Part 2
— Uomo onesto non ha che una parola sola.... — rispose l’arrivato, tipo di mercante di buoi indurito dall’aria marina — sbrighiamoci, perchè ci ho il vento fresco di terra e mi preme di partire.... Sono questi i marmocchi?...
— Questi!
— Uhm!... la femmina è troppo gracile e il maschio è troppo forte.... la prima rischia di restare per istrada e l’altro non troverà un cane che voglia commuoversi per lui.
— Ma quando li vedranno ballare la ancioca — fece il brigante ammiccando coll’occhio....
— Merce mediocre.... appena sostenibile.... Vediamo questi quattro salti....
— Piccirilli, fece il padre.... un colpo di _ancioca_, da bravi ch’io vi darò la misura colla zampogna....
E staccato lo strumento dalla parete si mise a soffiarvi dentro, cavandone quella monotona e stridula cantilena, che è tutta la musica dal Tronto allo Stretto.
I bambini alla voce del padre ed al suono della zampogna si posero lì, ignudi come erano ad agitare le loro magre gambe per diritto e per traverso, battendo di quando in quando le loro palme in segno di tripudio e mandando dalla bocca quel grido che assomiglia all’_Evoé_ bacchico degli antichi e che ne è probabilmente l’eco.
La Marinella intanto, accoccolata in un angolo della stanza, recitava sommessamente il rosario e piangeva in silenzio.
— Basta così... non ne posso più del vostro satanico sgambettìo — gridò il mercante — ma son troppo grandi.... Quanti anni?...
— Nove la piccina e dieci il maschio — rispose il padre.
— Via, mi rubate quelli della balia....
— Per i chiodi del nostro Redentore vi dico la verità.
— E sia.... son pronti a partire?
— Prontissimi.... vero, Marinella?...
Marinella rispose con un singulto, e la vecchia sibilò due _mostro_ dal fondo del suo canile.
Allora il mercante si mise a passare in rivista i due bambini, tastandoli, girandoli e rigirandoli, guardando loro i piedi per accertarsi, se erano buoni alla marcia, picchiandoli nel petto per sentire, se avrebbero resistito alla fatica.
A questo giuoco i fanciulli, già commossi dal pianto della madre, si misero a piangere anch’essi. Ma il padre:
— Ohè, ragazzi.... punto strilli ora... andate con questo signore.... Voi ballerete e canterete sempre.... Vi vestirà bene proprio come da figli di galantuomini.... vi darà della focaccia finchè ne abbiate voglia.... vero, signore?
— Certo che sì.... Allegri, marmocchi....
I due ragazzi si diedero a contemplare l’uomo che doveva fare tanti miracoli e si acchetarono.
— E il prezzo?...
— Quaranta pezze — rispose secco il brigante.
— Che!... baie! _Maitre_ Gaubelet non ne fa di questi contratti, saranno già troppe venti....
— Allora i bambini resteranno con me.... e voi ve n’anderete....
— Via non riscaldiamoci, pensate che i prezzi sono ribassati, perchè la merce è abbondante. Quaranta pezze! sono 200 franchi.... mi fate celia.... se si dicesse trenta ci si arriverebbe!...
La Marinella alzò gli occhi sopra suo marito per aspettare la sua risposta.
— Mettilo alla porta — urlava la nonna.
— Siete pazzi.... E domani?... No!... vada per le trenta.... i ragazzi sono vostri.... Su voi altri! Addio, Carluccio, addio, Stefanella... andate, gli è inutile, adesso siete di questo signore.
— E queste sono le trenta pezze, fece il mercante tirando fuori un rotolo dalla tasca del giubbone e deponendole sul cassabanco.
Poi, voltosi ai ragazzi,
— Ed ora andiamo, _petits chiens_ — fece allungando la mano per pigliarli.
— Prima bisogna farli benedire — gridò la madre slanciandosi davanti alle sue creature e facendo loro schermo della persona con un coraggio che nessuno avrebbe mai sospettato in lei. — Non è vero, Salvatore?
— Ma io non ho tempo da perdere, rispose il mercante.
— Ha ragione la donna, fece il brigante... In dieci minuti è bello e sbrigato. Vado e torno.
Lo Storpiato uscì a salti e in meno che non avea detto, tornò conducendo seco un figuro nero, unto, sinistro, tutto inferraiuolato. Era il pievano del villaggio.
— Ci sono da benedire questi due bimbi, disse il padre.
— Se ne vanno? chiese freddamente il prete come di cosa consueta e naturale.
— Se ne vanno.
— Allora è subito fatto.
E cavata di tasca la stola se la gittò sulle spalle e si mise a brontolare le giaculatorie della benedizione. Quando ebbe finito segnò egli stesso col segno di croce i due ragazzi, e con un sorriso di soddisfatta compiacenza esclamò:
— Eccoli serviti!
— Siate benedetto, fece la madre.... Tenetela, cari miei, questa benedizione, ed anche queste due medaglie di san Francesco di Paola; non lasciatele mai.
— La mezza pezza — disse il prete allungando la mano — perchè ho premura anch’io.
— Ne abbiamo una intera per voi, rispose il padre. Coll’altra mezza direte una messa per la salute di questi due figliuoli e delle anime nostre.
— Così sia. Salute a tutti; — e intascato il suo prezzo, il prete uscì dalla capanna.
Di lì a mezz’ora il mercante spingeva innanzi a sè i due calabresi sulla strada del porto di Paola, e quando s’arrestavano per fiatare o voltarsi indietro li incalzava con un minaccioso _Ohè_, come fa il boaro colla mandra che riconduce dalla fiera.
Così lasciarono la loro casa quei due fanciulli senza saper dove andassero, nè qual mano li conducesse: il padre li gettava per trenta danari nell’ignoto: la madre, impotente a contenderli a quel destino, li lasciava partire, non serbandosi altro conforto che la prezzolata preghiera d’un prete, e la poetica speranza di una giustizia futura.
Nel porto una goletta con bandiera francese allestiva per la partenza. Il mercante vi fece entrare i fanciulli, e dopo averli consegnati al nostromo con queste parole: «Registrare, numerare, e nella stiva» se ne andò pei fatti suoi.
Il nostromo aperse un libraccio foderato di catrame ed olio, e vi scrisse sopra il nome, il cognome e la provenienza dei due ragazzi: poi cavò da un armadio due pezzi di cartone, li infilò in una funicella, e fattone una specie di collare li passò nel collo dei bimbi con questa avvertenza:
— Codesto è il vostro numero: tutte le volte che vorrete mangiare presenterete il cartone: chi non l’avrà non mangerà.
Carluccio aveva il num. 47 e Stefanella il 48.
— Ora scendete lì — fece il nostromo — e aspettate il rancio. E additò la scala di corda della stiva.
Carluccio e Stefanella, agili come ogni figlio di montagna, si calarono pei nodi nel fondo della nave, e vi trovarono una numerosa compagnia.
Erano altri quarantasei fanciulli di ambo i sessi, ma quasi tutti nella loro età. Dividevano la stiva coi barili d’olio e l’altra paccottiglia, colla sola differenza che la merce inanimata aveva il migliore posto, ed essi il peggiore. Vedendoli si pensava subito agli Africani stipati nel legno del negriero; ma la razza bianca aveva anco in questo il suo privilegio. I negri, oltrechè stipati, son tenuti impilati, e l’uno giace addosso all’altro senza potersi più muovere per tutta la durata del viaggio. I bianchi invece avevano tanto spazio da poter stare seduti; solamente erano forzati a sedere all’orientale ed a sopprimere interamente le loro gambe. La condizione dei bianchi era quella del riccio, e quella dei negri dell’acciuga: in verità lasciamo ai naturalisti dire quale dei due sia preferibile.
Scorsa un’altra mezz’ora la _Volpe_, era il nome della goletta, salpò con un vento fresco di mezzogiorno a vele e fiocchi spiegati colla prua su nord-ovest nella direzione di Marsiglia. Il sindaco, il cancelliere del comune, due canonici della cattedrale, il pretore, ed un’altra serqua di persone, che dall’abito nero sembravano signori, o come là si dice, _galantuomini_, venivano a dare il buon viaggio al capitano Gaubelet, il quale ritto sul suo cassero comandando la manovra, rispondeva alle scappellate con dei cenni di mano che Cristoforo Colombo non avrebbe certo saputo trovare quando partiva dal porto di Palos in cerca dell’America.
VI.
Che cos’era quel carico di carne umana che salpava in piena luce del giorno da un porto d’Italia? Che cosa era quel traffico a cui i poteri ecclesiastici accordavano la benedizione, e i poteri civili apponevano il bollo? Dove andava quel _bastimento-serraglio_ protetto dalla bandiera francese?
Il lettore lo avrà in parte compreso, ma è nostro debito spiegarci meglio. Ognuno avrà sentito parlare, seppure non li ha veduti coi propri occhi, di quei fanciulli per lo più oriundi della Basilicata e delle Calabrie, noti in commercio col nome di _petits-italiens_, che solcano in tutti i sensi i villaggi della Francia e dell’Inghilterra, ed ora s’incontrano perfino nelle contrade di Nuova York e di Washington, cantando canzoni incomprensibili e ballando strane danze al suono di una zampogna o di una chitarra e mendicando di chiasso in chiasso, di taverna in taverna, di porta in porta il soldo della carità importunata od impietosita, e facendo in una parola dell’accattonaggio un mestiere, della musica un pretesto, dell’infanzia un lenocinio, e del loro dialetto abruzzese o calabrese, ignoto e melodioso, una seduzione.
Però, ciò che è forse ignorato dalla maggior parte, si è che questi piccoli avventurieri non esercitano già, come potrebbe parere, la loro industria per conto proprio, ma sono gli strumenti ciechi di un’associazione invisibile, la quale vive, traffica ed arricchisce sull’obolo accattato giorno per giorno da quella miseria infantile organizzata ai suoi servizi.
Una volta nato il concetto di questo traffico, una volta che la coscienza umana potè proporlo a programma di un’industria, e la coscienza sociale tollerarlo, i modi per farla fruttare erano evidenti. La buona economia, insegnava anzitutto d’andar a cercare la merce greggia sul luogo stesso della produzione, e trasportarla sul luogo di lavorazione, quindi primo punto _una tratta_. Poi la stessa scienza, considerato che la merce era umana, rivelava che, fra i molti metodi economici e sicuri per custodire molti uomini insieme, la caserma, il convento, il falansterio, il _Workhouse_, il _caravanserraglio_, la galera, nessuno rispondeva per sè solo esattamente al caso, ma che pigliando il meglio da tutti si poteva arrivare a qualche cosa di perfetto. Ed allora, togliendo alla caserma la disciplina, al convento il digiuno, al falansterio la promiscuità, alla _Workhouse_ il lavoro, al _caravanserraglio_ l’economia, alla galera la corruzione, rifiutando su tutti i punti il necessario come un lusso, e applicando in tutti i casi la massima che _l’interesse_ dell’industria si riduceva ad un _dolore accumulato_, riescirono a formare uno stabilimento modello.
Istituito l’ospizio, restava a distribuire e regolare il lavoro in guisa che potesse dare colla minor spesa e la maggior sicurezza il massimo prodotto; in altre parole restava a trovare un modo di sguinzagliare alla preda tutti quei rapaci infantili senza che nessuno la smarrisse o si smarrisse, o ne trafugasse una parte, o la divorasse per sè. E qui l’arte venatoria venne in soccorso. Tanti quartieri, tanti parchi, tante mute: ad ogni muta due o tre bracchieri con segnali per riconoscere ed essere riconosciuti. Una volta al giorno, alto della caccia in uno dei bugigattoli più bui del quartiere, o nel mezzo di qualche piazza deserta, giacchè il vasto nasconde come l’oscuro; ed ivi resa di conti parziale. Alla notte poi, resa di conti totale nello stabilimento. Ad ogni negligenza sospettata, pena atroce di scudiscio e di fame; ad ogni frode denunziata, pena raddoppiata, chè l’istituzione è morale ed ha in grande orrore l’infingardaggine ed il furto!
Infine, amministrazione minuta, disciplina ferrea, sorveglianza assidua, gerarchia russa, segretezza giurata e massonica.
La società in Europa ha due grandi centri, Parigi e Londra, in lega fraterna fra loro; perocchè per simili cause i confini scompaiono e John Bull può obbliare Crecy, e Jacques Bonhomme, Waterloo.
Alla testa d’ogni centro sta un presidente, un Comitato esecutivo, ed un Consiglio di amministrazione con facoltà ed uffici ordinatissimi, e autorità rispettatissime.
Oltre a ciò, in continua e diretta comunicazione colla sede centrale in quasi tutti i dipartimenti e contee, sedi secondarie o succursali, le quali, benchè privilegiate di molta autonomia, sono però obbligate ad esercitare la polizia dei fuggiaschi, ed a pagare una specie di _ghinea_ alla sede principale. Nelle città marittime l’affigliazione conta molti capitani armatori di bastimenti, i quali assumono la tratta per mare a conto della società.
Il più delle volte però i contratti di trasporto sono regolati a un tanto per testa, salva ai capitani, come affigliati, la parte spettante di utili sui dividendi dell’associazione. Una serie d’articoli dello statuto determina minutamente l’entità e le proporzioni dei dividendi: tutti hanno diritto ad un interesse anche minimo per conseguire che tutti sieno zelanti del controllo e della sorveglianza, onde nulla si perda.
Tuttavia la distribuzione non la fa che il Consiglio d’amministrazione per mezzo del Comitato esecutivo. Il presidente è invisibile come un Grand’Oriente massonico, e nelle stesse adunanze del Consiglio d’amministrazione compare di rado. I suoi rapporti esteriori non vanno oltre il Comitato esecutivo ed anche con esso si circonda di una certa nube. Egli non dura in carica che un anno ed è piuttosto un dignitario che un podestà, e per questo lo si vuole scelto tra le persone più distinte dell’associazione o fra quelle principalmente che si trovano in contatto, o possono trovarvisi, coll’autorità pubblica.
Il primo presidente fu un secondino destituito del bagno di Tolone; il secondo il portinaio dell’ambasciata inglese. Con ciò si credeva di poter far la polizia alla polizia e tenere sempre una mano nei segreti dello Stato dei quali poteva diventar utile all’intera associazione il possesso.
Nel 1850, nell’anno di cui narriamo, il presidente era qualcosa di più alto ancora: un commissario di polizia dimesso dalla rivoluzione per intrighi legittimisti. Ma dopo le giornate di giugno egli aveva cambiato nome e s’era dato a’ servigi della polizia segreta del principe presidente.
Per questa trafila entrato in rapporti coll’associazione dei _Petits italiens_, avea potuto far valere tutti i suoi meriti presenti e futuri e, candidato alla presidenza, era riescito a raccogliere sul suo nome la quasi unanimità dei suffragi.
Un’altra parola ci sembra necessaria. Il contingente di questa associazione non poteva venire che dai bassi fondi sociali; ma qui importa intendersi bene ne’ termini.
La sentina pubblica ha confini illimitati. In essa si perde lo straccio come la decorazione. Tutto ciò che porta maschera le appartiene. Tutti coloro che agognano apparire più di quello che sono, a consumare senza produrre, a conquistare con un colpo di Borsa o di Stato una fortuna od un trono, sono il suo popolo. Catilina, lo zingaro dei repubblicani, vi è cittadino come Giovanni Senzaterra, lo zingaro dei principi; il bettoliere Thenardier che aspira a diventar milionario, vi s’incontra con Cesare che aspira a diventar imperatore. Però gli è dalla notte di quest’abisso che monta il vero miasma sociale.
Finchè il male è pubblico, visibile, diurno, e la legge lo può conoscere, correggere, colpire, il rimedio è noto e la guarigione certa. Ma quando il male è segreto, notturno, invisibile e porta la larva del bene, o almeno l’insegna del legittimo, allora la società versa in grave pericolo, e qualche grande crisi l’attende. Quando non si sa più distinguere se la miseria in cenci sia più dolorosa della miseria dorata, quando il vizio può uscire dal postribolo come dall’officina, dalla bisca come dalla sagrestia, andare a braccetto di una dama foderata di cortigiana, o di una cortigiana vestita da dama, prendere per insegna, per tornare al nostro esempio, il _Senatus populusque romanus_ di Cesare o il sergente di Waterloo di Thenardier, allora il dominio della città oscura può dirsi incominciato e quelle grandi epoche di consunzione, nelle quali la morale è ridotta a un galateo, e la legge a una tolleranza, compaiono nella storia.
Però da molti anni le cose erano notevolmente mutate. Il governo francese s’avvide alla fine del nefando delitto che si commetteva impunemente all’ombra delle sue leggi, e prese a combatterlo. Se non che egli seguì la stessa strada degli abolizionisti verso i neri. Cominciò dall’abolire la tratta e si fermò. Oggi è ancora a quel punto, e non ha fatto un passo di più. Impedisce lo sbarco dei _petits italiens_ ne’ porti francesi, ma li lascia spensieratamente strascinare la loro catena di miseria e di abbiezione per le strade di Parigi. Ciò non ostante l’abolizione della tratta, rendendo necessario un altro modo di trasporto, diede un gran crollo all’associazione e finì col distruggerla.
Invece di un carico di cinquanta o cento fanciulli per mare fatto con risparmio di tempo e di denaro, fu mestieri far venire la merce a piccole tappe ed a piccole squadre per la via di terra affidandone la scorta ai parenti od ai custodi che bisognava pagare e sorvegliare, e che spesso a mezza via fuggivano come i fanciulli che dovevano accompagnare.
Giunte alle Alpi, le guide si rifiutavano proseguire, e ci volevano altri uomini per ricevere i ragazzi e scortarli fino a Parigi.
Però la spesa diveniva doppia, le peripezie della spedizione incalcolabili: le operazioni complicate e la grande industria fu colpita a morte; ma rimase la piccola. All’associazione subentrarono gli speculatori privati: all’unica e grande impresa i piccoli impresarii e subappaltatori. Ciascuno che volesse prendeva cinque o sei ragazzi e viveva su quelli. Il guadagno era minore pei padroni, ma i patimenti per i piccoli schiavi erano sempre gli stessi: anzi il traffico minuto diminuendo il lavoro aumentava la sordidezza dei trafficanti, e pesava con maggiore durezza sul capo dei trafficati.
Oggi siamo ancora a tale, e la sorte dei _petits italiens_ non è punto mutata. Però meritano essere lette sopra questo doloroso soggetto le parole dell’ultima relazione della società italiana di beneficenza in Parigi:
«Vedendo questi cenci umani circolare le contrade di Parigi, si è costretti a domandarsi quali motivi mai facciano tollerare, se non anche proteggere, questa vergognosa speculazione. In questa città nella quale anche il più piccolo merciaio ambulante paga la patente, dove il commissario delle strade deve avere un distintivo, dove nulla si fa senza permesso, i soli industrianti di fanciulli sembrano essere fuori delle leggi. Perchè questo favore? Perchè in un paese che è alla testa della civiltà, in un paese nel quale il lavoro è in così grande onore, si ammette che questo genere di mendicità formi una vera corporazione?
«Sono forse le leggi che manchino in simile materia? Bisognerebbe crearne. Ma esse non mancano. Una sola basta.
«Il disposto del prefetto di polizia in data 28 febbraio 1863 dice all’articolo 10:
«È espressamente proibito ai saltimbanchi, ai suonatori d’organo, musici e cantori ambulanti di farsi accompagnare da fanciulli di età minore di 16 anni.
«Questo articolo dice tutto, ci pare, e noi non comprendiamo come si dia ancora a Parigi un solo fanciullo che chieda l’elemosina. Forsechè l’amministrazione ignora i fatti di cui ci occupiamo? No. Perchè essa ha un servizio speciale di polizia che si occupa di questa industria, e i nomi dei principali trafficanti le sono perfettamente noti. I motivi della tolleranza dell’amministrazione francese sfuggono dunque compiutamente alla nostra perspicacia».
VII.
È manifesto che questi fanciulli diventando adulti non servono più allo scopo per il quale erano stati levati alle loro famiglie e che anch’essi come i cavalli di corsa, giunti ad una certa età, ed esaurito lo sforzo della loro giovanile bravura, siano destinati a mutare di nome, di mestiere e di padrone. Però quando i _petits italiens_ non sono più piccoli, ecco qual è la sorte che li attende.
I padroni naturalmente non vogliono gettare questo capitale che ha loro fruttato talvolta il 200 per 100 senza cavarne l’ultimo sangue. Quando il piccolo accattone è ingrandito e non par più in grado di muovere la pietà o il sorriso degli avventori è rivenduto ad altri per un altro mestiere.
Delle fanciulle, in una società in cui la legge stessa consacra la pubblica immoralità, ognuno ne presentirà facilmente la fine. Esse non sono ancora deste al mistero della pubertà che già un covo infame, dove non si esce che per la via del camposanto o dell’ospedale, le ha inghiottite.
Per il maschio si sta a vedere. Se l’educazione ha fruttato, se promette bene, se mendicando s’è addestrato nel mestiere fratello del rubare, c’è sempre un’altra associazione parente di tagliaborse o di strangolatori pronta a riceverlo. Ma poichè il più delle volte gl’industrianti dei piccoli italiani sono anche capi banda o borsaioli essi stessi, così il baratto si fa in famiglia e il fanciullo cambia di mestiere senza cambiar di padrone.
Gli altri, i restii a questa nuova arte, sono gettati, proprio come si getta una ciabatta che non serve più, sulla pubblica via, e che s’ingegnino da sè. Allora i più passano dalla mendicità incolpevole alla mendicità turpe, dal furto per fame al furto per abitudine, dalla servitù involontaria alla volontaria, e per una via un po’ più lunga allo stesso fine: al disonore, al carcere ed alla morte disperata. I pochi invece, rari veramente, corrotti d’animo e di corpo, pieni di fiele e di malattie, di odii e di dolori, riguadagnano il loro villaggio natio, e se non cadono estenuati alle sue porte, afferrano la carabina del loro padre e si fanno masnadieri.
VIII.
Con questa ignorata ma certa prospettiva davanti i 48 deportati della _Volpe_ entravano dieci giorni dopo la loro partenza da Paola, nel porto della Canabière di Marsiglia.
In quale stato appena può immaginarsi. Il mal di mare in quella stipa senz’aria e senza moto aveva fatto strazio di quei poveri stomacucci vuoti, e alcuno non aveva potuto resistervi. Una bambina era morta per viaggio e il mare se l’era inghiottita assieme alle immondizie del bastimento: due altri erano così disfatti che potevano appena reggersi in piedi e appena deposti a terra svennero, probabilmente per non svegliarsi mai più. I restanti 45 erano stati consegnati agli agenti della succursale di Marsiglia e dopo una notte di riposo e di ristoro — quale riposo e quale ristoro! a piccoli drappelletti di quattro o cinque, per le due diverse strade di Dijon e di Tolone erano spediti alla sede metropolitana di Parigi.
Dopo altri dieci giorni, trascorsi ballando, cantando, limosinando, camminando sempre, Carluccio e Stefanella arrivavano finalmente in Parigi ed erano condotti difilati allo stabilimento centrale in piazza Maubert, che era reputato il migliore dell’associazione, ma che non era altro che un ammasso di catapecchie comunicanti fra loro per mezzo di cortili che parevano pozzi e di anditi che parevano sotterranei.
Usciti dall’antro di Ritorto, le caverne di Parigi non avrebbero dovuto sorprenderli.
Tuttavia, quando videro quella bocca nera, lunga, buia dalla quale ventava un tanfo di sepoltura e dentro cui formicolava confusamente uno sciame di piccoli spettri, si arretrarono e fecero per tornare indietro. Fu quello il loro primo atto di resistenza, e fu l’ultimo.
L’uomo che li accompagnava, pedagogo di quel triste collegio, appena vide l’atto dei due nuovi arrivati:
— Oh il 301 e 302 _A_ (venendo a Parigi avevano cambiato di numero e la lettera alfabetica significava la sezione), meno smorfie, o ci sarà un paio di stivali da provare, e accompagnando col gesto la parola infilò i due meschini con due terribili pedate e li scaraventò dentro il sotterraneo. Andarono a cascar addosso ad un fascio di compagni dormienti, i quali destati dalla caduta di quei due ignoti oggetti presero a ballonzolarseli tra pugni e graffi finchè, stanchi del giuoco, li ricacciarono lontani da loro in mezzo alle tenebre.
Così fu festeggiato l’ingresso di Carluccio e Stefanella nell’istituto dei _Petits italiens_.