La straniera

Part 10

Chapter 103,535 wordsPublic domain

CLELIA. Hai già ricevuto una lettera? E perchè non hai risposto? Rostagno si rivolge a me adesso; dice che le richieste sono molte, che bisogna far presto...

ROB. Scriverò.

CLELIA. Ma subito; e ringrazia quel galantuomo anche a mio nome. Ha già fatto tanto per noi!

ROB. (_Risoluto_) Ma non accetto, sai.

CLELIA. (_Colpita_) Oh!

ELENA. (_Siede presso la tavola, tira a sè un libro, lo sfoglia, guardando spesso Roberto_).

CLELIA. O bene via! parliamo sul serio. È Rostagno che fa la proposta: l’affare deve essere eccellente. Pensa alla nostra condizione, pensa ai tempi che corrono; pensa che ti rincresceva tanto lasciar Torino...

ROB. Ho pensato a tutto.

CLELIA. E dunque?

ROB. Ed ho deciso di restare dove siamo. Qui casa Montanari tien sempre il suo posto. La parte di decaduto non mi va. Perdio! non voglio tornar a vivere da straccione dove ho vissuto coi mezzi e col decoro convenienti al nostro nome.

ELENA. (_Si alza come per andare a lui, poi si ferma_).

CLELIA. (_Voltandosi a lei_) Che ti pare?

ELENA. (_Non risponde_).

CLELIA. (_A Roberto_) Allora... Se questa è veramente la tua opinione... cosa vuoi che ti dica? Ma almeno rispondi, ringrazia, fammi questo piacere!

ROB. Sta tranquilla: scriverò oggi stesso (_Apre un giornale e vi legge_).

CLELIA. (_Ad Elena, con qualche imbarazzo_) Adesso possiamo andare, eh?

ELENA. (_Scuotendosi_) Dove?

CLELIA. Mah!... in giardino, o fuori, se credi. Possiamo portare i piccini fino alla stazione, o fino al castello...

ELENA. Vorrei dire una parola a Roberto.

CLELIA. Devo aspettarti?

ELENA. No, no, vi raggiungerò.

CLELIA. Andremo pianino (_Via a destra_).

SCENA SESTA.

Elena, Roberto.

ELENA. (_Andando diritto a Roberto_) Tu non pensi ai tuoi figli; tu non ti occupi del loro avvenire.

ROB. Elena, fammi il piacere...

ELENA. (_Calmandosi e cambiando tono_) Sì, sì, basta. Dimmi solamente una cosa: vuoi sempre bene ai bambini?

ROB. (_Lasciando il giornale_) Bella domanda!

ELENA. Dunque sii buono con loro.

ROB. Non credo d’essere stato cattivo.

ELENA. Sì, ieri.

ROB. Oh!

ELENA. Ieri sera, a tavola, t’ho visto far certi occhi a Camillo! E poi hai alzata la mano; se non facevo presto!... Oh! a un piccolino così, a tuo figlio!

ROB. Ma è anche troppo sbadato!

ELENA. Sì, ma la mancanza era così leggiera... (_Dopo una pausa, facendosi coraggio_) La saliera rovesciata non era che un pretesto... La tua collera aveva un’altra ragione...

ROB. Non so cosa tu voglia dire.

ELENA. Camillo era uscito con te; tornati a casa, parlando delle persone incontrate, ha detto un nome: è per questo che tu...

ROB. Se badi alle sciocchezze dei bambini...

ELENA. Io non sono una bambina, eppure... (_Con gran dolcezza_) No, no, no, no, non voglio farti una scena. I rimproveri sono inutili; se mi vuoi ancor bene, nulla è perduto, ma se invece...

ROB. (_Imbarazzato_) Ma insomma...

ELENA. Vieni qui, vieni qui... Ti nascondi così poco, così male. Tutti ti vedono a salutar Delfina dalla nostra terrazza, a seguirla, a parlarle, a passeggiar delle ore davanti al negozio...

ROB. Ho capito: ti hanno avvertita, o ti hanno scritto. Vi sono di quelli che se li pigliano questi gusti. (_Minaccioso_) Ma fa ch’io scopra chi è...

ELENA. Ma se sono io che vedo! Sono io che so!

ROB. Spero non vorrai credere...

ELENA. Lasciami dire. Ti ho visto, l’ultima volta che colei è venuta a portarmi un abito, aggirarti intorno, e palpar la stoffa, e mostrar d’interessarti per trovar le sue mani e consegnarle un biglietto. — Oggi, non hai voluto condurci in campagna per non star una giornata intera lontano. Anticipiamo il pranzo di un’ora, perchè tu possa trovarti agli appuntamenti che vi date qui, dietro il giardino. Insomma, tu non pensi che a lei, non vivi che per lei. La sua influenza è penetrata in casa e si estende su tutto. Hai cambiato umore, abitudini, carattere. Sei suo, sei suo, sei suo!

ROB. Eh! tu esageri, tu sei matta! Non sai più cosa diavolo inventare! Bisogna sapersi calmare, riflettere... e non badare a tutte le mosche che passano. Nelle città come questa, in tre giorni, un moscherino diventa uno struzzo... Guarda, non mi giustifico perchè so quanto son leggieri i miei torti. Abbi pazienza, siamo ancora tutti un po’ sottosopra; passerà... (_Attirandola a sè_). Torneranno i bei giorni; bisogna bene che tornino, per te, per me, per tutti.

ELENA. Ah Roberto!

ROB. (_Affettuoso_) Vedi come ti parlo!

ELENA. Sì. (_Con abbandono_) Anch’io non sono più come una volta, lo so. Ho sofferto... e soffro. Ma non staccarti, vedrai; chi sa, forse potrò tornar bella; ti amo tanto! Puoi tu farmi un rimprovero come moglie, come madre?

ROB. No; ma non pensar più.

ELENA. (_Col capo sopra la sua spalla_) Non penserò più, non penserò più... (_chiude gli occhi_).

ROB. (_Dopo un momento la bacia sui capelli e fa per andare_).

ELENA. (_Scuotendosi bruscamente_) Vai?

ROB. Non vuoi?

ELENA. (Con passione) No, non ancora. Ti annoia restar solo con me? Andiamo a raggiunger la mamma, i bambini. È tanto tempo che non siamo più usciti tutti insieme.

ROB. Andiamo... (_Guardandola_) Tu però sei stanca?

ELENA. (_Sorridendo mestamente_) Prenderò il tuo braccio, mi farò portare... come una volta, quando eri tu che volevi.

ROB. Si vede che hai pianto, si capirà che c’è stato qualcosa, e che usciamo a braccetto dopo aver fatta la pace...

ELENA. Cosa importa!

ROB. Sai che mi secca il ridicolo. Aspettiamo.

ELENA. Come vuoi (_Va lentamente all’uscio di sinistra_).

ROB. (_Prende sbadatamente il cappello e se lo mette_).

ELENA. (_Si volta e lo guarda fissamente_).

ROB. (_imbarazzato_) Starei qui a finire il giornale, ma penso che devo scrivere a Rostagno e che mi manca la carta...

ELENA. (_Freddamente_) Va.

ROB. Vado a comprarne.

ELENA. (_Indicando l’uscio che mette in giardino_) Di là farai più presto, e troverai chi ti aspetta.

ROB. (_Facendo un passo verso di lei_) Elena!

MAR. (_Entra dal fondo_).

SCENA SETTIMA.

Elena, Roberto, Marianna.

MAR. Scusino...

ROB. (_Aspro_) Cosa vuoi?

MAR. C’è la ragazza della signora Morando; viene per avvertire che le novità sono arrivate.

ELENA. Vado.

MAR. (_Via_).

ELENA. (_A Roberto_) Non è qui per me. Non ti ha trovato al convegno e viene in casa con un pretesto, sperando che la sorte l’aiuti. È coraggio, è amore, è tutto quello che vuoi. Ma poichè ha chiesto di me, bisogna ch’io la veda.

ROB. Cosa vuoi fare?

ELENA. (_Semplicemente_) Sentir quello che ha da dirmi. — Vuoi venire anche tu?... Vieni.

ROB. (_Andando verso il giardino_) Usciamo di qui, andiamo dove volevi andare.

ELENA. Perchè? Non vuoi che ci veda insieme? Ti ha proibito d’uscire con me?... È facile; conosco i suoi capricci! Non mi meraviglio più di nulla, va là! So che mi considera come una sua pari, che non ha altro merito che d’essersi trovata la prima sul tuo cammino. Quando passo davanti al negozio, si affaccia con le compagne, e si bisbiglia, e si ride. Il suo saluto mi provoca. Imita le mie vesti, contraffà il mio portamento. Così tutti capiscono: se io son la _contessa_, lei è la _contessina_ — Chi sa cosa spera! (_Prendendogli la mano_) Tu non hai più l’anello che ti ho dato quando ci siamo sposati. — Non vuol più vedertelo in dito? o l’ha voluto per sè?

ROB. (_Ritraendosi confuso_) Elena! Elena!

ELENA. Tu non hai più nè cuore, nè dignità, nè onore!

ROB. Basta!

ELENA. Sì, basta. (_Indicando l’uscita del fondo_) Voglio uscire di là, al tuo braccio.

ROB. No!

ELENA. Ho bisogno di questo...

ROB. No.

ELENA. Roberto!

ROB. (Alzando le spalle) Oh quante storie! (Via rapidamente dal fondo).

SCENA OTTAVA.

Elena, poi Blavetti.

ELENA. (_Resta immobile, guardando come persuasa di vederlo rientrare. Alla fine lascia cadere le braccia e discende palpitante la scena_).

BLAV. (_Dopo un momento dal fondo_) Si può? (_Avanzando_) Perdoni... disturbo?

ELENA. (_Distratta_) Ah! è lei?

BLAV. (_Guardandola un po’ sorpreso_) Non si sente bene?

ELENA. Perchè?

BLAV. Domando... così per abitudine, abitudine di medico. Ho incontrato adesso il conte; mi parve che avesse premura, non ho osato fermarlo. Mi dà una tal suggezione!... Donna Clelia non c’è?

ELENA. Non so... non credo. Cosa vuole?

BLAV. (_Mostrando una boccetta_) Vorrei consegnar questo. Lo dò a lei?

ELENA. Sì, dia a me (_Prende la boccetta_).

BLAV. Per l’operazione ci sarò io.

(_Voci dei bambini dal giardino_).

ELENA. (_Scuotendosi, e muovendosi come per correre loro incontro_) Eccoli! eccoli!...

BLAV. (_Fermandola e volendo ripigliar la boccetta_) Scusi, a me, allora... Eh no, perchè mi saltano addosso! (_Indicando l’armadio_) Là, là, sul palchetto più alto... Io li trattengo.

ELENA. (_Andando all’armadio_) Così?

BLAV. E chiuda, chiuda.

SCENA NONA.

Elena, Blavetti, Camillo Luisa.

CAM. (_Entrando_) Mamma, oh mamma!

LUISA. Mamma!

BLAV. (_Chinandosi per fermarli_) Oh cari! Che cari! (_I bambini lo evitano e corrono alla mamma_).

CAM. Abbiamo visto papà, con la signorina bella!

ELENA. (_Con un grido_) Ah no! (_Li prende con impeto fra le braccia_) Oh i miei bimbi, i miei bimbi, i miei bimbi!

CALA LA TELA.

ATTO SECONDO.

_Sala come nell’atto primo. Sulla tavola tovaglia, tovagliuoli, piatti, bicchieri, ecc._

SCENA PRIMA.

Roberto, poi Marianna.

_La scena è vuota._

ROB. (_Si affaccia dalla sinistra, guarda per veder se è solo; si avanza rapidamente con una piccola valigia e la nasconde nell’armadio; chiude e mette in tasca la chiave_).

MAR. (_Entra dal fondo e vede l’atto_).

ROB. (_Brusco_) Cosa vuoi?

MAR. Niente; vengo a sparecchiare.

ROB. Dovrebbe esser fatto.

MAR. Abbia pazienza! — Sono andati a tavola ch’era quasi il tocco!

ROB. (_Via dal fondo_).

MAR. (_Continuando, mentre sparecchia_) Lei è arrivato tardi; hanno trattenuto il dottore ed ho dovuto aggiungere un piatto... (_Accorgendosi che Roberto è andato_). Non pensa che all’amorosa lui, e gli altri s’ammazzino!

SCENA SECONDA.

Marianna, Clelia, Blavetti e poi Elena, dal giardino.

CLELIA. (_Sottovoce a Blavetti_) Elena sempre peggio. Ha il respiro corto, doloroso. (_Mettendosi la mano al cuore_). Sa, ho paura che sia malata qui, io!

BLAV. (_A capo basso_) Oh diamine!

ELENA. (_Entra_).

CLELIA. (_A Blavetti, come continuando un discorso_) Dunque lei non credeva che si potesse ancor prendere il caffè in giardino?

BLAV. Eh altro! finchè il tempo si mantiene così.

MAR. (_Ha finito e va via_).

CLELIA. Però son d’accordo con lei che l’estate è finita.

BLAV. Il conte ne conserva le abitudini, eh? Dorme lui.

CLELIA. Era stanco dal viaggio.

BLAV. Diavolo d’un conte! Guardino un po’ se gli ho potuto far dire quello che c’è di nuovo a Torino.

CLELIA. Si è fermato poco.

ELENA. Poco?... Quattro giorni!

BLAV. Eh, in quattro giorni se ne fanno delle cose! Io non mi trattengo mai più di due e torno sempre a casa meravigliato di quello che ho fatto!

CLELIA. Eh bravo!

BLAV. Oh, oh! senza malizia, eh!... I miei idilli sono al museo egizio, oramai: nella galleria delle mummie.

CLELIA. (_Ad Elena_) Sai cosa dovresti fare? Riposare un’oretta anche tu.

ELENA. Perchè?

CLELIA. Blavetti mi tiene ancora un po’ compagnia.

BLAV. Si figuri! Noi abbiamo di che occuparci: occorrendo facciamo una spedizione nel continente scuro. Non capisce?

ELENA. Veramente...

BLAV. In soffitta; vi sono ancora delle regioni inesplorate. Poi dobbiamo riparlare dello stipo...

CLELIA. Ah sì, lo stipo! La festa di Roberto è passata.

BLAV. Cosa vuole... ho finito ieri il disegno. Le piastrelle sono ancor da pulire.

CLELIA. A proposito! cosa ci ha portato in casa? Roba che non si deve toccare... Cosa fa? Scoppia?

BLAV. Brucia.

CLELIA. Grazie! È vetriolo?

BLAV. Precisamente.

CLELIA. Caro lei, se le tenesse per sè queste cose! (_Va prestamente all’armadio_) Elena, sei tu che hai ritirata la chiave?

ELENA. No.

CLELIA. (_Cercando_) Sai, che è curiosa! Ho già detto tante volte che non si deve toccare... (_Batte il timbro_). Adesso sapremo... (_Inquietandosi_) Non saranno già i bambini?!

ELENA. (_Scattando_) Dio!

SCENA TERZA.

Elena, Clelia, Blavetti, Marianna.

MAR. (_Entra_).

ELENA. (_Correndo a lei_) Presto; dove sono i bambini?

MAR. Con Gioacchino che fabbrica un carretto per loro.

CLELIA. La chiave dell’armadio?

MAR. L’ha presa il signor conte.

ELENA. Quando?

MAR. Poco fa, mentre erano ancora in giardino. Mi ha trovata qui, mi ha strapazzata, e poi se n’è andato.

(_Un silenzio_)

CLELIA. Va, va pure.

MAR. (_Via_).

BLAV. (_Mortificato_) Mi scusi, abbia pazienza... Appena si potrà aprire, me lo faccia sapere. Vengo qui, ripiglio la boccetta e dò parola che non la vedranno mai più.

CLELIA. Bravo! e un’altra volta abbia giudizio.

BLAV. Sì, signora.

CLELIA. Torni presto.

BLAV. (_S’inchina e parte_).

SCENA QUARTA.

Elena, Clelia.

CLELIA. (_Ad Elena_) Ma guarda!...

ELENA. Mamma, questa è la casa del mistero e della menzogna.

CLELIA. Cosa vuoi dire?... Ah! Roberto ha detto che andava a dormire e poi... Lasciamo correre: oggi l’ho anch’io con lui.

ELENA. (_Sorpresa_) Anche tu?

CLELIA. Sicuro: può ringraziare Blavetti, ch’era qui quando è arrivato, altrimenti gliel’avrei cantata l’antifona!

ELENA. Tu! Cosa ti ha fatto?

CLELIA. (_Imbarazzata_) M’ha fatto... m’ha fatto... Prima di tutto questi suoi viaggi...

ELENA. È la prima volta che va a Torino da che siamo qui! — No, no, dimmi la verità. Fa ch’io non debba tormentarmi a cercarla. Dimmi tutto, anche le cose che ti paiono senza importanza... Così almeno sarò preparata.

CLELIA. Oh santo Cielo! Chi sa che cosa t’immagini!... Voglio vederti quieta.

ELENA. (_Siede e si calma con uno sforzo_) Che cosa ti ha fatto Roberto?

CLELIA. Sono io che esagero.

ELENA. Mi fai morire così!

CLELIA. Che cosa ti ha detto che andava a fare a Torino?

ELENA. A vedere un amico.

CLELIA. Non c’è altro.

ELENA. (_Supplichevole_) Mamma...

CLELIA. (_Decidendosi subitamente_) Roberto, arrivando a Torino, si è presentato a Rostagno, e voleva che gli rimettesse quello che ritiene ancora presso di sè...

ELENA. (_Alzandosi_) Oh! i denari che...

CLELIA. Sì, la somma ricavata dalla vendita del nostro villino. Rostagno ha preso tempo e mi ha scritto. Lui non darebbe un soldo al Padre Eterno senza avvertirmi...

ELENA. E poi, e poi?

CLELIA. Roberto non si è più fatto vedere.

ELENA. E cosa credi?

CLELIA. Mah!

ELENA. Tu pensi che può aver preso il denaro da un altro?

CLELIA. (_Assente con un cenno_).

ELENA. Qui corre voce ch’egli abbia offerta la Bertranda all’avvocato Vernetti.

CLELIA. (_Trasalendo_) Misericordia!

ELENA. Informati!

CLELIA. Oh Dio! Vendere la Bertranda? Sei matta! Ma ne avrebbe parlato...

ELENA. (_Amaramente_) A noi? E che cosa siamo ancora per lui?... Non sa neanche più d’avere dei figli! Vuol vendere la terra che è il loro unico bene; vuol metter la mano sul poco danaro risparmiato per loro! — E tu credi che sia per aiutare un amico?

CLELIA. (_Indovinando il pensiero_) Conosco Roberto, lo ha fatto altre volte.

ELENA. Anch’io lo conosco. — È per darlo all’amante.

CLELIA. Non voglio che tu parli così!

ELENA. (_Con energia_) Ma apri gli occhi; ma guarda, guarda dove andiamo! Tu sei buona, sei una santa tu, ma così debole contro di lui — Eppure tocca a te, adesso.

CLELIA. Parliamogli insieme...

ELENA. Io non posso più nulla, io l’ho freddo ed avverso. Tocca a te difendere la famiglia contro di lui, e per lui. Chi sa che un giorno non ti ringrazi e non ti benedica.

CLELIA. (_Accorata_) Ebbene parla, dimmi quello che devo fare, farò tutto, tutto quello che vorrai.

ELENA. Tu sei sua madre... Io sono stanca, io non so più... Vedi bene che non posso nemmen più pensare. (_Siede presso la tavola, con la faccia tra le mani_).

CLELIA. (_Va su e giù pensierosa ed afflitta_).

(_La scena si è venuta oscurando_).

SCENA QUINTA.

Elena, Clelia, Marianna.

MAR. (_Di sull’uscio_) È notte, devo portar lume?

CLELIA. Portalo.

MAR. Non c’è più pane per la cena. Il dottore ne mangia per quattro...

CLELIA. E tu comprane.

MAR. Vado subito. — Scusino: il signor conte è arrivato con la sua valigia, e in camera non la trovo più...

CLELIA. L’avrà ritirata lui stesso.

MAR. Era solamente per sapere se cenava con loro, o se per caso...

CLELIA. (_Con impazienza_). Ti ha detto qualcosa?

MAR. No.

CLELIA. Dunque va, e fa presto.

SCENA SESTA.

Elena, Clelia, Marianna, Roberto.

ROB. (_Entrando, a Marianna_) Lume, subito.

CLELIA. L’ho già ordinato.

MAR. (_Via_).

CLELIA. (_A Roberto_) L’hai presa tu la chiave dell’armadio?

ROB. No.

CLELIA. Eppure Marianna...

ROB. Ebbene sì.

CLELIA. Come rispondi!

ROB. (_Addolcito_) Scusami...

MAR. (_Rientra col lume_)

ROB. Ma questo è per voi! — Portane un altro per me.

CLELIA. Non vuoi star qui?

ROB. Non posso, ho da fare.

CLELIA. Prendi questo. (_A Marianna, che aspetta_) Va, va.

MAR. (_Via_).

ROB. (_Prende il lume e s’incammina_).

CLELIA. Roberto!... senza dir nulla a tua moglie?

ROB. (_Fermandosi_) Ma sì... ma sì, altro! (_Va verso Elena_).

ELENA. (Lo guarda fissamente, aspettando).

ROB. (_Posando il lume sulla tavola nervosamente_) Insomma cosa c’è? (_a Clelia_) Tu mi parli come a un ragazzo mal educato; Elena mi fa una faccia! Se ci son novità, ditelo. Se no, lasciatemi andare. (_Dopo breve pausa_). E non state in quest’aria; si gela. Venite via; fatevi accendere il fuoco nel salotto.

CLELIA. (_Con le lagrime nella voce_) Ah Roberto, come ci fai male!

ROB. (_Tra’ denti_) Ecco.

CLELIA. Sono sempre stata buona con te. Non rimpiango niente, ma questo è il momento di ricordartene. Tu lasci una moglie che ti vuole un bene dell’anima, per correr dietro... sappiamo tutti a chi. È un vero scandalo, sai. Non è l’esempio che devono dare i signori. — E so anche altre cose... Giudizio Roberto, giudizio, per carità! Pensa ai bambini, pensa ad Elena, pensa a me...

ROB. Elena... Elena ha torto: dovrebbe capire che non si può restar gli stessi per tutta la vita... Se fosse sincera, vedrebbe che anche lei non mi ama più come una volta.

ELENA. (_Scattando in piedi_) Credi questo tu? — Non lo è. — Tu vorresti che lo fosse, eh?

ROB. Oh santo Dio!

ELENA. Sei cambiato? Ti giuro che io non lo sono. Il mio amore sei tu, la mia felicità sei tu. Mi sono data a te per tutta in vita, non posso capire quello che adesso succede.

ROB. È un cattivo momento per discutere. Siamo tutti nervosi...

ELENA. No, no, no, finiamola, finiamola subito, d’un colpo. A te, parla.

ROB. Ebbene sia. Non sono più degno di te. Perdonami quello che ti faccio soffrire.

ELENA. Avanti, avanti; non puoi aver finito.

ROB. Hai mia madre che ti ama come una figlia...

CLELIA. Ah sì, questo sì!

ROB. Hai i bambini... Amatevi fra di voi, e non pensate più a me. Vedete bene che non misuro più le cose. Soffro, son vinto, è finita!

ELENA. (_A Clelia_) Lo senti, lo senti!

CLELIA. Roberto!

ROB. Conducila via, fa questo per lei!

ELENA. Aspetta! Parlo io. Dunque è finita; non posso sperar più, non tornerai quel di prima, non saremo più noi, mai, mai, mai!? Allora, per forza, devo cambiare anch’io. Noi madri amiamo i nostri figli, li difendiamo. Bada a te! badate a voi! Non farei nulla per me, ma penso a loro. — Guardatevi!

CLELIA. (_Spaventata_) Non dir queste cose! Per carità; non parlare così!

ELENA. Tu non sai che cosa è questo momento per me! — Dimmi ancora: non vivrò più a lungo; se muoio, tu la sposerai?

ROB. (_A Clelia_) Conducila via, conducila via!

ELENA. (_Con grandissima intensità di passione_) Dimmi no, dimmi no! Trova una parola, Roberto! trovala, trovala...

CLELIA. (_Abbracciandola_) Vieni; lasciamolo stare, vieni con me. (_A Roberto, severamente_) Non ti riconosco più, fa quello che vuoi! (_Via, conducendo Elena, dalla sinistra_).

SCENA SETTIMA.

Roberto solo.

_Guarda la porta per cui sono uscite e porge l’orecchio come per accertarsi che se ne vanno davvero. — Si aggira un momento turbato, agitatissimo; d’un tratto corre all’armadio, apre con la chiave che ha in tasca, e presa la valigia, parte rapidamente dal giardino._

SCENA OTTAVA.

Elena, poi Marianna.

_La scena rimane vuota per alcuni momenti._

ELENA. (_Ricompare, e cerca avidamente con gli sguardi Roberto_).

MAR. (_Entra frettolosa dal giardino e si ferma sulla soglia a guardare indietro_).

ELENA. (_Correndo a lei_) È uscito, eh? Corri, chiamalo, voglio parlargli...

MAR. (_Trattenendola_) Se sapesse!...

ELENA. Via! Lasciami...

MAR. Non vada fuori. Tornavo a casa. All’usciolo trovo una figura: questa mi vede e scappa. Io dietro; scantona, io dietro!... È buio, ma l’ho riconosciuta. Indovini...

ELENA. No! No!

MAR. Era Delfina.

ELENA. Ah!

MAR. Aspetti, aspetti! In questo ecco il padrone che salta fuor dall’usciolo: guarda di qua, guarda di là, non vede nessuno — perchè noi eravamo dietro il canto — e via, verso la stazione!... Si credeva in ritardo.

ELENA. Cosa dici?

MAR. Non capisce? Scappavano insieme...

ELENA. (_Con un grido_) Oh! Non è vero! Non è vero! Non è vero!

MAR. (_indicando l’armadio_) Guardi che è aperto! Aveva messa lì la valigia per averla a mano...

ELENA. (_Si passa una mano sulla fronte, guarda fissamente, come fuori di sè_).

MAR. Lo sapevo, io! Ma in grazia mia non si sono trovati... (_Correndo all’uscio del giardino_) E l’altra è là, sa, la sfacciata! Aspetta; chi sa come si arrabbia! Non so cosa le farei!

ELENA. (_È sempre ritta davanti all’armadio: ad un tratto si scuote come colpita bruscamente da un’idea, si slancia, trova la boccetta dell’acido e respingendo Marianna, balza in giardino_).

MAR. (_Sbalordita_) Ohi, ohi! perchè? Cosa fa?... Signora, signora!

(_Uno strido acutissimo di fuori_).

MAR. Oh povera me! (_Correndo via a sinistra_) Signora Clelia! Signora Clelia!

SCENA NONA.

Elena sola.

ELENA. (_Rientra ansante, si lascia andar sul sofà, esausta di forze. Dopo un istante, si scuote come svegliandosi, tende l’orecchio atterrita_).

_Rumori confusi di fuori: voci che si vengono avvicinando rapidamente._

— È là, è là, è là!

— Cos’è stato?

— È qui; venite qui!

— Chi è? cos’ha?

— Misericordia!

— Lumi, lumi, lumi...

— Una donna!

UNA VOCE. (_più chiara e più forte_) Ha la faccia bruciata!

ELENA. (_Balzando in piedi_) I figli! I figli!... Voglio i miei figli!

CALA LA TELA.

LA PRIMAVERA DEL ’99

SCENE.

_PERSONAGGI_

ANDREA REVIGLIO. IL CAVALIERE DI PRIASCO. LA CONTESSA CLARA MALAN DEL VILLAR. DON ROLANDO, _prete di casa_. ROSA. ALBAN. UN UFFIZIALE FRANCESE. UN SERGENTE. SOLDATI.

_La scena è in Piemonte, nella casa di campagna della contessa Malan._ — Maggio 1799.

ATTO UNICO.

_Stanza arredata con semplicità elegante. — Ingresso comune a destra; altro uscio a sinistra; un terrazzino in prospetto. — Ritratti antichi sulle pareti, vecchi mobili, un lume acceso sopra una tavola. — È l’alba._

SCENA PRIMA.

Alban, Rosa.

ALBAN (_sul terrazzino, guarda attentamente al di fuori_).

ROSA (_dalla sinistra, senza alzare la voce_). Alban?... Alban?

ALBAN (_venendo fuori dal terrazzino_). Son qui!... Par tutto quieto.

ROSA. Ordine di tornare alla fattoria subito, subito.

ALBAN (_per partire_). Vado.

SCENA SECONDA.

Alban, Rosa, Don Rolando.

ROLANDO (_dalla destra_). Dove andate?

ALBAN. Alla fattoria.

ROLANDO. Alla fattoria non si sa ancor niente.

ALBAN. Aspetterò al portone. (_Via_)

ROSA. Che notte, don Rolando, che notte!

ROLANDO (_passeggiando_). Brutta, sì.

ROSA. Ha capito subito anche lei ch’era la campana a martello? E come si vedevano le fiamme! E quei colpi? Si battevano, eh?

ROLANDO. Certo, a Toralta.

ROSA. Libera nos domine! Vado, chè la signora è sola. (_Via_).

SCENA TERZA.

Don Rolando, Andrea.

ROLANDO (_passeggia, guarda fuori, si avvede che è giorno, spegne il lume_).

ANDREA (_entra dalla destra: è un po’ ansante, con qualche disordine negli abiti come chi è venuto correndo_).

ROLANDO. Dunque? Dunque? (_Gli va incontro_).

ANDREA. Vengo da Toralta. Il villaggio è deserto; ho visto dei morti sul sagrato; sulla piazza vi sono due o tre case bruciate...

ROLANDO. Ah! Dai tricolori, eh?