La tragedia della pace

Part 15

Chapter 152,803 wordsPublic domain

Noi viviamo — fu detto — del profumo di un vaso vuoto. La civiltà quantitativa e l’ideale della potenza hanno bruciato a poco a poco le radici dei sentimenti nobili, dei gusti delicati, del pensiero disinteressato. A mano a mano che la popolazione cresceva, a mano a mano che crescevano i bisogni, l’avidità, la fretta di lucrare; a mano a mano che le ambizioni e le cupidigie si rincorrevano furiosamente a gara nel mondo, come in un immenso circo, per contendersi il premio, le masse acquistavano una certa istruzione e scioltezza di spirito, una alacrità, una prontezza, una agilità prima ignote. Ma le _élites_ spirituali sparivano; tutte le eccellenze si livellavano in medie nè troppo basse nè troppo alte; dal monte alla valle la terra a poco a poco si spianava; si diffondeva vittoriosa una brutalità procacciante, a cui non importava null’altro fuorchè il lucro, il successo e il libro dei delitti e delle pene: non la carità e non il diritto, non la legalità e non l’urbanità. Lavorare, produrre, vincere i rivali, correre a rompicollo, non dormire, guadagnare, spendere, credersi Dio, non ricordare mai il passato, non pensare all’avvenire, viver solo nel momento presente, pensare solo e sempre all’interesse urgente e alla passione traboccante! Tutti gli istinti nobili e tutte le aspirazioni disinteressate si ottundevano, tutti i pensieri sostanziosi e profondi si volatizzavano in queste frenesie. L’uomo disimparava il pregare e il pensare; appunto perchè l’una e l’altra operazione richiedono un’anima non troppo impura. Sulla smania del lucro singolo si accavallò la ambizione della potenza e prepotenza comune. Tra il 1890 e il 1895 i grandi popoli dell’Europa parevano in procinto di dimenticare e di perdonare. Perfino la Germania sembrava voler nascondere i suoi recenti e troppo vistosi trofei di guerra. Ma l’ambizione delle conquiste si risvegliò in Inghilterra nell’ultimo quinquennio del secolo. Una sciagurata parola «imperialismo» contaminò il dizionario di tutta la civiltà occidentale. Il cattivo esempio dell’Inghilterra fece subito scuola, in America, in Germania, in Francia, in Russia, in Italia. Mentre meccanici e chimici inferocivano la guerra armando la Morte di mostruose falci a vapore, poeti, filosofi, pubblicisti incitavano i popoli ad abusare spietatamente della propria forza contro i popoli inermi o deboli; e i governi si impegnavano in una bassa gara di prepotenze e di perfidie per «_etwas erwerben_», come diceva Nicola II a Guglielmo II: per arraffar qualche cosa, poco importa che cosa e in che modo. Neppure i popoli fratelli di razza, di lingua, di civiltà, di storia, seppero più essere amici; Caino fu l’inconsapevole modello e maestro di una civiltà dilaniata; la prepotenza, il disprezzo dei trattati, lo spergiuro, l’inganno, la slealtà furono vantati come le carte di nobiltà dei popoli grandi. E venne il giorno in cui noi, figli primogeniti della civiltà europea, noi carichi di venticinque secoli di gloria, tripudiammo tutti per tre mesi — popolo e signori — e ci gridammo rinati all’antica grandezza, perchè, senza essere provocati, avevamo assalito un impero decrepito e gli avevamo strappato una provincia, che non poteva difendere!

Quando scoppiò la guerra il mondo, per un momento, ritornò in se stesso, scorse l’abiezione in cui era caduto, volle rialzarsi... Chi l’ha udito e veduto, non dimenticherà mai il silenzio religioso in cui, durante gli ultimi mesi del 1914, si avvolse Parigi: simbolo di un’epoca che capiva ad un tratto di avere troppo errato. Ma durò poco. Questa diabolica guerra esasperò in tutti, negli uni con il pericolo, la sofferenza, la schiavitù, negli altri con la baldoria, i piaceri, gli immeritati lucri, l’atroce egoismo del tempo. Quando la strage finalmente cessò, erano morte tutte le virtù, per cui la civiltà nostra era stata nobile e grande; la santità, la saggezza, la giustizia, la cavalleria, l’umanità, il senso del dovere, il disinteresse civico, la sobrietà del pensiero, la compostezza del sentimento, il rispetto dell’altrui diritto e dell’altrui dignità. Sopravvivevano ancora un po’ di carità nelle donne, e negli uomini il temerario eroismo di Icaro. Chi negherà all’ardore con cui tanti giovani delle classi alte e colte si sono sacrificati nella guerra, l’omaggio che merita ogni forma del sacrificio? Ma è forza riconoscere pure che questo spirito di sacrificio era facilmente trascinato dal suo impeto fuori dell’umano, talora perfino nel selvaggio; e che dopo aver moltiplicato gli eroi in mezzo alla mischia furente del genere umano, moltiplica ora nella pace i _dervish_ urlanti del nazionalismo, che vanno in giro per l’Europa predicando la guerra eterna.

Ma qui odo una voce irritata interrompermi: «Lo confessate dunque. La guerra per la libertà e per la giustizia, che i governi dell’Intesa avevano bandito, era una impostura. Se ci avete creduto in buona fede foste degli imbecilli. Avevamo ragione noi di ammonire il popolo; si combatteva per il carbone e per il petrolio. Noi soli vedemmo chiaro». No: non vedeste punto chiaro. Il sentimento che mosse l’Europa a prendere le armi contro la soverchiante potenza della Germania era sincero; e non era punto, come troppi stolti che si credano savi ripetono, una romanticheria quarantottesca; era un moto improvviso e irresistibile dell’istinto di conservazione, finalmente ridesto. L’Europa aveva capito, in quel breve ma lucido intervallo, che la forza, di cui era così fiera, distruggerebbe alla fine la sua ricchezza, la legge equa e savia sotto cui viveva, i tesori più preziosi di una civiltà secolare. Quale era il dovere di chi conosceva, perchè era stato il solo ad esplorarlo nelle sue pieghe più riposte, il disordine morale e intellettuale in cui il Ferro e il Fuoco, il trionfo della civiltà quantitativa, la rozza ideologia del progresso avevano gettato la civiltà occidentale? Doveva dire all’Europa, proprio nell’istante in cui sembrava accorgersi dei suoi errori e dei suoi vizi e volersi emendare: «tu sei dannata; non sperare redenzione; ogni tuo buon proposito sarà vano; ritornerai dalla guerra come una Furia anguicrinita?» La civiltà occidentale è da un secolo tiranneggiata da alcune passioni violente e feroci che ormai, nelle generazioni viventi, non sentono più freno alcuno: nè la religione, nè la tradizione, nè la saggezza di qualche autorità rispettata, e neppur la nozione chiara del proprio interesse o l’istinto di conservazione, se si vuole adoperare una parola più corrente. Per questo ha combattuto la guerra più atroce della storia. Per questo non sa fare la pace, ossia non sa ricavare dalla guerra il solo frutto che avrebbe potuto compensare in parte i vincitori e salvare dalla disperazione i vinti. Per questo è minacciata di distruzione totale e rimbarbarisce; perchè civiltà è il prevalere di certe virtù difficili e di certi sentimenti generosi sulle passioni elementari della perversa natura umana. Si potrebbe definirla altrimenti? Ma la tirannia sempre più fiera di queste passioni non s’è stabilita in un giorno e non dura per caso, senza ragione profonda, anche se porta nel suo grembo una rovina apocalittica. Chi potrebbe presumere di indovinare quando questa tirannide cederà lo scettro a sentimenti più umani e a dottrine più illuminate? Forse domani, forse tra un secolo. Ed anche se ci fosse un genio così potente, da indovinare che il grande rivolgimento avverrà tra un secolo, sarebbe forse dispensato dal dovere di ripetere ai contemporanei che le loro passioni li accecano, e di incoraggiare tutti i tentativi, anche se timidi e saltuari, di detergere dalla propria vista questa cecità? Quale è il grande movimento della storia che non ha incominciato con parziali fallimenti? Chi ha una coscienza e una fede, consulta forse, prima di difendere un principio, il lunario del successo e tira l’oroscopo per sapere quando trionferà?

Scrivevo nel 1920: «tutte le autorità sono cadute; e perciò la sola forza governa il mondo; la forza sola e nuda, o coperta appena di qualche cencio rosso o di qualche brandello della bandiera nazionale; e governa il mondo come può, per accessi e sussulti, senza discernimento, straziandolo, perchè la forza è così debole, quando è sola e nuda! Non illudetevi, o uomini: in Europa i soli titoli di autorità che ancora valgono sono il ferro e l’oro. La libertà è morta, come il diritto divino. A volte a volte governerà chi riesca a farsi obbedire per un’ora da centomila baionette, e ad impadronirsi dei torchi ufficiali che stampano la carta moneta[16]». Questa pagina annunciava il fascismo e il suo avvento. Dovevo perciò mettermi alla testa anche io di spedizioni punitive o sovvenzionare squadre d’azione? Appunto perchè la libertà è morta, non voglio fare il becchino; ma preparare la resurrezione, prossima o lontana. Chi non è un commediante di dottrine così fa.

Sì: la guerra, incominciata come una crociata per la difesa di idee e di principî, termina in una furibonda rissa per i carboni della Ruhr e per i petroli di Mossul. I vincitori non sono stati degni nè della causa che difesero nè della vittoria che la fortuna aveva loro largito perchè ne facessero uso migliore. Sono forse per questo mutate le leggi che regolano il mondo e la pazzia è diventata ragione, il vizio virtù? È vero nel 1923, come era vero nel 1914, che l’Europa non avrà mai la pace finchè non la vorrà; ma l’avrà subito, intera, totale, sicura, il giorno in cui la vorrà, ossia il giorno il cui le torve passioni oggi dominanti cederanno il posto a un po’ di modestia, a un po’ di generosità, a un po’ di considerazione, a un po’ di saggezza. Ridotto a questi termini, che soli son veri, quanto è semplice e quanto è complesso il «problema» della pace! È semplicissimo, poichè un moto dell’animo, che mille volte si ripete nella vita dell’uomo più umile, basta a risolverlo. È complicatissimo, perchè un moto, che è così facile nell’animo del singolo, diffuso a tutta la civiltà occidentale, deve sollevare e capovolgere il peso di un secolo — e di che secolo!

I nostri tempi possono calpestare, vilipendere, fare scempio del cristianesimo, dell’umanesimo, dell’umanitarismo, quanto loro piace. Ma dovranno ritornare ad essi con un po’ di sincerità, se vorranno la pace, la prosperità e l’ordine; e sinchè non ci ritorneranno, si struggeranno nella guerra, nell’odio, nella miseria, nell’anarchia rossa o nella tirannia bianca. In questo sta il tutto.

Al lavoro, dunque. I quattro calamitosi anni che ci separano dalla guerra sono soltanto un momento della lunga storia che racconta gli inciampi, le cadute, gli errori, le emende, le riprese dell’uomo nella sua via tribolata. Non disperiamo; e se l’avvenire è oscuro, rivolgiamoci a contemplare il passato, poichè lì almeno vediamo più chiaro; e rallegriamoci che, a dispetto di tanti amari disinganni, il troppo sangue profuso non fu tutto sprecato, perchè un acquisto almeno è ormai assicurato: un acquisto immenso, di cui i secoli esulteranno a mano a mano che, allontanandosi dai nostri tempi, lo vedranno grandeggiare in cospetto della storia. La guerra ha spezzato nelle mani dell’Europa quell’arme mostruosa, che era il tormento, il terrore, l’orrore del mondo. Poco importa se dei governi spauriti impegnano gli ultimi arredi per vestire e mantenere soldati, soldati, soldati! Quella mostruosa elefantiasi della forza, che incominciò con la rivoluzione francese e con l’impero napoleonico, è finita, e per sempre. L’esercito tedesco, non è più. Non è più l’esercito austro-ungarico. Dell’esercito russo sopravive un’ombra. Esistono ancora o non esistono più un esercito inglese e un esercito italiano? Nessuno saprebbe rispondere con sicurezza. L’esercito francese è ancora in armi, smisurato; e molti eserciti minori, ma troppo grossi, luccicano tra le rovine dell’impero degli Absburgo, agitando coccarde e bandiere nazionali. Ma manca ormai a tutti questi eserciti, per mantenersi e per crescere, così il denaro come il modello; quel modello da imitare, francese prima, tedesco dopo il 1870, senza il quale non c’è e non ci può essere nè spirito nè tradizione che vivifichi dei corpi così massicci. Il sistema è stato distrutto dalle sue iperboli. _Mole ruit sua._ L’Europa non sarà più lo scandalo e il terrore del mondo con la elefantiasi militare, che l’aveva sformata.

Guardate l’America, guardate l’Asia: sono forse due selve di baionette? Non si reggono con poche forze armate? Tutte le civiltà che furono prima della rivoluzione francese, non professarono il principio che le armi, per servire, devono essere buone ma poche? La mostruosa parentesi, aperta con la rivoluzione francese, sta per chiudersi. Ritorneremo anche noi, Europei, nell’eterno passato, in quella che è stata — e sarà — la legge costante della vita, la regola indefettibile della saggezza: non solo per vivere e camminare, ma anche per poter combattere, esser necessario non caricarsi troppo di ferro.

E insieme con il sistema militare, agonizza anche l’imperialismo europeo. Si può ora ricominciare a sperare che il mondo, liberato da questo flagello, respirerà domani. Quella condizione di cose, per cui alcuni popoli d’Europa poterono negli ultimi due secoli conquistare così smisurati territori e assoggettare al prepotente loro dominio tanti popoli, dei quali parecchi avrebbero dovuto venerare e ammirare come maestri, volge al suo termine. Come le guerre della rivoluzione e dell’impero fecero perdere all’Europa la maggior parte dell’America, la guerra mondiale le strapperà l’Asia e una parte dell’Africa. Noi vedremo l’Asia madre e maestra, il continente che diede la luce a Confucio, a S. Paolo, a Maometto, dove si svolse il mistero della Redenzione, dove furono scritti i Vangeli, libero finalmente dal prepotente dominio dei barbari occidentali, adoratori del Fuoco.

Giorno memorando nella storia sarà quello in cui, scacciata dall’Asia, l’Europa rientrerà in se stessa e nell’«eterno passato»! L’orgoglio, per cui s’è creduta maestra e sovrana dell’universo, proprio quando smarriva la nozione stessa del governo e dell’autorità, sarà umiliato quanto merita.

Aspettiamo dunque quel giorno con fede. Quel giorno, forse, i sordi incominceranno ad udire.

FINE.

INDICE

PREFAZIONE pag. 5

PARTE PRIMA

L’ALBA TORBIDA DELLA PACE

I. Le baionette e l’idea » 17 II. Il discorso e il pensiero di Clemenceau » 25

PARTE SECONDA

IL CONGRESSO DI PARIGI

I. Il Reno » 35 II. La nuova infanzia del mondo » 53 III. L’America e il miracolo di San Gennaro » 64 IV. Gli assenti presenti: Russia e Germania » 68 V. Sfogo » 72 VI. La radice del male » 83

PARTE TERZA

I TRATTATI

I. L’America e i mari » 95 II. Le garanzie » 102 III. Le riparazioni » 108 IV. Trattati di carta velina » 115 V. Il Capovolgimento dell’Austria-Ungheria » 119 VI. La Polonia e la Russia » 127 VII. Il protettorato del Mondo » 133 VIII. La politica realistica » 140

PARTE QUARTA

VINTI E VINCITORI NEL CAOS DELLA PACE

I. L’Europa dopo due anni di pace » 145 II. L’America e i mari » 151 III. Guerra e pace al Congresso di Washington » 156 IV. Concatenazione » 163 V. La Germania e il suo riscatto » 166 VI. La guerra e la ricchezza » 172 VII. I debiti » 179 VIII. I trionfi dell’imperialismo europeo: l’indipendenza dell’Egitto » 183 IX. L’imbroglio orientale » 190 X. I trionfi dell’imperialismo europeo: la riscossa turca » 197 XI. Il nodo insolubile delle riparazioni » 203 XII. Sisifo » 211 XIII. La nuova guerra » 218

PARTE QUINTA

PRIMO DISCORSO AI SORDI

_Introduzione_ » 227

I. Il suicidio della forza » 229 II. L’eterno passato » 234 III. Il culto del fuoco » 243 IV. Il supremo fiore della Storia » 253 V. Nè Cristo, nè Anticristo » 258 VI. Il ritorno dei barbari » 264 VII. L’idropisia del denaro » 269 VIII. La vittoria acefala e l’ora di Barabba » 277

_Altre opere dello stesso Autore:_

GRANDEZZA E DECADENZA DI ROMA.

Vol. I: _La conquista dell’Impero_ L. 7.50 Vol. II: _Giulio Cesare_ » 7.50 Vol. III: _Da Cesare ad Augusto_ » 7.50 Vol. IV: _La Repubblica di Augusto_ » 5. — Vol. V: _Augusto ed il Grande Impero_ » 5. —

FRA I DUE MONDI L. 6.50

LA VECCHIA EUROPA E LA NUOVA » 5. —

MEMORIE E CONFESSIONI DI UN SOVRANO DEPOSTO » 5. —

ROMA NELLA CULTURA MODERNA.

Discorso tenuto in Campidoglio il 21 aprile 1910, commemorando il Municipio il «Natale di Roma» » 3. —

IN MEMORIA DI CESARE LOMBROSO

(1910). Conferenza, con due ignorati scritti giovanili di Lombroso » 3. —

_In preparazione_:

LA ROVINA DELLA CIVILTÀ ANTICA.

NOTE:

[1] La vecchia Europa e la nuova, pag. 316.

[2] La vecchia Europa e la nuova, pag. 34-35.

[3] Memorie e confessioni di un sovrano deposto, pag. 289.

[4] 14 gennaio 1919.

[5] 7 gennaio 1918.

[6] Da un _Diario della Pace_, inedito. Scritto a Parigi, nel marzo del 1919.

[7] M.... è uno degli spiriti più forti e profondi della Francia; come tale sarà ammirato, oltrechè dai suoi amici, anche dalla élite colta dell’Europa, quando si deciderà a far partecipe del suo sapere un pubblico più largo. Nel 1919 occupava una posizione ufficiale, non certo adeguata al suo merito, ma tale da permettergli di sapere quanto accadeva nel Congresso.

[8] Da un _Diario della Pace_, inedito. Scritto a Parigi nell’aprile del 1919.

[9] Da un _Diario della Pace_, inedito. Scritto a Parigi nell’aprile del 1919.

[10] 19 marzo 1919.

[11] Da un _Diario della Pace_, inedito. Scritto a Parigi nell’aprile del 1919.

[12] 31 dicembre 1919.

[13] Allusione alle elezioni greche del 1921. I lettori ricorderanno che in seguito a queste elezioni il Ministero del Venizelos fu rovesciato e il re Costantino richiamato dall’esilio.

[14] Allusione al tentativo di restaurazione monarchica, fatto da Carlo di Absburgo.

[15] Allusione ai prestiti chiesti dalla delegazione russa, alla conferenza di Genova, nella primavera del 1922.

[16] _Memorie e confessioni di un sovrano deposto_, pag. 289.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.