Part 5
Il salone era pieno; tutto v’era falso, le tinte come le treccie, i nomi come le gemme, i blasoni come i valletti; ma tutto luccicava. Però si sa che in mezzo a quelle esposizioni di cristalli di rocca c’è sempre frammisto un grano di diamante puro che è lo scopo e la morale della rappresentazione. E in mezzo a quei conti senza contea, a quei banchieri senza credito, a quelle dame senza nome, a quelle vedove che non hanno mai avuto marito, e a quelle fanciulle che l’hanno già avuto, c’era un personaggio vero, autentico, con un passaporto suo, un titolo suo, danari suoi: v’era un Norvegiano legittimo figlio d’un pescatore di balene e di merluzzi, borgomastro di Bergen, sei o sette volte milionario e mandato a fare dal padre il così detto viaggio di istruzione, il quale di solito col pretesto che non resta nulla da apprendere più oltre, nè di bello, nè di brutto, comincia e finisce a Parigi.
Il pescivendolo Norvegiano che doveva necessariamente chiamarsi Oscar era dunque il diamante incastonato nel similoro; egli il così detto merlo da spennacchiare, e ognuno era venuto coll’idea di strapparne almeno una penna: il falso banchiere e il falso gentiluomo coll’idea di vincerne i danari al giuoco; le false dame coll’idea di farne un amante, un marito od un protettore. Però ognuno veniva a posare davanti a lui come al re della festa; egli era il bersaglio di tutti i discorsi, il centro di tutte le occhiate, la molla segreta di tutto il meccanismo.
Il Norvegiano a mezzanotte era già cotto. Tutti quei complimenti così fini, quelle gentilezze così squisite, quei motti così arguti, quelle facezie così amene, quegli epigrammi così salati, tutte insomma le batterie dell’inesauribile spirito francese scaricate per lui, l’avevano ubbriacato.
Egli non sapeva più cosa rispondere a quei discendenti de’ Duguesclin e dei Montmorency, che parlavano di Crecy e di Fontenoy dove non erano mai stati; a quelle dame che parlavano dei loro castelli aviti, che non erano che castelli in Ispagna, e a quelle fanciulle che sciorinavano la lunga schiera dei _loro partiti_, che non s’erano mai presentati; e in faccia a tutta quella fantasmagoria scintillante di ciarle, di dorature, di grazie e di nobiltà, falsa o vera che fosse, si sentiva abbagliato, stordito, vinto.
Era a questo punto quando al fianco di madama Mouchard, vestita di un velluto nero, un po’ spelato di giorno, ma lucentissimo di sera, accollato fino al mento, come voleva la sua parte di «educatrice delle donzelle uscite dalle più illustri famiglie d’Europa», comparve Stefanella nei suoi graziosi colori calabresi.
Quantunque quella non fosse che la prima festa a cui assisteva, vi era andata triste e svogliata per una ragione facile a intendersi: dove _egli_ non era, era il deserto, e quella folla non faceva che popolare di fantasimi una solitudine.
Perciò ella avanzava come avvolta da una molle atmosfera di melanconia che la rendeva ancora più seducente. La legge dei contrasti è possente quando è armonica. Essa abbraccia ed esprime tutta l’arte; ora, nessuno di quanti erano là convenuti, dotti certo d’ogni umana attrattiva, aveva mai veduto contrasto più meravigliosamente artistico di quello che Stefanella rappresentava in quel momento da sè.
Il bruno pallido delle sue gote che la bianca luce dei doppieri rendeva ancora più tenue e gentile, era corretto e ritemprato, staremmo per dire, dalla rosea ombreggiatura di due labbra coralline che lasciavano intravvedere traverso i sorrisi e le parole una bianca schiera di piccolissimi denti; mentre la molle delicatezza delle linee e dell’espressione s’intonava e s’invigoriva nell’arco squisitamente disegnato di due ciglia lucide e nere come la piuma del corvo, sotto il quale due grandi occhioni, neri come le ciglia, or si alzavano, ora smorivano come la fiamma di due fari sopra un mare tranquillo.
Per compimento di tutta questa varietà di tinte, di idee, di toni, un covone di capelli dorati, ma di quella doratura cupa, a fuoco, che ne è, quasi direi, l’incarnato, e par scelto apposta per insegnare alla pittura l’intonazione della grazia e della vigoria armonizzata in un solo colore.
Le vesti erano una tavolozza di Paolo Veronese. Nessun pittore, senza lunghe ricerche, avrebbe potuto trovare un impasto di tinte più felice di quello che nella semplice e incolta fantasia trovò la donna calabrese quando ideò il pittoresco costume che doveva portare all’altare il dì delle sue nozze. La camicia bianca orlata di pizzi e di trine esce dal busto e avvolge in un fitto velo le grazie del seno e giù per le spalle scende fino alla metà delle braccia, che si muovono libere e ignude senza parere impudiche. Il busto che nel dizionario natio le calabresi chiamano la _petticchia_, è appena un cinto e stringe poca parte, ma è tutto azzurro e forma melodiosa transizione tra il candore della camicia e il rosso arancio della gonna. Ma la gonna poco oltre il ginocchio s’arresta e si ripiega per lasciare di nuovo apparire il lembo di un’altra gonnella azzurra, una calza candida ricamata di fiori e intrecciata dai nastri neri del sandalo. Vedete una calabrese bella giovane, pulita, vestita di nuovo in questi panni e non avrete ancora veduta Stefanella; essa aveva tutto quel che la natura poteva dare; e di più tutto quello che l’arte aveva aggiunto. La sua camicia era di battista fina come il velo di seta, la sua veste paesana era stata tagliata a Parigi e i suoi sandali non avevano calpestato che fiori e tappeti. Però a tutta questa beltà aveva ancora una rivale: la melanconia. Esse si contendevano il campo, e lo spettatore non sapeva a chi gettare il suo guanto. I suoi occhi incantavano, ma la sua voce commoveva; le rose delle sue labbra attraevano i baci, ma ogni sorriso che ne usciva era un raggio d’anima: i colori delle sue vesti erano un mazzo di fiori, ma il pallore di quel suo volto era la nube che contrasta col sole.
— Chi era? d’onde veniva?... Nessuno di quei presenti l’aveva veduta tranne una sola.... la padrona di casa.
— È la _petite italienne?_ chiese questa a madama Mouchard.
— Zitta.... secondatemi.... ci sarà una provvigione.... rispose la Mouchard.
— Accettato — replicò la baronessa di princisbecco.
Allora le due donne insieme congiunte risposero in coro alle domande:
— Si chiama Cherubina; è la figlia d’un barone calabrese, famoso carbonaro, morto nelle carceri del re Bomba; suo padre non le lasciò nulla: ma da sua madre ereditò un piccolo patrimonio sufficiente appena per compiere la sua educazione e vivere decentemente. Essa per altro ha grandi parentele, a Napoli, in Ispagna, all’Avana, nella milizia, nel foro, nella diplomazia. L’ambasciatore al Perù don Jose y Pendaloza è suo zio.... essa è affidata alla direzione di madama Mouchard fin che abbia compiuta la sua educazione. Per altro i parenti di Napoli in segno della grande fiducia riposta nella sua istitutrice le hanno confidato facoltà illimitate che possono arrivare in certi casi fino al matrimonio.
Chi credette, chi dubitò, chi scrollò le spalle: solo il Norvegiano accordò tutta la sua fede e non ristette un istante dal contemplare Stefanella. Vedendo aperta la breccia, la baronessa Flaviani presentò il nordico Nababbo alla signora Mouchard ed alla giovinetta, e così s’intavolò il discorso. Il Norvegiano cercò metter fuori tutta la suppellettile del suo spirito polare e tutti i milioni delle paterne piscine, ma quanto a Stefanella ascoltò e rispose appena; quanto alla Mouchard ella lanciò l’âmo addirittura con queste parole:
— Il signore è nubile?...
— Nubile.
— Bella condizione! esclamò la Mouchard; bella.... a Parigi sopratutto, e per un giovane ricco come lei.
— Perchè mo?... fece il Norvegiano che non capiva troppo!
— Perchè un nubile vi può trovare tutti i piaceri e far tutte le follie che gli passino per il capo senza doverne rispondere ad alcuno.
— Vero.... vero... replicò il Norvegiano che non capiva niente.
— A trent’anni, continuò l’istitutrice, con dei milioni in tasca e colle fedi di stato libero, si può sposare oggi una principessa di casa regnante, se si vuole, o possedere.... anche una madre badessa, se ne viene il capriccio....
— Sposare?... oh sposare no, rispose secco il Norvegiano.
— No?... fece la Mouchard così sorpresa, che diede un colpo indietro contro la spalliera della seggiola.... Ma poi ripigliandosi.... — È forse un voto che ha fatto, signor Oscar?
— Presso a poco! Partendo da Bergen, mio padre ha voluto che gli promettessi che dovunque fossi arrivato nei miei viaggi, per quante seduzioni avessi incontrate, non avrei mai preso moglie, e mi sarei serbato libero per sposare una donna del mio paese, Norvegiana puro sangue.... ed una Norvegiana della stessa famiglia nella quale si sono sempre maritati gli Oscar... da mio bisnonno fino a mio padre.
— Ed ella non oserebbe mai rompere il divieto del padre.... chiese con un sorriso surrettizio la Mouchard....
— Oh mai!... sarei certo d’essere diseredato, rispose con un sospiro il signor Oscar....
— Pure, questo sospiro mi dice che ella sopporta mal volentieri questo patto!... insistè la Mouchard.
Il Norvegiano esitò un poco, guardò di traverso Stefanella, poi gittandosi, come suol dirsi, a mare, esclamò:
— Questo sospiro le dice quello che penso di quella creatura lì.
— Signore! fece la Mouchard, assumendo il cipiglio d’una Cornelia, — spero bene che ella non avrà guardato la fanciulla che io ho in custodia, se non col rispetto dovuto al suo nome ed al suo grado.
— Tolga Iddio che ne dubiti.... prova ne sia che la credo l’unica creatura per la quale si potrebbe rinunciare perfino a una eredità di otto milioni...
— Allora non varrebbe più la pena di andare in Norvegia, pensarono insieme quelle anime sorelle della finta istitutrice e della finta baronessa....
Il ballo era per finire; Stefanella e la signora Mouchard partirono per le prime, e tutti gli altri si apparecchiavano a seguitarle. Allora il Norvegiano, essendo andato dalla padrona di casa per congedarsi, la signora si abbassò al suo orecchio e gli disse:
— Quella fanciulla non è nè Cherubina nè baronessa, nè.... sposabile.
— Impossibile! gridò il giovinetto, dando uno scatto con tutta la persona.
— Glielo confermo.... venga domani da me alle tre: ci sarà anche la signora Mouchard e ne riparleremo.
XVI.
Le trattative col Norvegiano duravano da alcuni giorni, ma egli era più duro di quello che le due diplomatiche avevano pensato. La sua morale in fatto di piaceri era larghissima, ma non arrivava fino alla brutalità. Egli era pronto a comperare, ma non a violentare. Avrebbe versato il prodotto della pesca d’un anno per un bacio di Stefanella, ma non le avrebbe tôrto un capello.
Insomma egli voleva conquistare anche a prezzo d’oro se questo era il mezzo, ma una volta vincitore voleva tutte le apparenze della resa volontaria e tutte le illusioni dell’amore spontaneo.
La cosa non era facile. Madama Mouchard conosceva Stefanella, ed era certa che la giovanetta sarebbe stata capace delle più disperate resistenze.
— Non hanno saputo farla.... diceva ella alla sua nuova socia, e si travagliava con essa in un pelago di progetti uno più strano e nefando dell’altro.
Dopo molti studi e conferenze convennero alla fine in questo piano.
Bisognava anzitutto parlar fuori dei denti alla calabrese; mostrarle tutti gli aspetti della fortuna che le andava incontro, ma nell’istesso tempo spaventarla, minacciarla e metterle a nudo sotto gli occhi tutti gli orrori della vita che l’aspettava se avesse ricusato. Allora, quando si fosse creduta la giovinetta sufficientemente preparata, si sarebbero cercati tutti i mezzi per introdurla nella compagnia del Norvegiano e addomesticarla con lui.
Per la prima parte del piano la sola parola di madama Mouchard parve poca. Essa aveva già aperto il fuoco descrivendo tutti i meriti e i milioni del baleniere, ricordando alla fanciulla che essa era senza nome, senza parenti, senza protezione, schiava d’una potente società, la quale poteva far di lei quello che il libito le avesse dettato; che doveva pensare al suo avvenire, ed afferrare il ciuffo della fortuna poichè le passava così dappresso; che se ne sarebbe pentita poi ricusando; che il Norvegiano l’avrebbe anche potuta sposare.... ma che il matrimonio non era in fin dei conti _necessario_... quand’egli la avesse posta in una posizione _indipendente_...; che a quel modo viveva mezza Parigi, e probabilmente mezzo il mondo...; che era bella come una fata.... che tutte le sovrane d’Europa l’avrebbero invidiata, ma.... — e qui aveva anche il coraggio di moralizzare — «ma la bellezza, figliuola, è un fiore caduco....» e lo sapeva lei, la Mouchard, che aveva sprecato, giovinetta, un tesoro di grazie ed ora se ne mordeva indarno le labbra. Però ella sarebbe stata ancor felice nei suoi vecchi anni se avesse potuto fare il bene d’una giovanetta.... «cara, simpatica come Stefanella.»
A queste parole Stefanella rispondeva facessero di lei quel che volevano e che era pronta a tutto, perchè la vergine era così innocente e ignorante del male, che non comprendeva nemmeno il valore del patto infame che le si proponeva.... Alla sua risposta invece la Mouchard si sarebbe messa a ballare di gioia; ma poi, quando metteva la Stefanella a contatto col Norvegiano o in casa della Flaviani, o nelle partite di piacere che le due donne combinavano, e la vedeva così fredda, così riservata, così pudica, sicchè il Norvegiano stesso cominciava a infastidirsene, allora madama Mouchard disperava affatto di poter riuscire nei suoi sforzi ed aveva perfino la tentazione di rinunziare all’impresa.
A questo punto si pensò a far catechizzare Stefanella da un altro oratore e fu chiamato il direttore dello stabilimento Maubert. Quando la giovinetta si rivide in faccia quell’uomo terribile, il manigoldo dei suoi giovani anni, si diede a tremare e a raggricchiarsi come una capinera all’apparire del falco e una voce subitanea dentro al core la avvertì senza dirle nè il come, nè il perchè che era perduta. L’aguzzino non usò reticenze, non si perdè in fiori rettorici, non ebbe compassione nè dell’età, nè del pudore, nè dell’onore; andò diritto allo scopo e chiamò tutte le cose col loro nome, tanto che ad un certo punto anche madama Mouchard, persino madama Mouchard, abbassò gli occhi. Stefanella invece gli spalancava in faccia all’oratore limpidi e sereni perchè non capiva ancora. Ma dalla conclusione capì invece che le si chiedeva qualcosa di terribile, qualcosa che non aveva mai fatto e che dovea costarle la vita.
— Se non farai quello che madama Mouchard ti dice; se non farai quello che vuole il signore Norvegiano hai visto il sotterraneo dove sei stata fino a ieri? Ebbene, ce ne sarà uno ancora più nero. Ti ricordi le frustate del mio scudiscio? Ce ne saranno di ancora più saporite. Ti rammenti quando comparisti ignuda in mezzo a tutto il collegio?... ci sarà una vergogna ancora più grande e il tuo pubblico potrà essere tutta Parigi.... A rivederci, carina.
E con questa minaccia partì....
XVII.
Due giorni dopo questo discorso madama Mouchard, Stefanella, la falsa baronessa, un falso conte, una falsa Creola e il vero Norvegiano si trovarono insieme in uno dei gabinetti riservati d’una trattoria dei dintorni di Parigi attorno a una lauta tavola della quale il Norvegiano stesso era l’Anfitrione.
Era un banchetto dato in onore di Stefanella ed aveva voluto che fosse splendido perchè, diceva quello Scandinavo Don Giovanni, doveva essere l’ultimo. Ormai egli credeva d’aver sospirato abbastanza e non voleva perdere altro tempo attorno ad una rocca che non dava alcun segno di arrendersi.
Ma le due negoziatrici avevano tutto disposto perchè la vittoria non sfuggisse. Prima loro cura fu di porre il Norvegiano fra due fuochi, tra Stefanella che gli versava coll’innocente sua grazia il magico filtro dell’amore, e la baronessa che gli mesceva con pensata prodigalità tutte le fiamme artificiali dei vini e dei liquori più squisiti. Il resto della compagnia intanto che faceva onore al pranzo col classico appetito di tali conviva, aggiungeva i sovraeccitanti delle risate, delle scede e degli epigrammi e finiva coll’ubbriaccare tre volte l’Anfitrione.
Tuttavia il signor Oscar era davvero un bevitore settentrionale e non si lasciava domare così presto. Anche quando le sue gambe vacillavano, la sua testa ragionava e il bastimento, sebbene male zavorrato, non aveva perduto la bussola. Quindi egli cercò, si sforzò, quanto potè, d’essere galante, seducente, spiritoso: lanciò anche dei motti a doppio senso, urtò persino sotto la tavola il piedino della sua vicina, ma non osò mai alzare una mano, nè sorpassare nemmeno colla parola, quella barriera, molto comoda del resto, che il rispetto umano pareva avesse eretta anche in quel luogo, ma che il pudore convenzionale di quella brigata gli avrebbe lasciato senza alcuna protesta atterrare. Brillo com’era, padrone di tutto, despota dell’ora e del luogo, pure qualche cosa lo conteneva ancora: lo conteneva quella forza, che per tutt’altri sarebbe stato un incoraggiamento, l’ignoranza di Stefanella.
Questa coll’eco sempre viva in cuore delle ultime parole dell’aguzzino si forzava, fin dove la sua casta intelligenza poteva arrivare, di adempierne i comandi, quindi ad ogni parola anche incomprensibile del Norvegiano rispondeva con un sorriso e quando si sentiva toccare il piede, in luogo di offendersene, lo ritirava dicendo al suo vicino:
— Scusi, le ho fatto male?
Ma più in là di questo e di qualche ingenua risata non sapeva arrivare. Però il banchetto era finito e il Norvegiano ancora allo stesso punto di prima.
Il gabinetto dava sul giardino; il cielo era calmo e stellato e fu proposto di fare un giro al fresco della notte. La proposta veniva dalle donne che speravano trovarsi sole durante la passeggiata e consultarsi sul da fare.
Uscirono tutti in giardino. Il Norvegiano a braccio di Stefanella davanti; poi a una buona distanza da non poter dare incomodo, la Baronessa e la Istitutrice, ultimi in serrafila il Conte e la Creola.
Il Norvegiano avea slanciato l’ultima sua dichiarazione e mostrava a Stefanella il palazzo incantato di delizie che egli le avrebbe aperto, se per dir la sua frase, «voleva essere buona con lui».
— E non lo sono buona, sig. Oscar? — rispondeva la giovinetta con un accento d’innocenza che sconcertava sempre più il mal destro corteggiatore.
Si sarebbe detto che qualcuno nell’ombra intendeva quel linguaggio più di lui, giacchè quando ella ebbe pronunciate le ultime parole, la siepe di dalie che fiancheggiava il viale s’era mossa come se una persona viva l’avesse a un tratto animata.
Intanto la coppia che seguiva era sprofondata in un discorso del quale, giunta che fu al punto della siepe che prima s’era mossa, uno che avesse teso l’orecchio avrebbe potuto udir chiaramente queste parole:
— Non c’è altro rimedio che farla dormire con una buona dose d’_hatschick_ — diceva la finta baronessa.
— E voi credete alla virtù dell’_hatschick?_
— Lo credo perchè l’ho provato. Anch’io ho cominciato i miei amori a quel modo.
All’ultima frase la siepe stormì come se un soffio di vento le fosse passato in mezzo, e nell’istesso tempo una statua di _Diana cacciatrice_ che sormontava la siepe, sembrò animarsi nelle tenebre e trasformarsi nello spettro d’un uomo.
Di tutta la comitiva però i soli che avevano notato quel rapido mistero erano stati il sig. Oscar e Stefanella. Ma Stefanella lasciò passare un fremito più di gioia che di paura e non disse niente. Il Norvegiano invece gridò:
— O che c’è un uomo in giardino?!
— Baje! ubbie! — gli fu risposto da tutte le parti; e siccome ognuno lo credeva brillo, non si badò altro, e finito il giro, rientraron tutti insieme nella trattoria.
Erano in casa da circa mezz’ora; il falso conte sparito ma «per tornare», aveva detto; il Norvegiano combatteva invano un duello a morte contro Bacco e Morfeo, invincibili avversari quando sono alleati, e sonnecchiava, quasi vinto, sopra una poltrona; le due vecchie aspettavano in silenzio sedute l’una accanto all’altra, e Stefanella sola non poteva star ferma e andava e veniva dalle finestre cercando giù nel giardino qualcuno o qualcosa senza sapere nemmeno essa chi e perchè.
A un tratto la porta del salotto si spalanca e un uomo compare sulla soglia. Le due femmine danno uno scatto, il Norvegiano spalanca anch’egli gli occhi che già avevano perduta l’ultima prova, e Stefanella sola guarda, sorride e irraggia.
L’uomo è un giovine forse non ancora ventenne. Ha il cappello in testa ma si vede che è biondo; la mesta luce della lampada non permette di cogliere subito il colore dei suoi occhi, ma il dolce sfavillio che ne emana avverte che debbono essere azzurri: egli non ha per barba che due sfumatissime fila d’oro sopra le labbra, ma un sorriso fiero e sdegnoso imprime a quel volto quasi infantile un carattere d’energia e virilità che il primo aspetto smentirebbe. È tutto vestito di nero, e giudicando a prima vista, poveramente; ma un brillante che gli sfavilla in dito desta il dubbio che quella povertà esteriore sia più un pensato artificio od una negligenza volontaria anzichè una vera impotenza.
Egli aspettò a parlare forse un minuto, poi si rivolse a Stefanella e cominciò:
— Vi tradiscono.... non avete ricevuto la mia lettera.... non l’avete letta? No?.... Oh me disgraziato! Ma io non vi ho abbandonata lo stesso.... e sono qui per salvarvi.... Stanotte vi avrebbero perduta.... vi volevano avvelenare, ma di un veleno che fa peggio che uccidere il corpo, che uccide l’anima e la seppellisce in una fossa di disonore.... Voi non avete altro scampo che fuggire con me... Io vi proteggerò.... venite Stefanella.
Ma intanto che egli allungava la mano per pigliare la fanciulla che già volava a lui con tutta l’anima sua, le due donne balzarono dallo scanno come due chiocciole inviperite, e il Norvegiano stesso, desto finalmente da quella scossa, si rizzò di fronte al giovane urlandogli un «Indietro» così stentoreo che tutto il giardino sottoposto ne echeggiò.
— Non posso dare addietro — rispose con voce calma e sottile il giovane. Si tratta di un dovere, e voi potreste farmi a pezzi, ma io non potrei rinunciarvi.
— Questa fanciulla è nostra, strillò madama Mouchard. — Che c’entrate voi?
— È nostra, replicò la baronessa.
— Questa fanciulla non è vostra nè sua, rispose freddamente il giovane, indicando il Norvegiano. Se fosse vostra non la vendereste con un delitto; se fosse sua non la vorrebbe comperare a questo prezzo. Io non so bene chi sia costei, ma essa non è qui di nessuno fuorchè mia, perchè io solo qui l’amo. Se non l’amassi, essa mi apparterrebbe come ogni vittima appartiene al suo salvatore. Ed ora non mi resta altro a chiedervi, o signore, se non che vogliate agire da gentiluomo.
— Non ti capisco, rispose il Norvegiano, e spero che oramai sbarazzerai la porta se non preferisci andartene per la finestra.
— Io non me n’andrò che con essa, ma mi spiego. Se voi volete questa fanciulla per amore, essa vi ha già risposto; se la volete per forza, ecco come l’avrete. Queste due donne in questa notte stessa, fra poco forse, propineranno in un confetto, in un bicchier d’acqua, in qualche cosa d’innocente insomma, uno di quei narcotici che inebbriano i sensi, prostrano la volontà, e trasformano ogni cosa reale in un sogno morboso e bugiardo. Il narcotico si chiama credo _hatschick_ ed è molto usato a Parigi. Questa fanciulla, quando l’avrà ingollato, quando non sarà più lei, potrà essere vostra: la volete così?
Il Norvegiano aveva ascoltato attentamente, e mano mano che capiva, sbarrava gli occhi, gli rotava dalle donne al giovane, dal giovane a Stefanella, non potendo nè credere, nè inorridire, nè adirarsi, nè quasi più fiatare.
— È pazzo! gridò la Mouchard.
— È un mascalzone! replicò la baronessa.
— Zitto voi altre, urlò il Norvegiano. — Io voglio una prova, e guai a lui se non me la darà, ma guai a voi se me l’avrà data.