La tragedia della pace

Part 14

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Ha falsato la misura del lavoro; e falsandola, se non ha ucciso uomini, donne, fanciulli nel sonno, come la bomba e il siluro, ha ucciso e uccide nel cuore degli uomini l’amore del lavoro, la preveggenza, la parsimonia, la virtù di contentarsi; delude, tormenta, inganna tutto il genere umano con il nuovo supplizio di Tantalo, con il miraggio di una ricchezza che si allontana, appena l’uomo tende la mano per ghermirla. Inganna e inferocisce, perchè l’uomo, esasperato da questo gioco maligno, va in furia, dà in smanie, e vuol vendicarsi su qualche cosa e su qualcuno.

Non ci fu mai tanto denaro nel mondo e non ce ne fu mai così poco. Tutti ne hanno maggior bisogno, e si sentono più poveri, quanto più abbondano di questo falso denaro che invilisce moltiplicandosi: Stato, città, banche, industrie, commerci, famiglie. Ci fu mai per il genere umano supplizio più atroce?

C’è troppo denaro nel mondo; e perciò ce nè troppo poco.

Questo falso denaro è la lebbra dei nostri tempi, la lebbra che la civiltà occidentale ha riportato a casa dalle trincee. Per quanto tempo ci tormenterà? Il fuoco soltanto può salvarci dal contagio micidiale di questa lebbra incurabile. Ritorniamo a coniare il denaro vero, che è la misura sacra e autentica del lavoro umano. Tra le espiazioni del sangue versato, a cui la civiltà occidentale dovrà sottostare, è necessaria anche una purificazione del denaro. Non l’esige l’Economia, scienza senza cuore: la vogliono la Verità, la Rettitudine, la Lealtà.

Ma questa parola di verità sarà intesa dagli uomini?

VIII.

La vittoria acefala e l’ora di Barabba

Domenico Giuliotti ha letto sull’orologio della storia che questa è «l’ora di Barabba». L’intuizione è profonda.

Questa cronaca di quattro anni narra una storia sanguinante di errori caparbi. Hanno sbagliato tutti e sempre, impantanandosi nel proprio errore: i governi, le diplomazie, la Banca, gli Stati maggiori, la Scienza, gli oracoli della pubblica opinione e perfino la Retorica! Sono stati delusi nelle loro speranze i popoli, gli Stati, i partiti, cosicchè tutti maledicono oggi la pace e si accusano a vicenda. Non è contenta l’Inghilterra, che invece di conquistar tutta l’Asia e tutti gli Oceani, ha perduto e sta perdendo l’Egitto, l’India, l’Irlanda, la parte migliore della sua clientela forestiera; ed è minacciata sul mare dall’America e dal Giappone. Non è contenta la Francia, che si sente in pericolo quanto più la Germania si indebolisce; non è contenta l’Italia, non è contenta la Polonia, non è contenta la Jugoslavia... Dei vinti non parliamo. L’Europa è tutta rancori, dispetto e rabbia. La pace è il lavoro di Sisifo. Ogni stagione arriva con una nuova promessa; ma il solleone uccide insieme con le rose anche le speranze della primavera, e l’autunno volta le spalle al solleone e alle sue promesse, per rincorrere un’altra illusione e delusione.

Sì, lo so: fare la pace era difficile, ma non più, e forse meno, che nel 1814. Quando Napoleone sprofondò con tutto lo scenario dipinto di quella sua spettacolosa coreografia a cui aveva dato il nome di impero, lasciò — monumento della sua sapienza — l’Italia, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Spagna e una metà della Germania senza governo. E a quei tempi i popoli, quando si trovavano ignudi a quel modo, avevano ancora bisogno del sarto, che facesse loro il vestito, perchè non sapevano maneggiare la forbice e l’ago. La sartoria di Vienna dovette, nel 1814 e 15, tagliare e cucire molti abiti nuovi, ripulire rattoppare e rammodernare molti abiti vecchi, per tanti popoli che la rivoluzione e l’impero avevano lasciati in camicia e che aspettavano il vestito da quella famosa bottega. Ma ora i popoli sanno come si fa, quando un regime casca; sanno come in dodici ore si taglia nel panno di una rivoluzione un governo provvisorio, e in un mese o due, una costituente, una costituzione e una repubblica definitiva. Nel 1919, quando il Congresso di Parigi aprì le porte, tedeschi, polacchi, russi, ungheresi, boemi, austriaci, tutti i popoli che sul finire del 1918 avevano gettato la livrea della Corte, s’eran già tagliati da sè un casacca repubblicana. Il Congresso di Parigi doveva soltanto giudicare se la casacca era troppo ampia o troppo piccola, fare qua e là qualche ritocco al taglio, e cucire.

Se gli uomini nel 1814 seppero tagliare e cucire tanti vestiti, come mai gli uomini del 1919 non sono stati capaci neppure di cucirli alla meglio? L’arte della grande sartoria è così decaduta? Eppure nel suo piccolo studio nascosto in fondo a un giardino, senz’altro oracolo da consultare che pochi volumi nei quali era scritta la storia del secolo XIX, lontano dai conciliaboli dei grandi e senza partecipare ai loro segreti consigli, uno scrittore aveva capito, e giorno per giorno aveva avvertito i popoli e i governi, che quei trattati resterebbero in molte parti lettera morta, che in troppi punti deluderebbero le speranze e befferebbero gli ingenui propositi dei compilatori. Nè lo spirito di Ezechiele era entrato in lui: l’involontario profeta vuole essere il primo ad attestarlo! Gli era bastato conoscere che cosa è un trattato, come si osservi e si imponga; gli era bastato sapere che cosa è un governo, come si regga e donde attinga la forza di comandare e il diritto di farsi obbedire; gli era bastato possedere una nozione approssimativa dei limiti oltre i quali la forza non può essere adoperata con buon successo da uno Stato con i suoi e fuori dei confini; gli era bastato conoscere un po’ la storia dell’Europa prima e dopo il 1789 e applicare con buon senso e serenità queste conoscenze ai compiti differenti dei compilatori del trattato. Gli era bastato, insomma, avere un po’ di testa...

Senonchè qui appunto, nella testa, era il vizio. La vittoria, che per quattro anni noi abbiamo cercata ansiosamente con gli occhi in tutti gli angoli dell’orizzonte; la vittoria, che apparve all’improvviso un giorno, ad Oriente, dopo quattro anni di disperati richiami e di inenarrabili stragi, era acefala, come il marmo di Samotracia. Nessuno, lì per lì, nel tumulto della gioia, se n’accorse. Ed era acefala, perchè era apparsa, quando sull’orologio dei secoli batteva l’ora di Barabba.

Il male, di cui l’Europa muore, è questo. Non l’intelletto soltanto è tocco, ma anche, e più, la volontà. I vincitori hanno fatto male i loro conti allora; e oggi che si accorgono di averli sbagliati, non sanno rifarli, perchè hanno voluto e vogliono abusare di una forza che non posseggono se non nella eccitata fantasia; e hanno voluto e vogliono abusare di una forza che non posseggono, perchè non sanno e non vogliono più sapere che cosa è un trattato, un governo, un esercito; e non lo sanno e non vogliono più saperlo, perchè sono dominati da cattive passioni: ambizione, orgoglio, prepotenza, cupidigia, vendetta, fatuità. La catena che la vittoria acefala ha gettato al loro collo e con cui li trascina al macello, è questa.

Scampati alla disfatta quasi per miracolo, e soltanto per una abbondanza di uomini, di armi e di denaro così soverchiante, che tutti gli errori, le negligenze, le leggerezze, le inettitudini non hanno potuto annullarla, i vincitori tanto più si sono inebriati, perchè da un pezzo ormai, in fondo al cuore, disperavano di vincere; hanno dimenticato, sebbene fosse manifesto, che erano anch’essi spossati poco meno dei vinti e che _la vittoria aveva accresciuto la sicurezza, ma diminuito la potenza_ di tutti i grandi Stati dell’Intesa; si sono invaniti, esaltati, inferociti. Tutte le passioni del dominio e dell’acquisto, che sonnecchiavano in questo o quel gruppo dei ceti governanti; tutti i vulcani che durante la guerra parevano spenti per sempre hanno ricominciato a fiammeggiare. Gli uni adocchiarono territori; gli altri sognarono vendette e rappresaglie, che amareggiassero agli avversari la disfatta quanto la loro tracotanza aveva inferocito la lotta; tutti furono invasi da una smodata smania di bottino e di preda; tutti si convinsero che erano stati i più valorosi che avevano fatto i sacrifici maggiori, che potevano rivendicare il merito più insigne e i trofei più smaglianti della vittoria, che il proprio interesse era diventato il fulcro dell’universo. Intanto i redivivi delle trincee si precipitavano affamati nell’orgia in cui già da tre anni tripudiavano i favoriti della guerra; e facevano della pace una gigantesca _kermesse_. Tutti credevano — o vivevano come se credessero — che la pace potrebbe continuare in eterno a liquidare il capitale, di cui la guerra aveva già divorato tanta parte: fabbricanti e mercanti, banchieri e accollatari, funzionari e giornalisti, ministri e diplomatici. Era opinione universale — perchè nessuno voleva pensare alle imminenti, fatali scadenze — che incominciava un’êra di straordinaria prosperità per l’industria ed il commercio; e questa sorridente ma un po’ sventata opinione si faceva forte, per rassicurare i dubbiosi, di ragioni sostanziose come questa: esserci nel mondo nazioni intere — la Russia, l’Austria, la Germania, l’Ungheria, la Rumania e via dicendo — bisognose di tutto, perchè avevano logorato nella guerra il proprio corredo! «Ma se domani io avessi bisogno del castello di Versailles, non per questo potrei acquistarlo — dissi una sera a Parigi, a tre banchieri, che si lusingavano a vicenda con questo bel ragionamento. Per comperare un oggetto, non basta averne bisogno; è necessario anche possedere i mezzi di acquistarlo, ossia qualche cosa da scambiare con colui che lo possiede!» Ma questo ragionamento, cascando in mezzo a quel crocchio di finanzieri, fece proprio il tonfo di un incredibile paradosso. Tutti comperavano, vendevano, giocavano, speculavano, spendevano, gozzovigliavano da un capo all’altro dell’Europa. Uno sgualdrinaggio impudente svergognava le strade, i caffè, i balli, i ritrovi privati; l’oro e i diamanti scintillavano, la seta luccicava, le pelliccie si gonfiavano pettorute in alto e in basso, in una ostentazione sfrenata che confondeva principesse e contadine, meretrici e matrone, in ogni paese. Lo Stato, stava al centro della _kermesse_, simile a un Gambrino ubriaco a cavalcioni di una botte gigantesca; e dominava dall’alto il baccanale, lo incoraggiava con la voce, con il gesto, con l’esempio, continuando a gettare alle folle ubriache il salvadanaio di tutti a manciate. Guai ad accennare che ormai gli impegni degli Stati erano tanti, da doversi pensare con prudenza non solo a ritornare all’antica parsimonia, ma a verificare se gl’impegni presi si potevano mantenere! Disfattismo della pace; crimine di lesa patria!

Il mondo era a tal punto impazzito, che mentre affilava i coltelli per scuoiare la Germania con il trattato di Versailles, le regalava miliardi e miliardi per premiarla di aver fatto la guerra all’universo. Proprio così: parlo sul serio. Un caso così straordinario non si era ancora veduto. «Non comprate marchi. La Germania è stata rovinata dalla guerra. Chi compera marchi, presta a un fallito».

Quante volte ho ripetuto questo consiglio, nel 1919, quando il marco di carta valeva ancora un mezzo marco d’oro! Non ho mai presunto di dare consigli al denaro in cerca di profitti. Ma mi pareva di dovere e di poter dare questo consiglio, non come uomo di finanza, ma come uomo provveduto di qualche grano di buon senso.

Ma anche questo savio consiglio, come tutti gli altri, è stato inutile. I miei amici, ricchi e poveri, uomini e donne, ammiratori e avversari del nome tedesco, comperarono marchi, marchi, marchi. E non i miei amici soltanto, ma tutta la città, in cui abito, ma tutta l’Italia, ma tutta l’Europa e l’America. «La Germania è intatta. La Germania lavora. La Germania è la Germania. La sua carta sarà domani oro di zecchino», dicevano e pensavano tutti. E ad ogni ruzzolone che il marco faceva, in folla e a precipizio, a comperare!

Chi potrebbe contare oggi i miliardi che l’Europa e l’America hanno regalati alla Germania, dall’armistizio in poi, speculando balordamente sul marco? Poichè le somme che i compratori hanno perdute sono state in parte guadagnate dalla Germania; sono dunque un dono del mondo a quella che ieri ancora era la «nemica del genere umano», fatto o in monete buone o in monete migliori della sua.

In quale Stato di Europa una favilla di civismo sincero sopravvisse a questo orrendo baccanale, celebrato su dieci milioni di tombe? Guerra e pace, forza e diritto, patria e umanità, conservazione e rivoluzione, ordine e disordine, bianco e rosso non furono più, dal giorno dell’armistizio, che bandiere di interessi e di passioni in guerra. Sulla rovina della monarchia e sulla inesperienza della democrazia, gli uomini e i partiti più avversi sognarono tutti il potere eterno e incontrollato, la dittatura; e se la disputarono, esaltando il sentimento popolare già delirante con una gara di folli promesse. I partiti e i gruppi che, per essersi trovati al potere quando finalmente la Vittoria era apparsa, si erano imaginati di averla essi chiamata, la presero in ostaggio e la costrinsero a promettere al popolo quel che non poteva dare: territori, corone, tesori, ricchezze. Ma i socialisti si erano accorti che la Vittoria era acefala; e stavan pronti a coglierla in fallo con le sue promesse bugiarde, e ad ammutinare le masse perchè la lapidassero.

I conciliaboli, in cui la pace fu tramata, erano infettati dalle esalazioni asfissianti di queste torve passioni nemiche. Immersi nella nebbia di quelle esalazioni, gli spiriti si sono ottenebrati, non hanno potuto più discernere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il fittizio dal solido, il sogno dal reale. Per pensare rettamente, come per pregare, occorre una certa purezza di anima. La passione a volte fa incespicare, nonchè la logica, anche l’abbaco. Accadde così che i vincitori — popoli e governi — non intesero più nè i comandi del dovere nè i consigli della prudenza. Non hanno capito che, tolte alla Germania l’Alsazia e la Lorena, spolverato l’articolo del vecchio trattato di Praga ancora ineseguito dopo tanti anni che le faceva obbligo di indire i plebisciti nelle terre dello Schlesvig, strappate alla Danimarca, bisognava rispettare l’integrità della Germania, anche a costo di deludere qualche speranza; andar piano con il coltello ad oriente; sforzarsi di ottenere il suo consenso a quei mutamenti territoriali che la risurrezione della Polonia imponeva; in ogni caso non smembrare l’Alta Slesia ma lasciarla tutta alla Germania, dopo che il plebiscito aveva scelto. Non hanno capito che avevano il diritto e il dovere di dire alla Polonia: «tu sei resuscitata; e chi resuscita, può essere contento anche se resuscita con le sole ossa e la sola pelle. L’adipe verrà poi, se i tempi e la salute e il destino e la Provvidenza vorranno...». Non hanno capito che dovevano incoraggiare e aiutare la repubblica tedesca, mostrandosi con essa meno esigenti che con la monarchia, e offrendole in ogni caso _una pace non umiliante ma decorosa_, come quella che gli alleati avevano offerto nel 1814 a Luigi XVIII e alla monarchia legittima restaurata sul trono di Francia. Non hanno capito che, mettendo in un fascio, oltre il Reno, repubblica e monarchia con un trattato umiliante, toglievano alla repubblica la forza, nonchè di eseguire il trattato, di governare la Germania e la precipitavano nel caos. Non hanno capito che le riparazioni e le indennità non dovevano essere imposte in misura arbitraria e accettate senza discussione come l’espiazione di un delitto orrendo, di cui il popolo tutto fosse responsabile; ma presentate alla discussione e al consenso del vinto, come un pegno della sua sincera volontà di riconciliarsi con il mondo, contribuendo alla restaurazione di una pace umana per tutti. Non hanno capito che il disarmo della Germania o faceva parte di una tregua conchiusa con animo sincero dalle maggiori potenze d’Europa _sulla terra e sul mare_, simile a quella che le grandi monarchie avevano conchiusa a Vienna nel 1814, o non sarebbe che una maldestra imitazione di uno dei più barocchi impiastri dell’empirismo napoleonico. Non hanno capito che la Germania era stata rovinata dalla guerra; e che era ridicolo immaginarsela scintillante di oro e di raso quando era coperta di cenci, per non rinunciare alla speranza di spogliarla. Non hanno capito che la caduta della Russia mutilava la loro vittoria; che vincitori in Occidente, essi erano stati vinti in Oriente; che tra i due punti cardinali poteva intervenire soltanto un compenso parziale; che, caduta la Russia, tutta la dominazione europea nell’Asia vacillava e la Turchia poteva essere annoverata piuttosto tra le potenze vincitrici che tra le vinte, essendo stata liberata dal nemico implacabile che da due secoli la perseguitava a morte. Non hanno capito infine che, scioltosi il nesso dinastico da cui sino al 1918 popoli e genti di lingua e di razza diversa erano stati legati insieme, in vasti e potenti imperi, nel cuore dell’Europa, occorreva legarli con qualche altro nesso, se non si voleva che la Libertà si presentasse a questi popoli tenendo in mano, come primo regalo, delle catene di ferro; e che questo nesso nuovo non poteva essere cercato che nella volontà profonda dei popoli stessi, espressa dai plebisciti. Non inarcate le ciglia per lo stupore, o lettori. La volontà dei popoli, nella quale l’Europa cerca oggi affannosamente quel principio di diritto, senza cui un governo non è che un odioso atto di prepotenza, non può esprimersi e articolarsi, ossia farsi una realtà viva e operante, se non per plebisciti, lealmente fatti e osservati. Al di fuori di questa, per quanto rozza articolazione, la volontà dei popoli è soltanto una maschera, di cui si copre l’arbitrio del più forte, il quale si arroga di sapere quel che un popolo vuole, meglio del popolo stesso! Bisognava dunque concedere i plebisciti chiesti dall’Ungheria e dagli altri popoli vinti; bisognava moltiplicare i plebisciti su tutti i punti controversi, dal Montenegro all’Alta Slesia; farli e osservarli con quella lealtà, che un anno prima della guerra mondiale avevo già invocata come divinità tutelare dei tempi, i quali non credono più a nessun vero trascendente e assoluto, ma si reggono su principî convenzionali, limitati e facilmente rovesciabili. L’Europa non sarebbe, no, un Eden di pace oggi; ma ci sarebbe già, sotto questa mobilità universale, qualche punto fermo.

I vincitori non hanno capito nè queste cose nè molte altre, che li avrebbero aiutati a salvarsi. Senonchè mi pare che questo studio mancherebbe della sua conclusione e terminerebbe senza finire, se, giunti a questo punto, non ci proponessimo il quesito: per quale ragione queste cattive passioni sono state così forti, da spegnere addirittura il senso di conservazione in Stati e in popoli interi? Quale demonio è entrato in questi popoli e in questi Stati, che sembrano tutti usciti di senno e posseduti? Se noi riusciamo a sciogliere questo quesito, potremo abbracciar con una occhiata sola, da una specola dominante, tutte le osservazioni fatte via via e sparse nelle pagine di questo volume. E lo possiamo sciogliere con una risposta sicura. L’Europa non ha avuto, alla fine della guerra, la purezza d’animo necessaria a pensare rettamente e a discernere la realtà dalle allucinazioni, perchè dal 1848 in poi ha logorato la sua antica riserva degli ideali, senza rinnovarla, come un erede dissennato che divora il patrimonio degli avi.

Questa riserva ideale si componeva di tre tesori: il cristianesimo, l’umanesimo, l’umanitarismo liberale del secolo XVIII; e tutti e tre i tesori rigurgitavano di sentimenti, di dottrine, di tradizioni, di regole, di esercizi, di scuole e di precetti, che servivano a comprimere e contenere gli egoismi violenti e brutali della natura umana, a mansuefare la bestia, che sonnecchia in ognuno di noi. Ma tutti questi tesori sono ormai dispersi e... Sì: in ogni strada le chiese aprono le porte ospitali al passante, officiano, pregano, suonano le campane. Ma dove e quanti sono ancora i veri cristiani, i quali sentono che l’uomo è un Dio decaduto; e che non può lucrare la redenzione di cui ha bisogno più che dell’aria per vivere, se non riconosce tutta la depravazione della propria natura, per impegnare con quella un disperato duello? Dove sono e quanti sono in questa strana epoca, in cui ogni uomo è persuaso nel fondo della sua coscienza di essere un Dio perfetto; ed è soddisfatto di sè al punto, che non trova altra ragione di dolersi, se non della sorte e degli altri? Ci sono ancora delle cattedre da cui si leggono e si spiegano Orazio e Pindaro, Virgilio e Omero, Livio e Tucidide; ce n’è più che non ci siano mai state e che non occorra. Ma queste cattedre oggi pretendono di spiegare il _vero_ Orazio e il _vero_ Pindaro, il _vero_ Virgilio e il _vero_ Omero, il _vero_ Livio e il _vero_ Tucidide. Chi cerca più, in quegli avanzi di una civiltà morta, in parte anche falsandoli con una ammirazione che riconosce in essi soltanto bellezze e virtù, e le vuole esagerare di proposito per farne uno specchio di perfezione immacolato; chi cerca più il modello di una compostezza, di una sobrietà, di una eleganza, di una moderazione, di una nobiltà che temperi e raffini così lo stile delle lettere come il pensiero politico, il gusto delle arti come il costume privato? Dal secolo XVIII tre magiche parole erano venute a volo fino a noi, come tre arcangeli, attraversando le tempeste, e avevano messo il piede nel cuore dell’Europa: libertà, uguaglianza, fratellanza. Erano parole un po’ leggere, e leggermente vestite di un ottimismo iridescente un po’ frivolo; ma erano anch’esse maestre, anche se talora un po’ deboli e svenevoli, di buoni sentimenti, perchè insegnavano ai potenti a non abusare del potere, ai fortunati a non presumere della loro fortuna sino al punto di credersi migliori, agli uomini, alle classi, ai popoli ad aiutarsi ed amarsi. Volgete oggi gli occhi intorno: che scempio e che rovina! Chi crede ormai a queste parole, quando la nostra epoca le pronuncia, più che alle moine contrattate della prostituta?