Part 9
(_Scampanellata_).
LUD. Già qui?
MAUR. No, non è possibile: non hanno avuto tempo...
SCENA TERZA.
Maurizio, Ludovico, Costanzo, Paola.
COST. (_Alza la portiera_).
PAOLA (_Entra vivamente_).
MAUR. Voi!?
LUD. Tornerò (_Via_).
Paola. Lo sai che è mio fratello?
MAUR. Chi?
PAOLA. Non c’è stato nulla ancora, eh? Di’?... Non c’è stato nulla?
MAUR. Che vuoi dire? che vuoi dire?
PAOLA. Lo sai che è mio fratello. È arrivato oggi... Non lo aspettavo, dopo due anni...
MAUR. Oh!
PAOLA. Ho visto che non capivi. Ti ho fatto cenno di salire... Eri scuro, mi sono divertita del tuo cruccio ho fatto male. Quando ho saputo che vi eravate insultati per le scale... Oh!... Dimmi che non vi è stato nulla ancora... Vedi, lui non l’ho più visto. È stato un amico, un ufficiale di marina, Pierli, che mi ha detto tutto... Adesso non so dove sia, capisci?... È arrivato ch’ero a pranzo... fa sempre così. L’ultima sua lettera era di Siam, e poi non aveva dato più avviso di nulla, per piombarmi addosso come un fulmine. È tanto ragazzo!... Ma parla... dimmi che non c’è stato nulla... Maurizio?
MAUR. Dio, Dio, Dio, Dio!
PAOLA. Hai mandato?
MAUR. Lo sai l’insulto suo?
PAOLA. So, so. Me l’ha detto Pierli, lo so... Ebbene bisogna trovare... Senti, capisci bene che non potete battervi.
MAUR. (_Fa segno che la cosa è inesorabile_).
PAOLA. Vieni qui, pensa, pensa con me. Bisogna pensarci, troveremo. Non voglio il tuo disonore, lo sai, eh! Sono tua, sono tua, anima e corpo. Ma tu... tu nemmeno non puoi... Eh no, è Roberto! Pensa... Abbiamo parlato tante volte del suo ritorno. Ne abbiamo parlato insieme, te ne ricordi? Tu mi dicevi: — Sento che diverremo amici. — Ti piacevano tanto le sue lettere, così gaie, così gaie... Mi ama tanto, sai, e non ho che lui... Rispondi! Maurizio, Maurizio...
MAUR. Impossibile.
PAOLA. Hai mandato?
MAUR. Ho mandato. A quest’ora quattro uomini d’onore, estranei a me, a te, alle nostre dispute, ai nostri affetti, hanno riconosciuto e stabilito che le offese corse fra di noi volevano una soluzione mortale; hanno impegnata la loro fede che così sarebbe seguito. Io sono fuori oramai, non posso più nulla, nulla, nulla.
PAOLA. Oh!... E io? Non conterò nulla io, nemmeno presso di te? Non ti pare che abbia qualche diritto d’intervenire?... Sono qui, a due ore di notte, in casa tua. C’è un uomo che se mi trovasse qui avrebbe diritto di uccidermi. Diritto, diritto, capisci! Perchè il solo fatto d’essere venuta da te, sola, a quest’ora, a domandarti la vita di mio fratello, prova che...
MAUR. Paola, Paola, per carità, non parlare.
PAOLA. Ma non voglio perdere mio fratello, non voglio rischiare di perderlo. Non ho che lui al mondo... È minore di me; sono sua sorella e sua madre... Il mare me lo porta via per mesi e mesi, e quando ci ritroviamo è una gioia, un’allegrezza così piena, così piena! Lo adoro e mi ricambia. È buono, è ardito, intelligente...
MAUR. Mi ha offeso, mi ha tanto offeso...
PAOLA. Si troverà la via, vedrai...
MAUR. Perchè non sei andata da lui? Perchè io, io l’offeso dovrei...? Tu non sai, non puoi capire. Voi altre donne non le capite mai queste cose, se non per giudicare poi inesorabilmente le debolezze che voi stesse avete provocato. Certe questioni non si discutono, sono necessità chiare, implacabili... Ha levato la mano, ha fatto l’atto... Non si vive più così. Non si vive più, ecco. Va, va da lui. Cerchi, trovi... Io poi mi contento...
PAOLA. Lo sai bene che non accetterebbe!... Un ufficiale...
MAUR. Mah!
PAOLA. E che cosa gli direi? Posso domandare al mio amante la vita di mio fratello, non a mio fratello quella del mio amante. Lui ci troverebbe una ragione di più. È così. Lo stesso fatto che crea in te il dovere assoluto di salvarlo, crea in lui quello di accanirsi contro di te. Ecco!... Ah! mi hai perseguita, eh? col tuo amore. Ho cercato di fuggirti, ti ho allontanato da me... Volevi morire, è vero? Lo giuravi, volevi morire... Ho ceduto, mi sono data; ho dimenticato ogni cosa. Anch’io posso essere una donna disonorata, da un momento all’altro, per fatto d’altri, che non potrei impedire. È così, l’amore è così. Non si ragiona. Si cede, si cade. Si cade, capisci? È così.
MAUR. (_Dopo aver pensato un momento, come risoluto ad un estremo partito_). E va bene.
PAOLA (_Fissandolo_). So quello che pensi. So che lo faresti. Non voglio. Non voglio il duello, ecco. Non voglio che tu uccida Roberto, non voglio che Roberto ti uccida. Non so nulla fuori di questo. Non posso ragionare, non posso pregare. Sento che quel fatto è mostruoso e non lo voglio. Di voi due non posso parlare così che a te solo. Guardami bene. Sento qui (_indicando la testa_) che non misuro più le cose. Io mi perdo. Se non trovi modo... non so, io dico tutto a mio marito. Io non esco più di casa tua, ecco. Mi troveranno, sapranno, sarò perduta. Pensaci. Ti giuro che lo farò.
(_Lungo silenzio_). (_Scampanellata_).
MAUR. (_Scuotendosi_). Oh! (_Va rapidamente alla porta_) Costanzo!
PAOLA. Che fai?
MAUR. (_a Costanzo_). Tienili di là un momento.
PAOLA (_con calma_). Sono i tuoi padrini?
MAUR. Sì, credo.
PAOLA. Falli entrare; io non mi muovo.
MAUR. Paola, Paola, bada a me, bada, tu perdi la ragione...
PAOLA. Sì, sì, sì, mi perdo, ecco!
MAUR. Andrò io di là.
PAOLA. Vado anch’io.
MAUR. Oh...
PAOLA. Voglio parlare con loro.
MAUR. Oh Signore Iddio!... Lo vuoi? lo vuoi, lo vuoi? — Lo vuoi eh, Paola? — Ah no, no, no, no, non posso. (_Si butta sul divano, accasciato_).
PAOLA (_risoluta_). Sta bene. A me!
MAUR. No! (_scatta su e l’afferra_). Qui... L’avrai voluto. Mi arrendo, ecco. Va di là, là. (_Violento_). Lo voglio.
PAOLA. Prometti...
MAUR. Va, vedrai.
PAOLA. Bada che sto a sentire...
MAUR. Sì, sì, sì. Ti dò la mia parola d’onore... L’ultima che potrò dare in mia vita.
PAOLA (_Esce_).
MAUR. (_Chiude con la chiave e si volta rapido a far fronte a Giorgio e Cesare che entrano_).
SCENA QUARTA.
Maurizio, Cesare, Giorgio.
GIORG. Dormivi?... Bravo, complimenti!
MAUR. (_Stringe loro macchinalmente la mano_).
GIORG. Dunque, senti: i padrini del tuo avversario sono il capitano Capolago e Filippo Errera.
CES. Sì, e ti batti alla pistola, come volevi. — Per non lasciare il terreno senza risultato, secondo il tuo desiderio, si farà uso di armi rigate... Non si è deciso se il duello sarà da piè fermo od avanzando, ma nella qualità di offeso ti rimane la scelta.
MAUR. (_In preda a fierissima lotta interna, risponde appena con un cenno del capo_).
CES. (_Dopo aver aspettato invano una parola_). Le condizioni sono gravi, ma...
GIORG. Ma sono quelle che hai imposto tu stesso.
MAUR. È giusto...
(_Un silenzio. — Giorgio e Cesare lo guardano con certa sorpresa_).
GIORG. Hai capito?
MAUR. Sì, sì, sì.
GIORG. Bene. Allora a noi non rimane altro che...
MAUR. Vi ringrazio...
CES. Mentre Giorgio va a cercar l’occorrente, io corro dal...
MAUR. (_interrompendolo_). Fate voi, fate voi.
GIORG. (_stringendosi nelle spalle_). Si va. A rivederci.
CES. Saremo qui per tempo...
MAUR. (_con impeto_). No! fermatevi. (_Dopo aver gettato un rapido sguardo verso la porta ove è entrata Paola_). Aspettate, tornate qui... (_Con terribile sforzo_). Non mi batto più.
(_Cesare e Giorgio fanno un movimento di estrema sorpresa_).
GIORG. (_rimettendosi_). Eeh! tu scherzi. Già... ma vai oltre, sai.
CES. Silenzio! Non abbiamo inteso. (_A Maurizio_). Ripeti.
MAUR. (_con voce sorda_). Ho detto.
CES. (_severamente_). Cioè?
GIORG. (_con impeto_). Non ti vuoi più battere?
MAUR. Non posso più.
GIORG. Avrai un perchè, spero?
MAUR. (_Non risponde_).
GIORG. E ce lo dirai?
MAUR. (_Tace ancora_).
CES. (_che lo avrà guardato attentamente, con inquietudine vivissima_). Un momento, un momento... per carità, ragioniamo. Maurizio, bada a te. Un colpo in faccia non prova nulla contro chi lo riceve, prova la brutalità di chi lo dà. Ma intanto l’onta va tutta al colpito. Il mondo non gli perdona l’offesa subita se non la cancella secondo l’usanza. È un pregiudizio assurdo, feroce, stupido se vuoi, ma per ora è ancora così. (_Dopo breve pausa, stringendogli il braccio con forza_). Coraggio!
MAUR. (_scuotendosi con un grido di rivolta_). Oh!... E credi tu ch’io ne manchi!
GIORG. Ma dunque, perdio, cos’hai?
MAUR. (_Ricade nell’attitudine cupa di prima_).
CES. (_addoloratissimo_). C’è di che impazzire. Cos’è successo?... T’abbiamo lasciato animato, risoluto, furioso, e ti ritroviamo... così. Maurizio, amico... Oh poveri noi! Ma pensa, immagina... quando si sappia... Che cose!... (_con rabbia_). Ma fuori una parola, rispondi, almeno, rispondi!
MAUR. (_sommessamente_). È inutile tutto.
CES. (_con energia_). No, no, no, non è vero. (_A Giorgio_). Andiamo via. (_Tornando a Maurizio_). Noi ce ne andiamo, tu rifletti. Torneremo presto e ti troveremo pronto a fare il tuo dovere. È la parola. Oh ne sono certo come se lo vedessi! È un triste momento questo, e sarà passato. Nessuno lo saprà mai. Dimentichiamo anche noi, non è vero, Giorgio? Parola d’onore.
MAUR. (_soffocato_). Ti ringrazio col cuore... Cesare, ma ti prego, ti scongiuro...
CES. (_con viva ansietà_). Dunque?
MAUR. Non tornar più.
GIORG. Basta! (_a Cesare_). Lascialo stare.
CES. (_Si ritira lentamente combattuto fra il dolore e lo sdegno_).
GIORG. (_a distanza_). Dunque... tu ci autorizzi a dichiarare...
MAUR. (_Si stringe nelle spalle in silenzio_).
(_Giorgio e Cesare partono senza salutarlo_).
SCENA QUINTA.
Maurizio, Paola.
MAUR. (_Rimane un momento immobile, poi si scuote, si slancia come per richiamarli, si ferma, e ritorna agitandosi per la scena_).
PAOLA (_di dentro, urtando all’uscio prima piano, poi più forte_). Ferriani... Ferriani! Maurizio.
MAUR. (_Va ad aprire_).
PAOLA. Ah!... sei solo. Dunque? E dunque?
MAUR. (_Non risponde, si lascia andare sul divano e nasconde la faccia_).
PAOLA. E così? Dimmi adesso, dimmi... Parlami. È salvo, non è vero? Siete salvi, non vi battete più? (_dopo un momento, con angoscia_). Maurizio, Dio, Dio, senti... No, no, fa che non ti veda così. Ho capito, ecco: hanno creduto che tu... Oh!... Già, non lo crederanno gli altri, non lo crederà nessuno, sarebbe una assurdità, un’infamia! Si capirà che per fare quello che hai fatto, ci deve essere una ragione... una ragione superiore a tutto, alla vita, alla morte, a tutto. E ora anche noi penseremo. Adesso che abbiamo un respiro possiamo pensare, e troveremo, vedrai. A tutto c’è rimedio, amico mio, fuorchè... Ho pregato di là; mi sono rivolta a Dio, mi sono raccomandata ai nostri morti... ho fatto anche un voto... Dunque, dunque coraggio (_piegandosi a lui e scostandogli le mani per vederlo in viso_). Coraggio, coraggio...
MAUR. (_Alza la testa e la guarda come trasognato_).
PAOLA (_alzandosi come spaventata_). Oh!... Parla, parla Maurizio, parlami...
MAUR. (_con voce tronca_). Che... cosa vuoi mai ch’io ti dica?... È finito, ecco, è finito... Sono morto.
PAOLA. Non è vero. No, no, no, sei vivo, sei vivo; lo sei per me. Guardami adesso, sono io, sono qui, la tua Paola, tua, tua... Mi hai detto tante volte che io ero tutto per te... Ebbene ecco, sono qui, e se vuoi non ti lascio più. Ti ricordi quello che mi hai proposto una volta? Vengo, sai, vengo con te, dove vuoi... Ma scuotiti, moviti, guardami, parla. Soffro, soffro tanto! Non voglio vederti così, non posso... Che pena, che pena, che pena... — Maurizio... ho paura!
MAUR. Ma che vuoi? Quello che cercavi l’hai ottenuto, dunque...
PAOLA (_ferita_). Maurizio!
MAUR. Ma sì! Non ho più altro, io. Mi hai preso tutto e non ho più nulla. Dunque, via, via anche tu come gli altri.
PAOLA. Non puoi parlarmi così. Pensa, ricordati...
MAUR. Sì... l’amore, le ore felici, il passato. Oh va, l’hai avuto il ricambio. Ti sei data, sei caduta, va bene... Ma il mondo... il mondo vi ama, vi vuole, vi tiene. Siete belle, siete il suo ornamento, la sua gioia... ha bisogno di voi, vi rialza, vi perdona e dimentica. Ma l’uomo che cade, quello è calpestato, è perduto!
PAOLA. Ma io ti resto, sono io che ti prendo, vedi, sono io che ti voglio.
MAUR. Tu!... Stasera, adesso, sì; ma domani?... Oh! e poi... anche, tu poco a poco, penserai come gli altri, come tutti. Te ne avvedrai. Non si resiste a certe correnti: l’odio, il disprezzo sono contagiosi. Ed io la pietà non lo voglio, non la merito. Mi hai vinto, è finito.
PAOLA. Maurizio...
MAUR. È finito. Non ti odio, no; non ti maledico: ti perdono, ecco sì, ti perdono... Ma non ti amo più.
PAOLA. Oh Maurizio! Che strazio, Maurizio!...
MAUR. Non posso più... Ho consumato in un’ora quanto doveva durare degli anni... Ho tutto fatto, tutto provato, tutto. Non bisogna darla la prova dell’amore, perchè l’amore se ne va, se ne va, se ne va.
PAOLA (_con passione_). Senti, senti... vieni qui, siedi qui... ancora. Non pensare, non pensare. Non pensiamo per ora... Domani poi, adesso dimentica. Me lo dicevi anche tu, quando ti resistevo: — lascia, lascia, non pensare, dimentica. — Così mi parlavi. Ebbene sono io che lo ripeto a te. Guardami: sono bella, sono tua e voglio consolarti dei tuoi dolori, voglio cancellare i tuoi pensieri, cacciarli via tutti, e rimanere io sola, sola nell’anima tua. Domani avrai tempo; domani assisterai ai tuoi proprii dolori... Ora no; voglio la dimenticanza, il sonno, morire d’amore... Maurizio... come sei, come sei! Sei gelato.
MAUR. Lasciami, te ne prego. Vedi come sono, in che stato... Non puoi credere il male che mi fai rimanendo. Domani, chi sa... Verrò io... Ma adesso non so, non so nulla. Non provo che un bisogno immenso di esser solo (_amaramente_). Ah non mi ucciderò! Va: (_dolcemente_). Lasciami, lasciami, vuoi?
PAOLA (_con forza_). Domani ti vedo?
MAUR. Sì, sì, sì (_le mette il mantello_). Ecco, così. Come sei venuta? Nessuno ti ha vista?
PAOLA. No: non pensare, nessuno, nessuno. Ho Ambrogio, lì sotto.
MAUR. Bene. Va, va, va. Il velo ancora (_le cala il velo sugli occhi_). Addio!
PAOLA (_sull’uscio, piegandosi a lui per baciarlo_). Maurizio...
MAUR. No! (_chiamando_). Costanzo!
PAOLA. Oh! (_Via_).
MAUR. (_a Costanzo_). Accompagna e ritorna. (_Va alla scrivania, apre, prende un portafogli e valori_).
COST. (_tornando_). C’è ancora il signor Ludovico di là...
MAUR. Pregalo d’andarsene; non voglio vedere più nessuno... Parto all’alba.
CALA LA TELA.
LEONESSA
DRAMMA.
_PERSONAGGI_
IL CONTE ROBERTO MONTANARI. ELENA, _sua moglie_. LUISA, CAMILLO, loro figli. DONNA CLELIA. IL DOTTOR BLAVETTI. MARIANNA.
_La scena è in una piccola città di provincia._
ATTO PRIMO.
_Sala terrena nell’antico palazzo Montanari. — Nel fondo porta d’ingresso comune: ai lati di questa un vecchio armadio ed una credenza intagliata. — A destra uscio che mette in giardino, altro a sinistra che comunica con gli appartamenti interni. — Tavola nel mezzo; seggioloni antichi coperti di cuoio, seggiole moderne semplicissime, un sofà._
SCENA PRIMA.
Elena, Marianna, Camillo e Luisa.
MAR. (_Sta ritirando dalla tavola i resti della colazione e li ripone nella credenza_).
ELENA (_Conduce i bambini verso l’uscio di destra_). Siete serviti. Adesso andate in giardino, ma non stancatevi perchè oggi forse si va in campagna.
CAM. (_Contento_) Alla Bertranda?
ELENA. Sì; ma ho detto forse, veh!
CAM. Nella nostra carrozza?
MAR. Se si trova un cavallo. Gioacchino è in giro per questo. Se non fosse festa al Santuario di San Costanzo lo avrebbe già trovato, ma oggi quelli che hanno cavalli li tengono per sè.
ELENA. (_Ai bambini_) Andate, e state buoni.
CAM. e LUISA. (_Escono_).
MAR. (_Che ha finito_) Comanda?
ELENA. Per ora no.
MAR. Lo sa che oggi si mangia alle undici?
ELENA. (_Con qualche sorpresa_) Oggi?
MAR. Da oggi in poi. Per me è tutt’uno, andrò presto a far la spesa; ma per loro sarà un incomodo. Già è il padrone che vuol così.
ELENA. L’hai visto uscire?
MAR. No, signora. (_Con significato_) È ancora lassù, sulla terrazza.
ELENA. Puoi andare.
MAR. Viene giù adesso; lo sente?... Eccolo.
ROB. (_Entra dalla sinistra_).
SCENA SECONDA
Elena, Marianna, Roberto.
ROB. Chi c’è in soffitta?
ELENA. Tua madre, credo.
ROB. Sentivo due voci...
MAR. (_Di sull’uscio_) C’è su anche il dottor Blavetti. Guardano quei quadracci...
ROB. Basta; va pure.
MAR. (_Via_).
ROB. Quel Blavetti! non si occupa che di anticaglie, di minchionerie; non gli affiderei un cane.
ELENA. Non viene qui come medico.
ROB. Viene come seccatore...
ELENA. È un vecchio amico di tua madre.
ROB. Gli amici di mia madre io non li posso soffrire: nè questo, nè quell’altro di Torino, l’avvocato Rostagno...
ELENA. (_Interrompendolo, ma con dolcezza_) Perchè vuoi pranzare alle undici?
ROB. Perchè a mezzogiorno mi par troppo tardi.
ELENA. Per te.
ROB. Per tutti! Ad ogni modo si può provare: ti pare una cosa così straordinaria?
ELENA. Non ho fatto l’ombra di un’osservazione.
ROB. Meno male (_S’incammina verso il fondo_).
ELENA. Che farai oggi?
ROB. Mi annoierò.
ELENA. La giornata è così bella: si potrebbe approfittarne...
ROB. (_Fermandosi_) Per?...
ELENA. Per fare una gita alla Bertranda.
ROB. (_Ironico_) A piedi, eh?
ELENA. Poichè abbiamo la nostra carrozza...
ROB. Ah sì! Vi attacchiamo Azor, e via!
ELENA. Gioacchino è andato a cercare un cavallo.
ROB. E se lo trova, chi guida?
ELENA. Tu.
ROB. No, sai.
ELENA. A Torino...
ROB. A Torino guidavo cavalli miei e non mi tiravo dietro l’arca di Noè. — E poi non vedo alcuna necessità di andar con questo caldo fino alla Bertranda.
ELENA. Però, di quando in quando un’occhiata ai nostri affari sarebbe utile, per non dir necessaria. Anche tua madre...
ROB. Mia madre non c’entra... Badate alle cose di casa voialtre donne, che a quelle di fuori penso io.
ELENA. (_Si guarda le mani con aria rassegnata, ma non convinta_).
ROB. Vado alla posta; ti occorre qualcosa?
ELENA. No, grazie.
ROB. (_La guarda un momento dal fondo, poi torna abbonito_) Abbi pazienza... Ho detto che mi pareva inutile andar oggi; ma andremo alla Bertranda un altro giorno... Bisogna immaginare che figura si farebbe in quella vecchia berlina! E ci toccherebbe far strada con quelli che vanno al Santuario! Tutti questi signori del contorno hanno bei legni moderni, e che cavalli! e noi non abbiamo più niente. Almeno non mettiamoci in mostra! — Tutto quello che vuoi, ma ridicoli no. Scusami, eh! (_Le prende la mano, e via_).
ELENA. (_Resta pensierosa un istante, poi si stringe nelle spalle sorridendo amaramente, e va per passare in giardino_).
SCENA TERZA.
Elena, Clelia, Blavetti.
CLELIA. (_Entrando dalla sinistra, seguita da Blavetti_) Elena!... Te ne vai?
ELENA. (_Fermandosi_) No, no; scusate non vi avevo veduti.
BLAV. Ben levata, contessa?
ELENA. Buon giorno, dottore.
BLAV. Abbiamo fatta una visita agli avoli, agli arcavoli, ai bisarcavoli. — Malandati, sa. Ce ne sono che fanno pietà! Ma noi li ripuliremo e li disporremo nella galleria del primo piano.
CLELIA. Par fatta apposta.
BLAV. Sarà il museo storico di casa Montanari.
CLELIA. E c’è ancor tanta roba lassù! Adesso ch’è di moda l’antico.
BLAV. È una gran bella moda. Io poi conosco tanti segreti per pulire, rinfrescare, restaurare...
CLELIA. (_Ad Elena_) Abbiamo trovato una cosa che può esserci utile subito.
BLAV. Ah sì, un certo numero di piastrelle di bronzo, la guarnitura completa di uno stipo.
CLELIA. E sai cos’ho pensato? Che si potrebbe far ricostrurre e regalarlo a Roberto per il suo onomastico.
ELENA. Benissimo!
CLELIA. Non sappiamo mai cosa dargli! Glielo faremo trovare in camera pieno di sigari.
BLAV. Ecco.
CLELIA. Lei pensa a tutto?
BLAV. Penserò al disegno, e lo farò eseguire.
CLELIA. E poi ci dirà la spesa!
BLAV. Si figuri! Però, prima di decidere vorrei vederle meglio quelle piastrelle. C’è su tanta polvere, tanta patina! Bisognerà lavarle... Se fossero mie le getterei nell’acido, ma temperato, perchè poi...
CLELIA. S’incarica anche di questo?
BLAV. Sì, signora. Porterò l’occorrente.
CLELIA. Bravo!
BLAV. Siamo intesi. — Adesso vado al dovere; ma ho poco da fare: non mi vogliono più. Dicono che cerco quello che è vecchio, ma non lascio invecchiare i clienti! Chiamano il dottor Angeleri, che ha preso la laurea adesso... E lo credono meno micidiale di me!... Basta; riverisco. (_Via dal fondo_)
SCENA QUARTA.
Elena, Clelia, poi Marianna.
CLELIA. (_A Elena_) Che te ne pare?
ELENA. (_Scuotendosi_) Scusami...
CLELIA. (_Sorridendo_) Dove sei colla testa?
ELENA. Sono qui... Sì, sì, ho capito. L’idea è buonissima, credo che farà piacere a Roberto... (_Muovendosi verso destra_) Vuoi che diamo un’occhiata ai piccini?
CLELIA. Sì; stamattina non li ho ancor veduti.
MAR. (_Entrando_) Il cavallo è trovato, lo dà l’oste della Croce di Malta.
ELENA. Bisogna che Gioacchino torni subito a dirgli che può disporne altrimenti.
MAR. (_Sorpresa_) Oh!
ELENA. Fa presto.
MAR. (_Via_).
CLELIA. Ma perchè?
ELENA. Non si va più. Roberto non vuole.
CLELIA. (_Dopo aver pensato_) Avrà qualche ragione...
ELENA. Naturalmente (_Va verso il giardino_).
CLELIA. Elena...
ELENA. (_Si volta e la guarda aspettando_).
CLELIA. Cos’hai?
ELENA. Niente.
CLELIA. Tu non stai bene.
ELENA. Sto benissimo.
CLELIA. Vorrei che tu parlassi col medico.
ELENA. (_Sorridendo mestamente_) Parlerò con Blavetti, sei contenta?
CLELIA. No; quello è il medico delle anticaglie, lascialo a me. Scriveremo a Torino; lo dirò a Roberto...
ELENA. Tu dovresti dire un’altra cosa a Roberto, una cosa che non posso dir io...
CLELIA. Perchè?
ELENA. Mi ha presa in una condizione così diversa dalla sua, che non mi pare d’aver alcun diritto di consigliarlo riguardo agli affari... Ma ci sono i bambini.
CLELIA. Cosa vuoi dire?
ELENA. Siamo venuti a star qui per far economia, e per aver l’occhio al piccolo podere salvato dal naufragio. Alla casa ci pensi tu; ci penso io per quello che so e posso; Roberto dovrebbe occuparsi della tenuta. — Non ci va mai.
CLELIA. Mi par che non è molto ch’egli vi è andato!
ELENA. M’inganno, non parliamone più (_per andare_).
CLELIA. Aspetta! Vieni qui. Ti voglio bene, io; ti stimo. Tu forse ti ricordi ancora che io mi sono opposta al vostro matrimonio...
ELENA. Avevi ragione...
CLELIA. Avevo torto! Ah poi ho capito che potevi diventare presto una vera signora! Mio figlio non poteva darmi una nuora migliore di te; ti ho veduta così coraggiosa nella nostra sventura... Lasciamo stare il passato. Se qualche cosa ti mette in pensiero, parla, son qui.
ELENA (_Quasi fra sè_) È inutile.
CLELIA. (_Che ha inteso_) Perchè? Ho già cercato, sai, quello che poteva renderti così melanconica. (_Ridendo_) E non ho trovato che una cosa!... Elena, non son mica le distrazioni di Roberto che ti danno ombra? Lo credi uomo da lasciarsi invescare da una modistina di provincia?
ELENA. (_Freddamente_) Non so niente.
CLELIA. Oh!... e con che serietà! Gelosa proprio?... No, Elena, non è il caso. L’ho guardata da vicino, sai. Ha dei begli occhi, quella Delfina, è alta, è snella, ma poi...
ELENA. L’ho guardata anch’io...
CLELIA. E dunque?
ELENA. E mi ha fatto pensare a certe altre che ho visto in città. Quelle potevano tutto sugli uomini. Delfina è bella, è giovane, è audace; non ha legami, non ha doveri...
CLELIA. Eh via...
ELENA. E per Roberto ha un pregio che vince tutti gli altri. — Non è sua moglie.
CLELIA (_Con rimprovero_) Elena!
ELENA. Ti prego... è qui!
SCENA QUINTA.
Elena, Clelia, Roberto.
ROB. (_Entrando_) Buon giorno, mamma (_Bacia Clelia in fronte_) Non ci siamo ancor veduti.
CLELIA. Sei già uscito?
ROB. (_Porgendole una lettera_) Ecco, per te.
CLELIA (_Guardando la soprascritta_) È di Rostagno!
ROB. Sarà (_Per entrare a sinistra_).
CLELIA. Aspetta: vediamo cos’è.
ROB. (_Si ferma a malincuore_).
CLELIA. (_Leggendo_) Bene... Oh, ma benissimo! (_Dando la lettera ad Elena_) Una buona notizia: un’offerta d’impiego per Roberto... (_a Roberto_) Tu lo sapevi, eh?
ROB. (_Freddo_) Sì.