La tratta dei fanciulli

Part 6

Chapter 63,890 wordsPublic domain

— Una prova? — rispose colla solita calma, il giovane. Udite il rumore di questa carrozza che arriva? Essa ve la porta.

Infatti la carrozza che aveva portato il conte a Parigi, rientrava in quel momento nel cortile della locanda.

— Voi non avete, continuò il difensore di Stefanella, che a proibire a queste due donne di uscire o di parlare coll’uomo che sta per entrare qui dentro, e quando sia entrato chiedergli che vi consegni quello che ha portato da Parigi.

— Va bene — rispose il Norvegiano dopo un momento di pausa. — Voi altre sedete lì, e non movete un sopraciglio; e voi, signore, non temete: anche in Norvegia vi sono dei gentiluomini.

In quel momento il falso conte s’affacciava alla porta della sala.

— Avanti, caro conte, lo apostrofò il Norvegiano appena lo vide. Potete gettare quello che avete portato, con voi, giacchè non occorre più. L’amore ha vinto, e l’_hatschick_ non occorre più, non è vero, Stefanella?

— Rispondi che è vero, le sussurrò di sfuggita il giovane che le stava dappresso.

Stefanella non aveva mai mentito, ma tant’era immedesimata in quell’uomo che ormai egli le teneva luogo di coscienza, e le pareva che persino la menzogna suggerita dalle di lui labbra si trasformasse in verità. L’amore è una identificazione d’anime, e ciò che è bello, buono, orrido, malvagio per una, lo è per l’altra.

Due amanti vivono come due pianeti in un elisse: i fuochi sono doppi, ma la luce è una sola. Però Stefanella, quasi l’anima stessa dell’altro parlasse per lei, rispose:

— È vero.

Il conte che non era d’altra parte informato di tutto l’intrigo, credette a quest’affermazione dell’innocenza, e cavò di tasca una scatoletta dorata che conteneva sotto forma di seducentissime giuggiole il magico filtro.

Il Norvegiano gliela strappò di mano, l’aperse, guardò, s’accertò, e voltandosi umiliato al giovine sconosciuto, disse:

— Avevate ragione, o signore. Vedete però che io non sono guasto del tutto. Cercava i piaceri, e poichè v’erano coloro che li vendevano, io non esitava a comperarli. Più in là la mia coscienza settentrionale non può arrivare. In mezzo ai nostri ghiacci veggo che tutto non putridisce. Vi saluto. Questa giovinetta è degna di voi, ma portatela lontano da Parigi. Qui gli agguati sono troppi. Addio, Stefanella. Io fui brutale con voi, ma se aveste potuto amarmi, son certo che m’avreste fatto un angelo. Quanto a voi, femmine, non ho che un avvertimento. Vado a denunziarvi alla polizia, e a meno che la polizia non appartenga alla vostra associazione, spero che domani vi troverà un posto in galera. E detto ciò, il Norvegiano uscì dalla sala, e si fece ricondurre a gran trotto a Parigi, e nell’orizzonte di questa storia non ricomparve mai più.

Era un uomo, come ce ne sono migliaia: molto largo di morale, molto scettico di fede, ma incapace di una viltà. Giovinetto, sua madre gli aveva deposto ogni giorno nel cuore una parola di virtù; e dovunque andasse anche in mezzo ai delirii dell’orgia, egli ne sentì per tutta la vita l’acre ricordanza. Egli portava seco un sale che gl’impediva di corrompersi, sebbene non avesse in sè stesso tanta forza per redimersi.

XVIII.

I due giovani uscirono subito dopo dietro a lui e presero anch’essi, ma a piedi, la strada di Parigi. Gli altri tre restarono nella sala muti, immobili, impietriti quasi nel posto dove il Norvegiano li avea lasciati; e ci volle molto tempo prima che potessero ricapitolare le idee e proferire una parola. Noi li lascieremo e vedremo più tardi quel che di nuovo avea partorito quella triade nefanda.

Appena nella strada, il giovine disse alla sua compagna:

— Vi chiamate dunque Stefanella, è vero?

— Sì, rispose la fanciulla. Ma voi come vi chiamate?

— Gabriele, rispose questi.

— Gabriele! Gabriele? fece la fanciulla, accentuando bene, tanto l’interrogazione che l’esclamazione, quasi che quel nome contenesse il responso del suo avvenire.

Non dimentichiamo che entrambi aveano scambiato da quattro mesi le anime loro senza nemmeno conoscersi per nome. Essa per lui era Psiche, un nome della sua fantasia; egli per lei era l’_ideale_, un raggio del suo paradiso. Però la scoperta dei loro nomi diveniva qualcosa di più della rivelazione di un ignoto. Era un avvenimento decisivo, un fatto solenne, una crisi, un patto, uno sposalizio, un amplesso dato colla stessa tenerezza con cui gli sposi romani proferivano l’_ego gaius et ego gaia_ sulla soglia della dimora coniugale.

E fortificati da questa nuova promessa, infilarono lo stradone di Parigi colle mani allacciate, gli occhi nelle stelle, il cuore sopito in una placida estasi, e l’anima tutta piena di inni d’amore.

Giunti alla barriera, Gabriele s’arrestò ad un tratto, come côlto da un pensiero inaspettato, e voltosi alla compagna, le disse:

— Sai, Stefanella, che io non saprei dove condurti stanotte?

— Ebbene, restiamo qui, rispose tranquillamente la fanciulla.

— No, cara; è meglio che arriviamo fin dentro Parigi.

— Andiamo, soggiunse colla stessa docilità Stefanella.

— Forse troveremo, riprese Gabriele, incamminandosi, uno dei miei amici, uno studente di matematica, un bravo giovine che ha un quartierino di due stanze, e ce ne faremo prestare una per stanotte, ma bisogna che camminiamo, perchè se non lo troviamo al suo caffè, non ci sarà più modo d’averlo.

— Corriamo, fece Stefanella; e i due amanti si cacciarono a passi affrettati nel dedalo delle strade di Parigi, e giunsero in poco meno d’un’ora nel centro del _Quartiere latino_ dove avevano contato incontrare il loro ospite.

Ma tutta quella corsa fu vana. Lo studente di matematica non si era fatto vedere nel caffè, e nessuno sapeva dove fosse.

I due fuggiaschi, la legge li avrebbe domani chiamati così, erano soli nella notte in mezzo a Parigi, in mezzo al deserto.

— Che fare, Stefanella? diceva Gabriele, torcendosi le dita per dolore.

— Sediamoci là, rispose la fanciulla, indicando i gradini della chiesa di S. Sulpizio. Ci ho passato tante notti su quei gradini col mio Carluccio; vi passerò anche questa. Non vi sarà Carluccio, ma ci sarai te.

E come ella suggerì, fecero; e i primi chiarori dell’alba cominciavano a biancheggiare attraverso i tetti di Parigi, che quei due proscritti dell’amore erano ancora là seduti sopra la pietra che avevano scelto per letto della loro prima notte nuziale.

Come l’aveano passata quella notte? Cosa si erano detti in quelle lunghe ore?

S’erano raccontati la loro storia, Stefanella la sua, che noi già conosciamo; la sua anche Gabriele che abbiamo appena intraveduta, e della quale è ben tempo che alziamo i veli.

XIX.

Gabriele credeva di esser figlio di un antico magistrato deposto ingiustamente dalla Repubblica di febbraio per le sue idee bonapartiste, e dopo il due dicembre salito in fortuna dietro il carro dell’imperiale vincitore. Però egli confessava di non conoscere bene la storia della sua famiglia essendo vissuto sino al 1851 in un collegio di provincia da dove non uscì che a 17 anni per venire a compiere il suo corso di matematiche alla facoltà di Parigi.

Non avea più madre: avea una matrigna che non l’amava, nè l’odiava nemmeno del classico odio delle noverche, perchè di passioni, d’amore come d’odio, era incapace. Venuta dal trivio e assunta per merito di una facile bellezza ad un matrimonio fortunato non pensava che ai piaceri e agli sfoggi della vita elegante, e non avea cuore nè per il marito, nè per il figliastro, nè per la casa, nè per lo stesso figliuolo suo che avea confidato ad una balia lontana, e rivedeva appena una volta all’anno, tanto per fare una trottata in carrozza al rifiorire della campagna.

Pertanto tutta la giovinezza di Gabriele trascorse in uno squallido inverno, non riscaldata mai da alcun calore di affetti, condannata a intravedere soltanto attraverso i libri e i sogni della fantasia senza mai conoscerla quella vita feconda del cuore che nella natura inanimata si chiama «sole» e nella animata «amore», senza della quale il fiore come l’uomo non sbuccia, od è l’erba parassita di una sepoltura che la produce e la riattende. A 19 anni però il bisogno di questa vita sospettata, desiderata e non mai posseduta, era fatto prepotente in lui come in un’aquila prigioniera l’istinto di volare verso il sole, e non vi fu segreto di amori umani ch’egli non tentasse e non penetrasse per un istante.

Interrogò con febbrile vicenda i libri, la scienza, l’arte, la religione, Dio, tutto quanto di più bello e di più alto parla allo spirito dell’uomo in cielo ed in terra, ma in tutti trovò una seduzione, un conforto, una promessa, un’illusione; in nessuno quella risurrezione dell’anima, quella seconda giovinezza per la quale Fausto, meno grande, ma più vero, si struggeva. Ma nell’ora più disperata della sua ricerca, e quando stava per abbandonarsi vinto al genio dello scetticismo che l’aspettava nell’ombra, incontrò Stefanella.

L’incontrò a caso per la via sotto una semplice veste azzurrina, accompagnata da una donna ignota e sinistra, come talvolta un fiore di campo s’accompagna ad una pallida ginestra e non potè più staccarsi da lei. Era la prima volta in vita sua che provava il bisogno di seguitare una fanciulla, e ne ebbe dapprincipio vergogna; ma qualche cosa di più forte lo traeva malgrado suo, e gli sussurrava nella coscienza che l’amore ha una morale tutta sua, divina di certo, come le altre, ma che si chiama la «fatalità».

Così scoprì dove stava di casa, così capì o credette capire che doveva essere una pensionante della signora Mouchard, e non seppe per molto tempo di più. Ignorava il nome e la condizione, la storia, per molto tempo insino la voce, ma suppliva colla fantasia.

Per il nome abbiamo già veduto che gliel’avea trovato; per la condizione dovea essere per forza l’orfana di un colonnello o di un generale morto in battaglia; la storia poi non dovea essere gioconda, ma ragione di più per tesservi sopra un poema. E quanto alla voce, dopo averla chiamata Psiche, le era facile farla parlare sull’arpa degli angeli. Ma poi a che pro tutti questi particolari: essa era il raggio da lui cercato, nè del pianeta da cui veniva, nè della strada che avea percorsa per arrivare a lui, gli doveva importare. L’anima sua, dopo la tenebra di venti anni, ne era tutta irradiata e perpetuamente, ed egli dovea adorare, senza cercare di più, il divino mistero al quale era per la prima volta iniziato.

Solamente egli non poteva più allontanarsi da quella contrada, nè staccarsi da quella casa. Quando qualche cosa di più forte della volontà lo trascinava lontano, il suo spirito era là di stazione davanti alle persiane verdi, e ci vedeva attraverso meglio ancora dell’occhio. Inoltre egli avea un’altra cura.

Stefanella, abbiamo detto, era costretta dalla industria di Madama Mouchard ad uscir molto; e Gabriele si sarebbe ammalato se avesse perduta una sola delle passeggiate della sua incognita. Essere dev’era lei: ecco il problema. Egli non andava quasi mai al teatro, e non andava più in chiesa, molto più sfuggiva il turbinio polveroso de’ pubblici passeggi. Ma dacchè Cherubina frequentava quei luoghi, il trovarvisi era per lui un dovere assai più grande, assai più imperioso di quello di un soldato per il suo posto di combattimento.

O dalla finestra, o traverso le persiane, o dall’angolo oscuro d’una navata, o dietro le colonne d’una platea co’ soli occhi i due ignoti si dicevano quanto bastava per intendersi. Se il giovine era fedele nella strada, l’altra era infallibile al balcone; se Gabriele non mancava mai al suo posto dietro i pilastri della chiesa, Stefanella non tralasciava mai di cercarvelo, e quando i loro sguardi s’erano incontrati tutto era detto. Si sarebbe potuto scrivere un canzoniere su quelle occhiate, ma non sarebbe bastato. Il vero, l’alto amore è silenzioso. Egli cova le sue espressioni per anni ed anni, e quando finalmente è costretto a parlare, si cruccia sentendo che una parte del suo ideale è svanito traverso le imperfezioni del linguaggio umano.

Così dopo due mesi di questa vita avvenne l’incontro sulla porta della chiesa di San Filippo che abbiamo narrato.

Fu l’ora solenne della loro vita, e sebbene anche in quel ritrovo non avessero parlato che gli occhi, tuttavia non ci fu cosa pensata da un’anima che l’altra anima non sentisse.

Poche sere dopo Stefanella fece la sua prima comparsa al ballo della baronessa. Gabriele aveva veduto fermarsi una carrozza di piazza davanti alla porta del collegio e di più udito il cocchiere dire al portinaio:

— Avvertite la signora Mouchard che il _fiacre_ è alla porta.

Questo bastò per renderlo certo che anche Stefanella sarebbe partita tra poco con quella carrozza e volle mettersi in grado di seguitarla. Corse alla piazza vicina che era in capo alla contrada e vi fissò un’altra carrozza, dicendo al cocchiere:

— Seguirai il legno che vedi fermo alla sinistra della via; doppia mancia se non lo perderai.

A Parigi queste cose accadono ogni momento e non fanno meraviglia; però il vetturale di Gabriele si contentò di rispondere un «sarà fatto» e brandì la sua frusta pronto a lanciare al galoppo il suo ronzinante al primo segnale.

E infatti di lì a poco il legno di madama Mouchard si mosse e Gabriele dietro col suo. Ma ivi gli fu forza arrestarsi. Egli non era invitato e non poteva salire.... Poteva per altro restare in istrada finchè Stefanella ne fosse ridiscesa. Si trattava di aspettare al freddo quattro o cinque ore, ma chi ha amato sa che queste prove d’eroismo sono una delle voluttà dell’amore. Per fortuna c’era poco lontano un botteghino, di quelli che i Parigini chiamano _cabarets_ ed almeno la prima metà della notte avrebbe potuto passarla al coperto. Quanto all’altra metà non aveva che a solcare la via da un capo all’altro, ma non se ne spaventava. Ne avea fatte tante di quelle ronde, che ormai gli pareva non ci fosse altro modo di far all’amore! Finalmente verso le tre dopo mezzanotte la signora Mouchard e Stefanella discesero, ma Gabriele non aveva più carrozza per seguirle e gli fu mestieri lasciarle andar sole.

Tutta la notte restante e il mattino vegnente egli non fu in preda che ad un tormento: sapere di chi era quella casa e vedere se gli era possibile di esservi introdotto.

La prima notizia l’ebbe dal caffè stesso dove s’era ricoverato, il secondo passo lo fece dal portinaio, il terzo dagli amici studenti, il quarto dalle amiche degli amici e così via, d’orma in orma, arrivò a scoprire la verità. Quando gli fu detto, e ne fu ben certo, che quella baronessa era un’avventuriera, la quale non ricettava che gente bastarda per tenebrose imprese, credette cascar morto. D’un tratto aveva misurato tutto l’abisso in cui Stefanella aveva inoltrato il piede e il suo atterrimento fu pari al suo amore. D’altronde, nello scoprire chi era la baronessa, aveva scoperta la storia di madama Mouchard e dapprincipio non gli pareva possibile lottare contro quella lega infernale.

In mezzo però al suo spavento l’idea che, ad altri men puro e meno amante di lui sarebbe venuta, che Stefanella potesse essere complice volontaria di quella rea congrega, non gli passò per la mente nemmeno in ombra; egli avrebbe giurato per l’innocenza di Stefanella, quand’anche l’avesse veduta legata ad un palo d’infamia. Egli tremava per una vittima, non per un tradimento. Pure, superata la prima scossa, egli non ebbe altro pensiero che quello di avvertire Stefanella del pericolo in cui si trovava esposta e di salvarla ad ogni costo. Ma come fare?... Parlarle non poteva, penetrare a forza nella casa era un partito disperato, buono tutt’al più quando ogni altra via di salvezza fosse chiusa.... E allora?... Scriverle? ma anche questo era più facile a pensarsi che ad eseguirsi, perocchè egli allora non sapeva nemmeno il nome della fanciulla ed era inoltre più che certo che tutte le lettere, a lei comunque dirette, sarebbero state intercettate.... Come fare adunque?..

Nelle fugacissime apparizioni che Stefanella, sfuggendo al divieto della sua carceriera, faceva alle persiane, Gabriele si provò a gettarle sul balcone delle pallottoline di carta nelle quali poche e minutissime linee la avvertivano del pericolo e la pregavano a mettersi in salvo con lui. — E Stefanella pigliava bensì al volo le pallottoline e si andava a nascondere nell’angolo più remoto della casa per svolgerle; ma quando le avea svolte e vedeva quella misteriosa cosa che le avevano detto chiamarsi «scrittura,» la poverina si lasciava andare sopra una seggiola e non aveva altra risposta che un dirottissimo pianto.

Gabriele ignorava ancora che Stefanella non sapesse leggere. Ma così era. Per lei come per tutte le miserabili sue pari l’ignoranza era condizione necessaria del servaggio a cui erano condannate, e il carcere del corpo si chiudeva nella più fitta notte dello spirito. Nessuno degli orrendi legislatori della società a cui Stefanella apparteneva ignorava che al primo raggio che fosse piovuto ad illuminare la via di abbiezione sulla quale la innocente era incamminata, essa a costo di restarne sfracellata sarebbe retroceduta.

I bigliettini erano dunque inutili, il parlarsi impossibile: e Stefanella era abbandonata, sola, inconsapevole, al suo destino, e Gabriele era disperato. Tuttavia egli non poteva finchè aveva fiato tralasciar di combattere, e poichè ogni altro mezzo di protezione gli era intercetto, si propose di montare una guardia ancora più assidua sotto le sue finestre e d’aspettare gli eventi, deciso al primo allarme ad uscir dallo ignoto ed a dare per la salvezza del suo amore tutto il suo sangue.

Così andò per circa una settimana, senza che Gabriele perdesse mai d’occhio la sua protetta. La vigilia del giorno in cui Stefanella doveva andare col Norvegiano a pranzare in campagna, Gabriele notò un gran viavai nella casa di madama Mouchard. La baronessa, il falso conte, lacchè e vetture non finivano mai di andare e venire da quella porta e il giovane s’accorse che qualcosa di nuovo s’apprestava. Laonde raddoppiò di vigilanza, e impostata la solita carrozza, si tenne pronto. Infatti, verso le tre del giorno dopo, vide arrivar in faccia alla casa le vetture degli amici che venivano a prendere Stefanella per condurla alla festa, e appena il corteo si mosse, egli vi si cacciò dietro e non lo perdette più. Arrivato alla locanda poco dopo di loro si fece dare il gabinetto vicino a quello occupato dai commensali del Norvegiano, e udì di là tutto il baccano del banchetto.

Ma non potè capir nulla di chiaro che riguardasse Stefanella, laonde quando intese che la comitiva si apprestava a scendere in giardino, la prevenne e corse a nascondersi nel cantuccio più selvoso colla speranza che finalmente qualche parola, che sarebbe ad alcuno sfuggita, lo mettesse sulla traccia di tutta la trama. E così fu; così egli udì al coperto d’un cespo di dalie il dialogo della Mouchard colla baronessa, e di là Stefanella lo riconobbe e lo vide fuggire attraverso l’ombra degli alberi e sparire nella casa.

Il resto è noto e basterà soggiungere che egli entrando aveva messo a parte dei suoi sospetti il padrone della locanda il quale, assicurato che tutto sarebbe stato appuntino pagato, promise non solo chiudere un occhio, ma dare, occorrendo, una mano alla giustizia.

XX.

A noi per altro resta a chiarire un punto oscuro del racconto di Gabriele sul quale egli stesso, per mancanza di esatte cognizioni, fu costretto a scivolare.

Gabriele aveva idee molto confuse sui primordi della vita e le origini della fortuna di suo padre, perchè nè questi, nè altri di sua famiglia, per le ragioni che or ora vedremo, o non gliene aveva mai parlato o l’aveva fatto imbrogliatamente, onde il giovane anzichè capirne qualche cosa, s’era sempre più smarrito nelle ipotesi e ridotto a riguardare la storia di casa sua come una specie di problema mitologico perduto nelle nebbie di un’epoca preistorica.

Inoltre Gabriele era stato avvezzo fin da fanciullo a temere suo padre, e questo timore, rinterzato anche da quel tanto di rispetto e di stima che senza essere straordinari, egli sentiva per esso, finiva col togliergli la voglia e il bisogno di frugare più addentro nelle polveri della cronaca domestica, pago che quel che appariva e si vedeva avesse le sembianze di decoroso e d’onesto.

Ma se galantuomo era il frontespizio, galeotto era il libro e noi ne leggeremo in fretta alcune pagine.

Il padre di Gabriele, il signor Mauvue non era altri che quel commissario di polizia di Luigi Filippo destituito per legittimista dalla rivoluzione del quarantotto, agente segreto del principe pretendente nel 1851 ed a cui l’associazione dei _Petits italiens_ avea fatto l’onore di sceglierlo per suo presidente. Era uno dei cittadini della Parigi sotterranea. Nel 1830 il popolo vincitore lo avea sorpreso nell’atto che nascondeva sotto la sua giubba tutta infiorata di coccarde a tricolori, uno scrigno rubato alla Tuileries, e l’aveva cacciato in prigione. Ma si sa che nelle prigioni delle rivoluzioni non ci si sta a lungo: o se ne esce per il patibolo, o se ne esce per la libertà: non c’è via di mezzo. Il popolo nelle sue passioni è cieco come il destino. Se monta in ira, uccide senza contare; se l’infiamma la generosità, libera senza guardare. Nel 93 Mauvue sarebbe stato ghigliottinato: nel 1830 fu dopo 15 giorni liberato. Quei 15 giorni anzi gli fruttarono. Il carcere è un istituto di perfezionamento per chi ha preso la carriera del delitto. E si fu nel carcere che, ascoltando senza parlare, i discorsi dei suoi camerati, rifiuto delle barricate come lui, aveva potuto scoprire il bandolo d’una associazione segreta di repubblicani puri dei quali si fisse nella memoria i nomi, certo che ben presto qualche partito o pro o contro avrebbe potuto cavarne. Infatti Filippo _Egalité_ era appena proclamato re dei francesi che Mauvue era già dal prefetto di polizia a consegnargli il suo primo rapporto sui repubblicani. Il prefetto lo ringraziò e prese il delatore al suo servizio segreto, promettendogli, dopo qualche anno di servizio, un posto nella polizia pubblica. E difatti, la prova essendo stata soddisfacente, due anni dopo Mauvue era sottocommissario e, in capo ad altri sei, commissario di prima classe, addetto al gabinetto del signor Gisquet. Ma ambizioso, intollerante della mediocrità, avido di subita fortuna, il posto da lui «guadagnato con tanto sudore,» siccome diceva, gli pareva poco e aspirava più in alto: voleva addirittura un ispettorato. Ma il signor Gisquet da qualche tempo s’era messo in diffidenza; quell’uomo non gli piaceva; il suo zelo era falso; la sua devozione studiata; egli presentiva in lui un infedele, e invece di promuoverlo lo allontanò persino dal suo gabinetto. Allora i pensieri di vendetta di Mauvue non ebbero più tregua e confine, e si diede addirittura a vendere i segreti del governo di Luigi Filippo ai partigiani di Enrico V. Scoperta la congiura della duchessa di Berry, egli ebbe un giorno di mortale angoscia, giacchè molte carte, che essa aveva, lo potevano compromettere e gettare senz’altro in una galera per tutta la vita. Fortuna volle che allora non si scoperse nulla; Maria di Berry, se non per cautela almeno per fierezza, distruggeva tutti i rapporti dello spione orleanista, perocchè essa non avrebbe mai voluto profanare, colla sordida miscela delle sue lettere, un epistolario al quale le penne più aristocratiche di Francia e di Europa avevano cooperato.

L’arresto della Berry però fece nella borsa e nell’ambizione del commissario una larga ferita, e da allora, per una lunga serie di anni, fu costretto a trascinarsi oscuro e miserabile, spiando indarno l’occasione d’una rivincita, rodendosi e bestemmiando e non avendo più altra speranza che in uno sconvolgimento d’acque che lo gettasse a galla assieme al resto della feccia sociale giacente nel fondo. Venne infatti il 1848, ma per lui, come per il governo che serviva, la rivoluzione fu una sorpresa ed entrambi pagarono il fio della loro cieca incredulità.