La tratta dei fanciulli

Part 3

Chapter 33,827 wordsPublic domain

In quell’ora, non essendo ancora suonato il segnale del sonno, la _camerata_, così era chiamata con dantesca ironia, pareva un pandemonio di nani. Chi urlava, chi piangeva, chi fischiava, chi suonava la tromba, chi imitava il miagolio dei gatti innamorati, o il ringhio dei cani arrabbiati, chi cantava un osceno ritornello, e chi faceva la caricatura d’un predicatore o d’un saltimbanco udito la mattina. Coloro che non dicevano nulla, o dormivano, o si grattavano, e non giova dirne il perchè, o ruzzavano in lotta coi vicini, o... rubavano.

Non parrà vero, ma era così. Anche in quel consorzio di piccoli miserabili c’era il furto organizzato: anche in quel letamaio c’era qualche cosa di agognato, di appetito, di sottratto; la nudità rubava al cencio, lo sfinimento alla fame, e tutte le notti una manuccia nera e scarna si allungava dentro la tasca, nera come la mano, del vicino addormentato per rubarvi una crosta di pane pietrificata, un bottone d’osso, un muzicotto di sigaro, un nulla, colla stessa agilità, colla stessa ansia con cui il provetto borsaiuolo dei teatri e dei _boulevards_ penetra nella tasca di un inglese per farne sparire la borsa riboccante di sterline.

I due nuovi arrivati si trovarono come perduti in quel baccanale della notte e non sapevano dove farsi una nicchia per sdraiarsi e dormire. E avevano sonno poveretti: oh se avevano sonno! Ad un tratto un lungo fischio si fece udire all’imboccatura della camerata, e quasi per incanto, come uno stormo di colibrì al fischiare del crotalo, tutto quello sciame di colibrì umani, chiusa la bocca, non fiatò più, non si mosse, e la camerata diventò silenziosa come una stanza mortuaria. Stefanella e Carluccio restarono stupiti e spaventati del silenzio, come prima lo erano stati del tumulto, e vinti dalla stanchezza e dal sonno, trovato verso la porta un angolo, dove nessuno voleva stare per il freddo che vi soffiava, vi si accovacciarono insieme, e strette al collo le loro braccia per proteggersi e riscaldarsi, vi si addormentarono.

Alla mattina al suono di un altro fischio tutta la camerata svegliossi. Rizzandosi Stefanella si accorse che le era stata rubata la medaglia del santo di Paola, memoria di sua madre, e Carluccio non trovava più un troncone di lima che aveva raccattato per istrada da Marsiglia a Parigi, e che teneva come un tesoro. I due derubati non potevano darsi pace, e quando comparve sull’uscio il pedagogo della sera antecedente corsero da lui singhiozzando a denunziare la loro gran disgrazia, e chiedendo Carluccio di ricuperare la sua lima, e Stefanella la sua medaglia.

I compagni fattisi intorno ai querelanti si guardavano incerti se dovessero canzonare la loro dabbenaggine, o stupire della loro innocenza, mentre il pedagogo scoppiando in una sghignazzata rispose loro:

— Oh che credete che qua sia una Corte d’Assisie? Se vi hanno rubato non c’è che impattare. Rubate anche voi altri.

La camerata battè fragorosamente le mani. Stefanella e Carluccio restarono come di sasso, e quella morale applaudita fu il viatico offerto a quei due innocenti per entrare nel labirinto della vita.

Appena giorno, i _petits italiens_ dovevano essere al lavoro, giacchè anche quell’ora mattutina aveva i suoi clienti e spesso i più generosi.

L’operaio che esce al lavoro ancor caldo del bacio dei suoi pargoletti lasciati a trastullarsi in una tiepida cuccia fra le braccia vigilanti d’una madre, è misericordioso per l’orfanello quasi nudo e tremante di freddo che gli si affaccia sulla via e gli chiede in nome della sua mamma lontana «un soldo per amor di Dio»; la trecca è presto commossa da due lagrime di bimbo, e il villano non può tenersi nella pelle vedendo i lazzi «di due scimiotti calabresi» che ballano la tarantella sopra un’aria un po’ biricchina.

Nel collegio poi ci sono tutte le specialità, tutte le perizie, tutte le parti come in una compagnia di comici. Chi riesce bene nel suono e chi nel ballo; l’uno è un pagliaccio a cui nessuno resiste e le sue boccaccie fanno crocchio, l’altro è un saltatore maraviglioso ed ogni sua capriola incassa un franco; l’uno non ha eguali nel pianto, l’altro è una balestra di motti e di proverbi; chi è abilissimo a fingere il freddo, chi a simulare i dolori di corpo, chi sviene a meraviglia, chi imita a perfezione l’epilettico e chi è capace di gettarsi a capofitto nella Senna a pescarvi il soldo gettatovi dalla folla e ritornare a galla trionfante.

Quindi la cura principale dei maestri, direttori, pedagoghi, ecc., è di adattare le specialità ai quartieri ed all’indole della gente che li frequenta, come farebbe un comico adattando le sue rappresentazioni al pubblico ed al teatro.

Però alle _barriere_, dove fluttuano continuamente le brigate allegre che vanno e vengono dalle merende o gli ingenui ortolani dei dintorni, gente che ama trovar tutto gaio sulla sua via e che è disposta a ridere di nulla ed a meravigliarsi di tutto, la squadra dei saltatori, dei giullari, degli sbofonchiatori; nelle taverne invece, dove comincia o finisce un’orgia, il covo dei canterini osceni e dei baccanti sbracati. In faccia ai caffè di lusso, presso le porte delle chiese i più gentili e tapini, quelli che sanno cantar con più grazia, piangere o svenire con verità, come sui ponti della Senna i nuotatori famosi e sui _boulevards_ gli arrampicatori indemoniati.

Vi sono però quelli che non hanno alcuna arte singolare, ma che in ricambio si singolarizzano per beltà o per grazia, e per quel non so che di misterioso e di attraente che esce dalla bocca e dagli occhi d’un fanciullo che vi parla e vi guarda con familiarità come se foste sempre vissuto con lui e voi foste parte della sua famiglia. A codesti più privilegiati era lasciata la crema della società; i davanti del _Tortoni_ e del caffè Inglese, i dintorni dell’_Opéra_ e gli accessi del bosco di Boulogne.

Poteva accadere, anzi era accaduto che qualche libertino in isciopero, o qualche nonno elegante lasciasse cadere lo sguardo su qualche piccina dagli occhi neri e, provvido Mecenate, la slanciasse, con un solo atto del suo favore sulla via della fortuna; poteva accadere ancora che qualche Aspasia arricchita in ritiro adottasse, per riscatto dei trascorsi di gioventù, il calabresello abbandonato, che la sua pariglia volando a furia sulla passeggiata, gettò mezzo sanguinoso ed esanime in mezzo alla polvere dello stradone.

IX.

L’arte rudimentale però, l’arte comune a cui nessuno poteva sottrarsi era di indovinare a colpo d’occhio l’indole delle persone alle quali il piccolo italiano doveva dirigersi. Perocchè uno sbaglio in questa prima parte del mestiere ne cagionava mille e comprometteva l’associazione. Però grande era la cura dei maestri e custodi perchè i piccoli industrianti si penetrassero bene delle regole fondamentali della scienza di Lavater applicata all’accattonaggio. Lezioni speciali erano date sovente nello stabilimento su questo tema chè i professori erano per solito i più anziani e provetti della corporazione. Allora non era raro il caso di vedere qualche sera, dopo la ritirata, uno di questi piccoli dottori in scienza fisionomica, montare sopra una panca apparecchiata in mezzo alla camerata, innanzi alla turba attenta dei neofiti e dei principianti, e schiccherare questo discorso:

«Il genere preferibile è il _provinciale_, e, regola sicura, ogni persona, uomo o donna, che sia ferma a guardare nelle bacheche delle botteghe, o a contemplare, la colonna di Luglio o la giraffa del giardino delle Piante, è un provinciale.

«Intorno ad ogni monumento ne troverete uno sciame e non bisogna abbandonarli, finchè non abbiano vomitato il loro dazio d’entrata. Con questi tutti i ferri del mestiere sono buoni meno le canzoni grasse e i _calembours_ troppo astrusi.

«Vien subito dopo il genere _stranieri_ da distinguersi bene dai _provinciali_ per il modo di trattamento. Con essi bisogna essere servizievoli a oltranza, insegnar loro la strada anche quando la sanno, andare a pigliare la carrozza anche quando non la vogliono, offrire loro di portare il _paletot_ anche quando piove. Con loro non c’è che un programma: essere importuni. Bisogna però badare a non urtare contro la flemma inglese; sarebbe tempo perduto contro uno scoglio insormontabile. Cogli inglesi però c’è un altro mezzo: cantare un’aria turca qualsiasi e dire che è italiana. Guardarsi bene invece dal parigino che ha fretta. Un uomo che corre per le strade è un uomo d’affari e non guarda ai _petits italiens_ se non quando li getta per terra. Tenete d’occhio gli studenti e i soldati, i primi al principio del mese, i secondi al giorno di paga e specialmente quando portano al braccio le loro metà, le sartine o le cuoche. Allora essi amano mostrarsi generosi specialmente se voi saprete adattare una buona musica al proverbio tutto francese. «_L’amour ne loge point sous le toit de l’avarice_.»

«Non perdete un minuto solo colla gente che esce dalla Borsa o dalla chiesa: la prima ha dato tutto il suo cuore al diavolo e la seconda a Dio e non ne avrà per voi. Se trovate per istrada una signora sola che vada diritta senza voltarsi indietro corretele appresso e non lasciatela mai. Essa va per qualche contrabbando ed avrà bisogno di liberarsi di voi. Ma per ultimo consiglio guardatevi dalla gente che va in mezzo alla strada col capo nelle nubi: si chiamano poeti e sono un genere traditore. Essi si fermeranno a contemplarvi, vi offriranno una eloquente compassione, scriveranno per voi qualche ode, ma non vi daranno un soldo.»

Eruditi a questo modo dalle parole e dall’esempio, i due nostri calabresi divennero in brevi giorni i più esperti e fortunati della società.

Carluccio agile, snello come un camoscio non avea rivali nelle capriole. Stefanella, dotata d’una voce esile e gentile come il pianto d’un rosignolo, arrestava la folla dei più indifferenti coi suoi _rispetti_ calabresi pieni di semplicità e di melodia. Inoltre Carluccio avea un pregio che nessun altro prima di lui avea mai posseduto: una fierezza d’accento, di posa e di sguardi che quando chiedeva la carità pareva dicesse: «Datemi un regno.» In quel momento coi suoi occhi neri scintillanti, col suo sorriso beffardo, colla mano tesa in atto più di minaccia che di preghiera, il corpo eretto, la fronte alta, era così bello che tutti, innamorati di quel piccolo miserabile col cipiglio principesco, si fermavano a guardarlo, e lo colmavano di doni. Accadde anzi più tardi che uno statuario, trovato il calabresello per la strada, lo volle nel suo studio e lo ritrasse al vivo nel suo nativo costume in un bozzetto di creta al quale pose nome: _Amore brigante_.

Stefanella al contrario era tutta grazia, umiltà, pudore. I suoi occhi non si alzavano mai sul passeggiero che per la preghiera, la sua voce era restia alle note gagliarde ed ogni parola dura ed invereconda moriva sulle sue labbra senza poterne uscire. Per questo, per quanti sforzi fossero fatti dai maestri e dalle compagne più arrendevoli, essa non potè mai imparare una canzone oscena quantunque non ne intendesse il significato. Per fargliela entrare in testa, per fargliela pronunciare fu minacciata, percossa e, cosa inaudita in quella corporazione dove ogni tenerezza era morta, blandita, e persino regalata. Tutto vano; la natura si ribellava; tutte le seduzioni della zingarella svanivano, quando la si costringeva a fare la baccante!...

I due fratelli erano stati destinati dapprima ai quartieri della barriera Saint-Denis, ma i padroni non tardarono ad avvedersi che non erano personaggi per quella scena troppo volgare e che il pubblico era inadeguato alla rappresentazione e il guadagno al capitale. Quei due aristocratici del vagabondaggio erano fatti per l’aristocrazia, però decisero cambiar loro quartieri e clienti, e furono arruolati nella squadra che doveva agire ai _Champs Elisées_ e sul _boulevard des Italiens_.

In pochi giorni i due calabresi diventarono famosi anche in questa nuova scena e non c’era frequentatore di quel mondo, zerbino o magistrato, gran dama o crestaia, che non volesse aver udito cantare almeno una volta Stefanella e veduto saltar Carluccio come si fosse trattato dei trilli della Pasta o dei salti del signor Léotard. Nei caffè signorili dei _boulevards_, gli artisti ambulanti non possono entrare, o vi sono messi bruscamente alla porta. Ora, per intercessione d’una società d’allegri avventori, Stefanella e Carluccio avevano ottenuto privilegio d’ingresso al caffè _Tortoni_ e in breve tempo per imitazione in tutti gli altri caffè dei dintorni.

Era là specialmente che Carluccio era fatto chiaccherare e Stefanella passata in più minuta rassegna.

Talvolta, mentre un pittore, uno scultore, un poeta qualsiasi prendeva da un tavolino remoto delle note e faceva de’ segni sul suo taccuino, la brigata dei giovinastri eleganti si serrava addosso alla zingarella incalzandola con domande, con motti, con occhiate, spesso con gesti tutti d’un tema facile ad indovinare che la facevano diventar rossa e bianca ad un tempo senza che nemmeno potesse dirne il perchè, intantochè il fratelluccio costretto a giuocare in un altro angolo della sala, vedendo la pena della sorella si mordeva le labbra e squadrava le fiche agli osceni motteggiatori. Ma, se talvolta la mano di qualche più audace si allungava per un’impudica carezza, allora si sarebbe veduto il giovinetto saltare, col lancio d’un tigrotto irritato, tavoli e panche, e piantarsi davanti alla sorella contro all’insultatore sfidandolo collo stesso piglio con cui un cavaliere della Tavola Rotonda sarebbe corso all’elsa in difesa della dama di cui portava i colori. Ed all’atto fiero del piccolo Baiardo era per tutto il caffè un fracasso di risate e di battimani, e spesso una pioggia copiosissima di soldi, di dolci, di franchi persino, che certamente nè la fame, nè la pietà avrebbe strappati a quegli sfaccendati in cerca d’emozioni nuove e di curiosità eteroclite.

La colletta de’ due fratelli, giunti a sera, stava ordinariamente fra i sei franchi al giorno; ma spesso saliva fino a 10 e qualche volta aveva toccata la somma inaudita e favolosa per tutta la corporazione di 20 franchi. Ma è noto che di tutto questo danaro ai fanciulli non restava un centesimo e che tutto andava versato nelle casse della società.

Però, quando la questua era abbondante, i questuanti non ne risentivano alcun vantaggio; quando invece era scarsa, una parte del danno andava a cascare sulle loro povere spalle sotto forma di frustate. Quindi indirettamente ognuno era interessato a far buona presa, non tanto per il lucro cessante, quanto per il danno emergente.

Ai fanciulli dell’associazione, l’abbiamo già detto, non restava per _mangiare_ che quello che era loro regalato in natura dai clienti; in altre parole la crosta di pane stantìo, l’osso, la ciottola d’acqua e di minestra, il dolce, il bicchier di vino, ristoro rarissimo che la carità aggiungeva o sostituiva al soldo, erano lasciati dall’amministrazione ai questuanti in cambio della mercede o del pasto quotidiano che avrebbero loro dovuto somministrare. Così l’amministrazione aveva ridotto i suoi operai alla maggior semplificazione di regime immaginabile: allo stato d’una macchina che non mangia e non beve e produce tanto per giri e per ora.

Frattanto, finchè i nomi di Carluccio e di Stefanella furono una novità, il favor pubblico fu generoso tanto per la loro borsa che pei loro stomachi e la messe dei pani emulò quella dei soldi. Ma in Parigi, centro della mutabilità umana, nulla resiste all’aridezza di questa sentenza: «È giù di moda.» Un regno ha vissuto 18 anni? È vecchio, se ne vada: una rivoluzione si prolunga oltre un carnevale? È vecchia, chiuda bottega. Un predicatore è alla seconda predica del suo quaresimale; un cantante alla sua seconda stagione; un poeta al suo secondo dramma; Nadar alla sua seconda ascesa; gli ambasciatori del Taicun alla loro seconda comparsa?... ebbene, sono vecchi, vecchi come il cappellino, come la foggia, come l’acqua d’odore che si usa da una settimana. Non c’è merito, non c’è virtù, non c’è scoperta, non c’è idea, non c’è bizzarria, non c’è utopia, non c’è nemmeno delitto, quando esso sia scolpito dal suggello della novità, al quale il vento della moda non gonfi almeno per un giorno la vela ed a cui quel gigantesco Arcangelo della civiltà rifiuti di prestare le sette trombe della sua fama; ma non c’è moda, non c’è fama, che in quello smisurato oceano resista al soffio d’un’altra moda che sorge, d’un’altra fama che incalza, e gli aquiloni della sera che portano le tempeste sono salutati colla stessa gioia con cui lo furono le brezze del mattino che aveano fatta parer bella la calma. Babilonia, Atene, Roma, Parigi, Londra, forse, chi sa? domani New-York o Pietroburgo sono le grandi fornaci del progresso: esse tutto ingoiano, tutto divorano e tutto trasformano, e non lasciano al frammento che vi cade altra gloria che quella di avere contribuito a formare la immensa statua della civiltà.

X.

Torniamo ai bimbi... Anche per essi dopo un anno, e avevano durato anche troppo, era cominciata la vice fatale del tempo. Quei due bimbi erano trovati già vecchi; il sorriso infantile di Stefanella cominciava a parere stereotipo, la posa di quel grano d’eroe a sentire il rancido. Il pubblico si diede a sbadigliare, a non guardare più, a infastidirsi, ad allontanarsi, a dar meno, a dare pochissimo.

A ciò si aggiunga che ci fu un’epoca torbida per la Francia. Eravamo poco lontani dall’elezione del presidente e dal colpo di Stato: la Francia era preoccupata ed inquieta e gli stranieri non erano sedotti a visitarla. Quindi molti pensieri nelle teste dei Parigini e pochi forestieri per le strade di Parigi, e dappertutto e in tutti quella trepida aspettazione d’una crisi, che tronca i nervi al lavoro, gela le ispirazioni all’arte, consiglia il capitale ad espatriare, il lusso a nascondersi e la società intera a sopprimere il superfluo, a ridurre il suo bilancio al puro necessario, a rinchiudersi insomma nella vita vegetale del giorno ed a non far più alcun conto dell’incerto avvenire.

Di questo torbo ed inquietante orizzonte, se ne dovevano risentire l’_Opéra_ come i cantastorie da trivio, e l’associazione de’ _Petits italiens_ doveva soffrirne quanto e più d’una società di strade di ferro o di miniere.

Infatti verso i principii di novembre il Consiglio esecutivo della piazza Maubert notò una grande diminuzione di introiti e ordinò esso pure un’inchiesta. E l’inchiesta disse che le partite di Stefanella e di Carluccio erano quelle che avevano ribassato più rapidamente. I sei franchi giornalieri erano scesi a tre: nientemeno che il 50% di perdita. Il fatto era grave sopra tutto e meritava uno studio singolare. Non si tralasciò di ordinare una più rigorosa vigilanza dei due fratelli; molto meno si dimenticò di chiamarli al _redde rationem_ e di rammentar loro i doveri sociali con la consueta perorazione dello scudiscio e delle pedate. Carluccio col suo solito piglio rispondeva che «non aveva colpa se in Parigi non ci erano più nè soldi nè minestre». Stefanella invece non rispondeva nulla e piangeva in silenzio dietro di lui....

— Ci sono pochi soldi perchè ci sono troppe minestre — strillò dal crocchio degli ascoltatori una voce di femmina.

— Cosa vuoi dire tu _Tredici?_... — chiese il direttore dello stabilimento che avremmo voglia di chiamare il capo aguzzino, volgendosi con un sorriso di iena innamorata alla interlocutrice.

— Gracchia più chiaro, Pica scordata — replicò Carluccio apostrofandola col soprannome che tutto il collegio le aveva imposto per la grande rassomiglianza di voce e di muso che aveva con quell’animale.

— Parlerò a tempo e luogo.... e con chi si deve — ribattè la Pica.

— Parlerai con me, non è vero? — e voi altri zitti... o guai! — disse il capo aguzzino facendo chioccare la frusta dalla parte di Carluccio.

Ora è mestieri dire che la fortuna rapida e insolita dei due calabresi aveva destato nella maggioranza del collegio di piazza Maubert tutti i vermi dell’invidia fanciullesca, la quale, sebbene piccina e innocente di forme, è qualche volta non meno temibile dell’invidia degli adulti. Ora, fra coloro che avevan preso più forte a odiare i due fratelli, la più arrabbiata e maligna era la Pica scordata.

Costei, ributtante impasto di giallo e di cenere, brutta proprio come l’invidia, avendo già oltrepassati i quattordici anni, contava fra le più anziane dell’istituto, ed ormai la si poteva dire tramontata per quell’industria che consisteva tutta «nel mettere in mostra l’infanzia che soffre». Tuttavia ella avea una abilità tutta sua; imitava a perfezione il mal caduco, e con quest’arte, resa più interessante dalla sua laidezza, ella era sempre riuscita a razzolare più quattrini che non le sue compagne colle loro grazie di canti, di suoni o di bellezza che ella, certa di non le poter mai uguagliare, ferocemente abborriva.

Ma la Pica, non contenta di avere la sua parte di guadagni e di favori, agognò entrare nelle grazie dell’amministrazione. Impregnata d’odio, gelosa di tutti i meriti altrui e specialmente di quelli delle sue compagne, fatta per assorbire e respirare a pieni polmoni i miasmi pestilenti dell’ambiente in cui viveva, essa aveva sentito il bisogno di fare il male per il male, e dopo averne per molto tempo cercato il modo più sicuro e lucroso, si pose ai servigi della polizia segreta dell’associazione. Perocchè, giova dirlo subito, anche quella società di piccoli miserabili sentiva il bisogno d’una sbirraglia e di uno spionaggio. Ed ecco una fanciulla a 14 anni spia dell’innocenza e della miseria. In verità il genio del male non aveva mai trionfato più completamente in un’anima umana.

Naturalmente ella aveva veduto con ira la gloria dei due calabresi e giurò vendicarsene. Aveva notato che nei primi mesi Carluccio e Stefanella, oltre che di soldi, erano colmati di doni e che qualche generoso, oltre al pane ed alla minestra, era persino arrivato al desinare ed ai confetti. Quei due fanciulli adunque, invece di patire come era loro dovere, minacciavano ingrassare, e l’associazione era frodata. Quale capo d’accusa per l’invidia in agguato!

Però, quando il direttore chiamò in segreto la Pica a dargli spiegazione delle sue parole del giorno prima, ecco quel che essa rispose:

— Stefanella e Carluccio, invece di chieder soldi per la società, chiedono pane per sè. E siccome molti dànno più volentieri un pane che un soldo, ecco perchè da un mese essi non portano nella cassa più nulla. Sono egoisti che pensano soltanto a sè; essi impinguano e la società patisce.

La delazione bugiarda della Pica era materia più che sufficiente per un processo. Il direttore credette o finse credere, e ordinò il processo il quale non potea essere che sommario come là si costumava. Laonde, aspettati a casa i due accusati, e annunziata la sua presenza con una fischiata di scudiscio, il direttore incominciò così:

— Quant’è l’introito d’oggi?...

— Quattro franchi, fece Carluccio; pioveva a secchi e per le strade c’era nessuno.

— D’ora innanzi pioveranno di queste — urlò l’aguzzino facendo strisciare il frustino sulle guancie di Carluccio che ne illividì.

— So perchè l’introito scema; perchè, invece di cercare denaro, cercate da pranzo... Silenzio... ghiottoni... io lo so e basta. D’ora innanzi decreto: tutte le volte che vi offriranno da mangiare.... ricuserete. Tutte le volte che porterete a casa meno di sei franchi doppia razione di frusta e digiuno assoluto.... Quando porterete sei franchi, vi lascerò tre soldi per desinare... e ce ne sarà d’avanzo. Avete capito?... a letto, scoiattoli.

Il lettore comprende che per eseguire alla lettera quest’ordine Carluccio e Stefanella rischiavano restare senza pranzo tutte le volte che la busca era minore di sei franchi; e che anche quando li raggiungeva o li superava dovevano aspettare fino a sera a pranzare... con tre soldi! In verità la legislazione della fame non era mai stata più sapiente.

XI.