La tratta dei fanciulli

Part 9

Chapter 93,844 wordsPublic domain

Accusato d’assassinio e ratto violento a mano armata; caricato da cento circostanze aggravanti o vere o immaginarie; attaccato da una turba di testimoni scellerati, spergiuri, deliberatamente nemici e non difeso da alcuno; senza passaporto, senza professione, senza parenti; solo, vagabondo, forestiero quale tribunale non avrebbe condannato Carluccio? D’altronde in pochi giorni non tardarono a venire da Nuova-York i reclami del saltimbanco che accusavano il pagliaccio fuggitivo di furto e di mancata fede e ne aggravavano la situazione. Certo, se si fosse fatto un processo in una solenne assisa e se i Calabresi avessero trovato per avvocato un uomo di cuore e d’ingegno, la verità sarebbe comparsa e gli accusati sarebbero ben presto cambiati in accusatori, e il sangue stesso che Carluccio aveva versato, sarebbe parso agli occhi di ogni tribunale e della pubblica coscienza, legittima difesa della vittima, giusto castigo dei carnefici.

Ma Carluccio era ancora agli occhi della legge un fanciullo; egli non poteva essere condannato ad alcuna pena infamante; poteva bensì essere rinchiuso in un ospizio di vagabondaggio o tutt’al più condannato ad un carcere correzionale; inoltre era straniero e la miglior misura a prendersi era quella di liberarsene. Perciò, compiuto sommariamente un processo e dichiarato reo convinto di assassinio e di invasione violenta a mano armata, colla sola circostanza attenuante dell’età, fu decretata la estradizione e la consegna ai tribunali del suo paese.

Stefanella poi, persistendo a dichiararsi sua complice e secondata in questo da Carluccio che ne aveva indovinato fin dalla prima il secreto pensiero, fu ritenuta tale e fu deciso che avrebbe seguita la sorte del fratello e la polizia borbonica avrebbe provveduto.

Dopo molti mesi di interrogatorio, giacchè per questa sorta di processi i tribunali non hanno fretta, i due Calabresi, udita la loro sentenza colla quale Carluccio era condannato a sei anni di carcere correzionale e Stefanella ad un anno, furono caricati sopra uno dei carrozzoni della polizia francese, e così di tappa in tappa, cioè di prigione in prigione, arrivarono fino alle Alpi. Alle Alpi li raccolsero i carrozzoni della polizia sarda, e sempre di veicolo in veicolo e colla stessa compagnia e collo stesso alloggiamento, assaggiando i gendarmi, i ladri, le prigioni delle altre cinque o sei polizie che dovevano attraversare per arrivare a Napoli, cascarono finalmente nelle braccia della borbonica.

È noto che cosa fosse la giustizia del Borbone. Ella non era che la salvaguardia di chi la pagava. Ora chi si sarebbe curato di due fanciulli mandati via per estradizione da un governo potente e accusati e convinti di tanti delitti? Carluccio fu rinchiuso nelle carceri di Castel Capuano e Stefanella in quelle di Santa Maria Apparente, e nessuno, tranne i secondini che li custodivano, pensò più a loro.

La schiavitù trae seco la fatalità del male: essa finisce necessariamente al delitto ed all’infamia: quando si rassegna diventa prostituzione, quando resiste ha nome ribellione, e nell’uno e nell’altro caso la società fa pagare a lei sola il proprio misfatto. E talvolta i più puri ed innocenti son quelli che scontano per tutti, come era accaduto a Stefanella e Carluccio. Ma Carluccio entrando nella sua nuova prigione lanciò al cielo un giuramento di vendetta che fece impallidire persino il carceriere.

Stefanella appena rinchiusa, s’inginocchiò contro la grata della sua triste muda e cominciò a pregare per colui che ella credeva accanto a Dio, e cercava incessantemente in ogni angolo di cielo perchè là era salito e di là doveva tornare.

Erano passati due anni; Stefanella pensava a Gabriele e Carluccio alla vendetta, quando un mattino il carcere della fanciulla fu aperto e le fu detto: «Andate, siete libera».

— Libera!... essa sorrise ed uscì. Appena fu in istrada tutti si diedero a guardarla, ed alcuno ad inseguirla: verso sera ebbe fame e si azzardò rivolgersi ad un signore vecchio per chiedergli del pane.

— Va a lavorare che sei giovane, rispose colui, e tirò diritto senza darle nulla.

Si rivolse allora ad un uomo giovane, ed egli si inchinò e le sussurrò all’orecchio una parola che la fece fuggire svergognata. Si indirizzò ad una signora elegante che s’era fermata in carrozza davanti ad un caffè, ed ella, gettandole un soldo, le disse;

— Stupida! perchè non fai come me?!...

Continuò a stendere la mano giacchè un soldo non le bastava, ma una guardia di polizia le disse che l’accattonaggio era proibito.... Insomma la libertà era più terribile della prigionia.... Il carcere aveva il digiuno ma non la fame, aveva la scuola empia delle compagne ma non la seduzione lussureggiante del mondo, aveva una catena di ferro ma non una catena di leggi, di pregiudizii, di errori sociali tutti congiurati contro la miseria!...

Pure ella non aveva che un pensiero: tornar a rivedere il villaggio dove era nata e dove forse alcuno dei suoi vecchi parenti viveva ancora. Lì essa voleva passare il resto dei suoi anni attendendo le sole persone che amasse ancora e l’avessero amata al mondo: Gabriele che dovea tornare dall’esiglio incontrato per lei e Carluccio dalla prigione sofferta per essa. S’avviò a piedi verso la sua Calabria, ora accattando, ora lavorando a giornata per vivere; qua spigolando le olive, là raccattando i frantumi di corallo lungo le spiaggie del mare; ora ospitata da qualche pietoso convento di monache, ora raccolta nella barca di qualche caritatevole pescatore d’Amalfi, ora sul carro di qualche solitario pastore lucano, e così traversò le rovine di Pompei; le industri vallate della Cava e di Vietri; la conca ridente di Salerno; i colli pianeggianti di Eboli; le acque sotterranee del Negro; la classica Lauria ancora echeggiante dalla energica sfida di Giovanni da Procida; le nevose vette della Rotonda, porta della Calabria Citeriore; il murato Castrovillari; Tarsia dai due fiumi, famosa per il martirio dei Riformati italiani; finchè una sera vide sull’orizzonte, traversò i crepuscoli del sole morente, il povero campanile del suo Ritorto. Allora, come il Crociato all’apparire delle torri di Gerusalemme, come il Mussulmano al luccicare dei minareti della sacra Mecca, si prostese a terra, baciò la prima zolla dei suoi campi natii, e ringraziò il Signore.

XXVIII.

Levatasi, mosse diritta all’estremità del villaggio, tremando ad ogni istante di veder comparire la negra muraglia del povero abituro dove era vissuta bambina. Ma ella avanzava e l’abituro non c’era più. Al suo posto c’era un campo d’orzo e vi brucavano poche capre guardate da un giovane mandriano.

— Oh buon capraio, sapreste dirmi che avvenne di questa casa?...

— Eh ehee!... vecchia storia, l’ha portata via il terremoto, — rispose il capraio.

— E quelli che l’abitavano?...

— Storia breve!... Lo Storpiato l’hanno ucciso i gendarmi e la Marinella, dopo aver mendicato un anno di porta in porta fu trovata una mattina stecchita sul ponte di Crati.

— Morti tutti!... sclamò la fanciulla dando in uno scoppio di pianto.

— Erano forse vostri parenti? disse il capraio, accostandosi intenerito alla piangente. Mi duole allora d’avervi fatto pena col mio brutale racconto, perdonatemi.

— Erano mio padre e mia madre, replicò Stefanella con un nuovo singulto.

— Poveretta!... e voi d’onde venite?...

— Vengo.... qui la fanciulla s’arrestò e diventò rossa; doveva dire «vengo di prigione» ma non n’ebbe il coraggio.

— Da Napoli forse?...

— Anche da più lontano; dalla Francia!...

— Dalla Francia?... Chi sa dov’è la Francia!?... ed ora cosa farete a Ritorto?...

— Cercherò di lavorare se ne troverò.... e se no.... qui la fanciulla ebbe un altro assalto di pianto.

— Ne troverete!... ne troverete.... Sentite, bella paesana.... Mio padre è vecchio e non può più attendere ai mercati ed alle grosse mandrie.... Io farò per lui e voi guarderete queste mie capre per me....

— Oh sarebbe troppa fortuna.... ma vostro padre....

— Mio padre dirà di sì.... e mia madre anche.... sono buoni i miei parenti.... non credo che in tutta Calabria ce ne sieno di compagni.... qui tutti vendono i figliuoli, ma dite un po’ che abbiano voluto vender me?... E ci furono annate di fame!... Ma niente.... o tutti insieme o nessuno.... Venite.... farete la capraia e aiuterete mia madre a far le focaccie.... Come vi chiamate?...

— Stefanella!...

— Ed io Marco.... non è un bel nome?... ma non è il nome che fa.... venite con me.... è già sera, le capre sono gonfie come otri.... venite!... venite a casa mia.... la casa è quella su verso il monte... pare un guscio, ma è allegra come un nido di primavera....

Stefanella non potè dire di no; non poteva respingere la provvidenza e seguì la sua guida.

I due vecchi pastori accolsero le raccomandazioni del figliuolo per l’orfana paesana da quella buona gente che erano, e le dissero:

— Siate la benvenuta; lassù nel granaio ci sarà un lettuccio per voi e qui a questo desco un posto sicuro. Pregate il Signore che ci renda il bene che vi facciamo.

Stefanella trasformata in capraia trovò così alcuni mesi di pace apparente. Apparente perchè c’era un vuoto dentro il suo cuore che nessuna felicità mondana poteva colmare: il vuoto lasciatovi dall’esiglio del suo amante e dal carcere di suo fratello. Però la mattina all’alba, prima di andare al lavoro e la sera al suo ritorno, ella montava sul suo granaio, e seduta all’abbaino vi passava le lunghe ore a guardare sulla strada se un’ombra nota, l’ombra di Gabriele o di Carluccio, vi spuntava.

Quale dei due aspettava, desiderava di più?... Chi è stata sorella ed amante lo dica! La sola filosofia non basta a spiegare questi sottili enigmi del cuore umano.

Un giorno, era già trascorso un anno, Marco sbucò improvvisamente sul campo dove Stefanella faceva pascolare le sue capre, e andando diritto verso la fanciulla la interrogò così:

— Ho una cosa da domandarti, Stefanella.

— Parla, rispose la fanciulla.

— Mi vuoi bene?

— Come a mio fratello.

— E non di più?...

— E non basta?...

— E se ti domandassi di volermi bene come ad uno sposo.

Stefanella esitò.

— Sii sincera, Stefanella....

— Allora ti direi che non posso.

— Ah!... lo prevedeva.... tu ne ami un altro!?...

— Un altro che deve tornare e che aspetto.

— Un vile che non tornerà e che ti avrà già dimenticata.

— Marco, se vuoi uccidermi... parlami ancora così....

— Non te ne parlerò più, ma saremo infelici entrambi.

Da quella volta in poi Marco non le parlò più del suo amore, e in capo a un anno, diciamolo, non ci pensò neanche più. Stefanella era divenuta per quella famiglia qualcosa di sacro, e ogni sentimento mondano avea finito col tacere innanzi a lei. Ella s’era risolta a raccontare la storia della sua vita e tutti la riguardavano come un miracolo vivente del cielo. La voce delle sue avventure, dei suoi patimenti, della sua virtù, del suo prodigioso salvamento s’era sparsa a poco a poco nel paese e una specie di superstiziosa tradizione avea cominciato a formarsi intorno al suo nome. Da molte parti si veniva a consultarla come una fata od a pregarla come una santa, ed era credenza universale che la casa del mandriano, finchè fosse abitata da quella vergine miracolosa, non avrebbe patito disgrazie.

Protetta da questa specie di aureola che le cresceva d’intorno quanto più la ricusava, Stefanella trascorse tranquilla e rispettata altri tre anni.

XXIX.

Era una notte d’aprile tutta tempestata di stelle e tinta di quell’azzurro bianco e quasi trasparente che forma il colore speciale alle notti serene delle zone ardenti dell’Oriente e del Mezzogiorno. Stefanella era già salita da più ore sul suo granaio. Finchè un fil di luce diurna era rimasto sulla terra aveva continuato a guardare come al solito dal suo abbaino, ma fattosi notte, s’era ritirata sospirando e dicendo a sè stessa la parola che ormai da quattro anni ripeteva: — Anche per questa notte nessuno.

Ma provatasi a sdraiarsi sul suo lettuccio, un pensiero fisso, un desiderio, una speranza, un non so che d’inesplicabile la pungeva come una lisca incomoda e non le lasciava trovar sonno. Alla fine, stanca di voltarsi e rivoltarsi, risolse d’alzarsi e tornar a prender aria dal suo abbaino. Poteva essere là da circa mezz’ora odorando gli effluvii degli aranci in fiore e mirando lo scintillare d’una grossa stella che avea sul capo quando, abbassati gli occhi, vide da lontano sulla strada, ritta, immobile, un’ombra. Ella arrestò lo sguardo su quell’oggetto, lo fissò, lo esaminò, sentì gonfiarsi il petto, palpitare il cuore... era un uomo... L’uomo si mosse, fece tre o quattro passi, poi si arrestò ancora come chi cerca riconoscere il terreno. Stefanella non lo perdeva di vista. L’uomo si avvicinò di nuovo... Stefanella vide un movimento a lei noto, un profilo lungo tempo meditato, una figura che da quattro anni riempiva assieme ad un altra tutto il tesoro della sue memorie, e dato un grido, che risuonò di speco in speco per tutta la muta vallata, si precipitò per le scale sulla strada e in pochi passi fu di fronte all’arrivato.

— Carluccio!? ella gridò.

— Stefanella!? rispose l’uomo coll’accento della sorpresa. Stefanella!... replicò coll’accento della gioia stringendosi al seno la carissima compagna della sua infanzia.

— T’aspettava, sai?... disse Stefanella appena domata la prima emozione; t’aspettava, e questa notte più di tutte.

— Eccomi qui... ma ho patito... ho sofferto... ho... se non fosse stato perchè avea giurato di vendicarti, mi sarei ucciso.

— Zitto!... non parlare di vendetta... perdoniamo e viviamo insieme...

— Non mi parlar di perdono... Un Calabrese non perdona mai... guerra agli uomini... sterminio ai francesi.

— Carluccio, le tue parole mi fanno morire.

— E le tue mi farebbero diventar vile.... ma dimmi, Stefanella... e la nostra casa?...

Stefanella taceva.

— Distrutta, non è vero?... Lo immaginava. E i nostri parenti?...

Stefanella abbassava il capo.

— Morti!... Dovea essere così... la maledizione di Dio dovea colpirli... possano essere perdonati nell’altra vita... in questa io non lo potrei.

Stefanella allungò la mano sulla bocca di Carluccio, come per impedirgli di profferire quelle bestemmie.

Carluccio gliel’afferrò, e con un cupo e convulso crescendo le disse:

— Non bestemmio, no... bestemmiare sarebbe inutile; la parola è l’arma degli imbelli... ma ogni ora del mio silenzio non fa che fecondare un anno di vendetta. Ho deciso, Stefanella; dente per dente, cuore per cuore, onore per onore... T’hanno frustata ed io li squarterò, t’hanno prostituita ed io inventerò per loro l’ignominia degli eunuchi; ci hanno affamati ed io li asseterò... l’ho giurato, e da quasi dieci anni questo giuramento mi tien luogo di preghiera la mattina e la sera... non sarei più calabrese se vi mancassi... Senti, Stefanella; io sono nascosto in Calabria da parecchi giorni.

— Se non sono venuto prima a te, gli è perchè non voleva farmi vedere a nessuno se prima non era tutto preparato... Le armi, gli amici, i ritrovi... Ora siamo pronti: siamo sei... anche troppi per farla a questa razza vile di mercanti e di cortigiane... Io sarò loro capo... La Sila sarà la nostra fortezza... ma ci stenderemo dovunque potremo arrivare... L’odio, la miseria, l’avarizia delle due Calabrie ci serviranno di manutengoli... È la nostra vita, Stefanella... Brigante l’avo, brigante il padre, brigante il figlio... è il fine che doveva fare. Anch’io un giorno al tuo fianco ho sognato che l’uomo fosse nato per l’amore; ma pasciuto d’odio, vomito odio; dimmi, Stefanella, vuoi tu essere l’angelo santificatore della nostra masnada?....

Stefanella alzò i suoi limpidi occhi in faccia al fratello; lo fissò un istante.

— Sai bene che questo è impossibile, rispose, e s’anco lo volessi, la mia natura si opporrebbe.... io farei guerra a me stessa... non ci pensare nemmeno... mai più... lasciami pur qui... e tu va... dico va, perchè sento che pensare a dissuadere te è tanto impossibile quanto persuadere me... Io sono il perdono, tu sei la vendetta... deciderà Dio quale delle due leggi sia più giusta.

— Tu non vuoi dunque essere meco, Stefanella; vuoi lasciarmi morire solo... giacchè sai che in questa vita si muore presto.

— Tutte le volte che ti occorre un soccorso, vieni da me... troverai sempre il mio cuore... del resto, Carluccio, uccidimi ma ascolta... io ti amerò più morto che vivo così.

— Tu sei una santa, disse il brigante inginocchiandosi; benedicimi e fa che le tue preghiere mi accompagnino.

La Stefanella posò la sua mano sulla fronte del fratello e voltasi al cielo pregò alcuni minuti con tutto il fervore dell’anima sua. Carluccio si alzò, asciugò una lagrima, forse la prima, l’ultima di certo che spuntasse su quel ciglio. Serrò convulsamente la mano della sorella, e dato un fischio sonorissimo, sparì nella foresta, suo nuovo regno.

XXX.

Da un mese le due Calabrie vivevano nel terrore. Una banda di briganti che la spaventata fantasia ingrossava, e della quale una più feroce non era mai comparsa a memoria d’uomini in quella contrada, occupava tutti gli sbocchi della Sila e minacciava con le più audaci scorrerie fino l’interno delle città.

Erano dieci... venti... cento persino, diceva la voce pubblica; avevano ramificazioni su tutti i gioghi, manutengoli in tutti i villaggi, minacciavano tutte le strade, ponevano ricatti a tutte le famiglie, il fuoco a tutte le fattorie, assalivano, qualche volta, persino i posti dei gendarmi e della truppa destinata a contenerli. Nessuna vita, nessuna sostanza erano più sicure. Miravano però alle alte cime e specialmente agli ufficiali del governo. Un generale avea dovuto riscattarsi con ventimila _onze_; un intendente era stato messo a brani, arrostito e spedito così cucinato alla città che aveva presieduto; sopratutto, se capitava loro nelle mani una donna, la loro rabbia non aveva più umano confine. Erano obbrobriosamente pollute, uccise e appese ignude sulla pubblica via. Inseguiti, traccheggiati, cercati a morte da numerose colonne volanti, aveano saputo fino allora resistere a tutti gli assalti e sparivano fuggendo nelle loro spelonche, dove nessun occhio poteva penetrare nè piede umano avventurarsi. Qualche volta battuti pareva trovassero nelle viscere stesse della terra inesauribili riserve e quando giungeva la notizie che erano decimati in un luogo, ecco ricomparivano moltiplicati in un altro. Era la favola dei denti di Cadmo.

Il loro capo sopratutto era il fantasma di tutti i terrori, e il protagonista di tutti i racconti, l’eroe di tutte le imprese.

Gli affibbiavano una forza favolosa, una giustezza di colpo portentosa, una carabina infallibile, una gamba inarrivabile, una ferocia insaziabile, un coraggio indomabile, una specie di potenza miracolosa. Chi lo faceva vecchio e chi giovane; chi alto e chi basso, chi erculeo e chi sottile, chi gli prestava una lunga barba e chi lo voleva imberbe come un giovinetto. Tutti lo dipingevano a capriccio, tutti sognavano di averlo veduto vestito in mille foggie, da gendarme, da prete, da mercante, da donna, da frate, da gran signore, da accattone, ma nessuno infatti l’avea veduto, perchè chi l’aveva veduto non era più tornato a raccontarlo. Chi diceva che era francese, chi napoletano, chi calabrese; volevasi che parlasse tutte le lingue, che sapesse tutti i giuochi, che ballasse tutti i balli, che suonasse a meraviglia la zampogna e cantasse come un cigno.

Era la leggenda di Fra Diavolo ingigantita dal tempo, moltiplicata dagli aneddoti di un secolo di brigantaggio, esagerata da tutti i colori della fantasia meridionale.

Quanto a’ nomi glieli davano tutti, ma egli non ne portava alcuno. Non firmava mai nessuna carta, chi per lusso di precauzione diceva, chi perchè non sapeva scrivere; ma in luogo di firma adoperava un sigillo che portava una testa d’Erinni. Laonde il solo nome che gli sia rimasto presso i presenti e i futuri fu _la Furia_... Bastava che un qualsiasi uomo o donna per celia o per minaccia pronunciasse quella parola «la Furia» perchè tutti gli astanti fuggissero tremando, come se la Furia stessa fosse loro stata alle spalle.

Un suo decreto mandato anche da lontano per mezzo della posta e segnato del suo terribile suggello valeva come un decreto del re: tutti l’ubbidivano e non osavano parlare, sapendo che la Furia non perdonava le delazioni e le scopriva tutte. In molte chiese si erano cominciati tridui, novene e pubbliche preci per allontanare il grande flagello, ma la Furia comparve un giorno, solo, in mezzo alla chiesa in piena messa cantata e bastò a mettere in fuga in un baleno, preti e preganti ed a vuotare la chiesa. Egli prima di partire bollò del suo sigillo la porta e ordinò che per tre mesi non fosse più riaperta, e non lo fu.

Perciò la tradizione ripete ancora che «la Furia mise in prigione Domineddio e nessuno ebbe il coraggio di liberarlo».

L’uomo che menava tanto rumore e tanto spavento di sè, il lettore l’avrà già indovinato, non era altri che Carluccio. Nessuno sapeva ch’ei fosse il fratello della Stefanella e nemmeno che fosse di Ritorto. La polizia stessa ignorava il suo nome e la sua patria, e quest’aria di mistero aumentava la sua forza. La credulità popolare aveva di certo ingrossata la cronaca delle sue imprese, ma anche facendo molte concessioni alla favola ed al terrore, restava pur sempre una gran parte di vero!

Carluccio non comandava infatti che una banda di 24 briganti, ma erano tutti eccellentemente armati e muniti; aveva complici e manutengoli in tutte le provincie del regno e in tutti gli ordini della società; disponevano di somme favolose di denaro, e quel che è più, conoscevano i più nascosti recessi della contrada, dalla foce del Crati al golfo di Squillace, come i gendarmi che indarno li inseguivano, conoscevano gli angoli della loro caserma. Le truppe regie spedite ad attaccarli caddero due o tre volte nelle loro imboscate e furono costrette a fuggire decimate e sconfitte. Attaccati, si battevano furiosamente ma non si lasciavano mai circondare, e prima che il nemico li avesse avvolti, erano già spariti nei burroni inaccessibili della montagna. Carluccio primeggiava naturalmente per ordine, destrezza e ferocia, e due o tre imprese compite da solo avevano finito coll’assicurargli sopra i compagni una incontestabile autorità.

Oltre la famosa comparsa nella chiesa che abbiamo narrato, fece anche questa:

Sapeva che un ricco barone della contrada maritava la figlia e che il corteo della sposa dovea partire una notte da Cosenza per avviarsi a Rogliano dove l’aspettava lo sposo.

Il convoglio di cocchi e di cavalli doveva essere scortato per pompa e per difesa, sebbene allora la Furia fosse creduta lontana, da una squadra di 24 servi a cavallo armati di tutto punto, coll’ordine di marciare all’avanguardia e alla retroguardia con tutte le precauzioni militari. Ma erano fuori poche miglia da Cosenza che uno dei servi a cavallo avvicinatosi al barone, che l’avea richiesto per non so quale servizio, lo afferrò improvvisamente per la gola e puntandogli una pistola alla testa, gli disse a bassa voce:

— Io sono la Furia, non ti muovere o sei morto.

Il barone, a quel nome, a quell’atto, al freddo di quella canna che gli toccava la fronte era già morto prima di essere ucciso e appena ebbe coraggio di dire:

— Salvatemi, cosa volete?...

— Ordinerai ai tuoi servi che raccolgano qui ai miei piedi tutto l’oro che hai nella tua carrozza e le gemme che porti a tua figlia e tutte le armi delle quali sono armati.... poi che tornino tutti indietro, cocchi, cavalli e uomini alla gran carriera e senza voltarsi indietro... Tu resterai con me, finchè l’ordine non sarà eseguito... Obbedirai?...

— Obbedirò...

E il Barone ordinò, come aveva suggerito la Furia. I servi ad uno ad uno venivano pallidi e frementi a deporre chi uno scrigno tempestato di pietre preziose, chi un’arma rabescata d’argento, e se alcuno si peritava a brontolare a mezza voce,

— Voi volete ammazzare il signor Barone, diceva la Furia, giuocando col grilletto della pistola.