uomo e da una schiera di femmine.

Carluccio alzò gli occhi sulla fuggente, la riconobbe, la chiamò per nome, la sollevò nelle sue braccia vigorose, e in men che non si dica, con uno di quegli sforzi ginnastici che tante volte avean strappati gli applausi alla folla, la portò in istrada.

Stefanella fuor di sè non l’aveva in sulle prime riconosciuto, ma il cuore le aveva detto che l’uomo che la portava via era un protettore e si lasciò andare fra le sue braccia, come l’annegato fra quelle che lo traggono alla riva.

La turba degl’inseguenti però non voleva lasciar la sua preda, e mentre Carluccio arrivava in istrada col caro peso, l’uomo gli era sopra e già allungava la mano per afferrarlo pel collare. Ma Carluccio parando il colpo gli sferrò tale un pugno sulle narici che lo mandò a ruzzolare insanguinato contro la muraglia.

L’uomo si diede a gridare al soccorso e molte altre genti maschili e femminili sbucavano già da ogni parte di quel turpe semenzaio e investivano tutt’all’intorno Carluccio, il quale, brandito il suo coltello, si era preparato alle estreme difese; quando a cessare ogni lite comparve la polizia.

Nè si creda che questa comparsa fosse fortuita. L’aguzzino, appena liberato dalla mano di Carluccio e vista la fine della Pica, era corso al commissariato più vicino denunziando l’assassino e dando tutte le indicazioni per seguitarne la traccia. Una pattuglia di gendarmi e poliziotti comandata da un commissario e guidata dall’aguzzino stesso, fu subito messa in moto e non tardò a raggiungere il perseguito.

La pattuglia, fattasi largo in mezzo alla turba, si diresse difilata su colui che teneva un’arma in pugno. Carluccio tentò difendersi, resistere, dir le sue ragioni, ma quattro gendarmi lo avevano già afferrato e stavano ammanettandolo, quando Stefanella fattasi innanzi al commissario che dava gli ordini,

— Arrestate anche me, gli disse, sono sua sorella e sua complice.

Il commissario esitava e guardava stupito e forse anche commosso, la bellissima giovinetta. Egli ignorava di certo che ella preferiva seguitare la sorte del fratello, fosse pure un carcere perpetuo o la morte, al vivere un’ora di più nel luogo di profanazione nel quale era stata gettata. Poichè un miracolo ne l’avea fatta uscire pura e immacolata come prima, pura e immacolata voleva morire accanto al suo liberatore. E tali sentimenti, rapidamente nati e divenuti giganti nella sua mente, le avevano ispirato l’insolito coraggio di profferire quelle parole che erano parse il sublime della fierezza innocente persino ad un commissario.

— Sì, arrestate anche lei.... la congiura è sua.... è lei che ha spinto il fratello.... a Bicètre... a Tolone.... alla Grève.... ladroni italiani.... assassini, si mise a gridare quella lurida ciurmaglia sopra la quale primeggiava la voce dell’aguzzino.

— Venite voi pure, disse il commissario a Stefanella, renderete conto alla giustizia.

E fra le fischiate, le urla e i cachinni osceni di quella nefanda contrada i due Calabresi furono tratti in prigione.

XXVII.