Part 4
Il primo pensiero che dovea naturalmente venire era quello di deludere la legge, giacchè il proverbio italiano: _Fatta la legge fatto l’inganno_, è universale a tutti i luoghi e a tutte le età. Però Carluccio tutte le volte che gli si parava il destro, non esitava ad accettare il pane che gli veniva regalato; ma non così Stefanella; essa era troppo timida per osarlo e forse troppo buona per pensare un inganno anche legittimo. Che se qualche volta le veniva offerto un pane, essa con voce tremante diceva: «Signore, non lo posso prendere, datemi un soldo» e siccome il signore si credeva in diritto di sospettare subito in quella domanda un’avidità di denaro, così se n’andava spesso borbottando senza dar nulla, e la povera Stefanella se ne restava a borsa vuota ed a bocca asciutta. Era naturale che essa come più debole dovesse soffrir di più di quella umana ingiustizia e che la fame rodesse in quel suo misero stomaco con dente più acuto. Molte volte, specialmente nelle giornale fredde dell’inverno, era accaduto che la colletta non raggiungesse la cifra decretata e che i due orfani fossero condannati a coricarsi interamente digiuni.
Una sera la Stefanella tornando a casa non potè più resistere allo strazio della fame e cascò esausta di forze e quasi di respiro sul lastricato della via. Quando la raccolsero la trovarono bruciante di febbre e la portarono allo spedale. E lo spedale, sgomento di tutti quelli che hanno una casa, un letto, una pentola al loro fuoco, un sorriso di parente al loro capezzale, era per quella bimba, foglia morta strappata dal suo ramo e gettata in quell’oceano, senz’altro nome che un numero, senz’altro asilo che l’angolo d’un sotterraneo, senz’altri conoscenti che l’aguzzino, senz’altra legge che la fame, senz’altra vita che il dolore; lo spedale colla sua carità misurata, la sua medicina ufficiale, il suo servidorame indifferente, il suo comunismo indecente, era ancora per lei una reggia, una benedizione, un pezzo di cielo. Essa da quel giorno non ebbe che un rammarico: «esser divisa da Carluccio» e non ebbe che una paura, il presentimento di dover tornare o tosto o tardi alla sua orrenda Gemonia.
E vi tornò diffatti. Un agente dell’amministrazione presentatosi come il padrone dell’operaia andò a reclamarla. Lo spedale trovò che le carte erano in regola e che esso avea finito il suo cómpito e la restituì. La carità pubblica ha di queste lacune: il brefotrofio non riconosce l’asilo infantile, l’asilo non ha a che fare colla scuola primaria, l’orfanotrofio non c’entra collo spedale, e il carcere, che dovrebbe essere un luogo di correzione e di miglioramento, si sente indipendente da tutti. E finchè le anella delle istituzioni filantropiche non saranno tenute insieme da un’unità di concetto e di scopo; finchè il miserabile non troverà in tutte le età e in tutte le condizioni una provvidenza continua ed organizzata su queste tre parole: Luce, Lavoro, Pane; finchè la _Ruota_ non metterà capo al _Collegio_, e la _Prigione_ non si confonderà colla _Chiesa_, una parte del problema sociale resterà sempre insoluta.
XII.
Quattro anni trascorsero così senza mutazione o vicenda alcuna per i nostri due orfanelli: sempre la stessa pena, sempre la stessa fatica, sempre la stessa servitù. Non c’è come la miseria per essere monotona. Chi ha incontrato qualche volta un mendicante cieco seduto da vent’anni su quel sasso a quel medesimo luogo, a quella medesima ora, colla stessa preghiera sulla bocca, col cappello sempre teso a quel modo, ha veduto il simbolo della miseria; essa è una tenebra immutabile. La sola differenza che potremo notare fu nel decreto che condannava alla fame quei due infelici. La colletta era tornata abbondante, la Pica s’era maritata all’aguzzino e il loro odio s’era calmato nella luna di miele, ed a Carluccio e Stefanella era stato restituito il diritto di mangiare il pane che ricevevano in carità.
Però noi saltiamo a piè pari fino al 1854, anno in cui Stefanella compiva i 14 anni, Carluccio 15. Entrambi erano passati dall’infanzia alla puerizia, entrambi cominciarono a divenir disadatti alla servitù a cui erano stati condannati, e un’altra vita era preparata per essi. Stefanella avea già sentito agitarsi nel suo seno i misteriosi annunzi della pubertà e, fanciulla ancora, colla precoce rapidità di sviluppo che caratterizza le meridionali, era già donna. Poichè fame, busse, insulti, miserie d’ogni sorta non l’avevano uccisa, essa fioriva. Tutti quei germi di bellezza, di grazia, di poesia, che avea portati dal suo cielo, poichè non erano avvizziti in quella notte, sbucciavano con tutto il rigoglio d’un albero in fiore, in quell’aprile della sua vita.
Belle come Stefanella a quindici anni se ne potevano forse trovare, ma nessuna figlia d’Eva, se la bellezza scultoria è regolarità di linee, era mai stata più seducente di quella montanina calabrese ornata di soli cenci e di primavera.
Bambina, Parigi l’aveva vezzeggiata; vergine, tutta Parigi l’ammirava, e pur troppo l’agognava.
Uno dei primi e più ardui problemi presentatisi all’amministrazione fu quello di sapere che cosa avrebbe fatto di quei due fratelli ingranditi.
Il comune trattamento di questi sciagurati, una volta che l’età gli aveva resi incapaci all’arte primitiva in cui erano stati educati, era, o l’abbandono assoluto in mezzo alla via, quando erano giudicati più buoni a nulla, od una rivendita o sub-affitto a qualche altra industria, sovente più infame, quando davano speranza di poterla esercitare con frutto.
Però i due calabreselli cadevano, a parere dell’amministrazione, in questa seconda privilegiata categoria, ed essi avevano in sè un capitale che, usufruito poteva essere fonte ricchissima di guadagno. Ma non era facile trovarne l’impiego conveniente. Carluccio era cresciuto in robustezza quanto la sorella in grazia e leggiadria; il buon sangue nativo e quella continua ginnastica di salti e di capriole avea dato al suo corpo ancora in fiore tutto lo sviluppo della maturanza, e più volte, acrobati e saltatori di Circhi, sorpresi dal nerbo e dall’elasticità di quei suoi muscoli, avevano regalato il giovane atleta d’un mondo di lieti presagi sui suoi trionfi avvenire.
La carriera di Carluccio era dunque fissata, e l’amministrazione si diede da quel giorno a cercare a destra ed a sinistra in tutti i dipartimenti della Francia un Ciniselli qualsiasi che assumesse presso di sè il calabrese. Alla fine credette aver trovato, e un bel mattino Carluccio fu chiamato a dar prova della sua destrezza davanti ad un elefantesco incognito che era nè più nè meno che un saltimbanco ambulante dei circhi di provincia. E perchè il ragazzo fu trovato pieno di belle speranze, così il giorno stesso il contratto fu conchiuso e Carluccio venduto per 500 franchi come clown in erba dell’Ippodromo di Nantes. Notiamo, di passata, che Carluccio era stato comperato dall’amministrazione per 300 franchi, e che egli ne aveva resi in cinque anni circa 8 mila netti da ogni spesa.
Confessiamo che pochi commerci hanno di questi dividendi.
Sorse per altro una difficoltà, alla quale l’amministrazione non avrebbe mai pensato e che per la prima volta incontrava in vita sua. Carluccio al momento della partenza dichiarò che non si sarebbe mai diviso da sua sorella.
La sorella invece non dichiarava nulla, ma colle sue lagrime silenziose confermava i proponimenti del fratello.
La prima misura dell’amministrazione fu naturalmente minacciare e picchiare, ma Carluccio era tale da farsi mettere a pezzi prima di cedere. Il saltimbanco compratore cominciava ad impazientirsi e aveva già protestato, che se entro tre giorni egli non aveva il suo _clown_ rompeva il contratto e se n’andava.
Il caso era grave, e il bisogno d’un provvedimento urgente. Ad esso non bastava più nemmeno il Comitato esecutivo e fu deciso interrogare l’alta saggezza del presidente in persona.
E il presidente, dopo aver raccolte le sue idee, col tuono freddo e solenne d’un oracolo diede questo responso:
— Poichè i tormenti inflitti al fratello non riescono, non c’è che un mezzo: torturare la sorella in faccia sua finchè ceda.
Il Comitato esecutivo partì sbalordito di tanta sapienza: l’ispirazione parve degna del genio di Torquemada e d’Arbuez, e fu deliberato di darvi esecuzione senza ritardo.
Bisognava trovare un modo di tortura che fosse a un tempo tormentoso e ignominioso e dopo molte ricerche fu trovato. Stefanella doveva essere frustata nuda. Essa doveva correre intorno al cortile, e tutto il collegio, allievi ed aguzzini mano mano che passava doveva darle la frustata sulle ignude carni! Guai quindi se ella si arrestava: la grandine diveniva ancora più fitta. Carluccio poi legato in un angolo del cortile doveva contemplarla finchè la sua pietà ed il suo terrore fossero sazi.
Appena la vergine comparve, mezza morta di spavento e di vergogna sulla soglia del cortile, Carluccio chiuse gli occhi e non volle veder di più. Quella profanazione dell’innocenza e del pudore gli aveva già tenuto luogo di tutti i tormenti e con un urlo angosciato gridò: «Basta». Gli fu chiesto allora se acconsentiva a partire e rispose: «Acconsento».
Stefanella fu ricondotta, Carluccio liberato.... e la sera chiuso in un furgone assieme alle scimmie, ai cani, ed agli altri attori della compagnia, trottava già verso Nantes dove doveva esordire nella sua nuova carriera.
Nel congedarsi furtivamente dalla sorella, non potendo darle nulla, perchè nulla possedeva, le lasciò come un ricordo ed una promessa queste parole: «Ora non mi resta che tornare per vendicarti... e tornerò».
XIII.
La sorte di Stefanella preoccupava ancora più. Ella era troppo privilegiata di doni per essere sciupata nella volgare prostituzione delle sue compagne. «Sarebbe come condannare un cavallo arabo a tirare un _omnibus_» diceva uno dei nobili membri del Consiglio esecutivo con una comparazione degna di lui! Stefanella poteva aspirare, sempre secondo i concetti del Comitato esecutivo, alle più grandi fortune; un principe russo o indiano, pareva ancora poco: forse era da tentare addirittura le alcove della reggia! Ma anche qui bisognava aspettare l’occasione, crearla anzi con destrezza, ma non precipitar nulla.
— E la prima cosa a farsi, diceva il presidente interpellato anche su di questo, è di custodirla. Se la lasciamo vagare per Parigi la perderemo. Oggi tutti la portano via cogli occhi, domani ce la porteranno via davvero colle mani... Ma custodire, soggiungeva il Solone di quell’orrida repubblica, non vuol dire nascondere; tutto al contrario: bisogna ottenere i vantaggi della mostra, senza correre i rischi della perdita; bisogna custodire come gli orafi i gioielli che vogliono vendere: trovare una vetrina sicura e trasparente in cui tutti la possano guardare e nessuno toccare.
In una metropoli come Parigi c’è tutto per tutti. Essa è, secondo i casi, una cornucopia ed una panacea: ogni dolore vi trova il suo Golgota e il suo Tabor; ogni virtù la sua apoteosi e la sua gogna; ogni ferita il suo veleno ed il suo farmaco; ogni grandezza il suo inciampo, ogni miseria il suo aiuto. Ivi il bene ed il male combattono in un quotidiano duello senza mai atterrarsi. Il bene è Ercole, ma il male è Idra; la legge è Argo, ma il delitto è Briareo.
Ora, non era possibile che, cercando bene, la vetrina suggerita dal presidente, per custodire e mettere in mostra viventi gioielli, e in modo che la società potesse almeno _tollerarla_ e la legge non avesse nulla a ridire, non s’avesse a trovare. Le forme del lenocinio sono infinite e sfuggono ad ogni classificazione filosofica e ad ogni sanzione penale. Esso può annidarsi tanto dietro le grate del confessionale che nelle anticamere de’ cortigiani e parlare indifferentemente il linguaggio di Loiola e di Falstaff; avere per insegna i piattellini di Figaro e la maschera di Tersicore, congiurare nel mazzo della fioraia sotto forma di biglietto; nel triclinio di Anfitrione coi vapori del Falerno, o nelle letture di Torquato fra le ottave del poema.
Ed esso a Parigi aveva anche la forma di collegio. In uno degli angoli più remoti dei dintorni del Panteon, in una di quelle viuzze più silenziose e tranquille che parevano fatte apposta per meditare e studiare, epperò sparse a ogni passo d’insegne di educandati e di pensioni, si leggeva al sommo d’un portoncino questa scritta:
=Madame Mouchard=
PENSION ET EDUCATION DE JEUNES DEMOISELLES ÉTRANGÈRES.
Poi sotto, in un carattere più piccolo ma evidentissimo, un _autorisée par le gouvernement_, innanzi al quale gli scrupoli d’ogni più diffidente padre di famiglia sarebbero svaniti.
Per la legge infatti lo stabilimento di madama Mouchard aveva tutti i requisiti richiesti. La direttrice era vedova d’un luogotenente del _Treno_, ucciso alle barricate di giugno per l’ordine e la legge, quindi particolarmente raccomandata al governo; le maestre d’inglese, di tedesco, di pianoforte, di disegno avevano tutte le loro patenti in regola; il locale era decente; il cibo sano, la regola austera e ineccepibile; tutte le tasse erano pagate, tutti i regolamenti osservati, dunque il governo non aveva a cercare di più.
E guai per madama Mouchard se essa non avesse osservato a puntino le prescrizioni della legge: essa avrebbe subito risvegliato l’attenzione dell’autorità la quale non avrebbe tardalo a scoprire il vero. In poco tempo si sarebbe accorta che le sedicenti maestre portavano patenti con altri nomi, che c’era il programma e l’orario delle lezioni, ma le lezioni non si davano mai, che nessuna delle educande veniva di giorno al collegio, nessuna restava per l’intero anno scolastico, e che dopo un mese o due, una carrozza chiusa e misteriosa veniva di notte alla porta, si apriva per ricevere una delle pensionanti e partiva al trotto serrato per una destinazione ignota. Insomma si sarebbe accorta che il collegio era un’agenzia succursale d’un traffico infame.
Stefanella fu affidata a madama Mouchard con questi patti. Trecento franchi per il _corredo_, giacchè Stefanella era in brandelli e bisognava rivestirla; duecento franchi al mese per la pensione di tre mesi e il 20 per cento sul contratto. Madama Mouchard non aveva mai ottenute più laute condizioni, e raccoglieva tutte le sue forze per riuscire. Nei sogni delle sue notti essa non faceva che vedere bascià innamorati, banchieri olandesi ingrulliti, e yankees vergini impazziti e monti di napoleoni d’oro a’ piedi di Stefanella. Allora essa aveva tre altre _educande_, ma decise lasciarne l’incarico ad un suo aiutante per consacrarsi interamente all’ultima venuta.
Il programma era, mettere in mostra la giovanetta dappertutto, ma non scoprire mai, fino allo stringere finale dei conti, chi era e dove stava di casa. Questo programma obbligava la Mouchard a condurre Stefanella tutti i giorni alla passeggiata e tutte le sere allo spettacolo, e poichè era quaresima, fra gli spettacoli conveniva mettere le prediche del padre Ventura e le messe cantate a san Sulpicio o alla Maddalena cogli _Oratorj_ di Haydn. Ora, se questo poteva essere divertente per la giovinetta, era grave alla borsa ed anche alla età della direttrice. È vero che essa si rifaceva sulla colazione e sul pranzo, e che la giovinetta scontava coi patimenti in casa il lusso del di fuori; ma la differenza tra la vita del sotterraneo e quella della pensione era ancora tanto grande, quanto potrebbe essere, immaginate, quella d’un uscito dall’inferno per entrare nel limbo. E quel luogo muto e misterioso era per lei un limbo davvero: essa non capiva e non sentiva nulla. Le avevano detto che la mettevano là dentro per insegnarle a leggere e farne poi un’attrice.... od una cantante.... ed essa tutti i giorni da un mese chiedeva invariabilmente a madama Mouchard:
— E quando comincio la mia lezione?
— Fra poco, rispondeva l’Argo dell’antro, e la lezione non cominciava mai.
Ma al trentesimo giorno preciso accadde per Stefanella uno straordinario avvenimento che le tolse non solo la voglia di uscire a spasso ed a teatro, ma anche quella di studiare. Essa non avrebbe fatto più nulla, fuorchè andare e venire dalla finestra e guardare di fuga e di soppiatto attraverso le gelosie.... Fin dai primi giorni della sua nuova comparsa in pubblico al fianco di madama Mouchard la giovinetta aveva avuto occasione di notare più volte, e da ultimo in tutti i luoghi, dove ella si trovasse un giovinotto ben vestito e di bell’aspetto, che, illusione o realtà, pareva la guardasse molto fissamente e persino talvolta la salutasse.
Ma dove non mancava mai era al teatro ed alla chiesa. Ella cambiava luogo ed ora, ma il giovane c’era sempre; se in teatro, appiedi della sua loggia, se al tempio dietro al suo banco, ritto, immobile a contemplarla. Però Stefanella, nutrita nella superstizione del suo paese, ebbe persino la tentazione di credere ad una stregoneria; solamente provava, cosa insolita, che quello stregone non le faceva paura.
La vicenda degli incontri durò così senza varietà e senza risultati per circa un mese, quando alla domenica delle Palme fece un gran passo decisivo. La signora Mouchard aveva condotto la Stefanella alla messa solenne nella chiesa di san Filippo nella quale per la straordinaria festività era certa che tutto il mondo elegante si sarebbe dato convegno. E non si sbagliò. San Filippo è poco lontano dai campi Elisi e dalla strada del bosco di Boulogne, e tutte le bellezze e tutti i peccati aristocratici di Parigi erano venuti a portare una carta di visita a Domineddio, intanto che veniva l’ora della passeggiata.
Quando Stefanella entrò nella semplice ma elegante sua veste azzurra, tutto quel pubblico che era là per passare ed essere passato in rivista fissò gli occhi sulla bruna calabrese incoronata di treccie d’oro e non l’abbandonò più. Stefanella sentì tutte le fiamme di quegli sguardi sul suo volto, ma avvezza ormai ad essere guardata e non guardare, non arrossì; sol quando incontrò due occhi a lei ben noti, allora diventò di bragia.
Andò ad inginocchiarsi modesta e pudica come la Margherita del Faust sulla sua sedia e per molto tempo non levò più gli occhi. Madama Mouchard, Mefistofele in gonnella, le sussurrava:
— Ma guardate là quel bruno, alto.... è il conte _tale_.... e quel piccino gentile è il marchese _tal’altro_.... e quella rossa in abito viola.... è la figlia d’una lavandaia ed ora ha carrozza e livrea.
Stefanella rispondeva: «Ho veduto» e non si moveva....
Ma a un certo punto levò la testa come tôcca da una elettrica scintilla e cercò essa pure nella folla. I due sguardi puri e raggianti del giovane l’avevano raggiunta e fissati su di lei l’attraevano come il pianeta la sua stella, dentro la sua orbita.
La chiesa era affollata, e finita la messa tutta la gente rigurgitando nell’istesso tempo alle porte finì col far gorgo e col restare parecchi minuti senza poter nè retrocedere, nè avanzare.
Ora il caso volle che nella calca Stefanella si trovasse così vicina a quel giovane ignoto che i loro cuori si toccavano e i loro aliti si confondevano. Lo sfollamento potè durare pochi minuti, ma furono per quei due augelletti in cerca d’un nido una eternità. Essi si guardarono l’un l’altra fin dentro il bianco degli occhi; poi il giovane, non visto, anzi coperto dalla folla, prese la mano della fanciulla; la fanciulla gliela lasciò; le loro dita s’intrecciarono, i loro cuori si sposarono, le loro anime tacitamente pronunciarono un giuramento così sincero, così profondo che Dio stesso avrebbe creduto eterno.
XIV.
Da quel momento il giovine, oltre che andare dovunque Stefanella andasse, s’era messo a passare e ripassare tutti i giorni ed alla stessa ora sotto alle finestre dell’istituto ed ecco perchè Stefanella andava così spesso a spiare dalle gelosie. Quella ronda per il giovane, quel riconoscimento per la fanciulla, tenevano luogo di dialogo. Quante cose non si dicevano: egli coi suoi passi, ella colle sue occhiate! Qualche volta il giovane, vedendosi solo nella contrada, si indugiava un attimo di più davanti alla finestra e la giovinetta apriva un pochino di più la gelosia. Allora il discorso diveniva eloquente; pareva che un inno cantasse per l’aria e che i loro orecchi udissero tutte le parole senza che le loro labbra le pronunciassero.
Ma chi era, d’onde veniva, come si chiamava quel giovine? Stefanella non lo sapeva, ma, strano a dirsi, non lo cercava. Per lei si chiamava.... l’Ideale.
E Stefanella chi era per lui?... Egli lo ignorava; desiderava saperlo, giacchè la natura vuole che il maschio desideri conoscere più della femmina, ma non aveva fretta.... Intanto, avendo pur egli il bisogno di dare un nome a quel sogno, lo chiedeva ai poemi, agli inni, ai fiori, al cielo.... e non lo trovava.... Finì col chiamarla Psiche.... _Anima mia_.
Questi convegni muti, quest’amore tra cielo e terra durava da circa un mese quando madama Mouchard li sorprese. Non portava il suo nome per nulla. Essa colse Stefanella proprio nel punto in cui apriva la gelosia ed il giovane proprio nel momento in cui soffermava il passo. Ella non fece che afferrare di dietro la giovinetta per le braccia e sbatacchiarla contro le pareti.
Quanto al giovane lo fulminò dalla finestra con una occhiata e chiuse le gelosie col fiero piglio di un veterano che serri le saracinesche d’una fortezza nella quale sia deciso a vincere o morire.
Però ella non tralasciò precauzione di sorta: proibì alla giovinetta addirittura tutte le stanze che davano sulla strada e le finestre di tutta la casa; non uscì più che in legno chiuso e avvertì l’amministrazione del pericolo e della necessità di tôr di mezzo quel giovane.
L’amministrazione s’incaricò di questa parte, ma un venti giorni dopo con sua grande sorpresa la Mouchard si sentì rispondere che «non si poteva toccare quel signore».
La istitutrice ruminò tutta la notte quella risposta ed ebbe quasi la tentazione di credere che quell’incognito fosse qualche principe straniero travestito.... Non si può toccare quel giovane, e perchè?... Ma cos’è?... Chi è?... andava ripetendosi la Mouchard.... e se il lettore avrà pazienza come lei, verrà a saperlo.
La custode però decise di affrettare quanto più le fosse possibile, quello che essa chiamava il _collocamento di Stefanella_. Perocchè, ricordiamolo bene, il mezzo per riuscire in una società, tutta forma e apparenza, è di tradurre in oneste parole ogni disonesta cosa.
XV.
Madama Mouchard aveva relazione con tutti i _clubs_, i circoli, i saloni della società equivoca, di quel _demimonde_ che ormai è divenuto forse due terzi del mondo parigino, ma fino allora non vi aveva mai condotta Stefanella per l’unica ragione che non voleva fosse sussurrato all’orecchio della giovine il pericoloso consiglio di «_fare da sè_».
Ma vedendo che l’aspettata avventura del principe indiano o del bascià turco tardava a venire, e che il giovane _che non si poteva toccare_ continuava a passeggiare, decise giuocare l’ultima posta, e ricevuto l’invito al ballo della baronessa Flaviani, una Susanna d’Ange qualunque di quella società, lo accettò senz’altro e vi condusse Stefanella.
Il ballo era in costume e l’occasione non poteva essere più propizia per mettere in mostra tutte le grazie native della giovinetta nel suo ricco costume calabrese. La spesa, è vero, era grande, ma l’amministrazione l’incoraggiò; d’altronde dovea essere l’ultima.