La straniera

Part 11

Chapter 113,381 wordsPublic domain

ANDREA. Sì. I contadini, ieri mattina hanno buttato giù l’albero della Libertà; ieri sera è arrivata truppa francese: l’uffiziale voleva farlo rialzare, allora...

ROLANDO. Schioppettate?

ANDREA. Ecco.

ROLANDO (_con entusiasmo_) Bravi!

ANDREA (_alzando le spalle_). Oh, inaffiar con sangue un albero che non ha radici!

ROLANDO. I francesi sono i nostri assassini...

ANDREA. I piemontesi cercano e ammazzano i soldati che viaggiano soli.

ROLANDO. È la santa insurrezione che si estende.

ANDREA. Santa perchè favorita dai preti e dai frati?

ROLANDO. Reviglio! Reviglio!

ANDREA (_continuando_). Che non si contentano di raccomandar l’omicidio dai pulpiti, ma si mettono alla testa delle bande briache e feroci.

ROLANDO. Ma al grido di: — Viva la fede! Al grido di: — Viva il Re!

ANDREA (_Tace_).

ROLANDO. E gli Austro-Russi si avanzano... (_si frega le mani con gioia_).

ANDREA. (_Alza le spalle_).

ROLANDO (_irritato_). Giacobino!

ANDREA. No! (_con calma_). Sono un servitore, io: un servitore di casa Malan, e nient’altro.

SCENA QUARTA.

Rolando, Andrea, Alban.

ALBAN (_dalla destra, con sorpresa_). Sor Andrea! di dov’è passato?

ANDREA. Dal giardino.

ALBAN. Ed io che aspettavo al portone! Bisogna avvertire la signora subito. (_Entra prestamente a sinistra_).

ANDREA (_a D. Rolando, che passeggia nervoso_). Don Rolando, siamo alle rotte anche noi?

ROLANDO (_porgendogli la mano_). No, no, Andrea... Ma come vorrei avere i tuoi anni!...

SCENA QUINTA.

Rolando, Andrea, Alban, Clara.

CLARA (_entrando rapida, seguita da Alban_) Aspetta. (_Ad Andrea_). E così?

ANDREA. Non vedendo ritornar Michele...

CLARA (_con qualche impazienza_). Siete andato voi. Lo so questo.

ANDREA. Giunto a Toralta...

CLARA (_interrompendolo_). A Toralta?

ANDREA. È là che succedeva il trambusto.

CLARA (_calmandosi un poco_). Sta bene... E ne immagino anche la causa. E poi?... E dunque? Cos’avete fatto? Vi sarete informato, spero?

ANDREA. Sì, signora. Ho saputo tutto da alcuni contadini che stavano in vedetta sul ponte.

CLARA (_con vivacità_). Che ponte?

ANDREA. Il ponte di Rifreddo.

CLARA. E cosa siete andato a fare al Rifreddo?

ANDREA. È la strada più corta.

CLARA. Passando a Priasco allungavate di poco...

ANDREA. Non ci ho pensato.

CLARA. Avete fatto male a non pensarci. (_Voltandosi a don Rolando_). E quell’altro come va che non torna?

ROLANDO. Michele?... Michele ha la sua vecchia mamma a Toralta. Partito prima, assai prima di Andrea è arrivato certo a tempo per metterla in salvo.

CLARA. E dove?

ROLANDO. A Priasco, suppongo, che è il villaggio più vicino.

CLARA (_ad Alban_). Va giù; e se Michele ritorna, avvertimi subito.

ALBAN (_via_).

ANDREA (_a Clara, umilmente_). Se la signora contessa desidera, vado io stesso...

CLARA (_interrompendolo_). No... Più tardi, se mai... (_finamente_). Quando le strade saranno di nuovo sicure. (_Via a sinistra_).

SCENA SESTA.

Andrea e Don Rolando.

ANDREA. (_È rimasto immobile a capo basso_).

ROLANDO (_battendogli leggermente una spalla_). Si va?

ANDREA (_scuotendosi_). Dove?

ROLANDO. A vedere i rifugiati, prenderemo la via dei boschi...

ANDREA. Cosa ha voluto dir la signora?

ROLANDO. Non so, figliuol mio.

ANDREA. Che ho avuto paura?

ROLANDO. Eh via!

ANDREA (_con forza_). Ma io non sapevo... perchè altrimenti sarei andato dove voleva lei, a costo di lasciarci la vita!

ROLANDO. Sta bene; ma intanto cosa fai? — Vuoi star qui a covarti il rabbuffo? Vieni, andiamo...

SCENA SETTIMA.

Andrea, Don Rolando, Alban.

ALBAN (_frettoloso, passando_). Michele è tornato... Ha visto il cavalier di Priasco, che si è battuto tutta la notte... che sarà qui a momenti (_via a sinistra_).

ANDREA (_colpito_). Ah! Dunque è per lui che dovevo andare a Priasco!?

ROLANDO. Certo. È cugino della signora; era il miglior amico del nostro povero conte... Dunque non ti vuoi muovere?

ANDREA (_risoluto_). No.

ROLANDO. A rivederci.

SCENA OTTAVA.

Andrea e Clara.

ANDREA (_si aggira un momento per la scena, poi bruscamente si avvia per raggiungere Rolando_).

CLARA (_entrando_). Reviglio.

ANDREA (_si ferma_).

CLARA. Buone notizie... Avete sentito?

ANDREA. Sì, signora. Buone notizie... Io non ho visto che orrori.

CLARA (_dopo un momento_). È vero... viviamo in tempi così tristi! Tutto congiura per abbatterci l’anima, tutto!... Perfin le persone che ci stanno d’intorno.

ANDREA. Soffia un vento maligno che ispira a chi comanda asprezza ed ingiustizia!

CLARA (_con voce vibrata_). Ed a chi dovrebbe ubbidire acrimonia e rancore!

ANDREA (_ferito_). Signora!

CLARA. Una volta si sapeva tacere.

ANDREA. Perciò mi perdoni se parlo. Io sono affezionato, pronto ad ogni comando. E la mia devozione è nel sangue e non può venir meno. Mio nonno servì in questa casa per tanti anni, e vi morì... E non era il primo dei miei. Mio padre seguì il vostro al campo, e così da vicino, che gli era al fianco quando fu fatto prigione... Il vostro tornò di Francia, il mio no. Non vedrò mai la sua tomba.

CLARA (_raddolcita_). Reviglio, via...

ANDREA. Io nacqui in città, ma vissi quasi sempre qui per badare ai poderi. Lei, signora, non veniva che nella bella stagione. Io l’ho vista bambina, ragazza... poi sposa. Quando tornò vedova, non se ne andò più. Sono tre anni che ricevo i suoi ordini. Posso aver mancato d’abilità nell’eseguirli, ma di zelo...

CLARA (_vivamente_). Mai! — Mai, nè di abilità nè di zelo. (_Chetandolo col gesto_). E adesso basta. (_Dopo un silenzio_). Sì... Ricordo anch’io... Ricordo anch’io tante cose. Quando mi portarono qui dopo la morte di mia madre, ero malata, tanto malata di dolore; mi affidarono a voi per farmi respirare, per svagarmi. Si andava insieme all’aperto... E... diventammo amici, eh? Tanto è vero che più tardi vi ho poi perfino confidato un segreto.

ANDREA. A me?

CLARA. Sì, sì, a voi. Quando mi hanno fidanzata, siete stato dei primi a saperlo.

ANDREA (_commosso_). È vero, è vero.

CLARA. V’ho dato allora una prova di fiducia grande... (_Quasi fra sè_). E oggi... Oggi, volendo, potrei di nuovo...

ANDREA. Oggi?

CLARA (_risoluta_). Sì, Andrea, voi potete disporvi a non limitar più la vostra devozione a me sola.

ANDREA. Ma io non l’ho mai limitata, mai...

CLARA (_ilare_). Come l’altra volta, Reviglio, come l’altra volta!

ANDREA (_colpito_). Ah! E con chi? E con chi?

CLARA. Questo poi...

ANDREA. Col cavalier di Priasco?

CLARA. Basta, vi dico.

ANDREA (_ritraendosi_). Sì, sì, basta, basta, basta. Questa è una notizia!... Ehee, certe cose, si capisce all’istante in cui accadono che si erano già prevedute. Solo allora si capisce... Oh, ma non dico niente. Sarò discreto, prudente. Griderò poi: — Evviva! evviva! ma a suo tempo... (_Dopo pausa, come ferito da una idea_). Signora mia, non andrà via di qui, no?

CLARA (_imbarazzata_). No... per ora.

ANDREA (_supplicando, quasi senza avvedersene_). Mi faccia tanta grazia, mi lasci solamente sperare.

CLARA. Sì, Andrea, perchè lo desidero anch’io. Ad ogni modo vedremo...

ANDREA (_ritirandosi_). Questo mi basta. Son contento! (_Di sull’uscio_). Comanda?

CLARA. Niente. (_Subitamente, più seria_). Fermatevi, Reviglio: sentite.

ANDREA (_si riaccosta_).

CLARA (_lentamente, fissandolo in viso_). So che tutto andrà bene, tutto. Ma... se poi un giorno occorresse esser forte?

ANDREA. Basterà un cenno.

CLARA. Bisogna esser preparati, sempre... anche alle cose più dolorose e difficili, anche a lasciar le persone a cui si è più affezionati.

ANDREA (_come affascinato_). Per sempre?

CLARA (_con dolcezza_). Fin che sarà necessario.

ANDREA. Oggi?

CLARA. No... aspettiamo.

ANDREA (_piegando il capo_). Starò agli ordini. (_Dopo una pausa, animandosi via via_). Starò agli ordini. Ma chi sa, forse non sarà mai necessario! Vivere e morir qui, sotto questo tetto, godendo tutta la sua grazia: ecco, non desidero altro. Perchè poi finora, non un gesto, non una parola... E i pensieri non li vede che Dio!... È possibile anche che vi sia un equivoco. E non posso, e non devo neanche provarmi a chiarirlo. Perchè lei riderebbe delle mie parole. E naturalmente dovrei ridere anch’io. (_Con riso sforzato_). Viva Dio, finora non ci sono ragioni per credermi matto!

SCENA NONA.

Andrea, Clara, Rosa.

ROSA (_dalla sinistra, accorrendo_). Il signor cavalier di Priasco arriva adesso al galoppo.

CLARA. Si apra il portone.

ANDREA (_a Rosa_). Restate, vado io. (_S’inchina a Clara e via a destra_).

ROSA. (_Si ritira a sinistra_).

SCENA DECIMA.

Clara, il Cavaliere.

CLARA (_con tristezza, dopo aver pensato un momento_). Mah!... Perchè questo adesso?... Perchè?

CAV. (_a destra sulla soglia_). Cugina...

CLARA. Vi aspettavo.

CAV. (_baciandole la mano_). So già che siete stata inquieta, per me.

CLARA. Sì, un poco.

CAV. (_con galanteria_). Poco o molto, la mia riconoscenza è uguale.

CLARA (_nervosa_). Raccontate, raccontate.

CAV. Ieri sera sono andato via di qui ch’era assai tardi.

CLARA. Ve l’avevo detto!

CAV. (_con un sospiro_). Eh sì, me l’avevate detto, e ripetuto anche... Era tardi dunque e buio. Me ne andavo al passo per non inciampare, quando alla svolta della Crocetta, ecco un gran chiarore tra gli alberi.

CLARA. E la campana.

CAV. E la campana alla disperata. Dieci minuti dopo, arrivavo col Bianco, di trotto serrato, sulla piazza di Toralta. Da una parte, davanti alla chiesa, i contadini ronzavano come uno sciame di calabroni infuriati; dall’altra, i francesi se la godevano guardando ad avvampar due casupole. E le fiamme, amica mia, cominciavano a lambirne una terza, spinte in giù da una tramontana indiavolata. O muoverci subito, eh? o rassegnarci a vederle divorar tutto il villaggio. I francesi erano pochi, ma armati, disciplinati, soldati insomma; i contadini più numerosi, ma santo Dio!... E li avevo tutti intorno con le braccia in aria, che mi scongiuravano di far qualche cosa per loro... Bene: io ho messo innanzi gli schioppi, le pistole, i tromboni; dietro le falci, i tridenti, i bastoni, poi dissi loro: — Addosso, ragazzi, e fate quel che potete. — E si andò bene, o almeno non male. I miei cani da pagliaio si avventarono come leoni, e sebbene i soldati si portassero anch’essi ottimamente, si finì col ributtarli fuor del villaggio.

CLARA. Dove sono?

CAV. I francesi? Oh, li credo ancor nei dintorni. I contadini sono venuti con me a Priasco: là, col Rifreddo davanti e col Paludaccio alle spalle...

CLARA (_guardandolo in faccia_). Vi siete esposto, eh?

CAV. (_sorridendo_). Peuh!

CLARA (_seria_). No, ditemi tutto. Eravate innanzi, alla testa; vi vedo. I repubblicani vi potrebbero riconoscere?... E se vi cercassero?

CAV. Io farei in modo di non lasciarmi trovare.

CLARA. Cugino...

CAV. (_affettuoso_). Vi ringrazio coll’anima, ma vi prego di non inquietarvi. Basta guadagnar tempo, non occorre più altro oramai. Gli uni si ritirano e gli altri si avanzano. Allegra cugina, che presto vedremo i cosacchi!

CLARA (_con gioia_). Ah Vittorio!

CAV. (_con entusiasmo_). Amica, quando potremo gridar: — Viva il re! — voglio che ne tremi il Monviso.

CLARA. Ho tanto, tanto pregato!

CAV. Lo credo, lo so, e Dio vi ha esaudita (_cambiando tono_). A noi, non perdiamo tempo. Mi volete far il favore di suonare a raccolta? Voglio vedere i vostri uomini, esaminare la casa...

CLARA. Perchè?

CAV. Chiamate, vi prego.

CLARA (_suona il campanello_).

CAV. Così in caso di pericolo...

CLARA. Pericolo mio?

CAV. Lontanissimo certo. Ma nei momenti in cui siamo, mi par bene non trascurar precauzioni.

SCENA UNDICESIMA.

Clara, Il Cavaliere, Alban.

ALBAN (_si presenta_).

CLARA. Avvertite subito don Rolando e Reviglio...

ALBAN (_via_).

CAV. (_con affetto, cercando di prenderle le mani_). Siete buona che mi permettete d’occuparmi di voi, come s’io fossi già...

CLARA (_ritraendosi con grazia_). Quello che non siete ancora.

CAV. (_teneramente_). Clara, Clara...

CLARA. Vi prego, ecco Alban.

ALBAN (_rientrando_). Don Rolando è andato a Priasco. Sor Andrea non si sa dove sia.

CAV. Male, male, malissimo!

CLARA. Come si fa?

SCENA DODICESIMA.

Clara, il Cavaliere, Alban e Rosa.

ROSA (_precipitandosi in scena_). I francesi! I francesi!

CAV. Oh diavolo! (_corre al terrazzino_).

ROSA (_seguendolo_). Là, vede? Laggiù, laggiù...

CAV. Le baionette... Son loro!

CLARA. Vengono?

ROSA. Santa Maria! Poveri noi...

CAV. Silenzio! (_ad Alban_). Chi c’è in casa?

ALBAN. Stefano, Garbino, Anselmo, Michele...

CAV. Chiamali tutti. Sbarrate il portone, levate la catena ai mastini e approntate le armi, se ne avete. Vengo giù anch’io.

CLARA. Pensate a resistere?

CAV. E perchè no?

CLARA. Son pochi, ma bastano per far di noi quello che vogliono. Badiamo a questo. Non possiamo difenderci. E se poi... se le loro intenzioni non fossero ostili?

CAV. (_spensieratamente_) Lo diverrebbero trovandomi qui... Trovando chi li ha malmenati stanotte.

CLARA. Ho capito! (_Sgomenta_). Fuggite!

CAV. (_alzando le spalle_). Dio! come se potessi lasciarvi...

ROSA. Vengono, sbucano adesso nel prato.

CAV. (_battendosi la fronte_) Oh! un uomo fidato, pei boschi, a Priasco...

CLARA. Alban, presto!

CAV. No, no, è tardi.

ROSA. Son fermi, guardano la casa... L’uffiziale parla a un sergente...

CLARA (_angustiata al Cavaliere_) Andate via, andate via!

CAV. (_fermo_). No, Clara.

ROSA. Agitano un cencio bianco.

CAV. Ah, ah! Vogliono pace.

ROSA. E si avanzano.

CLARA (_al Cavaliere_). Nascondetevi!

CAV. Oh!

CLARA. Vi prego, vi supplico, fate questo per me.

CAV. Per voi? (_Riflettendo_) È giusto. Avete ragione. La mia presenza può essere pericolosa per voi.

CLARA. Non è questo; io non penso a questo. (_Correndo all’uscio di sinistra_). Di qui, di qui amico mio, fino all’ultima stanza. Sotto l’arazzo, v’è un usciolo che mette in uno stanzino. Di là...

CAV. Mi fermerò là. E ricordatevi che voglio essere avvisato di tutto quel che succede, minuto per minuto.

CLARA. Rosa ci penserà. Andate, entrate, in nome di Dio!

CAV. Coraggio, eh!

CLARA. Ne avrò, quando non vi vedrò più.

CAV. (_via seguito da Rosa_).

CLARA (_respirando_). Ah!... Ora a noi. (_Ad Alban_). Raccomanda la sicurezza, la calma a tutti quanti, a nome mio... E apri le porte.

SCENA TREDICESIMA.

Clara, poi Alban con un uffiziale francese.

CLARA (_siede presso la tavola, svolge un ricamo, lavora, sforzandosi di prendere un contegno tranquillo_).

ALBAN (_si mostra sull’uscio_).

CLARA (_gli accenna di lasciar libero il passo_).

UFF. (_entra, guarda Clara e s’inchina_). Salute e fratellanza.

CLARA (_risponde con disinvoltura e con grazia al saluto_).

UFF. Cittadina, non vogliamo fare del male, e tu ci puoi far anche del bene.

CLARA. Parlate; darò gli ordini...

UFF. Ho con me quattro feriti, che sarebbero in paradiso sopra un poco di paglia...

CLARA (_ad Alban_). Va a vedere se Reviglio è tornato.

UFF. E chi è Reviglio? Il tuo intendente? Bon; (_ad Alban_). Gli dirai di parlare subito col sergente Mouton per sapere quel che occorre ai ragazzi.

ALBAN (_si avvia_).

UFF. E pensa anche a me.

ALBAN (_via_).

CLARA. Siete italiano?

UFF. Sono côrso, cittadina. Claudio Morali, di Aiaccio: terzo battaglione, quinta mezza brigata di fanteria leggiera. (_Con un sospiro_). Leggiera e come! Ventiquattr’ore che non abbiamo mangiato (_al terrazzino_). Bon! gli uomini son tutti in cortile. Non sarà torto un capello a nessuno, ma non rispondo dei polli, dei conigli, e neanche dei gatti. (_Dopo aver guardato in giro_). Bella vista! Bel colpo d’occhio! Sono un po’ artista. (_Tornando_). Però preferisco la figura al paesaggio. (_Accostandosi, dopo averla contemplata un momento_). Come ti chiami?

CLARA. Clara.

UFF. Clara? Nient’altro che Clara? Bel nome però! (_Con fatuità_). Ne ho conosciute parecchie Clare: non una che non fosse giovane e bella... Sei un’ex-nobile, eh? (_Sentimentale_). Ah! cittadina, in questo mondo non sono che due i piaceri: far la guerra e far all’amore. Ma quando il primo non lascia tempo al secondo, allora si soffre. Io, vedi... (_s’interrompe scorgendo sull’uscio il sergente_). Eh bien? Avance!

SCENA QUATTORDICESIMA.

Clara, l’uffiziale, il sergente.

SERGENTE (_sull’attenti, parla sottovoce animatamente all’uffiziale_).

UFF. (_gli dà prestamente alcuni ordini_).

SERGENTE (_via frettoloso_).

CLARA (_li avrà osservati, frenando la sua inquietudine_).

UFF. (_brusco_). Dov’è tuo marito?

CLARA. Sono vedova.

UFF. Meglio per te. Tiriamo via. Nella tua scuderia si è scoperto un animale sospetto: il cavallo dell’uomo che comandava gl’insorti stanotte. Tu comprendi come sia grande il mio desiderio di vederne il padrone... Non hai niente da dire? No? Si capisce. Cercheremo. (_Guarda intorno, poi s’incammina verso l’uscio di sinistra_).

CLARA (_balza in piedi come per contrastargli il passo, ad un tratto si ravvede e va ella stessa ad aprire_). Volete entrare qui? Ecco fatto: servitevi.

UFF. (_fermandosi_). Un momento... (_porge l’orecchio_). Che, se non m’inganno, la lepre è scovata! (_Si volge come aspettando verso l’uscio di destra_).

SCENA QUINDICESIMA.

Clara, l’uffiziale, Alban, poi Andrea, il sergente ed alcuni soldati.

ALBAN (_entrando affannato_). Signora, oh signora, vogliono arrestare sor Andrea!

CLARA. Lui! perchè?

ALBAN. Guardi, ma guardi!

ANDREA (_entra condotto dal sergente, seguito dai soldati, che si fermano nell’uscio_).

UFF. (_andandogli incontro_). Chi sei? Presto: nome, cognome, età, condizione, tutto.

ANDREA. Mi chiamo Andrea Reviglio, del fu Giovanni.

UFF. (_interrompendolo_). Ah! sei tu l’intendente? Ti eri nascosto, eh?

ALBAN. Niente nascosto! L’hanno trovato sopra una panca in fondo al giardino.

UFF. Cosa facevi? Dormivi?

ANDREA. Mi riposavo.

UFF. Ah ti riposavi! Dunque eri stanco? Stanco a quest’ora: non ti pare un po’ presto? Cosa diavolo hai fatto stanotte? Non sei andato un po’ in giro per caso? Non hai fatto, per esempio, una passeggiata a Toralta?

CLARA (_con impeto, frapponendosi_). Badate ch’egli non sa di che cosa lo si accusa. E poi... ad ogni modo vi giuro, per quello che ho di più sacro al mondo, che voi vi sbagliate.

UFF. (_la guarda fissamente, accarezzandosi il mento_). Meno male. Tu vuoi dire che il reo non è lui? Se non è lui, sarà un altro. Vediamo quest’altro. Tu capisci che... Insomma le ciance sono inutili...

CLARA. Cosa volete dire?

UFF. Voglio dire che se fra un quarto d’ora non ho nelle mani il colpevole, io regolo il conto a costui.

CLARA. È un’infamia!

UFF. No, cittadina.

CLARA. Non potete...

UFF. Sì, cittadina. Non solo posso, ma devo. — Ordine del giorno Grouchy, otto nevoso, anno sette...

CLARA. Un’infamia, vi dico; un vero assassinio!

UFF. La parola è grossa... (_stendendo la mano verso il terrazzino_). Guarda, mia cara, a piè di quel campanile che si vede laggiù, ho lasciato Jourdan, Maret e Lecoq: un caporale e due soldati, tre bravi patrioti. Non sono i primi, e non saranno gli ultimi, perchè l’insurrezione è scoppiata in tutti i comuni... (_Interrompendosi_). Allons! (_ai soldati_) conducetelo abbasso; accordate i clarinetti, poi vedremo.

CLARA (_sgomenta, tirando l’uffiziale in disparte_). Venite qui, sentite, sentite. Reviglio è innocente, ve lo giuro. Ve lo giuro sulla memoria di mia madre. Non volete credermi? Mettiamo che non possiate credermi... Che cosa v’importa di quella vita? Risparmiatela, e vi sentirete contento... Chi sa che questo non vi porti fortuna. (_Trattenendolo sempre, abbassando ancora la voce_). Ascoltatemi. Ho dato tutto al rompersi della guerra, anch’io come gli altri: danaro, argenteria, quanto v’era di valsente in casa; ma non tutte le mie gioie, quelle che m’erano più care le ho ancora. Ecco sono vostre, col patto però...

UFF. (_ritraendosi, con garbo_). Pas de bêtises, cittadina! Parlo italiano, ma non son sempre disposto a capirlo. (_Ai soldati_) Marche!

SCENA SEDICESIMA.

Clara, l’uffiziale, Alban, Andrea, il sergente, i soldati, il Cavaliere di Priasco.

CAV (_sulla soglia a sinistra_). Ehi, signore, fatemi il favore di badar a me un momento.

UFF. Volentieri, cittadino (_si accosta squadrandolo_).

CLARA (_smarrita_). Vittorio, Vittorio!

CAV. (_a Clara, serio, con calma_). Cugina, vi prego... (_all’uffiziale_). Senza tante parole, lasciate star Reviglio, che non sa neanche di che cosa si tratti; prendetemi con voi, conducetemi dal comandante di piazza, dal commissario civile, al diavolo, se volete, ma...

UFF. Ho capito! Cioè no, veramente... (_indicando Andrea_). Ma sai che costui ha pressochè confessato.

CAV. Non è possibile.

ANDREA (_con energia_). Sì, signore... E d’altronde tutti costoro mi han riconosciuto.

CAV. Ah? Ebbene rifacciamo la prova. (_Piantandosi di fronte ai soldati_). Attenti voialtri: qual di noi due vi par l’uomo di stanotte?

I Soldati (_guardano ora l’uno ora l’altro, dubbiosi e perplessi_).

(_Un silenzio_).

CAV. (_ridendo_). Bene! Bravi!

UFF. La nuit tous les chats sont gris.

CLARA (_con impeto_). Ecco! E decidereste della sorte di un uomo con testimonianze così vaghe, incerte, confuse?

UFF. (_ad Andrea e al cavaliere_). Fate conto di fumar tutti e due la pipa sopra una barile di polvere.

CAV. Decidiamo...

UFF. (_stringendosi nelle spalle_). Decidete voi. Io il modo l’ho di finirla.

CLARA (_avvicinandosi a lui, spaventata_) Oh signore! signore, vi prego...

CAV. (_severo_). Cugina!

UFF. E perchè no? (_attirandola a parte con un cenno_). Una parolina fra noi. Caso mai... (_Abbassando la voce_). Cercavo un nemico e ne trovo due. Come vedi, li ho tutti e due nelle mani e potrei... Mi capisci? Ma sono un buon ragazzo, dopo tutto; e ammetto che infin dei conti il cavallo bianco portava un sol cavaliero. Quindi (_con malizia_) se tu hai qualche ragione di far preferenze...

CLARA (_attonita_). Non so... non comprendo...

UFF. No? Diavolo! Te ne piglio uno, ma ti lascio l’altro. Però bisogna scegliere.

CLARA (_dopo un momento, rabbrividendo_). Dio!

UFF. Ça ne va pas?

CLARA. No, no, no, cerchiamo altro, ma questo no, questo no, questo no!

UFF. Proviamo la sorte, vuoi?

CLARA (_si lascia andar seduta, e scuote dolorosamente la testa_).

UFF. (_pestando i piedi_). Sacredieu, quelle stupide affaire! (_Voltandosi agli altri_). E come va in lungo, cittadini cari; io non posso star qui in sempiterno! Il regno della vera Libertà è pur quello della Clemenza. Ed io voglio esserlo clemente. Vi dò mezz’ora per intendervi. Va bene così? Quello a cui tocca, se vorrà essere sbrigato sull’atto non avrà che a consegnarsi al sergente, troverà tutto pronto in cortile. (_Al sergente, accennando l’uscio di destra_). Tu starai lì fuori con Malaise e Legrand. (_Ad Alban_). Tu sotto con me, a servirmi, che muoio di fame. (A quelli che restano). Saluto repubblicano, e che l’Ente supremo vi illumini! (_Via seguito da Alban e dai soldati_).

SCENA DICIASSETTESIMA.

Clara, Andrea, il Cavaliere di Priasco.

CAV. (_andando da Andrea_) Ma voi siete matto, eh?!

CLARA (_alzandosi_). Vittorio! Non parlargli così.

CAV. Matto, dico. Perchè mentire? Che cosa gli salta di cacciarsi anche lui nell’imbroglio, col rischio di farci moschettar tutti e due?

ANDREA (_volendo parlare_). Mi perdoni...

CAV. Credete voi ch’io non sappia a quel che mi espongo?

ANDREA. No, signor mio.

CAV. Sarò condotto in Francia, perderò i beni...

ANDREA (_con forza_) La vita!

CAV. (_incredulo_). Ah!

ANDREA. Due mesi fa le cose sarebbero forse andate come lei immagina. Ma oggi, oggi che la Repubblica è vinta, morde e sbrana come una lupa arrabbiata.

CAV. Dirò il mio nome, i miei titoli, le mie aderenze... (_s’avvia come per uscire_).

ANDREA (_opponendosi_). Se lei passa la soglia, casca nelle mani dei soldati, e allora è finita.

CAV. (_con impazienza_). Oh in nome di Dio!...

ANDREA (_opponendosi ancora_). La prego...

CLARA. Vittorio! Andrea! Non voglio vedervi l’un contro l’altro così.

ANDREA. Non perdiamo tempo. O l’uno o l’altro, dunque...

CAV. E vorreste andar voi?