La tratta dei fanciulli

Part 7

Chapter 73,700 wordsPublic domain

Quando Mauvue si destò, quand’ebbe fatta la sua scelta e compiuto il suo piano, la rivoluzione aveva già trionfato senza che egli avesse potuto distinguersi nè a favore dei vinti, nè dei vincitori, nè di sè stesso. Era una occasione fallita.

— Avrei almeno potuto aiutar la fuga, diceva a sè stesso, o.... se non altro l’arresto di Luigi Filippo, o invadere alla testa del popolo il Lussemburgo.... ma no!... nemmeno accompagnare quel buon uomo di Lamartine al palazzo di città.... Tutto m’ha tradito.... a rimettersi!... forse ci sarà una restaurazione da aiutare.

La repubblica non gliene lasciò il tempo. Negli archivi del signor Gisquet fu trovato un fascio di rapporti contro il signor Mauvue; l’affare della duchessa di Berry spuntò ancora assieme ad alcune nuove rivelazioni aggravanti; la condotta del commissario fu sorvegliata e parve sospetta e la repubblica pensò sbarazzarsene e lo depose.

Mauvue protestò, strepitò, fece del fracasso sui giornali, attaccò i soddisfatti della repubblica aristocratica, coi principii dell’89 e coi terrori del 93, inventò per conto suo tutte le più strane applicazioni del diritto al lavoro e chiese perfino il patrocinio delle teorie di Cabet e di Leroux, ma nessuno s’infiammò o s’impietosì per lui e gli fu forza darsi per vinto. Si fu allora che egli discese gli ultimi gradini sociali e che si trovò in contatto colle ultime prolificazioni del canagliaio parigino, dai falsi monetari fino alla associazione dei _Petits italiens._

Se però il febbraio 1848 lo côlse sprovvisto, non così le giornale di giugno 1849. Egli odorò da lontano il vento della tempesta e si tenne pronto a manovrare. Assumere per conto del partito bonapartista, il quale sperava scivolare per il sangue di una sommossa sulla via del potere, la parte d’agente provocatore; mescolarsi al fiotto dei rivoltosi a discreta distanza, s’intende, dalle fucilate, e ingraziarsi il socialismo, tener nota dei caporioni della sommossa per denunciarli la mattina dopo alla polizia, e passare fra i salvatori dell’ordine e della repubblica, ecco le tre parti in una che Mauvue aveva studiato nelle tre giornate di giugno e nelle quali riuscì completamente. I socialisti lo proclamarono benemerito, la polizia si risolse a scrivere a Cavaignac per la sua riammissione e i bonapartisti lo arruolarono addirittura nelle loro fila.

Il principe Napoleone aveva troppo bisogno d’una polizia segreta e personale perchè uomini come Mauvue non lo potessero servire. Tuttavia, o perchè troppo volgare, o perchè troppo nuovo, l’ex commissario non potè avere altri rapporti colla politica dell’Eliseo fuorchè coi suoi agenti secondari e tutta la sua ingerenza si fermò nei primi anni alle anticamere. Fu in quest’epoca che, allettato dal sicuro e lento guadagno e pensando farsene stromento di più vaste operazioni, egli accettò la carica di presidente della associazione dei _Petits italiens_. L’associazione contava nel 1850 nella sola Parigi circa 1000 fanciulli i quali in media davano un introito di 4000 franchi al giorno cioè un milione, quattrocentottanta mila franchi all’anno, dai quali, detratto il frutto del capitale impiegato, le spese di manutenzione e d’amministrazione e la quota spettante agli altri membri dell’associazione, restava al presidente un netto di centomila franchi all’anno. Era un’egregia pecunia e Mauvue sapeva che vent’anni di spionaggio non gli avrebbero dato altrettanto. A ciò si aggiunga il salario che gli veniva pagato sul bilancio segreto dell’Eliseo e si vedrà che Mauvue verso la fine del 1851 era un signore.

XXI.

L’ora del colpo di Stato si affrettava a gran passi, e se tutta Parigi la sentiva nell’aria, Mauvue ne era certo.

Infatti pochi giorni prima il suo capo d’ufficio, chiamatolo in gran segretezza, gli aveva tenuto questo discorso:

— Si vanno spargendo per Parigi voci assurde di violazioni della Costituzione, di colpi di Stato ed altre ree congiure. Codeste sono menzogne dei nemici della repubblica e del principe presidente. Ella da oggi in poi non ha altro incarico che smentire in pubblico ed in privato siffatte voci calunniose. Entri nei luoghi più frequentati, si mescoli a tutti i crocchi, e quando ode parlare di colpi di Stato, sbugiardi e ricordi la lealtà del presidente, la forza della repubblica, l’onore dell’esercito, l’immancabile vendetta del popolo.... Dica tutto quello che sa e che vuole.... purchè dica che non è vero... come non lo è. Soltanto le raccomando a notar bene le risposte e i commenti che il pubblico fa al suo discorso ed a riferirmeli senza ritardo.

Ognuno capirà che ce n’era anche di troppo per far capire a Mauvue, avvezzo da lungo tempo alle doppiezze del frasario poliziesco, che il colpo di Stato era non solo certo, ma imminente.

— Se io devo dire di no, io che non ho altra parte che mentire, pensava almanaccando sul discorso udito, è segno che è di sì; e l’argomento per quella coscienza era achilleo.

Noi non diremo tutti i servigi che ei rese nelle giornate del 2, 3 e 4 dicembre; basti che egli, incaricato di spargere i manifesti del presidente che annunziavano il progetto di Costituzione, si era disimpegnato a meraviglia della sua missione, mercè l’aiuto dei _petits italiens_ che egli aveva fatto disseminare per tutta Parigi, coi fasci del proclama cesareo e coll’ordine di gridare ai quattro venti il grande avvenimento.

Ma il capo-lavoro della sua carriera fu la propaganda per la proclamazione dell’impero. Egli era stato mandato nei dipartimenti e vi si coperse di gloria. Il suffragio universale s’inchinava davanti a questo Dulcamara dell’impero che percorreva la Francia col treno d’un principe e spacciava per tutti i desiderii una promessa, per tutte le avidità una soddisfazione, per tutte le malattie uno specifico, per tutti gli scrupoli un cataplasma: oro e ciondoli, cariche e riforme, chiese e teatri, strade ed ospizi, e poneva tutti i miracoli di Cagliostro al servizio di _un’idea_.

Però quando i 7,800,000 voti furono incassati e la vittoria fu certa, la gratitudine dei vincitori non ebbe più condizioni nè riserve per un così portentoso agente e fu detto a Mauvue che era padrone di domandare.

— Volete impieghi o volete oro? gli fu chiesto....

— Voglio mezzo milione e il diritto di cambiar nome, — rispose secco Mauvue.

Quanto al nome non si fiatò nemmeno: tutti lo cambiarono in quell’epoca; il colpo di Stato non fu che un ribattezzamento generale dal quale era naturale che il plebeo volesse risorgere nobile e il nobile duca, come il principe era risorto imperatore. Però Mauvue s’accontentò rinascere De.... e, interciso l’_u_ dell’ultima sillaba, si fece chiamare De-Mauve.

Chi avrebbe mai riconosciuto nella sua nuova carta di visita sormontata da tanto di corona baronale l’antico poliziotto Mauvue?!

Quanto al mezzo milione si tirò di prezzo: i servizi del signor De-Mauve erano grandi; ma molti avevano gareggiato con lui e chiedevano meno. Se si avesse dovuto pagare tutti in proporzione, che cosa si sarebbe dato ai caporioni? Le polpe della Francia intera non sarebbero bastate. De-Mauve dovette accontentarsi di trecento mila franchi in oro che egli corse subito a convertire in consolidati inglesi, tanta era la fede che aveva nell’impero da lui creato!

Allora De-Mauve, quasi ricco, giacchè bisogna contargli anche il danaro «che s’era messo da parte», diceva lui, rubato, diremo noi, durante la sua propaganda, avrebbe voluto liberarsi dell’associazione dei _Petits italiens_, turpe catena che lo teneva confitto, egli nobile e oramai riabilitato, alle Gemonie del mondezzaio sociale e non gli permetteva mai di camminare a testa alta nella società di galantuomini e gentiluomini alla quale aveva, con tutte le forze ond’era capace, agognato. Ma distruggere il passato è l’atto più difficile della vita. Il passato non perdona, il passato è implacabile e, quando credete averlo addormentato, egli risorge più minaccioso che mai, ed è capace di chiedervi per un’ora d’oblìo e di riposo tutto quanto avrete guadagnato con una vita intera di sudori e di lotte.

Ora De-Mauve non era uomo da mettere a repentaglio tante cose, per una vanità, uno scrupolo, un pericolo lontano, e poichè in Francia tornava in onore il vecchio proverbio: «_Il y’a toujours des accomodements avec le ciel_» egli cercava applicarlo al caso suo e studiava silenziosamente il modo di cavarsela amichevolmente dai _Petits italiens_ senza guastarsi, e poichè non avea potuto strozzare il suo passato, renderselo amico. Ma l’associazione era tenace e non voleva lasciare la sua preda. Essa aveva subito veduto quale preziosa salvaguardia fosse per lei il patronato di un uomo che apparteneva ormai alla nobiltà dell’impero, e stretto da tanti rapporti coi rappresentanti del potere, e saggiamente ispirata dai suoi interessi, lo riconfermò per quattro anni successivi nella sua carica di presidente.

De-Mauve si schermì, mandò persino le sue dimissioni, ma una serie di lettere anonime avendolo minacciato di uno scandalo, si sentì sforzato a ripigliare l’ufficio ed a rassegnarsi. La quale rassegnazione per altro, confortata da 50 mila franchi all’anno, non era difficile esercitare.

Tuttavia egli pensò che una mezza ecclissi gli avrebbe giovato e si ritirò in campagna. Ivi comperò un podere, si consacrò all’agricoltura, al miglioramento del bestiame, alle scuole infantili ed alla fabbrica della chiesa; divenne in una parola un gentiluomo campagnolo, laborioso, filantropo, morigerato, popolare; l’idolo della comunità.

Fu allora che prese la seconda moglie della quale abbiamo parlato, e fu pure verso quest’epoca che Gabriele uscì dal suo collegio di provincia e rientrò dopo dieci anni d’assenza nella casa paterna. Ne era partito lasciandola triste, oscura, quasi povera, e la ritrovava ricca, splendida, gioconda. Ma se egli ne sentiva la differenza, non sapeva spiegarsela, e quando ne chiedeva qualcosa, nessuno gliela spiegava. «Suo padre aveva fatto una grande eredità» ecco quello che gli si diceva in casa. «Suo padre era un fior di galantuomo» ecco quello che si soggiungeva in piazza, e poichè quest’ultima voce pareva autenticare la prima, Gabriele se ne appagava e tirava via assorto nei suoi studi e nel suo amore.

Suo padre l’amava alla sua maniera come si ama un campo che frutta, un fuoco che riscalda, un liquore che ristora, un’avvenire che sorride. Dapprima nei giorni nefasti della miseria l’amava perchè doveva essere il _bastone della sua vecchiaia_, poi nei giorni della fortuna perchè doveva essere il _vanto del suo nome_ e l’erede della sua prosapia; era insomma amore interessato, l’amore mercantile, l’amore degno dell’anima di De-Mauve. Però in tutti i tempi non aveva mai tralasciato di coltivare questo suo fondo di riserva incontrando tutti i sacrifici che gli erano stati richiesti per la sua educazione e togliendosi spesso letteralmente di bocca metà del vile suo pane per pagare la pensione del modesto collegio nel quale Gabriele era rinchiuso.

Un siffatto amore paterno aveva una disciplina ed una morale sua propria. De-Mauve non avrebbe mai permesso che suo figlio si scostasse d’un pollice dalla linea di condotta che egli, padre, gli aveva prefissa, ma quella linea finiva in una meta sulla quale era scritto: «far quel che giova».

E siccome De-Mauve credeva che le apparenze governassero principalmente la società ed il tempo, nei quali Gabriele era destinato a vivere, così egli era disposto a lasciare a suo figlio, anche studente, una certa larghezza di spendere, ed una comoda se non sconfinata libertà di seguire i capricci della moda e le abitudini del bel vivere. Gabriele invece usava con molta parsimonia del danaro paterno e man mano che procedeva negli anni diveniva sempre più parco ed austero. Tutto il lusso che si permetteva era la libreria. Il padre scrollava la testa dicendo tra sè:

— Col solo studio non si fa fortuna, ma poichè dell’ingegno e della dottrina di Gabriele risuonava ormai tutto il quartiere Latino e perfino i giornali avean cominciato a parlare, così De-Mauve, pensando che questo era buon principio d’apparenza, se ne accontentava e s’abbandonava ai più lieti pronostici sulla carriera del figliuolo.

Tutto a un tratto Gabriele scrisse a suo padre chiedendogli una forte somma di denaro.

La cosa era troppo insolita e straordinaria perchè De-Mauve non vi dovesse cercare una straordinaria cagione.

— Qui v’ha da essere di mezzo una donna, un viaggio od una buona azione, pensava De-Mauve commentando però quel _buona azione_ con un sogghigno che voleva dire «follia». — Prima di dare il denaro sarà meglio che vada a Parigi a vedere.

E mentre si preparava a partire, trovò un telegramma in cifra del Comitato esecutivo dell’associazione che lo chiamava in tutta furia alla capitale.

XXII.

Qui trovò l’associazione tutta sottosopra. Il Comitato esecutivo in permanenza, il Consiglio d’amministrazione tempestoso e rumoreggiante intorno alla sala del Comitato, che al pari di tutte le assemblee entrate in diffidenza degli atti del potere esecutivo, chiedeva d’essere convocato; madama Mouchard che andava dall’uno all’altro membro influente dell’associazione raccontando a tutti il suo triste caso e inzuppando delle sue lagrime dozzine di pezzuole, e infine la casa stessa di De-Mauve assediata dagli agenti del Comitato che stavano ad attenderlo coll’apparenza di scortarlo fino alla casa delle deliberazioni, ma in fatto col proposito di sorvegliarlo e di non lasciarlo fuggire.

De-Mauve capì che qualcosa di grosso era accaduto e che la sua dittatura stessa era in ballo. Indovinarne proprio la ragione non poteva, giacchè da molto tempo non esercitava più il suo potere nè in bene nè in male, ma insomma presentiva che la procella bolliva in alto e che minacciava la sua stessa persona.

— Meglio però, esclamò dentro di sè il presidente, intanto che andava dal Comitato esecutivo, e come conclusione d’un rapido esame di coscienza che aveva fatto, meglio, così mi sarò liberato più presto da questi mascalzoni.

Il Comitato teneva le sue sedute in una casa a doppio ingresso nella via dei Matturins in una sala di scherma. Ivi pure la scuola serviva d’insegna e di pretesto e la polizia o era autorizzata a non vedere o poteva essere delusa. Nella sala, intorno a una tavola, sedevano cinque persone, cinque ceffi da settembristi, meno la febbre repubblicana: non vi mancava nè il beccaio Santerre, nè il comico Collot d’Herbois, e nemmeno il femmineo e colto Saint-Just. Una poltrona vuota aspettava in mezzo il presidente e quando questi entrò per andare a prendere il suo posto, il Comitato che di solito s’alzava in piedi e lo inchinava, si mosse appena dalla sedia e stette colle mani in tasca e la testa bassa ad aspettare che la seduta fosse aperta.

Il presidente la dichiarò aperta e diede la parola al relatore.

Il relatore, diciamolo subito, era il suo più mortale nemico. Da molti anni aveva aspirato alla presidenza e non v’era mai riuscito. Da qui l’odio della rivalità sconfitta. Apparentemente faceva il rigattiere allo sbocco del ponte di Senna; di fatto era lo strozzino degli ufficiali giuocatori, degli impiegati discoli e delle loro donne vanitose, ed era con questa riserva di cambiali usuraie che egli copriva la società illegittima colla legittima. Ma l’associazione l’aveva sempre respinto perchè troppo sordido, troppo crudele e quindi troppo pericoloso. Era riguardato come il Marat del Comitato. Tutti lo temevano, e perciò lo fuggivano. Alla fine parve che l’occasione si offrisse di fargli rappresentare una parte idonea al suo carattere e gli fu affidata la relazione dell’affare di Stefanella.

Il relatore adunque, misurato con una occhiata il presidente, come la iena la preda che vuol divorare, incominciò quest’orazione:

— Poche parole: lasciamo la rettorica ai _quaranta_ dell’accademia. La cantante Stefanella, iscritta al Maubert col numero 32 _a_, giunta all’età voluta, era stata affidata alla signora Mouchard per essere _riformata_. Siccome la _riformanda_ era di prima categoria, furono fatte alla mediatrice insolite condizioni. L’amministrazione poi era certa di veder fruttare al 50 per 100 il sacrificio temporaneo che essa faceva. La cosa procedeva bene e il concorso intorno alla riformanda si faceva maggiore quando madama Mouchard venne a chiedere l’appoggio del Comitato perchè fosse allontanato dalla strada dove essa aveva il suo stabilimento, un giovane di sinistra apparenza che girava in su in giù sotto le finestre della ragazza colla evidente intenzione di darle la caccia.

Si noti che la ragazza pareva secondarlo; ma ad essa provvide ultimamente la signora Mouchard. Il Comitato esecutivo doveva provvedere al giovane, e mandati i suoi agenti, venne a scoprire... è inutile farsi dei complimenti, venne a scoprire che era il figlio del presidente in persona.

A queste parole De-Mauve diede un lancio in faccia al relatore, e con un accento che sentiva la sfida e l’incredulità, esclamò:

— Non è possibile!

— Calma, signor presidente, rispose il relatore, e mantenetemi la parola alla quale ho diritto.

De-Mauve si sedette pallido e contraffatto. Il relatore continuò:

— Allora il Comitato esecutivo, giudicando contro il parere d’una minoranza alla quale io apparteneva, d’accordare al figlio del presidente quello che a nessun altro si sarebbe accordato, decise lasciar correre e stare a vedere i procedimenti del giovane e del padre. Si sperava anzi che il giovane avrebbe preso a riformare la giovane egli stesso e che il padre avrebbe pagate le spese. Illusione!... Scorso un altro mese, la signora Mouchard aveva iniziate serie pratiche con un ricco Norvegiano e tutto le dava diritto a credere che il contratto sarebbe stato conchiuso. Pare che il Norvegiano non mettesse prezzo al possesso della cantante e che l’amministrazione dovesse fare la più brillante operazione dei suoi annali. Per sollecitare e facilitare la conclusione del negozio e addomesticare la fanciulla che faceva la riluttante, la signora Mouchard aveva concertato col Norvegiano un pranzo d’amici e tutto andava a meraviglia.... quando a un tratto lo stesso giovane della strada, lo stesso figlio del presidente si presenta nella sala, adduce certi suoi diritti sulla giovane, s’intenerisce il cuor di coniglio di quel grullo del Norvegiano, svela tutti i più gelosi segreti dell’associazione e finisce col rapire la giovane.

— Rapita!... — gridò con un secondo urlo De-Mauve.

— Rapita?!... rubata, signor presidente!... — replicò freddo il relatore. — Rubato uno dei più preziosi capitali dell’associazione, recato un danno di forse 50 mila franchi e messa in grave pericolo per lo scandalo avvenuto la stessa nostra esistenza. Ora il Consiglio esecutivo per mezzo mio chiede rigorosa giustizia: la giovane immediatamente _soppressa_; il rapitore... per lo meno... esiliato... Attendo il parere del signor presidente.

— Il parere del presidente è, che giustizia dev’essere fatta, e severa, e che la proposta del relatore è ancora mite. Come presidente, io rettifico la sentenza, come padre riserbo tutti i miei diritti e l’associazione non sarà malcontenta di me.

Il presidente, come disse, appose la sua firma ad un foglio di carta che conteneva la sentenza di Stefanella e Gabriele e fu salutato da tutta la sala con un mormorio di soddisfazione. Solo il relatore stava a capo chino e si mordeva le labbra viscide di spuma.

De-Mauve se n’avvide e nel deporre la penna colla quale avea firmato continuò:

— Sono risoluto a far cessare questo scandalo con tutte le mie forze. Tutto il potere del quale dispongo è d’ora in poi ai servigi dell’associazione... e qui impegno tutta la mia vita e la mia fortuna, tanto più... — e qui fece una brevissima pausa per lanciare un ghigno d’ironia al suo rivale — tanto più che sarà questo l’ultimo mio atto come vostro presidente e che sono assolutamente deciso a rinunciare a questo onorevole ufficio; ma di ciò altra volta... quel che più importa è di scoprire il nascondiglio dei rei.

— È già scoperto... fece il relatore. Ecco qui il rapporto. I due amanti erano andati a rifugiarsi in una casetta dei dintorni di Romainville che avevano presa a pigione, dove credevano essere ignorati da tutto il mondo, e d’onde non uscivano che verso sera per andar a respirare l’aria dei boschi... Ma la Pica scodata che conosceva Gabriele, essendo stata incaricata altra volta di sorvegliarlo, aveva potuto mettersi sulle sue peste e scoprirne il ritiro. E fu la Pica che lo denunziò alla società.

— Sta bene, sclamò dopo una pausa il presidente, il mio piano è già fatto. M’incarico io di tutto, ma bisogna evitare ad ogni costo il clamore: fate soltanto che domani sera un uomo fidato dei nostri, e vestito in modo che non possa dare sospetti, sia pronto ai miei ordini in faccia a casa mia con una carrozza... poi che il luogo di soppressione sia preparato e non ci sia perditempo... Avete inteso?... Addio, signori... tregua ai complimenti...

E, dette queste parole colla stessa solennità con cui Bruto I deve avere parlato al popolo romano nel dichiararsi risoluto a punire i figliuoli traditori della repubblica, uscì dalla sala.

Giunto a casa si diede a solcare in su e in giù la sua stanza, raccogliere le idee e pensare al da farsi. Poi, quasi avesse côlta un’idea che da lungo tempo gli ronzasse davanti,

— Non c’è che questo mezzo, disse, non c’è che l’astuzia; la violenza guasterebbe tutto.

E sedutosi allo scrittoio, scrisse sopra il primo foglio di carta capitatogli queste poche parole:

— «Caro Gabriele. So tutto: ripareremo; vieni. Troverai sempre fra le mie braccia il cuore d’un padre.

DE-MAUVE.»

XXIII.

I due fuggiaschi occupavano il loro nuovo nido da soli dieci giorni. Dopo quella notte passata sui gradini della chiesa di San Sulpizio, Gabriele aveva condotto provvisoriamente la fanciulla nel suo piccolo appartamento del _Quartier latin_, ma col disegno di cercarne un altro in un luogo più nascosto e meno sorvegliato. D’altronde, ed è una circostanza che ci preme far notare, Gabriele nelle sue stanzuccie al quarto piano si sentiva troppo vicino a Stefanella e non già per il timore dei pericoli d’un tale contatto, pericoli tenuti insuperabili da tutta quella gioventù ardente e sbrigliata che lo circondava; ma perchè s’era accorto che fin dalle prime ore la maldicenza aveva cominciato a pettegolare e mormorare, aveva creduto unico rimedio contro di essa fuggire in campagna.

Infatti nella sera del giorno stesso aveva trovata presso Romainville la casetta che già in parte conosciamo. Ivi Gabriele aveva la sua camera e Stefanella la sua. La mattina si incontravano sull’uscio della sala comune e la sera si separavano: vivevano tutto il giorno come due fidanzati, e la notte come fratello e sorella. Non era insomma la vita comune dello studente e della crestaia: era il convegno perpetuo di due sposi e l’onore dell’uno e l’innocenza dell’altra, l’amore d’entrambi teneva luogo di barriera.

Ma per questo appunto Gabriele voleva sollecitare con tutte le sue forze la consacrazione del suo affetto. Vivere senza Stefanella non gli pareva possibile; ma far di Stefanella una concubina ancora meno. Egli l’aveva liberata, ed ora voleva compiere l’opera della sua redenzione, ponendo la fanciulla redenta sotto l’egida di Dio, della legge e del suo nome. Voleva insomma sposarla e per questo, come un primo scandaglio gettato nell’anima del padre, gli aveva scritto che aveva bisogno di denaro.

— Se mio padre mi chiederà cosa voglia farne, diceva a sè stesso, allora gli confesserò tutto.