La tratta dei fanciulli

Part 1

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LA TRATTA DEI FANCIULLI

RACCONTO SOCIALE

DI GIUSEPPE GUERZONI

MILANO E. Treves, Editore 1869

Quest’opera, di proprietà dell’editore E. Treves, è posta sotto la salvaguardia della Legge per la proprietà letteraria.

MILANO. — Tip. Treves.

Alla prima edizione di questo libro io premetteva queste brevi parole:

AL LETTORE

«A queste pagine è fallito l’unico pregio che le poteva rendere tollerabili: l’opportunità.

«Ci furono giorni in cui il tema che qui si svolge correva su tutte le bocche: la stampa ne rumoreggiava, il Parlamento ne discorreva, il paese tutto ne risentiva: e allora anche un libercolo che vestisse delle forme più sensibili e popolari dell’arte uno de’ tanti episodi della infantile e pietosa odissea, non sarebbe riescito, crediamo, sgradito e superfluo. _Spiritus fiat ubi vult_: l’arte fa miracoli e di questi oscuri problemi sociali, a fronte dei quali la filosofia si smarrisce e la politica esita, l’arte soltanto sa trovare per la via del cuore la più felice tra le soluzioni: quella della pietà. Fate che si pianga e la causa sarà vinta. Ma che altro è il pianto, dolore, o gioia, se non la parola suprema della poesia?

«Oggi è tardi, almeno mi si assicura. La coscienza pubblica è illuminata, il fatto è notorio, la lite è decisa, e il governo stesso che è sempre l’ultimo e convincersi e ad intervenire, sta maturando i suoi provvedimenti!

«Frattanto non resta più che il libro qual è: povero, nudo, solo, come il mendico del Vangelo; uno di più nella folla delle moderne mediocrità!

«È vero che la facile contentatura del nostro tempo mi franca dalla paura di un giudizio inclemente, e non mi occorre drappeggiarmi nel superbo motto: — Ho visto una piaga sociale ed ho scritto un libro. —

«Tuttavia se la critica eccelsa degnasse abbassare gli occhi sopra questa quisquilia, non dimentichi, per cortesia, il suggerimento che io stesso le profferisco: — Una buona intenzione può schiudere il paradiso, ma non scusare un libro cattivo. —

«Che se una lacrima gentile cadesse sulla mesta leggenda istoriata in queste pagine, vada tutta in testimonianza della santità della causa, ed a beneficio delle migliaia di compagni di Carluccio e Stefanella che, divelti da questa Italia che non sa ancora proteggere i suoi figli, stentano e muoiono per tutta la superficie della terra proclamata civile.»

Oggi nell’intraprendere, incuorato dal generoso invito dell’Editore della _Biblioteca Amena_ la terza ristampa[1], sento che in talune delle cose dette nella prima prefazione mi ero male apposto.

Scrissi che «era tardi e la coscienza pubblica illuminata, e il fatto notorio e la lite decisa e il governo già occupato a maturare i suoi provvedimenti; e in una parola che il libro aveva perduta la sua opportunità» ed ora devo confessare, non di certo ad onta mia, che mi sono ingannato.

Un _Rapporto_ della _Società italiana di Beneficenza_ a Parigi, composta dei più chiari e rispettati nomi di Francia e d’Italia, presieduta dallo stesso nostro Ministro Plenipotenziario inaugura la lite; la raccoglie il Parlamento mediante l’interpellanza di due deputati e la promessa di due ministri; la prosegue,-primo, forse unico frutto di queste promesse, — una Commissione col solito mandato di studiare e riferire, diretta da Cristoforo Negri; la secondano molti tra i più gravi giornali scesi nella lizza in mio soccorso con parole d’incoraggiamento gradito e d’elogio immeritato; io stesso torno all’assalto in un articolo della _Nuova Antologia_; e Giuseppe Canestrini, nella medesima Rivista, ripigliando poco dopo la medesima questione dal lato storico a proposito dei _Servi_ e _Schiavi_ del Cibrario mi sostiene colla possa del suo nome; insomma il problema è esaminato, ventilato, agitato con tutti i mezzi di pubblicità e di propaganda, che la libera discussione insegna e in guisa tale che in ogni altro paese, dove la stampa abbia un consenso e la tribuna un eco e l’opinione pubblica un valore, avrebbero a quest’ora raggiunto il segno. Ma fra noi tutti indarno; dopo il vano strepito di un giorno tutto resta sepolto sotto «codesta grave mora» alla quale ogni italiano, più nemico di sè stesso che d’altrui, arreca quotidianamente la sua pietra d’oblio.

Siamo oggi ai principii di diciotto mesi fa, e ancora con questo peggioramento che allora la novità del male strappava almeno qualche urlo di dolore, ed ora ce lo teniamo in corpo cronico e cancheroso senza darci nemmeno il fastidio di querelarci. E in vero l’Italia ha avuto troppe nobili cose a operare per umiliar l’occhio fino a queste miserie, e assorta nella grossa faccenda dei suoi processi, dei suoi scandali, dei suoi libelli, lascia la cura di queste bambinaggini alle sue mamme.

E se ne occupassero almeno le mamme! Ma ogni anno una brutale avidità strappa dal seno di forse trecento madri i lor pargoli innocenti, e nessuna voce di madre più felice s’è unita alla nostra per protestare.

Era dunque ingiusto verso me stesso e troppo generoso verso gli altri quando diceva «è tardi» poichè il male persiste e il rimedio può ancora venire in tempo; era inesatto che la lite fosse decisa, poichè essa è ancora _sub judice_; e falso che la coscienza pubblica fosse illuminata, poichè, fattasi la luce, questa ha prodotto su di lei lo stesso effetto che sugli animali notturni: l’ha abbacinata e insonnolita; non era infine che ironicamente vera quella mia frase, dalla quale per altro spuntava, fin da quando la scriveva, lo strale dell’incredulità: «il governo sta maturando i suoi provvedimenti» perchè nel fatto il governo, chiocciola stracca ed impotente, li matura ancora.

Al mio libro non è pur troppo fallita ancora l’opportunità. Questa triste dote, l’accompagnerà, forse per molti anni ancora, e fino al giorno in cui vi sarà una contrada d’Italia che faccia mercato de’ suoi figli, e un governo nazionale, ignaro e indifferente che lo trascuri o lo tolleri, e governi stranieri tanto più scandalosi quanto più civili, che lo proteggano e l’usufruttino, e fino a quando sopravviverà codesta tormentosa quistione sociale col suo lungo corteggio d’analfabeti maggiore di quello della Spagna, e di poveri doppio di quello della Francia, e di scolari metà di quelli dell’Irlanda, colle sue trecento comunità prive di scuole, coi latifondi abbandonati e le maremme mortifere e i laghi pestilenziali e le valli ove cresce l’ulivo senza strade e i torrenti che scendono ai due mari senza ponti, e un eccesso di conventi e un difetto di officine, vecchia e profonda malattia, della quale il traffico dell’infanzia e la prostituzione della impubertà non è che l’ultima e più letale esplosione.

Però questa ristampa, se è nel liberale concetto dell’editore un compenso prodigato a un tentativo letterario non interamente abortito, nei voti dell’autore è un grido ed una protesta contro l’inerzia e la noncuranza di tutti coloro che, avendo ieri toccato con mano l’orrida piaga, e avendo in lor potere i mezzi di arrestarla, la lasciano dilatare e incancherire.

4 Agosto 1869.

G. GUERZONI.

LA TRATTA DEI FANCIULLI

I.

Nel cuore della Calabria citeriore, a tre ore da Cosenza e ad una dal porto di Paola, la culla del santo taumaturgo, là dove le acque del Crati furono deviate per scavare nel suo letto al barbaro Alarico un sarcofago che nessun piede umano potesse calpestare, sorge un misero villaggio che probabilmente dalle ritorte correnti del fiume piglia il nome di Ritorto. È un mucchio di squallidi casolari gettati a caso sul dorso d’una nuda pendice, come un fanciullo orfano gettalo in mezzo ad un deserto fra i fantasmi della notte. Alle spalle lo incalzano le ombre delle alte quercie della Sila, classico asilo di ribelli; di fronte gli si stende, altro infinito misterioso, il mare; ai lati, sulla testa, all’intorno lo minacciano i giganteschi profili dell’apennino Bruzio e le bocche aperte di qualche spento cratere. Ivi tal volta tutti gli orrori del cielo e della terra si dànno convegno come in un sabato festivo, e mentre la Sila manda i sibili de’ suoi abeti che la fantasia popolare crede ancora abitati dagli spettri redivivi di Spartaco e di Rufo, il mar Tirreno inferocito scaraventa sulla montagna i suoi cavalloni, e la montagna risponde di sotterra col terremoto, e dalla cima con un’eruzione di briganti, unici re di quelle solitudini e di quelle notti, l’orrido vivente di quell’orrido inanimato.

La notte del 24 febbraio 1850 era una di queste. I briganti non erano comparsi sulla montagna, ma in ricambio vi era caduta la neve; le viscere della terra tacevano, ma un terribile vento di levante soffiava dalla foresta, e passando collo scroscio d’una mitraglia attraverso le case del villaggio andava a gettarsi sul golfo di Policastro, e vi destava tutte le collere della tempesta. Poteva essere un’ora di notte, contando all’italiana, e il _coprifuoco_ era appena suonato, ma il casale era muto come un sepolcreto. Non un fil di luce trapelava, non una voce zittiva, non un atomo si moveva. Ogni porta era sbarrata, ogni imposta chiusa, ogni animale accovacciato: i bambini tremavano sotto le coltri e le madri sveglie pregavano per sè e per essi. Sola la campanella della chiesa scossa dal vento, mandava di quando in quando un suono gemebondo, quasi assumesse ella sola di far sonare al cielo il lamento che gli uomini non osavano.

In quell’ora, in uno degli ultimi e più miserabili abituri, isolato in quell’isolamento come un figlio reietto, si presentava questa scena.

II.

La capanna consisteva tutta in un androne basso, nero, bislungo, murato di vimini e di mota, e sostenuto da pilastri di quercia. Il tetto solo coperto di lastre di lavagna avea qualche saldezza. Nel mezzo uno spazio circolare ricinto da un muretto di mattoni, entro il quale smuorivano poche bragie sotto un mucchio di cenere, serviva di focolare; un pertugio aperto nella parete, unica finestra dell’antro, lasciava uscire il fumo ed entrare la luce; ma spesso l’aria, soffiando contrariamente, ricacciava il fumo, e allora la stanza pareva il ventre d’una caldaia a vapore; intorno al focolare sopra una panca sedevano rannicchiati un uomo, una donna e due bimbi: in fondo, a destra, due fasci di cenci e di paglia pretendevano d’essere due letti ed erano due canili. Sopra uno di essi, il più prossimo al focolare, era distesa una vecchia avvolta in un avanzo di coltrone; l’altro canile, come più largo, pareva destinato a ricevere il resto della famiglia. Quando si coricava, i bambini stavano dai piedi per traverso e li copriva il mantello tarlato del padre; questi e la madre stavano per lungo, e le vesti di giorno servivano di copertura la notte.

Dal lato opposto, a sinistra, separati da uno sconnesso steccato russavano col muso presso un trogolo di legno un maiale e la sua troia. Contro una delle pareti un vecchio cassettone d’abete, unico, ultimo guardaroba della casa; al di sopra del cassettone appiccata ad un chiodo un’immagine color turchino di S. Alfonso, protettore del luogo, innanzi alla quale fumava il lucignolo consunto d’una lucerna di ferro che serviva a un tempo a diradare le tenebre del luogo e di devozione al santo.

Unici oggetti di lusso una lunga carabina calabrese ed una zampogna.

III.

L’uomo, malgrado i visibili guasti del tempo e della miseria, era uno dei tipi più puri del montanaro calabrese. Poteva avere cinquant’anni, ma in quella notte ne dimostrava venti di più. Trent’anni prima nessuno aveva portato sull’orecchio con maggior garbo di lui il cappello appuntito coronato di nastri di velluto, nessuno maneggiata con maggior destrezza la lunga carabina, nessuno balzato con maggior agilità pei dirupi delle sue montagne e snodate le gambe con maggior grazia in una paesana _ancioca_. Oggi la tinta lucida e olivigna del suo volto, leggiadria de’ magno-greci antichi e de’ palicari moderni, s’è corrotta nel color giallo degl’itterici: le sue chiome, un dì corvine e ricciute, gli scendono da tutti i lati setolose, arruffate e canute: l’occhio nero, una volta pieno di fòlgori, ora divenuto un morto cristallo incavernato in due profonde occhiaie: i garretti ossei e nerboruti d’un tempo gli tremolavano flosci e cascanti: tutte le sue vesti non erano più che un immondo ciarpame a stento tenuto insieme dall’industria dell’ago e del filo, e da quell’ontume addensato dal tempo che, facendo ufficio di colla, ne cementava i brandelli.

Abbiamo detto _montanaro_, ma potevamo dire senz’altro brigante, perchè tale era stato per tutta la vita il suo mestiere. Nè egli l’avrebbe lasciato, se nell’ultima levata dei repubblicani rifugiati in Calabria dopo il colpo di Stato del 15 maggio, la palla d’un gendarme napoletano non gli avesse fracassato il braccio destro e postolo nella impotenza di sostenere gli stenti della vita randagia e pugnace alla quale s’era votato.

Ma il ferito aveva saputo nascondere il fatto tenendosi rimpiattato per due mesi in uno dei burroni della Sila, sicchè quando ricomparve alla luce, aiutato anche dalla fida clientela dei manutengoli, potè dar ad intendere perfino alla polizia borbonica di essersi frantumato quel suo braccio cadendo da una balza nell’inseguire alla caccia un caprone selvatico. E della avventura serbava nel braccio appeso costantemente al collo la visibile ricordanza, e nel soprannome di _Storpiato_, impostogli da tutta la vallata, la popolare testimonianza.

Lo Storpiato però, chiamiamolo subito noi pure così, era stato brigante per fame, per tradizione, per amor della vita libera e selvaggia, ma avea combattuto sempre per i carbonari e la rivoluzione. Perocchè non bisogna dimenticarselo mai, il brigantaggio non ha altra bandiera politica, quando ne ha, che la ribellione al governo che impera, e in Calabria fu repubblicano contro Manhnes, reazionario col cardinal Rufo, carbonaro contro re Bomba, borbonico e reazionario adesso, salvo a riprincipiare il suo ciclo appena il potere, contro il quale soltanto combatte, muti nome ed insegna.

La perdita di quel braccio era stata per lo Storpiato il segnale della sua rovina. Egli non aveva saputo in vita sua far altro che il bandito, ed ora si trovava da un anno come il navigatore che abbia un buco nella chiglia, e che più s’avanza più s’avvicina al naufragio. Quindi, dopo aver consumati nei primi mesi i pochi risparmi, era arrivato di gradino in gradino fino all’orlo della miseria.

L’ultima sua risorsa erano quei due animali che convivevano con lui: ma non erano nemmen essi cosa sua. Gli erano stati dati per carità nell’epoca della sua disgrazia da un barone carbonaro e manutengolo, ma l’annata era stata scarsissima di ghiande e la coppia mal nutrita non aveva fecondato. Ora gli restava l’estremo partito di venderla alla prima fiera, ma poi?... impotente a lavorare, impotente a pirateggiare, con madre, moglie e due figlioli da sostenere, il vecchio brigante era alla disperazione.

La moglie, fida sua compagna da oltre quindici anni, era stata una bellezza e ne faceva ancora testimonianza un ampio fascio di capelli biondi, pregio invidiatissimo fra le brune calabresi, e l’avorio ancora immacolato de’ suoi denti, ultima reliquia di quel decadimento, e in cambio dei quali ogni più avara matrona napoletana avrebbe date le più candide perle del suo scrigno. Ma sebbene avesse appena sorpassato i trent’anni, essa era già una rovina, e chi la osservava provava lo stesso senso che si prova alla vista d’un avanzo di statua greca. Si presente, si indovina la classica fattura, ma si sente che intera non la si rivedrà mai più. Essa pure non aveva che ciarpe dintorno alle membra, e di tutto quel grazioso costume calabrese, dal busto azzurro e dalla gonnella cremisina, il più pittoresco di quanti ne abbia il pittoresco Mezzogiorno, non restava altro che uno squallido cenciume.

Ella si serrava in grembo i suoi due piccini credendo forse, pietosamente illusa, di riscaldarli; ma non faceva che intirizzirli del suo freddo. La bambina era ben fatta, e aveva i capegli biondi e la tinta bruna della madre; il fanciullo era una riproduzione del padre a dieci anni. La bimba per veste aveva un pezzo di tela turchina cinta intorno alla vita; il bimbo vestiva ancora più semplice: era nudo come l’aveva fatto la mamma.

La vecchia rinuncieremo a dipingerla. Bisognerebbe mettere insieme tutte le laidezze delle Eumenidi, delle streghe del Valpurga e della foresta di Birmano per formarne la tavolozza. Era una donna dei climi meridionali a ottant’anni, ecco tutto. Chi sa quanto sia rapida e profonda la trasformazione del bello nell’orrido sotto quel cielo, e come sia breve la giovinezza e disastrosa la vecchiaia; chi ha incontrato qualche volta una vecchia siciliana, greca o spagnuola; chi ha sognato bambino la morte che si muove, chi può immaginare una mummia colla vita potrà averne un’idea.

Però la nostra vecchia aveva ancora due prerogative tutte sue: per respirare rantolava e per parlare fischiava.

Lo Storpiato stava a testa bassa attizzando con un moncone di ferro le ceneri e parlava. Sua moglie guardava tra le travi del soffitto cercandovi il cielo, i ragazzi sbadigliavano: la vecchia seduta sul suo giaciglio, tratteneva il rantolo ed il fischio, ed era tutta orecchi ad ascoltare.

IV.

— Bisogna rassegnarsi, Marinella, diceva il brigante a sua moglie.... so che sono sangue nostro, ma che fare?... morire di fame noi e loro?... meglio che vadano.... Non sospirate, Marinella, sarebbe fiato perduto.... ho già deciso e quando ho deciso, venisse su dalla terra _Virgilio_[2] in persona, e lo vedessi, come vedo voi, sapete che non mi smoverei.... via non bestemmierò, parliamo con calma. L’annata è stata orribile.... dal giorno che quella maledetta palla m’è entrata in quest’osso io non sono stato più uomo.... Se potessi ancora maneggiare quell’arnese là (e accennava la carabina) allora lascerei che il vento fischiasse. Ma ora cosa devo fare io?... Talarico, che mi vuol più bene di tutti, mi ha fatto dire che a cavallo per staffetta mi prenderebbe ancora.... Sì eh! dove lo prendo il cavallo?... ci vogliono almeno venti _pezze_ coll’arnese e tutto.... Poi non posso mettermi in campagna colla fiaschetta della polvere vuota.... un po’ di munizione l’archibugio la vuole.... e con venti pezze ci sarà da tirarla coi denti. Fosse almeno stata abbondante la raccolta dei querciuoli.... ma il mistrale ha rovinata anche la foresta.... e quanto a spigolatura d’olivi nemmeno per sogno. I ricchi oggi sono diventati arpie e raccatterebbero le foglie secche se non bastano le bacche.... E si dovrà pagare anche il macinato, noi... infame re!... Egli ronfa nella sua Caserta più grasso di quei maiali là.... oh se la campagna dell’anno scorso fosse andata bene!?... Noi sì che saremmo andati a far visita alle cantine di Capo di Monte.... ma i liberali non valgono nulla. Fra Diavolo ci vorrebbe.... quello era un uomo. Dunque, Marinella, non ci resta che far quello che fanno tutti gli altri.... già sono nostri e possiamo farne quel che vogliamo. D’altronde, stieno qui ad immiserire coi maiali o vadano lontani a guadagnarsi il tozzo, è lo stesso.... ma intanto aiutano i loro genitori.... Ora ve la dico tutta.... Un capitano, di quelli che sono nel _commercio_, arrivato l’altro ieri a Paola, li prenderebbe e se non bastan venti ne avremo quaranta delle pezze.... egli sarebbe stato qui stassera, ma il cattivo tempo l’avrà trattenuto.... però domattina all’alba sono certo di vederlo capitare (a questo punto la donna trasalisce e la vecchia comincia a brontolare).... Chetatevi, mamma, e pregate sant’Alfonso per noi.... ieri sono stato giù alla marina io stesso, perchè non voglio mezzani, son tutti barattieri.... ho veduto il capitano e gli ho parlato.... è un galantuomo.... aveva una borsa di pelle piena che suonava come nè io nè voi abbiamo mai sentito.... Egli ne aveva già comperati sei.... Tre sono di Castrovillari e tre di Tarsia.... io gli ho detto che ne avea due.

— Ah, mostro — fischiò la vecchia.

— Mamma, dico — rispose il brigante senza levare la testa.

— Vendere le tue creature!?... corri sulla strada e sgozza il primo barone che passa. Il sacro cuore di Maria avrà ancora pietà di te. Ma portare al mercato i figliuoli....

— Mamma, ripeto.... — state buona o il sangue mi viene negli occhi.

— Mamma, per pietà — fece la Marinella spaventata — non raddoppiamo le disgrazie, preghiamo la madonna che gli mandi un altro consiglio.

La vecchia mandò un rantolo e si tacque.

— Insomma — sclamò lo Storpiato voltandosi — lo fanno tutti.... Salvatore il guardaboschi, che ha pure stipendio e legnata, ha ceduto l’anno scorso la sua Gabriella, che era gracile come un giunco. La Valentina della piazza tanti ne ha fatti tanti ne ha venduti.

— Perchè ha più viscere la troia che russa là in fondo, — ululò la megera.

— Ma intanto il sindaco mette il bollo ai contratti e il curato ci dà la benedizione.... poi tutti quelli che vanno laggiù in Francia vi fanno fortuna.

— Ma non tornano più — replicò la nonna.

— Oh questo è vero! — osò soggiungere la misera madre — Sono come morti!

— E chi vi dice che non tornano più? Chi vuole torna e spesso colle tasche piene di napoleoni. Guardate il figlio del sartore.

— Uno su cento.... degli altri che restano, metà non si sa come finisca e l’altra metà si sa che è morta in galera o all’ospedale.

— E qui morranno sopra un mucchio di strame marcio, sclamò lo Storpiato. Basta così, se potessi lavorare ancora per essi.... ma, poichè non sono più buono a nulla, si ingegnino anche essi.... Sono sani e robusti, e per Virgilio non sono nè anche brutti. Stefanella sarà un amore e Carluccio è un torello, e son certo che mi daranno cinquanta pezze a occhi chiusi. Poi ballano la tarantella come in tutte tre le Calabrie non ce n’è.... e per girare il manico d’un organetto non se lo faranno insegnare due volte.... Datevi pace, Marinella, camperanno e faranno fortuna, e fra dieci o dodici anni, se saremo vivi, ce li vedremo tornare a casa tondi, come don Pasquale.

— Non li vedremo mai più!... — rispose la madre scoppiando in un dirotto pianto e serrandosi contro lo squallido seno le teste dei due fanciulli, svegliati da quella stretta e da quei singhiozzi.

— Oh di pianti ne ho abbastanza! ho deciso e fermi lì. Raccomandiamoli pure al Signore e a sant’Alfonso che li abbia in custodia, ma se questo è il destino della povera gente, rassegniamoci, e voi mamma non brontolate più.... domattina appena venga il nostro uomo, contratto fatto.... cinquanta pezze, venti per il cavallo e il resto per voi donne, e non più fame, non più inedia, e chi raggiunge lo Storpiato sarà bravo.... Siamo intesi, è vero, Marinella?... non se ne parla più.... andiamo a letto.... son già tre ore di sera, e il vento sembra un po’ rappaciato.... e domattina il francese non mancherà... o non vedete che i bimbi cascano di sonno?

— Sia fatta la volontà di Dio!... — mormorò la misera madre baciando in fronte i suoi due ragazzi e adagiandoli nella loro cuccia....

E dopo un’ora tutto taceva nella capanna. Il silenzio non era interrotto che da qualche folata di vento che veniva a scrollare la porta, dal rantolo della nonna e dai lunghi sospiri della madre, la sola che di tutti quegli esseri non trovasse sonno e dividesse l’immenso affanno della natura.

V.

Al mattino, appena giorno, si sentì bussare. Lo Storpiato era già in piedi e corse ad aprire. La Marinella balzò dal letto spaventata come i condannati a morte che vedono aprirsi la prigione l’ultimo mattino della loro vita. I bambini corsero col padre a vedere chi fosse.... La vecchia non si mosse perchè non poteva.

— Ah è lei!... disse lo Storpiato.... non lo aspettava più.