La tragedia della pace

Part 13

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No, non si può dire che in sè e per sè il comunismo sia contrario alla natura umana. Vero è invece che le è conforme, ma solo _nella misura in cui la natura umana è capace di spirito di sacrificio e di rinuncia_. Non c’è comunismo, se non là dove i singoli rinunciano ad una parte dei beni — proprietà e libertà — che potrebbero godere da soli, per un fine ideale; se non quando una forte passione — l’amore paterno o il fervore religioso, per esempio — rintuzza e deprime l’egoismo, avido di godimenti. Inteso così, il comunismo è uno dei fiori più belli della storia — ed uno dei più rari.

Senonchè il comunismo, che parla dalla Russia ai popoli come un maestro, e li incita ad applicare le sue dottrine, non chiede alle masse rinuncie e sacrifici in vista di un bene ideale; ma promette loro quegli stessi beni che prometteva il capitalismo — ricchezza, agi, piaceri, potenza — e in misura maggiore, e con minor sacrificio; offrendosi alle moltitudini come il continuatore del capitalismo, che compirà la stessa opera ma molto meglio. Esso promette agli uomini un’abbondanza anche più facile che la passata; ossia quello che, per la sua stessa natura, non può dare. Il comunismo può assicurare agli uomini le gioie spirituali di una convivenza allietata da alte speranze comuni, non le orgie dell’abbondanza. A queste provvede il «capitalismo».

Alla società moderna si possono rinfacciare mille difetti, appunto perchè essa ha tutto sacrificato alla quantità, anche la virtù e la bellezza. Ma non si può negare che abbia almeno scoperto il segreto dell’abbondanza, moltiplicando le ricchezze del mondo. Supporre che un «sistema comunista» possa vincerla in questa lizza è un sogno.

«_Io rido, quanto sento i socialisti dire che vogliono rovesciare la potenza del capitale con le dottrine di Carlo Marx! Essi che gridano primo dovere del popolo moltiplicare i suoi guadagni e i suoi bisogni! L’impero del capitale rovinerà il giorno in cui il popolo prenderà in orrore i lussi e gli sprechi e i piaceri e i vizi, che le classi alte gli inoculano, per rinfacciarglieli poi, dopo che hanno battuto moneta con quelli_».

Così scrivevo più di dieci anni fa, prima del cataclisma. In questo passo sta la chiave di molti presenti misteri. Sinchè il popolo aspirerà a calzarsi di seta, a mangiar polli, ad andare ai bagni come alla perfezione e alla felicità, il «capitalismo» sarà il padrone del mondo. Socialismo e comunismo dovranno servirlo, anche immaginandosi di combatterlo. Il vero difetto del capitalismo sta nel crear _troppa_ ricchezza.

Non è dunque meraviglia che i bolscevichi siano oggi costretti a fare la corte ai banchieri d’Occidente. I bolscevichi hanno potuto distruggere, in Russia, il corpo della «società borghese», non lo spirito. Questo vive anche in essi. Essi vogliono ciò che volevano i loro predecessori: una Russia quanto più è possibile ricca e potente. Per rifare rapidamente la ricchezza e la potenza della Russia è necessario del «capitale». Per trovare del capitale è forza rivolgersi al «capitalismo», anche dopo averlo maledetto. Anche questa è una catena; e per spezzarla una rivoluzione politica non basta. Occorrerebbe la sapienza di Socrate e di Aristotile, la saggezza di Augusto e di Talleyrand, la poesia di Virgilio e di Dante, l’insegnamento del Vangelo, un po’ dello spirito di San Francesco d’Assisi e di San Francesco Saverio, qualche brandello dell’Ecclesiaste, l’essenza depurata delle dottrine di Comte, di Mazzini, di Lamennais. Troppe cose, perchè ci possiamo pensare! Sordi alla voce del vero comunismo, ascolteremo noi il falso?

V.

Nè Cristo, nè Anticristo

Abbiamo esautorato lo spirito e la materia. Non obbediamo più nè a Cristo nè all’Anticristo.

Molte leggende la passione politica ha accreditate intorno agli atti ed ai disegni della Santa Sede e di Benedetto XV durante la guerra mondiale. Si è perfino denunciato il Vaticano come un ufficio di propaganda tedesca! Vero è invece che la Santa Sede fu alacre e zelante nell’addolcire le crudeltà e nel lenire i dolori della ferocissima lotta, quanto timida ed esitante nell’affrontare gli interessi, le passioni e le dottrine, che hanno scatenato il flagello. La Chiesa fu tra i combattenti ministra della Carità più che Cattedra della Giustizia!

La paura della Russia, che ambiva immensi territori cattolici in Europa e in Asia, soffocò nel papato, per tre anni, l’orrore della violenza germanica. «La vittoria della Russia sarebbe stata una rovina per la Chiesa non minore della Riforma» — disse a me, nella primavera del 1918, uno dei più alti prelati della Curia. Se per le potenze occidentali lo czar era il sovrano di un immenso impero, un amico e alleato potentissimo, per Roma era il capo di una Chiesa scismatica, che avrebbe tentato di sradicare il cattolicismo dagli Stati, in cui fosse entrato. Curiosa coincidenza: la alleanza della Russia costò alla Francia e all’Inghilterra non soltanto le simpatie dei partiti più rivoluzionari, ma anche quelle della Chiesa cattolica!

Caduto l’impero russo e dileguate queste paure, le simpatie per la Francia, per l’Italia e per l’Inghilterra presero forza anche in Vaticano; ma non al punto da scuotere la persuasione, che gli imperi centrali avrebbero vinto la guerra. Questa persuasione — molto diffusa in tutti i paesi neutrali ed anche in quelli dell’Intesa, tra le persone che non erano obbligate a credere alla vittoria per dovere d’ufficio — spiega forse molti atti e atteggiamenti della Santa Sede, a cui si sono cercati fini più reconditi. Molti, anche nel governo della Chiesa, consideravano la vittoria della Germania e dell’Austria una calamità: ma siccome la ritenevano sicura, pensavano che la Chiesa dovesse, con una neutralità prudente, prepararsi a intervenire come moderatrice presso il troppo feroce vincitore.

La forza e il furore degli Stati combattenti intimidirono anche la più antica potenza spirituale della civiltà occidentale. Indebolita dai colpi che il secolo XIX le ha inflitti e da quella specie di irrigidimento ombroso con cui cerca di difendersi contro lo spirito avverso dei tempi; armata solamente di libri e di pergamene, di carta e di penna, la Chiesa non ha osato affrontare il furore di ambizioni, di cupidigie, di odî, di orgogli scatenato dalla guerra sul mondo; le coalizioni di interessi, che hanno armato per quattro anni l’Europa contro se stessa. Ha cercato, quanto poteva, di soccorrere le vittime di questo furore, ma senza correre il pericolo di esasperarlo, cercando di frenarlo senza forze adeguate.

Che questa politica non fosse animata da uno spirito eroico, è manifesto. Ma è pure manifesto che riesce oggi più facile ad un critico e ad uno storico vantare a tavolino l’audacia del grande eroismo cristiano, che non fosse al papa di praticarlo tra il 1914 e il 1918. Lasciamo dunque all’avvenire giudicare se Benedetto XV sia stato o non sia stato troppo cauto. L’osservatore contemporaneo deve piuttosto cercare che cosa indichi e di che cosa sia segno questa prudenza. Dell’indebolirsi e declinare dell’autorità spirituale della Chiesa?

Molti lo pensano e l’hanno ripetuto, in questi anni. Il coraggio è il compagno della forza. Un potere che si lascia disarmare, confessa la propria debolezza. E fino a questo punto chi ragiona così ragiona bene. Se la Chiesa si fosse sentita più forte, avrebbe levato maggiormente la voce in difesa dei deboli, che tante volte l’hanno chiamata in aiuto, durante la guerra, come ministra di Carità e di Giustizia. Ma l’illusione comincia, quando si spera, come tanti hanno sperato durante la guerra, che su questo indebolimento della potenza spirituale più antica debbano grandeggiare le nuove potenze spirituali e temporali, che oggi reggono il mondo: lo Stato, la scienza, i grandi organi dell’opinione, i maggiori imperi che si spartiscono il globo, il capitale e i potenti strumenti che esso muove, le masse organizzate e la loro volontà.

Purtroppo, Berlino e Parigi, la guerra e il Congresso della pace, dimostrano che le potenze nuove non sono meno inferme delle antiche, anche se la malattia di cui soffrono è diversa. Finchè l’impegno fu di distruggersi a vicenda, le potenze spirituali e temporali del secolo hanno fatto meraviglie: quando invece si sono accinte a rifare quello che avevano distrutto, sono state forse meno modeste e caute della Chiesa, ma non più capaci. Se la Chiesa ha potuto far poco, con le sue pergamene e con i suoi libri, per ridare al mondo la pace, gli Stati non furono più fortunati, con i mezzi immensi di cui disponevano.

Gli imperi centrali erano più forti per armi e sapevano fare meglio la guerra. Questa è la ragione per cui la loro vittoria sembrò a tanti sicura sino all’ultimo. Ma questa fu invece la ragione della loro sconfitta. A che cosa ha servito la smisurata forza di cui disponevano, se non a distruggere se medesimi, dopo avere dissanguato i nemici? La Germania non è forse soggiaciuta ad una specie di congestione della propria forza? Oggi i vincitori sono i più forti, per armi, per ricchezza e per saldezza interiore; ma a che serve loro questa forza se invano cercano di mettere pace e ordine nel mondo? Nè le ricchezze dell’America, nè l’armata dell’Inghilterra, nè l’esercito della Francia, nè la scienza degli esperti, nè la sottigliezza dei diplomatici, nè la volontà dei popoli, nè le vociferazioni dei giornali, nè l’oro e i consigli dei banchieri, nè le sedute dei Parlamenti, nè la potenza gregaria e l’infatuazione dottrinale del socialismo hanno potuto, finora, far più che le encicliche di Benedetto XV. La parola sembra avere perduto la sua antica potenza sulle menti degli uomini; ma dalla stessa impotenza sono colpite le armi, la ricchezza, la scienza e tutte le altre forze, a cui i moderni facevano più largo credito che alla parola.

Questa universale impotenza è il vero terrore dei nostri tempi. È vero: Benedetto XV, non ostante il suo zelo cristiano e l’immensa autorità di cui era investito, è riuscito soltanto a lenire alcune tra le più atroci sofferenze della guerra. Ma gli altri potentati non sono stati capaci di fare nè meglio nè più per ridare al mondo la pace. Nel groviglio delle autorità spirituali e delle potenze temporali che se la contendono annullandosi, l’Europa resta abbandonata a se stessa, prostrata nell’inerzia smaniosa di un esaurimento spirituale, che sembra disperare della propria guarigione.

Il pontificato di Benedetto XV, come il tormentoso smarrimento in cui si dibattono gli Stati tutti dell’Europa, vincitori o vinti, provano che nè la Chiesa nè lo Stato moderno, ciascuno da sè, sono in grado di trarre l’Europa dalla stretta in cui si è cacciata. Ma potrebbero riuscire meglio, unendo le loro forze? E se questo accordo non sia possibile, quale sarà il destino dell’una e dell’altro nell’avvenire prossimo? Quale la sorte dell’Europa?

Tremendi quesiti, con cui si troveranno alle prese i successori di Benedetto XV, per molte generazioni! Che essi almeno non siano sordi, come sono sordi i tempi!

VI.

Il ritorno dei barbari

«È vero: — si ripete spesso quando si ragiona dei nostri tempi e dell’avvenire — l’autorità si sfascia oggi in Europa, come si sfasciò nel terzo secolo. Ma oggi non ci sono più barbari capaci di approfittare della nostra anarchia!»

È vero. I tempi sono mutati. Nel terzo secolo della nostra êra, civiltà e barbarie combattevano ad armi uguali. Oggi non più. La barbarie è inerme, di fronte alla civiltà. Il suo ardire e il suo impeto sono impotenti contro le nostre armi.

Ma siamo noi veramente sicuri? È proprio vero che i barbari vivono tutti sotto la tenda?

Barbara non è l’epoca in cui la forza e la materia dominano, non limitate e non regolate nè dalla legge, nè dalla giustizia, nè dall’amore, nè dalla socievolezza, nè dalla bellezza, nè dalla cultura? Non diciamo barbari i popoli, che al disciplinato regno della giustizia e della ragione preferiscono la violenta tirannide della passione e della forza?

Ma allora quanti barbari ci sono ancora e vivono nel cuore stesso della civiltà occidentale! Se ne incontrano dappertutto: nelle accademie e nei governi, nelle università e nelle officine, fra gli eruditi e fra gli analfabeti, in mezzo al popolo e in mezzo ai grandi, tra i ricchi e tra i poveri. Anzi, ognuno di noi è quasi una doppia persona; in parte civile, in parte barbaro. Guardiamo un po’ dentro noi, e ci accorgeremo che l’uomo civile e il barbaro non guerreggiano più, come un tempo, ai confini dell’Impero Romano, ma in ogni coscienza.

Noi siamo barbari, quando assumiamo la massa, il peso e il numero come misura del merito e della eccellenza. Siamo barbari, quando ammiriamo un edifizio perchè è massiccio e vistoso, una chiesa perchè luccica d’oro e di marmi, un vestito perchè costa molto, un popolo e un uomo perchè sono ricchi e potenti.

Siamo barbari, quando beviamo, mangiamo e fumiamo oltre il ragionevole, con intemperanza. Siamo barbari, quando prodighiamo la ricchezza solo per far vedere che la possediamo e per abbagliare i vicini. Siamo barbari, quando ammiriamo con uguale ardore la bellezza di una donna e il diamante che luccica nei suoi capelli. Siamo barbari, quando ci lasciamo abbrutire dalla rude potenza delle macchine e dalla furia frenetica dei nostri tempi. Siamo barbari, quando ci spogliamo del più grande tesoro che Dio ci ha donato — la intelligenza — per infonderla nella materia; quando ci vantiamo di rimbecillire, per creare dei congegni di ferro ogni giorno più intelligenti.

Siamo barbari, quando, inorgogliti e inferociti dalla intelligenza micidiale che abbiamo risvegliata nella materia, abdicando la nostra sovranità, aspiriamo ad essere i re dell’Universo, innanzi a cui tutte le cose della creazione devono inchinarsi.

Siamo barbari, quando crediamo di poter riscattare con le invenzioni meccaniche e con le scoperte chimiche le nostre colpe, i nostri errori, la nostra cecità e le nostre follìe. Siamo barbari, quando ci illudiamo che il vapore, l’elettricità, i raggi X, il telegrafo senza fili, il radium, i crogiuoli dei chimici, le imprese del commercio, le audacie delle industrie, le meraviglie dell’agricoltura, effettueranno la seconda redenzione del genere umano, dopo il sangue di Cristo; e purificheranno il mondo dalle cattive passioni che lo infestano, inaugurando il Regno della Pace e della Saggezza.

Spesso i barbari «_ab intus_» sono più pericolosi che i barbari di fuori. Quelli di fuori si avanzano allo scoperto, e si possono segnalare, contare e fermare con la forza. Ma a quale segno sicuro riconoscere i barbari dei nostri tempi? Quando neppur essi hanno sentore dell’essere proprio e gli altri sanno così poco discernerli, che spesso li ammirano come i campioni e i difensori della civiltà?

Anche questo è un pericolo che ci minaccia sulle vertiginose altezze della nostra potenza. Scambiando per segni di progresso i vizi della barbarie, grossolanamente mascherati e contraffatti, la civiltà occidentale si affida troppo spesso, per salvarsi, alla distruzione e alla morte.

Osservate tutte le armi di cui è così fiera: quelle natanti fortezze di acciaio, che infestano i mari; quei cannoni dalle gole profonde come un abisso; quelle mitragliatrici che irrorano la terra con una pioggia di morte minuta, incessante, invisibile; quei falchi di metallo, da cui piovono i fulmini; quei milioni di baionette che scintillano ai raggi del sole.

Ci siamo affidati a questi terribili strumenti di guerra, affinchè tenessero a distanza i popoli che, a torto o a ragione, chiamiamo barbari. Al riparo di questa muraglia di ferro e di fuoco, innalzata dal nostro genio, noi viviamo sicuri, che non dovremo più fuggire innanzi a una nuova passata alluvionale di Mongoli. Ma donde è mosso l’uragano di violenza, che per cinque anni ha devastato l’Europa, se non da quegli stessi strumenti di guerra, in cui avevamo posto la nostra sicurezza e la nostra speranza?

La civiltà occidentale giace prostrata e agonizza sotto la mole di quelle armi, con cui si era rivestita per difendersi.

Le armi che dovevano difenderci dai barbari, si sono rivolte contro di noi. Eccoli, anzi, i veri barbari del nostro tempo: sono esse! Barbari di ferro e di acciaio, temprati nel fuoco dalle nostre braccia, e contro i quali siamo impotenti come i Romani erano impotenti contro i Germani ed i Goti.

L’intelligenza letale, che abbiamo risvegliata nella materia con il nostro orgoglio e la nostra ambizione; quell’intelligenza letale che ammiravamo come il prodigio del nostro genio, quando sterminava i nostri nemici, ha ormai annientato anche noi: vinti e vincitori insieme. Questa è la grande nemica della civiltà occidentale, più implacabile delle orde barbariche che distrussero l’Impero Romano. Non potremo salvarci dai nuovi barbari con il ferro, poichè sono essi stessi il ferro; non potremo salvarci con quell’oro che Roma gettò così spesso agli invasori per fermarli quando non poteva respingerli, perchè non sono avidi, come gli antichi barbari, della nostra ricchezza, ma della nostra distruzione.

Visibili o invisibili, questi barbari _ab intus_ non potranno essere vinti che da armi invisibili e immateriali: la Ragione, la Giustizia, la Saggezza. Il giorno in cui la Ragione, la Giustizia, la Saggezza riappariranno nel mondo, i barbari, che sono ritornati a devastare l’Europa, volteranno le spalle e partiranno per sempre. Ma per quanto tempo, prima di questo ritorno, il mondo volterà le spalle anche a questa parola della verità?

VII.

L’idropisia del denaro

Noi abbiamo tolto valore alla misura di tutti i valori concreti.

Una nuova malattia è apparsa nel mondo: «l’idropisia del denaro». La civiltà occidentale è gonfia di una mostruosa idropisia di oro, d’argento e di carta monetata.

Vi parrà forse inverosimile, o uomini del mio tempo: eppure è così. C’è troppo denaro nel mondo; e perciò c’è troppo bisogno, tormento, insoddisfazione, vizio, perversione, odio e povertà. Troppo denaro vero — oro e argento, negli Stati Uniti d’America, e in tutti gli Stati neutrali, impinguati sulla guerra degli altri; e troppo denaro spurio — carta monetata — negli Stati che furono belligeranti.

Dalle trincee, nel 1914, incominciò a fluire un Pactolo rosseggiante, nel quale si confondevano sangue e oro: il sangue di una generazione immolata al Dio della guerra, e le ricchezze di tre generazioni liquidate per acquistar ferro, bronzo, fuoco e congegni di guerra. Piccolo in principio, questo fiume d’oro e di sangue è gonfiato di anno in anno, finchè ha straripato sulla faccia della terra. Non c’è mai stato tanto denaro nel mondo — vero o spurio. In dieci anni si è raddoppiato, quintuplicato, decuplicato a seconda dei paesi. L’alluvione l’ha trasportato dappertutto, anche nelle capanne e nei tuguri. Tutti ormai lo posseggono, il denaro, che per tanti secoli non aveva voluto rifugiarsi che in pochi palazzi. Il mondo dovrebbe dunque essere felice secondo la nostra saggezza. Il denaro non è la ricchezza? La ricchezza non è la felicità? Il mondo invece è malato e soffre!

Sì: mentre tutte le altre ricchezze servono l’uomo soltanto secondo la propria natura, rigida e limitata, il denaro è — o sembra — uno schiavo docile e mobile, pronto a tutti i travestimenti, solo che il suo signore comandi.

Chi possiede una casa, una terra, del ferro, della lana, del grano non può servirsene che per i fini e gli uffici a cui la natura destina questi oggetti. Se vuol servirsene ad altri fini ed uffici deve venderli, ossia convertirli in denaro. Ne è dunque il padrone, a condizione di essere schiavo della loro destinazione. Il denaro no: fa tutto ed è tutto. Si nasconde e si ostenta; corrompe e benefica; incoraggia il genio e lo sfrutta; premia la virtù e assolda il delitto; onora Dio e incoraggia il vizio. È amico e nemico, maestro e lenone, creatore e distruttore.

Insomma è angelo e demonio. Ed è pronto a servir l’uomo come egli vuole, nell’una o nell’altra di queste opposte persone.

Gli uomini, che sono persuasi di essere furbi, si sono accorti da un pezzo di questa prodigiosa virtù. Perciò hanno immedesimato il denaro e la ricchezza, sebbene il denaro sia non _la_ ricchezza ma _una_ ricchezza, quando è d’oro e d’argento; e non sia neppure _una_ ricchezza, ma un segno della ricchezza spesso ipotetico e non di rado addirittura fallace, quando è di carta. Perciò sono stati così cupidi in tutti i tempi e in tutti i luoghi di denaro vero o spurio; e non si reputano felici se non quando lo posseggono, sebbene a un uomo perduto nel Sahara un pane ed un otre di acqua sarebbero più preziosi che un sacco di monete d’oro.

Ma questo servo docile e sorridente è un nemico nascosto e implacabile. La storia ce lo ripete a ogni pagina: quando, per una ragione o per un’altra, una età è sorpresa da una improvvisa abbondanza di denaro, ecco crescere il prezzo delle gioie, dei vini, delle vesti preziose; ecco sorgere da ogni parte edifici di lusso e di piacere; ecco l’amore farsi prodigo e venale; il Piacere e la Voluttà aprire taverne, teatri, danze, lupanari e tutti i luoghi in cui l’uomo può comperare per denaro e al minuto la spicciola felicità dei sensi.

Appunto perchè questo pericoloso servitore si offre all’uomo per servirlo a suo piacere, come un angelo o come un demonio, l’uomo è più facilmente vinto dalla curiosità di vedere come serve un demonio. Che cosa è stata la guerra mondiale? Una notte di Getsemani della civiltà occidentale o un saturnale? Al genere umano, che sudava sangue nella trincea, il denaro consigliava di consolarsi e rifarsi, dandosi all’orgia nelle città.

Fortunata ancora l’America, che almeno ridonda di vero denaro — oro, argento e biglietti che si possono convertire in oro ed in argento. Il denaro vero è immune dalla moltiplicazione illimitata; perchè a scavare dalle viscere della terra dell’oro e dell’argento ci vuole tempo e fatica. Ha quindi un peso, una consistenza e un valore stabile, se non immutabile; onde gli uomini sono spinti a conservarlo. L’Europa invece è idropica di falso denaro.

In America il denaro, appunto perchè è vero ed autentico, è raddoppiato soltanto. In Europa s’è moltiplicato in dieci anni, cinque, dieci, venti volte. La carta e l’inchiostro costano così poco; i torchi girano così veloci!

Ma moltiplicandosi all’infinito coi giri del torchio, questo denaro perde via via consistenza, peso e quindi sicuro valore; perdendo consistenza, peso e valore si volatizza e sfugge anche alle mani, che più bramose vorrebbero stringerlo. Perchè conservare un denaro fluido, volatile, il cui valore scompare da un giorno all’altro, come il profumo di una fiala aperta? Tutti gli dànno la caccia, ma appena lo afferrano, se ne disfanno per ricominciare la caccia e per disfarsene di nuovo; il circolo non si ferma mai, anzi gira ogni dì più veloce; il denaro non sta più fermo un minuto, passa da una mano all’altra, insegnando l’ozio, la prodigalità, il lusso, la dissolutezza, la ghiottoneria a milioni di uomini, che ieri ancora vivevano semplicemente.

Il denaro vero, autentico, che ha un peso certo, una forma obbligatoria, un conio indelebile, che l’uomo deve fabbricare di buon metallo con lunga fatica, può servire l’uomo come angelo o come demonio. Il denaro falso, segno menzognero di ricchezza immaginaria, stampato in materie fragili e caduche, che l’uomo moltiplica senza fatica, non può servirlo che come demonio.

Molti congegni infernali ha inventato la civiltà occidentale, ebbra di morte, per suicidarsi al cospetto dei secoli. Tra questi congegni, accanto alla bomba, al siluro, alle miscele esplodenti e all’otre dei vapori letali, occorre annoverare anche l’umile pietra che stampa e il suo torchio. Essa non ha sfondato tetti, affondato navi, ma ha fatto di peggio: ha falsato una cosa sacra, una misura, la misura del lavoro umano. Poichè in mezzo a tanti servigi loschi, frivoli o brutti che esso rende all’uomo, questo è l’ufficio augusto del denaro, quello per cui partecipa un poco della natura divina e corrompendolo, corrompiamo noi stessi.